Zitiervorschlag: Cesare Frasponi (Hrsg.): "Lezione CCXLI", in: Il Filosofo alla Moda, Vol.4\251 (1728), S. 345-350, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.4591 [aufgerufen am: ].
Ebene 1►
Lezione ccli.
Avvantaggj scambievoli, che gl’Uomini e le Donne ricavano dalla lor Società.
Zitat/Motto► Perlege Maeonio cantatas carmine Ranas, & frotne nugis solvere disce meis.
Mart. L. 14. Epig. 183. ◀Zitat/Motto
Ebene 2► Metatextualität► DOpo avere fatta riflessione, in una delle mie Lezioni, sopra tutte le disgrazie, alle quali è soggetta la vita umana, e paragonati i mali della Vecchiezza con quelli della Gioventù, ritrovo, che le calamità de’ Giovani, quasi sempre vengono dalla negligente, ò cattiva condotta de’ loro Genitori, ò de’ loro Prossimi; e quelle de’ Vecchi dalla vita, che hanno menata. Tengo quì la Storia d’ un Giovine, e d’ una Giovane, dalla fanciullezza fino al loro matrimonio; nè saprei dare a miei Leggitori un ritratto più naturale, d’ un tempo mal’ impiegato, ò del disgusto, che accompagna una cattiva educazione, di quello che si vede nelle seguenti due lettere autentiche, da loro poco fà ricevute. ◀Metatextualität
[346] Ebene 3► Brief/Leserbrief► Sig. Filosofo
Entro nell’ anno ventesimo primo della mia età, nè sò di avere in vita mia goduto un giorno tranquillo fino a quello del mio matrimonio, tempo, in cui, per quanto si dice, gli uomini perdono la loro libertà. Io sono Figlio d’ un Gentiluomo assai ricco, il quale a fine di preservarmi da’ vizj della Gioventù, risolvete di non mai lasciarmi vedere cosa, che potesse recarmi qualche piacere. Alla età di anni dieci, venni consegrato ad un maestro di Grammatica con ordini positivi, ogni poco, rinovati, di trattarmi con severità, senza veruno riguardo alle ricchezze delle quali dovevo essere erede. Di quindici anni fui mandato ad un Collegio, dove, grazie alla buona politica di mio Padre, vissi nel più infelice stato del mondo, ed in una vergognosa miseria, fino a tanto, che giudicato proprio al matrimonio, venni chiamato per unirmi colla Dama, che vi scrive la quì annessa lettera. Quando ci ferono abboccare insieme, concludemmo ammendue, che non istaremo mai più male uniti, di quello stavamo separati, di maniera che entramo ne’sagri vincoli per metterci in libertà. Mio Padre, al presente, dice, che sono uo-[347]mo, e che posso parlargli al pari d’ogni altro. Sono &c.
Ricardo Liberato. ◀Brief/Leserbrief ◀Ebene 3
Ebene 3► Brief/Leserbrief► Sig. Filosofo.
Satire► Sono divenuta grande, e leggera presso mia madre, la quale è una Vedova di buon umore, che non pensava ad istruirmi nelle cose del mondo, nè ad avvezzarmi nelle compagnie. Sono due anni e mezzo in circa, che un mio Zio e Tutore mi condusse ad una scuola, dove s’ istruiscono le Fanciulle, con ordine alla maestra di non disturbarmi in cosa veruna, sotto pretesto, che pur troppo ero, di già, stata afflitta. Era poco più di un mese che vi dimoravo, quando vidi del orzo sopra la tavola della cucina. Me ne posi due ò tre grani in bocca, e lo ritrovai di mio gusto, indi ne rubbai un pugno, mi ritirai alla mia stanza, e lo mangiai. Per due mesi continui non lasciai di pigliare la mia decima ogni volta, se ne portava in Casa. Un altra volta trastullandomi con una Pippa tra’ denti, venne a rompersi la cima, e li pezzetti, che subito rigettai, mi lasciarono sulla lingua un sapore sì grato, che non potei rattenermi di masticare tutto il rimanente. Così abbandonai l’orzo, e mi fissai, per tre buoni mesi, alle Pipe. In questo tempo ne con-[348]summai 37. fino alla imboccatura, benche fossero sporche. Un buon vecchio Padre della maestra, di cui erano le pipe, appena se n’ accorse, che pose sotto chiave le bianche, il che mi ridusse a lasciare le pipe, ed a lambire la creta. Nauseata ben presto da questa, mi posi a rossicare la cera rossa, ò nera, con cui erano sigillate le lettere, ò i biglietti delle Comedie: e questo per tre settimane intere. Indi per due mesi vissi di certe pietre, che si chiamano di folgore, altre longhe, ed altre rotonde di colore biavo, che ritrovai nella ghiara del nostro giardino. Queste mi pareano d’ un esquisito gusto; ma quando mi ennero à mancare, attaccai i denti, e le ugne, per un anno intero, alla muraglia del Giardino: ne scrostai, e divorai un mezzo piede, in dentro verso la corte della Casa vicina. Mi parea allora d’ essere la più felice creatura del mondo; né dubito, a dire il vero, che non l’ avessi sorata da una parte all’altra, se l’ avessi avuta nella mia stanza. Ma diventai sì lassa nel muovermi, e sì accidiosa, che dovetti cercare di che soddisfarmi più da vicino. Piena di smisurato appetito per li carboni, gli scuotevo da tutto ciò mi capitava alle mani; e ne avevo certamente, più consumato, di quello fosse bisognato, per apprestare il passo delle mie nozze, quando arrivò mio Zio per ricondurmi a [349] casa. Egli stava da basso in Sala colla Maestra, allorche venni chiamata. Accostumata a chiamarlo mio Padre, me gli gettai subito a piè, perche mi dasse la benedizione. Ma il buon Signore sorpreso nel vedermi, in vece di accogliermi, voltò gli occhi verso la Maestra, e le dimandò, accennandomi col dito, se questa era veramente la sua Figliuola. Questa, soggiunse, e la immagine della morte. Mia Figlia aveva buona ciera, il colore fresco, e vermiglio, e crepava di sanità: questa pare mezza morta di fame; ella è un vero scheletro. La Maestra, la quale certamente è una buona Donna, assicurò mio Zio, che non mi avea lasciato mancare niente; e gli disse ancora che io mi ero sempre applicata ad ingojare delle sporcherie, e che l’iterizia mi avea ridotta nello stato in cui mi vedea. Tutto questo non servì, che ad irritare mio Zio, di maniera, che pagata subito la dozzina, seco mi condusse.
Poco dopo il mio arrivo alla Casa materna, vidi ad una Festa, in Chiesa (non me ne scorderò in mia vita) un Giovane Gentiluomo del vicinato, che molto mi piacque, ed incontrava il mio genio più d’ ogni altro, che avessi sin’ allora veduto, e, da quel momento, sospirai d’ essergli anch’ io gradita. La mattina vegnente suo padre lo condusse con lui, a visitarci; vennimo an-[350]che lasciati soli, con istruzioni da una parte, e dall’ altra, di amarci; ubbidimmo amendue, di sì buon cuore, che, in capo a trè settimane fummo uniti in matrimonio. Io non tardai a ricuperare la mia sanità, colla freschezza del mio colore; e mi ritrovo, al presente, in tutto, e per tutto felice. Così vi prego, mio Signore a studiare qualche nome, che bene caratterizi le Giovani di simile fantasia stravolta, che le distingua, come mangiatrici di sporcherie: ò in masticattici di grani d’ orzo; ò in strittolatrici di pippe: ò in rosicatrici di cera, ò in leccatrici di creta; ò in iscrostratrici di muraglie: ò in raschiatrici di pietre. Abbiate la bontà di mettere tutto in opera, per distogliere, e mettere in derriso questo impercettibile pruritto, che tanto domina le Giovani. Veda avvertirle, che non potranno sì facilmente ritrovare sì buona fortua, come la nostra &c.
al presente
Sabina Liberata. ◀Satire ◀Brief/Leserbrief ◀Ebene 3 ◀Ebene 2 ◀Ebene 1
