Zitiervorschlag: Cesare Frasponi (Hrsg.): "Lezione CCXLVI", in: Il Filosofo alla Moda, Vol.4\246 (1728), S. 313-319, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.4586 [aufgerufen am: ].


Ebene 1►

Lezione ccxxxxvi.

Contro li Maldicenti.

Zitat/Motto► Quantùm a rerum turpitudine abes, tantùm te à verborum libertate sejungas.

Ciceron. ◀Zitat/Motto

Ebene 2► UN’ (sic!) Amico di assai buona conversazione, mi pigliò l’ altro giorno nella sua Carozza, per condurmi seco a pranzo in Villa. Mi trattenne sopra la premura, che i Padri, e le Madri debbono avere per ben’ allevare i loro Figliuoli, e sopra la tenerezza piena di riconoscenza, che i Figliuoli debbono a quelli, che gli hanno posti al Mondo. Aggionse, che se tali doveri fossero da una parte, e dall’ altra religiosamente osservati, le virtù, e le buone qualità si perpetuarebbono di generazione in generazione nelle Famiglie, ma è di sì buon umore, che lo frammischia sempre con quanto dice di sodo, e mi se il seguente Discorso.

[314] Ebene 3► Fabel► “Non sò in quale secolo, nè sotto quale Imperadore accadesse che questo mancamento di Amicizia, e dì recipocra intelligenza tra il padre, e, Figlio, doventò funesto alla Famiglia de’ Valentini. In Germania Basilio Valentino, che era pervenuto al più alto grado di perfezione nella Ermetica, iniziò suo Figlio Alessandrino, ne’ misteri d’una tal’ arte. Ma, come sapete, non esservi se non le Persone attive, caste, di cuore pure, e timorate di Dio, che sieno in istato di penetrarli, Basilio non gli scuoprì, a cagione della sua gioventù, e degli sviamenti, ne’ quali non è che troppo inclinata, i maggiori segreti che possiedea, convinto, che la operazione mancherebbe nelle mani d’ un Giovane sì dissoluto, qual’ era Alessandrino. Avvisato poscia da certi sintomi dell’anima, e del corpo, che la sua dissoluzione era vicina; chiamò il Figlio alla propria stanza, dove stava corricato sopra un letto. Dopo averne fatti escire i suoi Domestici, detto al Figlio, che siedesse a lui vicino, ed osservasse, se alcuno li potea udire; gli rivelò il più importante de’ suoi maravigliosi segreti, con tutte le cerimonie, e termini dell’Arte. Mio Figlio, gli disse, vostro Padre ha impiegate lunghe vigilie, grandi cure, e continue fattiche, non solamente per lascia- [315] re abbondanti ricchezze alla sua Posterità, ma eziandio per non averne veruna. Questo, mio Figlio, punto non vi sorprenda. Non voglio dire, che voi non siate per vivere; ma che io mai sono per abbandonarvi, e così, non vi si potrà attribuire il nome di mio successore. Eccovi mio caro Figliuolo Alessandrino, l’effetto di quanto è stato prodotto nello spazio di nuove Mesi: non dobbiamo opporsi alla natura, ma ajutarla, e seguirla: il Fato sta si lungo tempo a formarsi nel seno materno, quanto ne ho io impiagato a preparare i rimedj, che servono a ravvivare. Vedete quell’ ampolla, in cui vi è un Lezirvite; e quel vasetto di Faenza pieno di unguento: Sono l’uno, e l’altro di tale virtù, che ponno ristabilire i principj della vita, quando vengono a mancare dare nuov, forze; rianimare i spiriti, ed in poche parole rendere tutti gli organi, ed i sentimenti del Corpo umano, capaci di sì lunga duratea, come quella, di cui ha goduto dalla sua nascita, fino al giorno, in cui si applicano. Ma, caro Figliuolo, bisogna avere la diligenza di applicarli, dieci ore, dopo l’ultimo respiro, in tempo che rimane all’ Argilla qualche calore della vita, che l’animava, ed è in istato di rinnovarsi. Io sento la mia povera machina molto abbattuta dalle continue fatiche, e dalle lunghe meditazioni. Per tanto subito, che sarò morto, non mancate, vi supplico, di ognermi con quell’ onguento; e quando le [316] mie labbra incomincieranno a muoversi, versatemi dentro la bocca quell’ innestimabile Lesirvite, sena di cui riescirebbe innutile la virtù dell’onguento. Così voi mi darete quella vita, che da me riceveste; e d’ allora innanti, non avremo punto di autorità l’uno sopra dell’ altro, a cagione di questo mutuo buon’ uffizio, viveremo da Fratelli, ed apparecchieremo nuovi Rimedj, per un’ altro Periodo di vita co’medesimi Ristori. Pochi giorni dopo morì Basilio. Il Figliuolo, penetrato da vivo dolore, per avere perduto un Padre si eccellente, trascurò il tutto, né pensò al rimedio, fino che fù passato il termine all’applicazione prescritto. Nondimeno, come uomo di spirito, dedito a’ piaceri, si consolò ben presto; e credette, che suo Padre dovea essere annojato da una vita lunga uniforme, e regolare; ma che, per lui, misero Peccatore, avea bisogno d’un’altra vita, onde pentirsi della precedente, scorsa nelle dissolutezze; rissoluto di continuarla fino al fine; e di menare santa, e religiosa quella che ricupererebbe, col mezzo di que’ specifici maravigliosi.

“Si è da lungo tempo osservato, che Dio, regolarmente, castiga l’amore proprio degli uomini, che troppo vogliono fare per la loro Posterità, e che da loro Figliuoli di carattere tutto opposto; di maniera, che trasmet-[317]tono unicamente i loro nomi a quelli che danno giornali prove, quanto sia vana la fatica, e l’ ambizione de’ loro Antenati.

“Tanto accadde nella Famiglia di Basilio, a cagione delle sue grandi Ricchezze, Alessandrino se una eccessiva spesa in Convitti, in mobili, ed in equipaggj; e così perseverò fino all’avvicinarsi delle ultime ore. Se Dio punì Basilio dandogli un Figlio si lontano dal suo carattere; castigò pure Alessandrino, facendogliene avere uno della sua medesima tempra. E’si naturale a malvaggi l’essere sospettosi, che Alessandrino si diffidava molto di suo Figlio Renato, tanto più, che gli erano palesi le di lui inclinazioni viziose. “Persuaso, che fosse Prudenza il non confidare a chi che sia il vero segreto della sua Ampolla, e del suo vaso; s’immaginò Alessandrino di riescierne, e di non fallare il colpo, piuttosto fondato sull’avarizia, che sulla bontà del suo Benefattore.

“Pieno di questa idea, chiamò il Figlio Renato al proprio Letto, e gli parlò, con maniera patetica, e dolce, in questi termini: Per quanto siate stato dissolute, o mio Figlio; e lo sia stato io medesimo prima di voi, abbiamo avuta buona parte nella grande riputazione, e ne’ felici effetti della profonda cognizione, che vostro Avolo, il famoso Ba- [318] silio, si era acquistata. Il di lui simbolo è nottissimo nel Filosofico Mondo, ne mai lascierò di arricordarmi della sua venerabile aria, allorche mi introdusse ne’ profondi misteri della Tavola Smeraldina d’ Ermete. Questa, mi disse, è l’unica, e la vera, nè vi è la minima frode. Ciò ch’è inferiore si rassomiglia a ciò che è superiore; con questa si addempiono, e si fanno tutti li miracoli d’ una certa grand’opera. Il Padre è il Sole; La Madre la Luna. Il Vento è nel Seno; La Terra, n’è la nodrice, e la Madre d’ ogni perfezione. Tutto questo dee riceversi con modestia, e prudenza. Si osserva, che in tutti i zerghi degli Alchimisti vi è una sorta di pietà fantastica, ed oscura, molto ordinaria negli avari. Sono eglino stesso gl’ingannatori di quella regolarità de’ costumi, che affettano, per fini interessati, e mondani, con qualche relazione alla Santità, che dovrebbono avere per essere felici nel secolo a venire. Che che ne sia; Renato sorpreso di udire a così parlare suo Padre, con aria tanto divota, raddoppiò la sua attenzione. Allora proseguì Allessandrino: mio Figlio, questo Elisirvite, e quest’onguento vi ponne rendere l’uomo più ricco di tutta la Germania. Io sono per finire i miei giorni, ma non ritornerò nella polvere, dalla quale siamo esciti. Ripigliò, indi, un’aria serena, ed aggionse che se un’ora dopo la sua morte, onge-[319]rà, tutto il suo corpo con quell’onguento, e gli verserà in golla quell’ elisirvite, fabbricato da Basilio, il di lui cadavero si convertirà in finissimo Oro. Non m’impegnerò quì a descrivervi tutti i segni di mutua tenerezza, che si dierono, in quella occasione. Il Padre gli raccomandò, con tutto il calore, ch’esseguisce i suoi ordini, ed il Figlio gli promise, con tutta solennità, di non mai tagliare una minima parte del suo corpo, se non in casi di estrema necessità.

“Appena morto Alessandrino, L’erede, ne’ trasporti del suo giubilo, non potè contenersi di non misurare la longhezza, e la larghezza del caro Padre; e di non supputarne il giusto valore, prima di venire alla operazione. Fatto il calcolo delle immense richezze, che gliene doveano risultare, pose mano all’opera; ma, o meraviglia! appena onto il corpo, e versatogli qualche poco di liquore, questo diè segni di vita, e Renato, sorpreso da spavento, lasciò cadere l’Ampolla. ◀Fabel ◀Ebene 3 ◀Ebene 2 ◀Ebene 1