Zitiervorschlag: Cesare Frasponi (Hrsg.): "Lezione CCXXXVI", in: Il Filosofo alla Moda, Vol.4\236 (1728), S. 255-260, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.4576 [aufgerufen am: ].
Ebene 1►
Lezione ccxxxvi.
Paragone tra l’opere della Natura, e quelle dell’Arte.
Alterius sic
Zitat/Motto► Altera possit opem res, & conjurat amicè.
Hor. Ar. P. v. 410. ◀Zitat/Motto
Ebene 2► SE paragoniamo le opre della natura, con quelle dell’arte, in quello servono a divertire la immaginazione, ritroveremo, che queste sono, al proposito assai disotto à quelle. Almen benche possano qualche volta, comparire si stupende, e belle, mai potranno avere niente, di quella vastità, e die quella immensità, che somministra divertimento così gradito all’animo de’ spettatori. L’una puol’ essere polita, e delicata al pari dell’altra, ma non riescerà mai sì augusta, e sì magnifica nel disegno: vi è qualche cosa di più vivo, e che sente più la mano d’un maestro, ne’tratti grossolani, e trascurati della natura di quello sia ne` più dedicati colpi del Penello e ne`più vaghi abbellimenti dell’arte. Le più superbe vaghezze de’Giardini, e de’Palaggi stanno rinchiuse in circolo breve; la immaginazione, presto le scorre, e [256] richiede qualche cosa di più per soddisfarsi; ma ne’ vasti campi della matura l’occhio passeggia, a suo bell’aggio, da tutte le parti, e senza esere limitato a certo numero, sì pasce d’ un’infinita varietà di oggetti per questo i Poeti hanno sempre amata la vita campestre dove la natura comparisce nella di lei maggior perfezione; ed essibisce alle loro menti più gradevoli Scene. Orazio l’attesta egli stesso col dire: (a) Scriptorum obonus omnis amat nemus, & fugit urbes.
(b)Virgilio pure ha descritti, ne’seguenti termini, i piaceri della campagna.
Ebene 3► Zitat/Motto► At secura quies, & nesoia fallere vita
Dives opum variarum. At latis otia fundis,
Spelunca vivique Lacus, at frigida Tempe,
Mugitusque Boum, mollesque sub arbore somni. ◀Zitat/Motto ◀Ebene 3
Benche le Scene della natura apportino, in generale maggiori divertimenti di qualsivoglia Rappresentazione dell’Arte, con tutto ciò, quanto più le opre dell’una si rassomigliano a quelle dell’ altra, tanto più ci gradiscono; il piacecere allora nasce da due principj, cioè, dalla stessa beltà degli obbietti, che dilettano l’occhio, e dalla rassomiglian-[257]za con altri. Ci compicciamo nel paragonare le loro reciproche bellezze, ed a separatamente rimirarle; possiamo rappresentarle alle nostre riflessioni, o in qualità di coppie, o in qualità di originali. Da questo nasce, che si piglia piacere, nel vedere una ben disposta prospettiva, dove si osservano frammischiati campi, prati, boschi, e fiumi; o que’ casuali paesaggi di alberi, nuvole, e Città, che si ritrovano, alle volte nelle vene d’un marmo; o quella maravigliosa intagliatura, che comparisce in alcune Grotte, o Rupi, tutto ciò in somma, che ha una varietà, o regolarità, la quale pare sia effetto del disegno, in quello che noi chiamiamo fattura del Caso.
Se le produzioni della natura sono più stimate a misura, che hanno più rassomiglianza con quelle dell’arte; così le cose artificiali s’accrescono di prezzo quanto più si accostano alla natura; oltre questa conformità, che sempre riesce gradita; il modello n’è più perfetto. Il più gentile Paesaggio che abbi, in vita mia veduto, era disegnato sopra le muraglie d’una Camera oscura: opponeansi un fiume navigabile da une parte, e dall’altra un Parco. Questa è una comune sperienza nell’optica: Avreste potuto, quì, osservare i movimenti delle onde espresse da colori assai naturali, colla figura d’un vassello; [258] che entrava da un capo, e fea vela a traverso di tutta quell’ala; dall’altra parte, si vedeano le verdi ombre degli alberi, co’rami agitati dal vento, e molti Daini, in miniatura che correano di quà, e di là. Puol’ essere che la novità di quell’opera fosse una cagione di renderla alla immaginazione gradita; ma non è da mettersi in dubbio, che la principale non venga, perche si avvicina molto al naturale, e perche non solamente, ad esempio delle altre pitture, rappresenta la figura, ed il colore degli obbietti, ma eziandio li movimenti a loro ordinarj.
Abbiamo di già osservato, che nel la natura vi è qualche cosa di più grande, e di più augusto di quello sia in tuto quello si vede nelle curiosità delle Atti: Così ogni volta, che la veggiamo immitata, ci dà un più nobile, ed elevato piacere, di quello possiamo ricevere dalle piu fine, ed esatte opre dell’Arte. Da questo nasce, come osservai, nella visita dell’Inghilterra, che que’giardini non riescono si piacevoli alla immaginazione, come quelli d’Italia, e di Francia in questi si osserva una vasta estesa di coltivato terreno, ed un'altra, che si lascia incolto; una graziosa mescolanza di cascate, e di boschi, che, da per tutto rappresentano un artificiosa simplicità molto più vaga dell’attitura di quelli. Potrebbono an-[259]ch’eglino farlo, se, in molti luoghi d’un paese sì popolato, e sì ben coltivato, volessero perdere il frutto de’ loro terreni per convertirli in Giardini; ma sono più attenti all’utile, che al dilettevole, se però debbo esprimere il mio pensiero. Perché non si fà d’ una intera tenuta una specie di giardino, con frequenti piantate, che riescirebbono, e di profitto, e di piacere? un marasso coperto di falici, o una montagna ripiena di querce, rescono obbietti, non solamente più utili, di quello sieno lasciati nella loro sterilità naturale. I campi coronati di spiche formano prospettiva gentile, di maniera che, se camminate fossero un po’ coltivate. Se lo smalto naturale de’ prati venisse ajutato da qualche aggionta dell’arte, e se le siepi fossero ornate di alberi di fiori proprj al terreno, si potrebbe fare d’ una tenuta un fruttuoso, e delizioso giardino.
I Chinesi, per quanto riferiscono gli autori, si beffano delle nostre Europee piantate, dove gli alberi sono disposti in linee, con regola: dicono, che ogni uno sa addunare delle piante in riga, à scacchi, o ad altra uniforme figura, cercano perciò distinguersi nelle opre di questa natura occultando al possibile l’arte. Hanno nella loro lingua un termine espressivo della particolare bel-[260]tà d’ una piantata, che a prima vista colpisce la immaginazione, senza che si possa scuoprire la causa di si grazioso effetto. I nostri giardinieri, in vece d’immitare la natura, studiano di allontanarsene quanto ponno. I nostri alberi s’innalzano in figura di Pini, di globi, di piramidi. Veggiamo i segni della forbice sopra ogni pianta, e sopra ogni minima siepe. Io non so se questo si possa chiamare buon gusto. Per me goderei più di verdere un albero con tutto il di lui superfluo, e con tutta la estesa de’ suoi Rami, che tagliato in qualsivoglia mattematica figura parmi che un boschetto, i di cui alberi sono in fiore, comparisca infinitamente più gradevole di tutti li piccioli labirinti del più esato parterre. Ma si come gli Architteti de’ giardini negoziano in piante, e ne hanno pieni i loro maggazzeni, non è da stupirli, che studino il loro profitto, e strappino i nostri alberi più belli, e più fruttiseri per mettere in loro luogo degli Agrifogli, de’mirti, ed altre piante sempre verdi, ed anche portatili. ◀Ebene 2 ◀Ebene 1
