Zitiervorschlag: Cesare Frasponi (Hrsg.): "Lezione CCXXV", in: Il Filosofo alla Moda, Vol.4\225 (1728), S. 191-197, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.4565 [aufgerufen am: ].


Ebene 1►

Lezione ccxxv.

Le disgrazie ci rendono eloquenti.

Zitat/Motto► dolor ipse disertum Fecerat.

Ovid. Met. Lib. 13. 228. ◀Zitat/Motto

Ebene 2► SI come gli Stoici bandiscono tutte le passioni in generale, così non vogliono, che il loro saggio pigli veruna parte nelle afflizioni degli altri. Se vedete, dice Epitetto, il vostro Amico turbato, potete comparirne afflitto, e mostrargli, eziandio, che ne siete sensibile; ma guardatevi bene d’averne un vero dolore. I più rigorosi di questa setta, nè meno ammettono simile affettato esterno. Quando ad uno di loro si parlava di qualche disgrazia sovragionta al più caro de suoi amici, rispondea subito: Che m’importa? Se veniano aggravata le circonstanze del male, e si rappresentava che glie n’erano arrivati molti l’uno dietro all’altro, rispondea di nuovo: Tutto puol essere vero, ma qualcosa ne viene a me?

Per me credo, che la compassione non solamente ajuti a raffinare e polire la na-[192]tura umana, ma vi è qualche cosa di più dolce, e di più grato, di quanto si può ritrovare in un Bene pieno d’indolenza, o nella insensibilità verso il Genere umano, in cui gli Stoici feano consistere la loro sapienza. La Pietà non è altro che amore, la più graziosa di tutte le passioni raddolcita con qualche mescolanza di fastidio. Ella è una specie di tenera premura; o una generosa simpatia, che unisce tutti gli Uomini e li confonde nella medesima sorte.

Quelli, che hanno prescritte le regole dell’arte Oratoria, o della Poetica, consegliano a chi scrive, sia in prosa, sia in versi, ad eccitare in se medesimo il grado di dolore, che vuole ispirare agli altri. Da questo nasce, che non vi è alcuno il quale sia in istato di muovere a pietà quanto quelli, che raccontano le proprie disgrazie. Il Dolore ha una particolare Eloquenza; somministra tratti più patetici di quelli possano inventarsi dalla immaginazione più svelta. La natura, in tale occasione ha mille appassionati sentimenti, a’ quali non può mai giognere l’arte.

Dà questo pure viene, che le brevi perorazioni, o le belle sentenze d’uno storico, fanno maggiore impressione sull’animo de’ Leggitori, di quello facciano i luoghi più studiati d’una ben composta Tragedia. Da una parte la narrativa di qualche fatto, o di qualche grande [193] verità, ci mette, per così dire, dinanzi agli occhi la persona interessata; la dove, dall’altra parte, colla finzione, via più si allontana dal nostro pensiero. Voglio quì portare l’esempio d’una compassionevole Lettera di Anna Bolena Sposa di Enrico VIII. Rè d’Inghilterra, e Madre della Regina Elisabetta

Cicerone stesso non avrebbe saputo suggerirle uno stile più conforme al di lei stato, e al di lei carattere. Vi si osservano i lamenti d’un’Amante dispregiata, i risentimenti d’una Sposa mal trattata, e le afflizioni d’una Regina carcerata.

È quasi inutile l’avvertire i Leggitori, che questa Principessa era allora sotto il Giudizio, per avere imbrattato il Talamo Reale; e che venne, per questo, in pubblico decapitata; benche molti abbino creduto, se le facesse tale Processo, perche il Rè era divenuto amante di Gioanna Sejmor, non per veruna colpa da lei commessa. Che che ne sia, ecco in quale maniera si esprime nella sua Lettera.

Ebene 3► Brief/Leserbrief► Sire.

“IL disgusto della vostra Grandezza, ed il mio Imprigionamento mi comcompariscono (sic!) cose sì stravaganti, che non sò ciò che io debba scrivere, nè sopra di che io debba scusarmi. Mi [194] avete mandato a dire da uno a voi stesso, da longo tempo, noto per mio dichiarato nemico, che per ottenere la vostra grazia io debbo riconoscere certa verità. Appena udito il passaggio, m’accorsi del vostro dissegno. Ma se, come voi dite, la confessione d’una verità, puole liberarmi, ubbidirò a’ vostri ordini, con tutto il cuore, e con sommissione intera.

Non s’immagini la vostra Grandezza, che la vostra povera moglie possa indursi a riconoscere un Fatto di cui ne meno il pensiero l’è passato per mente. Per dirvi la verità, mai Principe ebbe una moglie più fedele in tutti i suoi doveri, ed in ogni sorta di sincero affetto di quella che voi avete ritrovata nella Persona di, Anna Bolena, la quale avrebbe potuto contentarsi di questo nome, e del suo stato, se fosse piacciuto a Dio ed alla vostra grandezza il lasciarvela. Ma nella mia esaltazione, e nel Regno a cui mi avete ammessa, non mi ha mai abbandonata l’apprensione di qualche Roverscio simile à quello, che oggi mi accade. Si come questa non avea altro fondamento che la fantasia della vostra Grandezza, io credevo, che la minima alterazione sarebbe capace di rivoltarvi verso qualche altro oggetto. Voi m’avete innalzata da uno stato basso al Regno, e a doventare [195] vostra Compagna sopra il mio merito ed anche sopra i miei desiderj. Se dunque m’avete creduta degna di quest’onore, non lasciate, buon Principe, che qualche insidioso conseglio mi privi della vostra Reale grazia; non tollerate buon Principe, che una macchia sì indegna, e nera, qual è quella d’essere stata infedele alla vostra Grandezza, oscuri la riputazione della vostra ubbidientissima moglie, e della Principessa giovane vostra Figlia. Ordinate, buon Rè, che s’istruisca il mio Processo, ma che si osservino le Leggi della giustizia, nè permettete, che i miei giurati nemici sieno miei accusatori e miei Giudici. Ordinate ancora venga fatto in pubblico, mentre la mia Fedeltà non teme d’essere esposta alla infamia; allora, o vedrete giustificata la mia innocenza, abboliti i vostri sospetti, soddisfatto il vostro animo, e la calunnia ammutolita; o la mia colpa sarà conosciuta da tutto il mondo. Così, qualsivoglia cosa piaccia à Dio ed a voi ordinare della mia Persona, la vostra grandezza potrà esentarsi dalla pubblica censura, e la mia reità venendo una volta legalmente provata, sarete in piena libertà dinanzi à Dio e dinanzi agli Uomini, non solamente di castigarmi come Sposa infedele; ma di [196] seguire la vostra inclinazione già da voi fissata su quella Persona, per amore della quale mi veggo ridotta a sì deplorabile stato: avrei potuto, già da molto tempo nominarla, mentre è noto alla vostra Grandezza fin dove siano gionti, nel proposito, i miei sospetti.

Ma se avete rissoluto di perdermi; e la mia morte fondata sopra una infame calunnia, vi debba mettere in possesso del Bene che bramate, prego Dio vi perdoni sì grave colpa, come pure a miei nemici che ne sono gli stromenti, e che assiso, nell’ultimo giorno sopra il suo Trono, dinanzi al quale voi, ed io, compariremo ben presto; e dove non dubito creda ciò che vuole di me il mondo, che la mia innocenza non sia, con evidenza riconosciuta, lo prego, dissi, che allora non vi faccia rendere conto rigoroso dell’indegno, e crudele trattamento, che mi avrete fatto.

La ultima, e sola cosa, che vi dimanderò, ella è di far portare a me sola tutto il peso del vostro sdegno, nè ricevino alcun male que’ poveri, ed innocenti Gentiluomini, che per quanto intendo, sono per mia cagione rattenuti in istretta prigione. Se mai ho ritrovato grazia presso di voi; Se mai il nome di Anna Bolena è stato gradito alle vostre orecchie, fatte, che ot-[197]tenga la mia richiesta, nè più v’inquieterò in cosa veruna, ma indrizzerò sempre le mie fervorose preghiere alla Trinità, affinche le piaccia di ben custodirvi, e vi dirigga in tutte le vostra azioni. Dalla mia infelice prigione alla Torre. IL 6. maggio.

Vostra Fedelissima, ed ubbidientissima Moglie Anna Bolena ◀Brief/Leserbrief ◀Ebene 3 ◀Ebene 2 ◀Ebene 1