Zitiervorschlag: Cesare Frasponi (Hrsg.): "Lezione CCXX", in: Il Filosofo alla Moda, Vol.4\220 (1728), S. NaN-170, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.4560 [aufgerufen am: ].
Ebene 1►
Lezione ccxx.
A Dilettanti delle Allegorie pagane sopra l’Orazione.
Zitat/Motto► Non tu prece poscis emaci
Quæ nisi seductis nequeas committere Divis.
At bona pars procerum, tacita libabit a terra.
Haud cuivis promptum est, murmurque bumilesque susurros
Tollere de Templis, & aperto vivere voto Mens bona, fama, fides, hæc clare, & ut audiat hospes
Illa sibi introrsum, & sub lingua immurmurat o si
Ebuislit patrui præclarum fumus! & o si Sub rastro crepet argenti mihi seria, dextro Hercule; pupillumve utinam, quem proximus hæres.
Impello expungam!
Pers. sat. II. 3. 13. ◀Zitat/Motto
Ebene 2► Allorche Omero introduce sopra la scena Fenice, a fine di placare il [164] rissentito Achille, e mpegnarlo (sic!) ad ascoltare le istanze de’ suoi compatrioti, il fa parlare in maniera conforme al suo Carattere, e gli mette in bocca un discorso pieno di quelle Favole, e di quelle Allegorie, che si dilettano raccontare i vecchj, e che, per altro, riescono assai istruttive: I Dei, fa dire a Fenice.
Ebene 3► Allegorie► “non si lasciano eglino piegare, da quelle cose, che appartengono propriamente alla Virtù, alla Fortezza ed alla Gloria? gli Uomini, dopo averli ogni giorno offesi colle trasgressioni, giongono finalmente a pacificarli coi voti, colle offerte, co’ sagrificj, colle Libazioni, e colle Preghiere. Dovete sapere, mio Figlio, che le Preghiere sono figlie di Giove. Elleno sono zoppe rugose, sempre cogli occhj bassi, sempre a terra, e sempre umiliate; caminano sempre dietro all’Ingiuria perche l’Ingiuria altiera, piena di confidenza nelle proprie forze, con piè leggero sempre le avvanza, e scorre la Terra per maltrattare gli Uomini: le umili Preghiere la sieguono per risanare i mali ch’ella vi ha fatti. Chi le rispetta e le ascolta ne riceve grandi soccorsi, l’ascoltano anch’elle no la loro volta ne’ suoi bisogni, e portano i suoi voti à pie del Trono di Giove. Ma chi le rifiuta, e rigetta, prova, al suo tempo, il loro spaventevole cruccio; Priegano il loro [165] padre, che ordini alla Ingiuria di punire quel barbaro, ed intrattabile cuore, e di vendicare il da loro tollerato rifiuto.” ◀Allegorie ◀Ebene 3 Questa nobile Allegoria non ha bisogno di spiegazione perche o la Dea Ate ch’è il termine originale, significhi la Ingiuria, come alcuni traducono; o la Colpa in generale, come altri intendono; o la Divina Giustizia, come io crederei, è facile penetrarne il senso.
Metatextualität► Voglio inserire quì un altra Favola Pagana, che riguarda le Preghiere, ed’un tenore assai più gradevole. Se non si giudicasse da qualche luogo, che vi è o si credesse che Luciano ne sia l’Autore; o per lo meno, che un altro abbi cercato d’immitarne lo stile. Ma sì come le ricerche di questa natura sono più curiose che utili, esporrò la Favola, senza ingerirmi nell’Autore. ◀Metatextualität
Ebene 3► Fabel► “Quando Giove introdusse, la seconda volta il Filosofo Menippo in Cielo, volendo somministrare materia alle di lui speculazioni, levò un uciera, che stava presso lo scabello, dove tenea i piè, escì subito da quell’apertura sì grande il rumore, e tante le grida, che sorpreso il Filosofo dimmandò, cosa fosse: Giove gli disse, che erano le preghiere degli Uomini a lui indirizzate. Trà quella confusione di voci, che solo Giove potea distinguere, Menippo udì repplicare in varj tuoni e linguaggi, le paro-[166]le: Ricchezza, onori e longa vita. Quando fù passato il primo rimbombo di queste voci, s’intesero in più distinta maniera. La prima, che venia da Attene fu rimarcabile per la sua singolarità: dimandava à Giove, che aumentasse la sapienza, e la Barba de suoi umili supplicanti. Menippo conobbe al tuono della voce, ch’era la preghiera del suo Amico Licandro il Filosofo. Questa venne seguita dalla richiesta d’un altro, che avea carricato un Vascello, e che promettea à Giove di offrirgli una Tazza d’argento, se avea cura di ricondurlo felicemente al Porto colle sperate ricchezze. Giove non ne fè il minimo caso, ma tese il di lui orecchio con più attenzione dell’ordinario, per udire una voce che si lagnava della crudeltà di certa Vedova Effesina, e lo priegava di eccitare la compassione nel di lei cuore: questo disse Giove è un Uomo assai gallante: ho ricevuto, da sue parte, molto incenso, nè voglio avere la crudeltà di esaudire la sua preghiera. Venne allora interrotto da una volata intera di voti, che si feano alla presenza d’un Tiranno per la di lui sanità. Menippo che considerò l’ardore, ed il zelo, da cui erano tali voti accompagnati, rimase sorpreso nel sentire certe mormorazioni basse della stessa Assemblea, [167] che si querelavano di Giove, perche lasciasse un simile Tiranno in vita, e gli dimandavano se non avea fulmini per isterminarlo? Giove rimase sì offeso della Ippocrisia di que’ Forfanti, che esaudi i primi voti, e rigettò gli altri. Alla vista d’una grossa nuvola, che saliva verso l’usciera, il Filosofo ne interpellò Giove. Questa rispose è una fumata d’una ecatomba, che certo Generale mi offre; e mi sollecita acciò lo ajuti a tagliare in pezzi un Armata di centomila Uomini raunata in battaglia contra la sua. Miserabile sfacciato. Cosa crede io ritrovi in lui, onde si ponga in mente, che vogli immolare alla sua gloria la vita di tanti mortali, ciascuna delle quali al pari della sua m’è cara? Ma porgete l’orecchio, aggionse, ad una voce, che io non ho mai udita se non da chi si ritrova in pericolo grave; Oh! egli è un Indegno, che ha fatto naufragio nel mare di Jovio; l’ho salvato, non sono che tre giorni, col soccorso d’una tavole, sulla promessa di cambiare tenore. Il perfido, che non ha il valore di quattro danari, ed ha la temerità di esibirmi un Tempio, se impedisco la di lui sommersione . . . . .Chi è quello, che veggo la abbasso, proseguì egli? oh’egli è un Giovane allegro, che mi supplica di levare suo [168] Padre dalle calamita della vita umana per godere libera una considerabile facoltà; ma non sel’ aspetti, il buon Uomo. Viverà molti anni per farlo arrabbiare. Si fè sentire poscia la dolce voce d’una pietosa Dama, che dimandava a Giove la grazia di comparire amabile e vezzosa agli occhi del suo Imperadore. Mentre il Filosofo ruminava sopra tale straordinaria richiesta, si alzò un venticello dal fondo della usciera, che gli parve da principio, un Zefiro, ma s’avvide ben presto, che era una sfumata di sospiri; aveano questi molto odore d’Incenso e di fiori, e vennero seguiti da più tragici lamenti di Ferite, e di tormenti, di fuochi, e di fiamme, di crudeltà, di rabbia, di disperazione, e di morte, Menippo s’immaginò che tutte quelle dolorose grida venissero da qualche generale esecuzione di pene, o da alcuni disgraziati posti alla tortura; ma [Juiter#H] gli disse, che veniano dall’Isola di Paphos; e che, ogni giorno riceveva simili querele da quella razza de’ visionarj, che si chiamano Amanti. Io sono tanto distratto, soggionse, dalla presente Generazione dell’uno e dell’altro sesso, ed è sì dificile, per non dire impossibile il loro piacere, o accordi, o ributti, le loro dimande, che in avvenire, ordinerò ad un ven-[169]to di Ponente, che gl’intercetti nel loro passaggio, e gli sparga alla fortuna, sopra tutta la superficie della Terra. Intesi, per ultimo, la richiesta d’un vecchio, che vicino a cent’anni, mi dimandava ancora un anno di vita, e promettea, che allora morirebbe contento. Egli è il più impertinente corpo del mondo; mi ha fatta la stessa preghiera più di venti anni di seguito. Quando non avea che cinquant’anni sospirava di poter vivere fino, che suo Figlio fosse stabilito; vi diedi la mano: allora dimandò la stessa grazia per sua Figlia, poscia di poter vedere la educazione d’un tenero Nipotino: ha ottenuto il tutto; ed adesso vorrebbe terminare un Casa che ha principiata à fabbricare: In somma è un vecchio stordito, a cui non mancano mai pretesti. Non voglio più sentire a parlare di lui. E così Giove in collera chiuse ad’un tratto la usciera, rissoluto di non dare più udienza nel rimanente della giornata.” ◀Fabel ◀Ebene 3
Non ostante la singolarità di questa Favola, o pur anche il di lei ridicolo, la morale n’è buonissima, e merita la nostra attenzione; è la stessa che venne inculcata da Socrate, e da Platone, per non dire niente di Giuvenale, e di Perseo, che vi hanno fatta sopra la più bella delle loro Satire. Vi si scuopre la [170] vanità de nostri desiderj, che sono una specie di naturali preghiere; si come la debolezza di molti atti segreti della Divozione, quali da noi si offrono alla. Divinità. Hò sempre stimata sia la migliore di tutte le regole nelle preghiere, che si procuri tenere dentro i giusti limiti la pazzia, e la stravaganza de nostri desiderj, ed impedire, che non isvaporino in dimande impertinenti, e sciocche. ◀Ebene 2 ◀Ebene 1
