Zitiervorschlag: Cesare Frasponi (Hrsg.): "Lezione CCXIV", in: Il Filosofo alla Moda, Vol.4\214 (1728), S. 131-138, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.4554 [aufgerufen am: ].


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Lezione ccxiv.

Alli virtuosi di buon’umore.

Zitat/Motto► Æquam memento rebus in arduis
Servare mentem: non fecus in bonis
Ab insolenti temperatam
Latitia, morituræ Deli.

Hor. L. II. od. III. I. ◀Zitat/Motto

Ebene 2► HO sempre preferito il buon umore all’allegrezza. Considero questa come un atto, e quello come abito del nostro Animo.

L’allegrezza riesce passeggiera, e breve, la dove il buon umore e durevole, e fisso. Le Persone soggette ad una malinconia profonda cadono sovente ne’ [132] più grandi trasporti di gioja.

Ma se il buon umore non communica all’Animo un’allegrezza gran cosa festosa, toglie che non venga oppresso dall’afflizione. L’allegrezza si rassomiglia al fuoco d’un Lampo, che trà nuvole oscure sen fugge, e brilla per un solo momento. Il buon umore mantiene nell’animo una specie di luce, che si accosta alla chiarezza del giorno, e che gli da una serenità costante, e ferma.

I seguaci di una severa morale pensano, che l’allegrezza sia troppo sregolata, e leggera per uno stato di prova, e che mostri certa prosunzione di cuore incompatibile con una vita esposta, in ogni momento, a’ più grandi perigli. Gli scrittori di questa tempra hanno osservato, che il nostro Salvatore, vero modello della perfezione, non si è mai veduto a ridere.

Il buon umore non è soggetto a codesti rimproveri, egli è d’un naturale serio, e dolce: Non mette l’animo in una situazione poco conforme allo stato della vita umana: ed è sovra tutto osservabile ne’ Caratteri de’ più grandi Filosofi del Paganesmo, come pure, con principio più ellevato, trà i nostri Santi.

Se rimiriamo il buon umore sotto trè differenti rifflessi, per relazione, cioè a noi stessi, a quelli che conversiamo, [133] ed all’autore della nostra esistenza, non può che rendersi stimabile per ogni verso. Chi possiede questa eccellente disposizione di animo, non è solamente tranquillo in se medesimo, egli è altresì padrone assoluto di tutte le facoltà dell’anima. La di cui immaginazione non è mai turbata, nè prevenuto il suo giudizio.

Egli è sempre, o si ritrovi accompagnato, o solo, uguale, ed uniforme. Riceve di buon cuore, tutti li beni, che gli vengono presentati dalla natura. Gode tutti li piaceri, che lo attorniano; nè sente tutto il peso de’ mali, che gli ccadono (sic!).

Se lo consideriamo per relazione a quelli, che lo conversano; si attrae co buon umore la loro Benevolenza, ed amicizia. Affabile, ed obbligante verso tutto il mondo, eccita le stesse disposizioni in tutti quelli che se gli accostano. La sua presenza è come quella del sole, quando viene a tramandare gl’inaspettati suoi raggi; ispira un segreto piacere a quelli che ne godono, senza che vi abbadino, o ne ricerchino la cagione. Allora il cuore si allarga di proprio motto, nè puole che avere della stima per quello, da cui ne riceve sì benigne influenze.

Allorche riffletto al felice stato dell’animo di buon umore colla terza relazione; non posso rimirarlo, che come un abituale riconoscimento verso l’Aut-[134]ore supremo della natura. Egli è un cantare, con implicità maniera, le sue lodi, e rendergli umillissime grazie per tutti gli effetti della Provvidenza. Egli è una sorta di acquietamento allo stato, in cui ci hà posti; ed una segreta approvazione della sua volontà, nella condotta, che tiene verso l’umano Genere.

Non vi sono, presso di me, che due cose, le quali possano distruggere il buon umore. L’una è il sentimento della colpa, o i rimorsi della coscienza. Un’Uomo, che mena una vita impenitente, e sregolata, non puole mai ottenere quella calma, e quella ugualità di animo, che n’è, per così dire, il buon aspetto, e l’effetto naturale della innocenza, e della virtù. Il buon’ umore in un empio, merita un titolo più rozzo di tutti quelli che possano somministrarsi dal nostro linguaggio, e sorpassa di molto ciò che d’ordinario chiamiamo scioccheria, e stollidezza.

L’Atteismo, che niega la esistenza d’un essere supremo, e per conseguenza una vita a venire, sotto qualsivoglia nome si occulti, puole altresì molto bene spogliare un’Uomo d’una tale giovialità. Vi è qualche cosa di sì orribile, e di sì opposto alla natura umana nella speranza dell’annientamento, che unitamente ad infiniti Autori, mi stupisco, si dia un solo Uomo capace di seguire [135] tanta irragionevolezza. Per me, ritrovo ch’è sì facile il convincersi circa la esistenza d’un Dio, ch’ella è quasi la solo verità, la quale non possa rivocarsi in dubbio. Si offre in tutti gli Oggetti, che ci attorniano, in tutti gli avvenimenti, ed in tutti li nostri pensieri. Se esaminiamo i Caratteri di codesta Generazione d’Increduli, li veggiamo impastati di superbia, di Rabbia, e di Contese. Non è da stupirsi, che Uomini sempre inquieti dentro se stessi, siano disposti ad inquietare gli altri; e come ponno non essere in una continua turbolenza, se ad ogn’ora si credono in pericolo di perdere la loro esistenza, e di precipitare nell’abbisso del nulla?

Così il vizioso, e l’Alteo non hanno verun diritto al buon umore, e sarebbe troppo irragionevole la loro condotta nel pretendervi. E impossibile, che un Uomo sia di buon umore, e gusti il piacere della propria esistenza, se teme, o i tormenti, o l’annientamento; o di essere miserabile, o di perdere tutto l’essere. Dopo avere detto, che questi due principj distruggono la giovialità, non ne veggo altro, che possa bandire questo felice temperamento dall’Animo d’un Uomo da bene. Il Dolore, e le infermità; il Rossore, e le ingiurie; e la Povertà, e la vecchiezza; di più, la stessa morte, non meritano il nome di mali, in riguardo alla loro breve dura-[136]ta, ed all’avvantaggio, che ne possiamo raccogliere. Un buon Cuore puole soffrirli con coraggio, con pazienza, ed anche con gioja. Egli non si altera alla vista d’una tempesta, che lo dee guidare con sicurezza ad un Porto felice.

Un Uomo, che impiega tutti li suoi sforzi per vivere giusta i lumi della retta ragione, e giusta i principj della virtù, ha due continue sorgenti di gioja, allorche considera la propria natura, e quella d’un essere infinito, da cui dipende. Se rientra in se stesso, non puole che rallegrarsi alla vista di quella esistenza, che riceve, e che sarà sempre nuova al fine di millioni, e milliara de’ secoli. Quante intime consolazione non si risvegliano in un’Anima, che riflette al suo ingresso nella eternità; quando esamina le facoltà ricevute col progresso considerabile, che queste hanno fatto in pochi anni; quando considerà, che si perfezioneranno all’infinito, se che per conseguenza, aumenteranno la sua Felicità? Il sentimento di tale esistenza spande una continoa gioja nell’anima d’un Uomo da bene, e fa che si ritrovi, ad ogni momento più felice di quello potea immaginarsi.

L’altra sorgente della gioja viene dal contemplare che fà l’Anima quell’essere infinito, nella dipendenza del quale viviamo, ed in cui veggiamo tutto [137] ciò, che vi è di grande, di glorioso; e di amabile, benche ciò, per anco, non sia che un debole sprezzo delle sue Perfezioni immense. Ci ritroviamo incessantemente sostenuti dalla sua Bontà; circondati del suo Amore, e dalla sua Pietà. Dipendiamo, in somma da un essere, il di cui Fedeltà l’impegna, a concederci questa grazia, se li dimmandiamo con ardore; e la di cui Immortalità ci serve di sicurezza, che goderemo di tale felicità in eterno.

Queste considerazioni, o altre di tale natura, che ciascuno dovrebbe nodrire nel proprio Seno, bandiranno dal nostro Animo quella segreta languidezza, e quella fastidiosa noja, in cui cade la maggior parte degli uomini, che vivono senza riflettere, benche non abbino verun motivo legitimo di querelarsi. Dissiperanno tutte quelle afflizioni, che possiamo sentire all’arrivo di qualche male improviso. Allontaneranno tutti que’ piccioli Eccessi di allegrezza, e di pazzia, a’ quali d’ordinario, si abbandoniamo, benche siano più proprj a rovinare la virtù, che a sostenerla. Produranno finalmente in noi quel dolce umore, e quella piacevole giovialità, che sola può renderci grati a noi stessi, a quelli con cui conversiamo; ed all’auttore della nostra esistenza, che ci [138] ha creati perche gli piacessimo, e ubbidissimo alla di lui volontà. ◀Ebene 2 ◀Ebene 1