Zitiervorschlag: Cesare Frasponi (Hrsg.): "Lezione CCCLXI", in: Il Filosofo alla Moda, Vol.7\361 (1730), S. 51-55, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.4327 [aufgerufen am: ].
Ebene 1►
Lezione CCCVLXI.
A meritevoli non conosciuti.
Metatextualität► Si cum transierint mei
Nullo cum strepitu dies,
Plebeius moriar Senex.
Illi mors gravis incubat,
Qui notus nimis omnibus
Ignotus moritur sibi.
Sen. In Tyeste V. 397. ◀Metatextualität
Ebene 2► MI sono più volte stupito, che gli Ebrei aspettassero un Messia vestito di vana pompa esterna, e d’una povera Grandezza mondana, rappresentandoselo, come un conquistatore glorioso, occupato ad abbassare tutte le altre Nazioni, ed animato dalla sciocca ambizione d’un Cesare, o d’un Alessandro. Non è egli infinitamente più illustre nel suo vero Carattere, allorche diventa l’Autore della Benevolenza universale fra gli uomini; ci somministra i mezzi di purificare le [52] nostre passioni, e di esaltare la nostra natura; ci communica vaste idee della immortalità; e c’incoraggisce a dispregiare quell’apparente Grandezza, in cui gli Ebrei facevano consistere la gloria del loro Messia?
Non vi è niente, dice Longino; che possa essere grande, quando è grandezza il dispregiarlo. Il possesso de’ beni temporali, e delle ricchezze, non ponno rendere grande chi stabilisce la vera grandezza nel trascurarlo, ed in non farne l’obbietto de’ suoi desiderj. Per questo sono disposto a credere, che vi siano Personaggi nascosti dentro la folla, più grandi di quelli, che veggiamo comparire sopra la Scena, ed attraersi gli occhi, e l’ammirazione del mondo. Non avremmo mai udito parlare di Virgilio, se i suoi infelici domestici, non l’avessero fatto escire dalla sua oscurità, e condotto a Roma.
Se supponiamo, come si dee, vi sieno Spiriti, ò Angioli, che [53] stanno in osservazione de’nostri passi, quale differenza non vi dev’essere tra e idee, che eglino formano di noi, e quelle, che noi medesimi formiamo, ò di noi, ò degli altri? Se dovessero porgerci il Catalogo delle persone di merito, che vivono a nostri giorni, quanto discordante sarebbe dalla Lista, che uno di noi ne darebbe!
Noi restiamo abbagliati dalla magnificenza de’ Titoli, dalla ostentazione del sapere, e dallo strepito delle vittorie. Eglino all’opposto veggono il Filosofo, in una Capana, possiedere, in pazienza, e con rendimento di grazie, la propria anima, sotto il peso di ciò, che i deboli talenti chiamano sfortuna, è povertà. Non cercano i grand’Uomini, alla testa delle Armate, nè frà le pompe delle Corti; ma sovente li ritrovano all’ombra de’Boschi, in mezzo alle solitudini, e ne’ rimoti sentieri d’una vita privata. Il passeggio d’un Filosofo da se solo, verso la sera, compa-[54]risce più gradevole a’ loro occhi, di quello faccia il passo d’un Generale alla testa di cento mila soldati. Un ora impiegata nel meditare sopra le opere del Creatore; un atto volontario di giustizia, che ci cagione qualche discapito; un ardente zelo per lo bene del genere umano; quattro lagrime sparse in segreto per le altrui calamità; un reo desiderio, ò un rissentimento affogato; un atto in somma, di sincera umiltà, ò d’ogni altra virtù, sono gli esercizj, ò i talenti, che compariscono a’ loro occhi gloriosi, ed i soli che possano guidare gli uomini alla vera grandezza. Rimirano sovente con pietà, con dispregio, e con isdegno, si trà di noi più famosi, mentre riguardano con amore, con istima, e con approvazione, i più oscuri della nostra specie.
La morale di questa speculazione si riduce a questo: Che non dovremmo lasciarsi strascinare dalle censure, è dagli applausi degli uomi-[55]ni, ma considerare la figura, che ciascheduno di noi, un giorno, farà, quando la sapienza sarà da’ suoi Figli giustificaca, e quando niente passerà per illustre, ò grande, se non ajuta ad abbellire, e perfezionare la natura umana.
La storia di Gige, il ricco Monarca della Lidia, ci somministra un memorabile esempio, che viene quì molto a proposito. Avendo interpellato l’oracolo: Chi fosse l’uomo più felice del mondo, gli venne risposto, che questi era Aglavo. Gige, che sperava d’essere nominato in questa occasione, rimase sorpreso, e curiosissimo di sapere chi mai fosse questo Aglavo. Dopo infinite ricerche si ritrovò, che era un buon Contadino, che menava una vita oscura, ed impiegava il suo tempo nel coltivare un Giardino con alcune torniture di Terra d’intorno alla propria Cala. ◀Ebene 2 ◀Ebene 1
