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      <titleStmt>
        <title>Num. 73</title>
        <author>Antonio Piazza</author>
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      <editionStmt>
        <edition>Moralische Wochenschriften</edition>
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          <name>Ingrid Scherk</name>
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          <name> Kirsten Dickhaut</name>
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        <respStmt>
          <name> Alexandra Fuchs</name>
          <resp>Editor</resp>
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        <respStmt>
          <name> Magdalena Albert</name>
          <resp>Editor</resp>
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      <publicationStmt>
        <publisher>Institut für Romanistik, Universität Graz</publisher>
        <date when="2015-09-23">23.09.2015</date>
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        <bibl>Piazza, Antonio: Gazzetta veneta urbana. Venezia: Zerletti 1789, 577-584 </bibl>
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          <title level="j">Gazzetta urbana veneta</title>
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          <date>1789</date>
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<p rend="EU"><milestone unit="E1" xml:id="FR.1"></milestone></p>
<div1>
<head><hi rend="smallcaps">Num. 73.</hi></head>
<p rend="date"><hi rend="smallcaps">Sabbato</hi> 12 <hi rend="smallcaps">Settembre</hi> 1789.</p>
<p rend="EU"><milestone unit="E2" xml:id="FR.2"></milestone>
<milestone unit="E3" xml:id="FR.3"></milestone></p>
<div2>
<head><hi rend="italic">Lettera di un Veronese ad un suo Amico.</hi></head>
<p rend="BA"><milestone unit="LB" xml:id="FR.4"></milestone><hi rend="italic"> Pregiatissimo Amico.</hi></p>
<p rend="date">Verona 5 Settembre 1789</p>
<p rend="SO">Ella mi fa l’onore di chiedermi il mio parere sulla Tabella dell’ora di Terza,
instituita dall’Eccellentiss. Rappresentante di Chioggia nell’atto di dare esecuzione al Sovrano
Decreto che admise la regolazione degli Orologi in quella Città e Territorio nella maniera
generalmente usitata in Europa: e mi fa sapere che la stessa Tabella viene criticata da alcuni, i
quali avrebbero voluto che l’ora di Terza fosse stabile tutto l’anno alle ore nove, cioè tre ore
avanti il mezzogiorno. Soddisferò come meglio posso al suo quesito, esaminando brevemente l’ora di
Terza; 1. nella sua origine primitiva; 2. nelle consuetudini e leggi nostre; 3. nelle sue relazioni
all Orologio Europeo.</p>
<p>I. Appresso i Caldei, gli Egizi, li Greci, e i Romani da Scipione Nasica in poi (ed ancora oggidì
tra’Persiani, e Chinesi) fu diviso in dodici ore costantemente il giorno naturale, o sia lo spazio
di tempo dal nascere al tramontar del Sole. Ora essendo in que’paesi ineguale la lunghezza
de’giorni, come veggiam da per tutto dove la sfera è obbliqua, e maggiormente ineguali quant’è più
obbliqua, cioè quanto più ci scostiam dalla Linea; ne nasceva che neppur le ore non erano egualmente
lunghe da una stagione all’altra, e rigorosamente parlando nemmeno da un dì all’altro. Nella
latitudine di Venezia, per esempio, se si volesse sempre diviso il giorno in dodici ore, ne’dì più
lunghi di state l’ora sarebbe di minuti settantotto, e ne’più corti d’inverno di minuti
quarantatre.</p>
<p>A questo modo tra le Nazioni summentovate la lunghezza dell’ora variava di continuo gradatamente:
ed a questa perpetua ineguaglianza, proscritta di poi dagli orivoli a pesi ed a molle, s’eran potuti
adattare gli Orologi d’acqua, o sia clepsidre, di que’tempi, che sono da Vitruvio accuratamente
descritti; perciocchè la velocità dell’acqua uscente dal foro di un vaso dipendendo dall’altezza
onde cade, bastava saperne concertare le altezze con le stagioni, affinchè la medesima quantità
stesse più o men di tempo a sortire.</p>
<p><pb n="578"></pb> Posta pertanto la divisione costante del giorno in dodici ore, ognun vede che l’ora
sesta compita, che noi dir potremmo battente, corrispondeva alla metà del giorno, o sia al mezzodì;
e che l’ora Terza, che tiene appunto il mezzo tra il principiare dell’ora prima e il compir della
sesta, corrispondeva alla quarta parte del giorno, o alla mezza mattina, tagliando in due parti
eguali lo spazio dal levar del Sole al mezzodì. Come poi le mattine sono or più brevi, or più
lunghe, secondo che il nascer del Sole nelle diverse stagioni è più vicino o più lontano dal
mezzodì, così anche l’ora terza per mantenersi nel suo posto di mezzo doveva accostarsi, od
allontanarsi nella debita proporzione dal mezzo giorno. Tale è l’origine dell’ora che noi chiamiamo
di <hi rend="italic">Terza</hi>, ora variabile di sua natura con le stagioni, poichè deve stare nel
mezzo tra il nascer del Sole e il mezzodì. Come però la Tabella per Chioggia apparisce fatta con
questa norma, per quanto comporta l’inveterata pratica delle variazioni di mezz’ora in mezz’ora, non
di minuto in minuto, come a rigore farsi dovrebbe; così egli è forza conchiudere che la Tabella
stessa è formata coi veri principj su’quali si fonda l’instituto primitivo dell’ora di Terza, il
significato intimo del suo nome, e la successiva tradizione de’secoli.</p>
<p>II. Passando ora ad esaminare le nostre consuetudini e leggi, nessuno potrà negare che a Chioggia
non si dovesse prender per modulo la Tabella, che per Terminazione della Serenissima Signoria viene
osservata in Venezia. Ora quivi si vede, che ne’più corti giorni d’inverno l’ora di Terza è fissata
alle 17. d’Italia. Ma allora il Sole si leva a ore 14. minuti 52., e il mezzogiorno è ad ore 19.
minuti 11. tra i quali tempi il punto di mezzo è nelle ore 17. minuti uno e mezzo. Dunque l’ora di
Terza in Venezia nel solstizio d’inverno è statuita nel mezzo tra il nascer del Sole e il mezzodì.
Similmente ne’più lunghi giorni di state l’ora di Terza è fissata in Venezia alle 12. ma allora il
Sole si leva a ore 7. minuti 52. e il mezzogiorno è ad ore 15. minuti 41. onde il punto di mezzo
cade sulle ore 11. min. 46. e mezzo, o in numero rotondo sulle 12. Dunque ance nel solstizio estivo
l’ora di Terza in Venezia batte nel mezzo tra il nascer del Sole e il mezzodì. E poichè i punti
estremi dei due solstizj sono quelli da cui dipendono le variazioni intermedie, si dee pronunziare
generalmente per tutto l’anno, che l’ora di Terza in Venezia è collocata nel mezzo tra il nascer del
Sole e il mezzogiorno, come si è già veduto che esige il suo nome e l’origine sua. Per conseguenza
la Tabella di Chioggia, che è fatta con quella legge, è convenientemente analoga, non solo
agl’instituti primitivi e vetusti, ma ancora a quelli della Dominante ne’presenti tempi; e però
incensurabile.</p>
<p>Non posso staccarmi dalla Tabella di Venezia, senza parlar di un assurdo, che nasce dall’Orologio
Italiano, ed al qual non ancora fu fatto riflesso, ch’io sappia. Il mezzodì del primo giorno di
Gennajo è ad ore 19. min. 8.; quello dell’ultimo giorno a ore 18. min. 40. ma l’ora di Terza è fissa
per tutto il mese a ore 17. Dunque lo spazio da Terza a mezzodì in principio di Gennajo è di ore 2.
min. 8., ed in fine di ore 1. min. 40. Donde si vede che a misura che le giornate si allungano, lo
spazio destinato agli affari si abbrevia: stravaganza che tutta si deve riputare a difetto
dell’orologio Italiano, non essendo possibile di evitarla, posta la massima di mutare l’ora di Terza
di mezz’ora in mezz’ora solamente. All’incontro con l’Orologio Europeo succederà bensì, che l’in-<pb n="579"></pb>tervallo da Terza a mezzodì rimanga lo stesso abbenchè le giornate si allunghino o si
accorcino, ma non succederà che diventi minore quando dovrebbe farsi maggiore, che è proprio l’apice
del disordine. E quel che ho detto del mese di Gennajo troverà similmente in altri mesi chi voglia
fare questa ricerca.</p>
<p>III. Resta finalmente da esaminare l’ora di Terza nelle sue relazioni all’Orologio Europeo. Nel
solstizio di state di Sole si leva per Venezia e Chioggia a ore 4. min. 12. Ora essendo il mezzodì
sempre fisso a ore 12. il punto di mezzo, a cui risponderebbe l’ora di Terza, cade giustamente a ore
8. min. 6.. Nel solstizio d’inverno il levar del Sole è ad ore 7. min. 42.; onde il punto di mezzo
per andare alle 12. è ad ore 9. min. 51., al qual corrisponderebbe rigorosamente l’ora di Terza.
Dunque se questa si fissasse per tutto l’anno alle ore nove, come molti amerebbero, succederebbe una
posticipazione di 54. minuti nel più lungo giorno di state, ed una anticipazione di min. 51. nel più
corto d’inverno. Ne’tempi intermedj l’error si fa sempre minore a misura che ci scostiamo dai tempi
dei solstizj, e che ci avviciniamo a quelli degli equinozj dove è nullo. Egli è dunque da vedere se
il detto errore, che non è sempre eguale, ma spesso è piccolo o nullo, sia veramente di tal
conseguenza che possa portar pregiudizj; considerando massime, che quel tempo che si perde nella
state si guadagna nel verno, onde in summa l’errore sparisce affatto, e gli affari nulla
perderebbero. Io confesso che inclinerei a preferire la stabilità dell’ora di Terza per tutto
l’anno, giudicando molto maggiore il comodo e l’utile di non mai alterare la distribuzione del tempo
per le azioni della vita, di quel che sia il piccolo incomodo d’intraprenderle nell’inverno
mezz’ora, o tre quarti d’ora più presto, che non si farebbe mutando l’ora di Terza. Siccome malgrado
tutt’i prodigi dell’umano ingegno sarebbe assunto vano il negare l’imperio dell’abitudine, la qual
ci fa forse agire i novanta centesimi della vita macchinalmente, così l’uniformità dell’ora per le
nostre azioni influisce necessariamente nella regolarità, nella perseveranza, e nell’intensione
delle azioni medesime; e deve partorire vantaggi, che non possono quidditarsi aritmeticamente, ma
che il filosofo può concepire e conoscere immensi.</p>
<p>Credo pertanto di poter legittimamente conchiudere, che la Tabella dell’Eccellentissimo
Rappresentante di Chioggia per l’ora di Terza è senza dubbio incensurabile anzi lodevole, poichè
inerente ai principj della sua istituzione antica e moderna. Ma come con l’Orologio Europeo le
variazioni di quell’ora non riescono tante nè tanto grandi come con l’Italiano, così guarderei come
un pregio oltre i tanti che il primo Orologio distinguono, il poter che esibisce di abolire ogni
variazione senza commetter notabili discrepanze; e crederei che se il suddetto Eccellentissimo
Podestà ha fatto benissimo, e forse non dovea cominciare altrimenti, soddisfacendo a ciò che
richiedeva la più scrupolosa esattezza, passerebbe dal bene al meglio promovendo in appresso la
costante uniformità dell’ora di Terza per tutto l’anno. Ho l’onore di dirmi.</p>
<p rend="BU"><hi rend="italic">Suo Divot. Serv. ed Affez. </hi><lb></lb><hi rend="italic">Amico </hi>C.
<milestone rend="closer" unit="LB"></milestone>
<milestone rend="closer" unit="E3"></milestone><hi rend="italic"></hi></p>
<p rend="SO"><hi rend="italic">Nota di quelli, che hanno ottenuto il premio ne’prossimi Esami
generali nelle Pubbliche Scuole di Venezia.</hi></p>
<div3>
<head><hi rend="italic">Nella prima Classe.</hi></head>
<p rend="SO">Signori Gio: Battista Pezzoli. Francesco Farina. Benedetto Rizzardini. <pb n="580"></pb>
Carlo Recurti. Giovanni Cimarosto. Alvise Migliorini. Carlo Galli. Giulio Tornieri. Gioachino
Bagaroto. Paolo Urbani. Antonio Moschini. Alvise Mensurati. Giovanni Deluca.</p>
</div3>
<div3>
<head><hi rend="italic">Nella seconda Classe.</hi></head>
<p rend="SO">Signori Giovanni Frezzeto. Cristoforo Soratroi. Pietro Cuniali. Peitro Coronelli.
Niccolò Chenighsaven. Carlo Colesei. Federigo Boerio. Francesco Cordich. Francesco Spadaroto.
Bonaventura Quellacasa. Giuseppe Lanari. Leonardo Coledeni.</p>
</div3>
<div3>
<head><hi rend="italic">Nella terza Classe.</hi></head>
<p rend="SO">Signori Giuseppe Cuniali. Aurelio Dall’acqua. Spiridion Calucci. Tommaso Tastini.
Giacomo Savoldello. Domenico Urbani.</p>
</div3>
<div3>
<head><hi rend="italic">Nella quarta Classe.</hi></head>
<p rend="SO">Signori Giovanni Lena. Antonio Moschini. Giuseppe Bonajuti. Morando Mondini.</p>
</div3>
<div3>
<head><hi rend="italic">Nella quinta Classe.</hi></head>
<p rend="SO">Signori Antonio Scalfaroto. Lorenzo Castaldis. Giacomo Manfren. Sebastiano Pagiaro.</p>
</div3>
<div3>
<head><hi rend="italic">Nella Scuola di Filosofia.</hi></head>
<p rend="SO">Sig. Giovanni Dolfin.</p>
</div3>
<div3>
<head><hi rend="italic">Nella Scuola di Matematica.</hi></head>
<p rend="SO">Signori Pietro Alessandri. Giustino Vidoni. Giovanni Dolfin.</p>
</div3>
<div3>
<head><hi rend="italic">Nella Scuola di Jus Canonico, e di Storia Ecclesiastica.</hi></head>
<p rend="SO">Signori Giovanni Toffoluti. Domenico Pigozzo. Gio: Battista Zucchi.</p>
</div3>
<div3>
<head><hi rend="italic">Nella Scuola di Eloquenza, e di Jus Civile.</hi></head>
<p rend="SO">Signori Domenico Carrara. Marco Corniani. Pietro Gaspari. Alberto Stella.</p>
</div3>
<div3>
<head><hi rend="italic">Nella Scuola del disegno.</hi></head>
<p rend="SO">Sig. Onorato Dehez. Dig. Antonio Barbon.</p>
<p><hi rend="italic">I nome de’Chierici premiati in queste scuole, saranno registrati nelle
stampiglie delle scuole de’Sestieri.</hi></p>
<p>Un melanconico leggitore di questi Fogli con un Biglietto spirante orrore, di nera carta, e di
rosso carattere, protesta di palpitare ogni volta, che trova in essi descritto qualche suicidio, e
d’essersi abbandonato alla più profonda tristezza dacchè seppe i recenti di Verona, e di Brescia.
Senza spiegarsi chiaramente egli ci lascia capire, che ha una spezie di tentazione d’imitare questi
detestabili esempj, e dimanda se vi sia alcun Libro che insegni a superarla teoricamente.</p>
<p>Possiamo dirgli, che nove anni sono s’è stampata a Parigi un’Operetta in 12. di 160. pagine la
quale porta per titolo.</p>
<p><hi rend="italic">Mezzi proprj a garantire gli uomini dal suicidio</hi>, opera nella quale dopo
aver proccurato di scoprire le cause dell’uccisione volontaria di sè medesimo, si proccura altresì
di mostrare li mezzi di garantirsene; preceduta da un Discorso sopra l’origine, e i progressi del
suicidio in Inghilterra, ed in Francia, del Signor L. P. L. D. </p>
<p>Se poi questo Libro sia stato tradotto in Italiano, o se nell’originale si trovi in vendita in
questa Città, non lo sappiamo.</p>
<p>In mancanza d’un tal soccorso, caso che averlo ei non possa, ha da bastare la nostra Religione
co’lumi suoi, il naturale amore della nostra esistenza, e il lodevole orgoglio di non cedere a’mali
vilmente col privarsi della vita per non sentirli, ma di superarli con <pb n="581"></pb> fortezza
Filosofica, per vincere la sua abbominevole tentazione.</p>
<p>Non si conosce soltanto dal senso intimo di questo luttuoso Biglietto, che il suo Autore sia
spaventato dall’idea di soggiacere un giorno a una sì tragica morte, ma si scopre, quasi suo
malgrado, ch’egli proccura di rendersela famigliare spogliandola di tutto il suo orrore colle
massime della pretesa Filosofia degli <hi rend="italic">Spiriti Forti</hi>. Si appoggia alla
sentenza del <hi rend="italic">Metastasio</hi></p>
<p><milestone unit="E3" xml:id="FR.5"></milestone><hi rend="italic"> Non è ver che sia la morte</hi></p>
<p><hi rend="italic">Il peggior di tutti i mali:</hi></p>
<p><hi rend="italic">È un solievo de’mortali,</hi></p>
<p><hi rend="italic">Che son stanchi di soffrir</hi>
<milestone rend="closer" unit="E3"></milestone></p>
<p rend="SO">come se queste fossero parole dell’Autore, e non dell’Attore, e un’anima sì pura
penetrata dalle grandi verità della Religione, quale egli si dimostra evidentemente ne’suoi Sacri
Componimenti, avesse voluto animare i travagliati al suicidio. Collo stesso fondamento accusarlo
potrebbesi della più falsa dottrina se si volesse suo il sentimento messo in bocca di <hi rend="italic">Jarba</hi></p>
<p><milestone unit="E3" xml:id="FR.6"></milestone><hi rend="italic"> Allo splendor del trono</hi></p>
<p><hi rend="italic">Belle le colpe sono,</hi></p>
<p><hi rend="italic">Perde l’orror l’inganno, </hi></p>
<p><hi rend="italic">Tutto si fa virtù. </hi><milestone rend="closer" unit="E3"></milestone></p>
<p rend="SO">Accresce l’accennato Scrittore questi sospetti col deplorare (apparentemente) il tristo
destino di tanti uomini illustri, che privati si sono di vita, e per trovar sul trono un luminoso
esempio, che blandisca il tetro suo genio ritrocede fino al <milestone unit="E3" xml:id="FR.7"></milestone>
<milestone unit="EX" xml:id="FR.8"></milestone> famoso <hi rend="italic">Odino</hi> Prete ambizioso, abile
Monarca, che può essere considerato come il fondatore de’Governi del Nord; che impiegò tutte le
seduzioni del genio, per sottomettere delle intere popolazioni, e per incatenarle colla forza, e
coll’opinione; che si servì dell’armi, della persuasione, e della magia per assoggettar la Norvegia,
e seppe spargere sugli spiriti una spezie di prestigio coll’attenzione ch’egli ebbe di non mai
lasciare in lui scoprir l’uomo. Non vi fu mai un conquistatore dotato di maggiori talenti de’suoi:
oratore e poeta perorava a’suoi soldati, e improvvisava de’versi: insegnò a’popoli del Nord l’arte
della Poesia, e per molto tempo fece credere, che predicesse l’avvenire, e risuscitasse i morti.
Tutto vero, ma quale fu la cagione del di lui suicidio? <milestone rend="closer" unit="EX"></milestone>
<milestone rend="closer" unit="E3"></milestone> Ce la dichiara il celebre Inglese <hi rend="italic">Williams</hi> nel seguente passo della sua <hi rend="italic">Istoria de’Governi del Nord.</hi></p>
<p><milestone unit="E3" xml:id="FR.9"></milestone>
<milestone unit="EX" xml:id="FR.10"></milestone> “Compute le gloriose sue spedizioni, <hi rend="italic">Odino</hi> ritornò in Isvezia, e sentendosi vacillante sugli orli del sepolcro, non volle che la
malattia troncasse il filo de’giorni suoi, dopo avere sì spesso sfidata ne’combattimenti la morte.
Egli convocò tutti gli amici suoi, ed i compagni delle sue imprese, e alla loro presenza colla punta
d’una lancia si diede nove ferite in forma di cerchio dichiarando nel momento di spirare, ch’egli
andava nella Scitia a collocarsi trà i Dei, promettendo d’accogliere un girono onorevolmente nel
Paradiso tutti quelli che si fossero esposti coraggiosamente nelle battaglie, o che morti fossero
coll’armi alla mano.” <milestone rend="closer" unit="EX"></milestone>
<milestone rend="closer" unit="E3"></milestone></p>
<p>L’esempio di questo illustre Fanatico, che prevenne di pochi momenti la morte, dovrà forse
fatalmente influire sullo spirito del suicidio in chi professa una Religione di verità, ed è in
piena robustezza di corpo?</p>
<p>Finga, o dica davvero chi stese sul nero Foglio le sanguigne parole, noi non abbiamo per esso
migliore risposta. Ci siamo dispensati dal riportarle, perchè in gran parte condannate vanno
all’obblio, e non avremmo potuto che trascrivere de’periodi tronchi, e sconnessi.</p>
<p><pb n="582"></pb>
<milestone unit="MT" xml:id="FR.11"></milestone> Al Numero 67 di questo Fogli s’è inserita una breve Lettera di
Verona contenente una falsa notizia della soppressione dell’Arte di que’<hi rend="italic">Farinati</hi>, e <hi rend="italic">Pistori</hi>. Al numero 70 ne abbiamo pubblicata un’altra
venutaci da quella Città di giusta e solenne ritrattazione sull’accennato punto. Con nostra sorpresa
ricevute abbiamo, dopo questo pubblico disingante, delle altre Lettere gli scrittori delle quali si
mostrano affatto ignari dell’accennata ritrattazione, perchè ci stimolano a fare quel ch’è già
fatto. Cotesti Signori abbiano la bontà di leggere la Gazzetta al predetto numero 70 e vedranno se
resta luogo ad ulteriori lamentazioni, e rimproveri. <milestone rend="closer" unit="MT"></milestone></p>
</div3>
</div2>
<div2>
<head><hi rend="italic">Trastullo Medicinale</hi>.</head>
<p rend="SO"><milestone unit="MT" xml:id="FR.12"></milestone> Soggiace al male della Polmonea l’incognito
Scrittore d’una dolente Lettera a noi diretta, in cui lagnasi de’suoi Medici, che lo alimentano di
sempre belle, e non mai verificate speranze. Vorrebbe udir col mezzo di questo Foglio qualche
opinione, e qualche buon insegnamento sulla cura della sua malattia. Sarà difficile, che alcuno, per
zelo del pubblico bene, voglia prendersi questo incomodo. Noi intanto sempre attenti dal canto
nostro a giovare, o tentar di giovare, a chi si degna di ricorrere alla nostr’attenzione traduciamo
sul fatto il seguente Articolo dell’Almanacco di <hi rend="italic">Gotha</hi> dell’anno corr., che
viene a proposito della richiesta. <milestone rend="closer" unit="MT"></milestone></p>
<p><milestone unit="E3" xml:id="FR.13"></milestone><hi rend="italic"> Che può avere, si dirà, di comune il
giuoco del </hi>Bindolo<hi rend="italic"> ossia Strumento da dondolarsi, colla tristezza? Questa
interrogazione, a prima giunta, sembra naturale: ma non la farà chi sappia quanto erano famigliari i
mezzi presi dalla Ginnastica nell’impiego dell’antica Medicina.</hi></p>
<p><hi rend="italic">A considerare in sè medesimo, il giuoco del Bindolo, non vi si vede che un
semplice movimento di oscillazione più o meno rapido, una spezie di ventilazione uniforme sia nella
superficie del corpo, che negli organi della respirazione, e finalmente un aggradevole passatempo.
Tutti questi vantaggi sembra che non abbiano alcun prossimo rapporto alla cura della tisichezza; ma
in questo, come su altri punti, la esperienza supera il ragionamento, ed oltre a ciò bisogna stare a
quello, ch’essa ne dice quando è diretta da un uomo intelligente, e sincero. Nondimeno, nel caso
presente, si può sostener questa pratica con altri fatti analoghi in uso della Medicina antica,
senza parlar de’vantaggj del cavalcare, che sembra non agire alcun poco, che per le scosse leggiere,
che imprime alle viscere.</hi></p>
<p><hi rend="italic">Si sà che la navigazione, è stata sempre riguardata come un eccellente rimedio
contro la tisichezza pomonare. Gli antichi Romani attaccati da questa malattia, andavano, secondo
Plinio, in Egitto, e questo naturalista riporta l’esempio di Gallio, ch’essendo divenuto tisico dopo
il suo Conosolato, ricuperò la salute con un tal viaggio. Siano quali si vogliano gli effetti che
</hi>Gilchrist<hi rend="italic"> attribuisce all’aria del mare ch’egli riguarda come medicinale,
sembra che i principali avvantaggi della Navigazione derivino, o dalla oscillazione che il corpo
riceve da’diversi movimenti del Vascello, o dalle alternative della gioja e della tristezza, del
timore e della speranza.</hi></p>
<p><hi rend="italic">Un raffinamento di lusso nell’antica Roma fece immaginare de’letti proprjad
essere bilanciati lectulos pensiles. Se ne fece in seguito un uso frequente in molte malattie, e
</hi>Celso<hi rend="italic"> medesimo consiglia quest’esercizio, allorchè non si può navigare, nè
essere portato in lettiga, o in seggiola. </hi>Antillo, Aezio, Celio, Oreliano,<hi rend="italic">
propongono ancora i letti a </hi><pb n="583"></pb><hi rend="italic"> tentennamento in molte malattie
croniche ed anche nella tisichezza. La lettura, ed una sostenuta e forte declamazione, sono state
vantate dagli antichi Medici come proprie a dar del vigore al petto ed agli strumenti della voce; ed
in effetto per questi esercizj l’aria è alternativamente inspirata e spirata con forza, il calore è
aumentato come la traspirazione toracica, ed il polmone è sgombrato da’suoi umori
superflui.</hi></p>
<p><hi rend="italic">Ora il giuoco del Bindolo pare che partecipi degli avvantaggi dell’esercizio
della voce, a cagione della corrente d’aria, che viene alternativamente a colpire il polmone con più
o meno rapidità. Non dirò nulla del trattenimento sollazzevole che proccura un simil giuoco
quantunque si debba contarlo per molto in una malattia nella quale la melanconia è sì ordinaria.
</hi><milestone rend="closer" unit="E3"></milestone></p>
</div2>
<div2>
<head><hi rend="smallcaps">Causa.</hi></head>
<p rend="BA">7. <hi rend="italic">Sett.</hi> 1789. <hi rend="italic">Alla</hi> C. V. Post.</p>
<p rend="SO">“Nel 1665. 19. Novembre il Rever. P. Don Gio: <hi rend="italic">Battista Stazio</hi>
volendo professare nel Monastero di S. Giorgio Maggiore di questa Città cesse, e rinunziò a suo
Fratello Bernardin tutti li di lui Beni che in qualunque modo spettar gli potessero.</p>
<p>Del 1691. 22. Marzo Bernardin Stazio Fratello del suddetto P. con Pubblico Instromento dichiarò
che, sebbene nella suddetta Rinunzia vi fosse la clausola di aver rinunziato anco tutto quello, che
per Testamenti, Codicilli, ec. gli potesse pervenire, pure non voleva che tal Rinunzia in detta
parte avesse effetto alcuno.</p>
<p>Passata l’Eredità di detto Bernardin in Francesca sua sorella mediante Testamento dello stesso;
questa dispose di ciò che possedeva con sua Cedula 1709. 1. Aprile a favore del suddetto P. Gio:
Battista con condizione che dovesse eseguir ciò che ordinava in una Cedula inserita nella
presente.</p>
<p>Con detta Cedula, doppo varj Legati, ordinava, che celebrato a suo favore fosse un Anniversario
nella chiesa di S. Giorgio Maggiore: del rimanente di sua facoltà dovesse il suo Erede disporre,
come in vita gli aveva ordinato.</p>
<p>Alla mancanza poi del sudetto suo Erede instituì Erede il Monastero suddetto con l’obbligo delli
Legati da essa formati, Anniversario, e Mansoneria quotidiana da essa ordinata.</p>
<p>E finalmente chiuse le sue disposizioni con un nuovo Codicillo 1721. 8. Febbraro con cui revocò
la sostituzione fatta del Monastero, lasciando Erede libero suo Fratello P. Gio: Battista con questo
che li Capitali obbligati alla Mansoneria ed Anniversario dovessero esser sempre a ciò soggetti. Al
caso poi il suo Fratello premorisse ad essa allora instituisce Erede il Monastero.</p>
<p>Godette pacificamente il Monastero tal Eredità, quando li 17. maggio 1788. insorsero certe
Femmine di Famiglia Stazio, quali pretendendo ad esse <hi rend="italic">Jure Sanguinis</hi> dovuto
tal Patrimonio impugnarono alli Sopra Monasteri il Codicillo suddetto nella parte dell’instituzione
dell’Erede, sostenendo al Taglio che li Monaci per Legge non potessero ereditare.</p>
<p>Si difese il Monastero con Scrittura di risposta 28 Maggio 1788. sostenendo il Laudo
dell’impugnato Codicillo.</p>
<p>Si regolarono, in vista di ciò, le Femmine Stazio e con Scrittura 31. detto in due Capi,
impugnarono le due disposizioni di detta Francesca, adducendo che per Legge non poteva un Monaco
succedere ad una Eredità.</p>
<p>Implorata l’assoluzione dal Monastero anco da detti due Capi, seguì li 22. Decembre passato
spedizione absente a favor di dette Femmine che ap-<pb n="584"></pb>pellata dal Monastero fù il soggetto
del suddetto 3zo Consiglio, nel quale a difesa dello Spoglio intentato sostenè il Monastero,
ch’essendo una disposizione anteriore alla Legge 1767. potesse benissimo il Monastero succedere in
detta Eredità, e così fù deciso con il seguente Spazzo.</p>
<p>Al Taglio 22. Al Laudo 6. Avvocati al Taglio.</p>
<p>Eccellenti Gallino, e Stefani.</p>
<p>Interruttore Facini.</p>
<p>Interveniente Niccolò Albinoni.</p>
<p>Al Laudo.</p>
<p>Eccellenti <hi rend="italic">Orlandi</hi>, e <hi rend="italic">Michiel Caffi</hi>
</p>
<p>Interveniente <hi rend="italic">Andrea Adami</hi>.</p>
<p rend="SO">Come si avvisò è giunto Mercordì pros. pas. in questa Città S. E. il Sig. Conte <hi rend="italic">Potocki </hi>Starosta di <hi rend="italic">Szcyzec</hi>, Ministro Plenipotenziario ed
Inviato estraordinario alla sublime Porta degli Serenissimi Stati di Polonia.</p>
<p>Le persone del suo seguito son in numero di 108 ed altre 40 se ne attendono per l’accennata via
di Trieste. Il suo viaggio marittimo sarà sino a Corinto, e di là per terra passerà in 40 giorni a
Costantinopoli. Oltre 32 Legni da tiro che ha seco, ci vorranno 40 carri per i trasporti, e 200
cavalli.</p>
<p>De gente di mare sbarcata dalla <hi rend="italic">Polonia</hi> Bombarda Pubblica venuta al
disarmo, sentesi confermata la notizia già sparsa in altro Foglio politico, ma con diverse
circostanze, che il nostro Capit. <hi rend="italic">Panà</hi> sia stato attaccato nell’acque di <hi rend="italic">Cao-Ducato</hi> da uno Sciabecco Tunisino contro il quale fece quella maggiore
resistenza che far poteva un Bastimento mercantile con pochi marinaj. Felicemente fu scoperto il suo
impegno da una delle veloci Galeotte di nuova invenzione, ch’ora questa Repubblica tiene in corsi, e
volando alla sua difesa prese in mezzo il piratico Legno, che trà due fochi fulminato rimase
coll’eccidio totale di que’barbari.</p>
<p>Tanto della gente suddetta s’è riferito come inteso alla sua partenza dal Levante da un
Bastimento colà giunto dall’acque del marino conflitto. Ogni buon suddito sentirà con soddisfazione
simili notizie, e bramerà al par di noi, che restino verificate.</p>
<p>Alle ore 20 del giorno 9 da Brusselles per la via del Tirolo arrivò improvvisamente a Verona il
Reale Conte d’<hi rend="italic">Artois</hi> con 20 persone di seguito cioè 5 nobili Soggetti, e il
resto Uffiziali di Casa, e Domestici. Alloggiò a quel sontuoso Albergo delle due Torri, ove benchè
precorso non fosse il menomo avviso, servito fu da suoi pari, e diede segni del suo umanissimo
gradimento a quell’abile Locandiere Sig. <hi rend="italic">Gio: Bernardi</hi>. La seguente mattina
alle 10 d’Italia è partito per Mantova onde di là passar a pernottare a Cremona, ed essere la sera
degli 11 a Milano, e quella de’12 a Torino. Così detto fu da lui stesso. Voleva passar nel suo
viaggio per Brescia e Bergamo ma fu consigliato di schivare quelle strade sassose per non
interrompere la rapidità delle sue corse.</p>
<p>Tanto abbiamo da una Lettere de’10 corrente.</p>
</div2>
<div2>
<head>Savio in Settimana.</head>
<p>Per la prossima vegnente.</p>
<p>s. <hi rend="italic">Pietro Zeno</hi>.</p>
</div2>
<div2>
<head><hi rend="italic">Cambj.</hi></head>
<p rend="date">Venerdì 10 Settembre.</p>
<p rend="SO">Lione 57 e mezzo. Parigi 57. Roma 63. Napoli 116. Livorno 99 e 3 4ti. Milano 155.
Genova 91. e un 4to. Amsterdam 93. Londra 49. Augusta 103 e 3 4ti. Vienna 196 e mezzo.</p>
</div2>
<div2>
<head><hi rend="italic">Prezzi delle Biade.</hi></head>
<p>Formento a L. 31 circa.</p>
<p>Sorgo Turco a L. 15.</p>
<p>Segale a L. 22.</p>
<p>Fagiuoli bianchi a L. 22.</p>
<p>Miglio da L. 17 a 18.</p>
<p>Risi da Duc. 34 a 35. <milestone rend="closer" unit="E2"></milestone>
<milestone rend="closer" unit="E1"></milestone></p>
<p></p>
</div2>
</div1>
</body>
      </text>
      <text ana="framings">
        <body xml:space="preserve">
<div>
<ab>
<seg synch="#FR.1" type="E1"> Num. 73. <seg type="DT">Sabbato 12 Settembre 1789.</seg>
<seg synch="#FR.2" type="E2">
<seg synch="#FR.3" type="E3"> Lettera di un Veronese ad un suo Amico. <seg synch="#FR.4" type="LB">
Pregiatissimo Amico. <seg type="DT">Verona 5 Settembre 1789</seg> Ella mi fa l’onore di chiedermi il
mio parere sulla Tabella dell’ora di Terza, instituita dall’Eccellentiss. Rappresentante di Chioggia
nell’atto di dare esecuzione al Sovrano Decreto che admise la regolazione degli Orologi in quella
Città e Territorio nella maniera generalmente usitata in Europa: e mi fa sapere che la stessa
Tabella viene criticata da alcuni, i quali avrebbero voluto che l’ora di Terza fosse stabile tutto
l’anno alle ore nove, cioè tre ore avanti il mezzogiorno. Soddisferò come meglio posso al suo
quesito, esaminando brevemente l’ora di Terza; 1. nella sua origine primitiva; 2. nelle consuetudini
e leggi nostre; 3. nelle sue relazioni all Orologio Europeo. I. Appresso i Caldei, gli Egizi, li
Greci, e i Romani da Scipione Nasica in poi (ed ancora oggidì tra’Persiani, e Chinesi) fu diviso in
dodici ore costantemente il giorno naturale, o sia lo spazio di tempo dal nascere al tramontar del
Sole. Ora essendo in que’paesi ineguale la lunghezza de’giorni, come veggiam da per tutto dove la
sfera è obbliqua, e maggiormente ineguali quant’è più obbliqua, cioè quanto più ci scostiam dalla
Linea; ne nasceva che neppur le ore non erano egualmente lunghe da una stagione all’altra, e
rigorosamente parlando nemmeno da un dì all’altro. Nella latitudine di Venezia, per esempio, se si
volesse sempre diviso il giorno in dodici ore, ne’dì più lunghi di state l’ora sarebbe di minuti
settantotto, e ne’più corti d’inverno di minuti quarantatre. A questo modo tra le Nazioni
summentovate la lunghezza dell’ora variava di continuo gradatamente: ed a questa perpetua
ineguaglianza, proscritta di poi dagli orivoli a pesi ed a molle, s’eran potuti adattare gli Orologi
d’acqua, o sia clepsidre, di que’tempi, che sono da Vitruvio accuratamente descritti; perciocchè la
velocità dell’acqua uscente dal foro di un vaso dipendendo dall’altezza onde cade, bastava saperne
concertare le altezze con le stagioni, affinchè la medesima quantità stesse più o men di tempo a
sortire. <pb n="578"></pb>Posta pertanto la divisione costante del giorno in dodici ore, ognun vede che
l’ora sesta compita, che noi dir potremmo battente, corrispondeva alla metà del giorno, o sia al
mezzodì; e che l’ora Terza, che tiene appunto il mezzo tra il principiare dell’ora prima e il compir
della sesta, corrispondeva alla quarta parte del giorno, o alla mezza mattina, tagliando in due
parti eguali lo spazio dal levar del Sole al mezzodì. Come poi le mattine sono or più brevi, or più
lunghe, secondo che il nascer del Sole nelle diverse stagioni è più vicino o più lontano dal
mezzodì, così anche l’ora terza per mantenersi nel suo posto di mezzo doveva accostarsi, od
allontanarsi nella debita proporzione dal mezzo giorno. Tale è l’origine dell’ora che noi chiamiamo
di Terza, ora variabile di sua natura con le stagioni, poichè deve stare nel mezzo tra il nascer del
Sole e il mezzodì. Come però la Tabella per Chioggia apparisce fatta con questa norma, per quanto
comporta l’inveterata pratica delle variazioni di mezz’ora in mezz’ora, non di minuto in minuto,
come a rigore farsi dovrebbe; così egli è forza conchiudere che la Tabella stessa è formata coi veri
principj su’quali si fonda l’instituto primitivo dell’ora di Terza, il significato intimo del suo
nome, e la successiva tradizione de’secoli. II. Passando ora ad esaminare le nostre consuetudini e
leggi, nessuno potrà negare che a Chioggia non si dovesse prender per modulo la Tabella, che per
Terminazione della Serenissima Signoria viene osservata in Venezia. Ora quivi si vede, che ne’più
corti giorni d’inverno l’ora di Terza è fissata alle 17. d’Italia. Ma allora il Sole si leva a ore
14. minuti 52., e il mezzogiorno è ad ore 19. minuti 11. tra i quali tempi il punto di mezzo è nelle
ore 17. minuti uno e mezzo. Dunque l’ora di Terza in Venezia nel solstizio d’inverno è statuita nel
mezzo tra il nascer del Sole e il mezzodì. Similmente ne’più lunghi giorni di state l’ora di Terza è
fissata in Venezia alle 12. ma allora il Sole si leva a ore 7. minuti 52. e il mezzogiorno è ad ore
15. minuti 41. onde il punto di mezzo cade sulle ore 11. min. 46. e mezzo, o in numero rotondo sulle
12. Dunque ance nel solstizio estivo l’ora di Terza in Venezia batte nel mezzo tra il nascer del
Sole e il mezzodì. E poichè i punti estremi dei due solstizj sono quelli da cui dipendono le
variazioni intermedie, si dee pronunziare generalmente per tutto l’anno, che l’ora di Terza in
Venezia è collocata nel mezzo tra il nascer del Sole e il mezzogiorno, come si è già veduto che
esige il suo nome e l’origine sua. Per conseguenza la Tabella di Chioggia, che è fatta con quella
legge, è convenientemente analoga, non solo agl’instituti primitivi e vetusti, ma ancora a quelli
della Dominante ne’presenti tempi; e però incensurabile. Non posso staccarmi dalla Tabella di
Venezia, senza parlar di un assurdo, che nasce dall’Orologio Italiano, ed al qual non ancora fu
fatto riflesso, ch’io sappia. Il mezzodì del primo giorno di Gennajo è ad ore 19. min. 8.; quello
dell’ultimo giorno a ore 18. min. 40. ma l’ora di Terza è fissa per tutto il mese a ore 17. Dunque
lo spazio da Terza a mezzodì in principio di Gennajo è di ore 2. min. 8., ed in fine di ore 1. min.
40. Donde si vede che a misura che le giornate si allungano, lo spazio destinato agli affari si
abbrevia: stravaganza che tutta si deve riputare a difetto dell’orologio Italiano, non essendo
possibile di evitarla, posta la massima di mutare l’ora di Terza di mezz’ora in mezz’ora solamente.
All’incontro con l’Orologio Europeo succederà bensì, che l’in-<pb n="579"></pb>tervallo da Terza a
mezzodì rimanga lo stesso abbenchè le giornate si allunghino o si accorcino, ma non succederà che
diventi minore quando dovrebbe farsi maggiore, che è proprio l’apice del disordine. E quel che ho
detto del mese di Gennajo troverà similmente in altri mesi chi voglia fare questa ricerca. III.
Resta finalmente da esaminare l’ora di Terza nelle sue relazioni all’Orologio Europeo. Nel solstizio
di state di Sole si leva per Venezia e Chioggia a ore 4. min. 12. Ora essendo il mezzodì sempre
fisso a ore 12. il punto di mezzo, a cui risponderebbe l’ora di Terza, cade giustamente a ore 8.
min. 6.. Nel solstizio d’inverno il levar del Sole è ad ore 7. min. 42.; onde il punto di mezzo per
andare alle 12. è ad ore 9. min. 51., al qual corrisponderebbe rigorosamente l’ora di Terza. Dunque
se questa si fissasse per tutto l’anno alle ore nove, come molti amerebbero, succederebbe una
posticipazione di 54. minuti nel più lungo giorno di state, ed una anticipazione di min. 51. nel più
corto d’inverno. Ne’tempi intermedj l’error si fa sempre minore a misura che ci scostiamo dai tempi
dei solstizj, e che ci avviciniamo a quelli degli equinozj dove è nullo. Egli è dunque da vedere se
il detto errore, che non è sempre eguale, ma spesso è piccolo o nullo, sia veramente di tal
conseguenza che possa portar pregiudizj; considerando massime, che quel tempo che si perde nella
state si guadagna nel verno, onde in summa l’errore sparisce affatto, e gli affari nulla
perderebbero. Io confesso che inclinerei a preferire la stabilità dell’ora di Terza per tutto
l’anno, giudicando molto maggiore il comodo e l’utile di non mai alterare la distribuzione del tempo
per le azioni della vita, di quel che sia il piccolo incomodo d’intraprenderle nell’inverno
mezz’ora, o tre quarti d’ora più presto, che non si farebbe mutando l’ora di Terza. Siccome malgrado
tutt’i prodigi dell’umano ingegno sarebbe assunto vano il negare l’imperio dell’abitudine, la qual
ci fa forse agire i novanta centesimi della vita macchinalmente, così l’uniformità dell’ora per le
nostre azioni influisce necessariamente nella regolarità, nella perseveranza, e nell’intensione
delle azioni medesime; e deve partorire vantaggi, che non possono quidditarsi aritmeticamente, ma
che il filosofo può concepire e conoscere immensi. Credo pertanto di poter legittimamente
conchiudere, che la Tabella dell’Eccellentissimo Rappresentante di Chioggia per l’ora di Terza è
senza dubbio incensurabile anzi lodevole, poichè inerente ai principj della sua istituzione antica e
moderna. Ma come con l’Orologio Europeo le variazioni di quell’ora non riescono tante nè tanto
grandi come con l’Italiano, così guarderei come un pregio oltre i tanti che il primo Orologio
distinguono, il poter che esibisce di abolire ogni variazione senza commetter notabili discrepanze;
e crederei che se il suddetto Eccellentissimo Podestà ha fatto benissimo, e forse non dovea
cominciare altrimenti, soddisfacendo a ciò che richiedeva la più scrupolosa esattezza, passerebbe
dal bene al meglio promovendo in appresso la costante uniformità dell’ora di Terza per tutto l’anno.
Ho l’onore di dirmi. Suo Divot. Serv. ed Affez. <lb></lb>Amico C. </seg>
</seg> Nota di quelli, che hanno ottenuto il premio ne’prossimi Esami generali nelle Pubbliche
Scuole di Venezia. Nella prima Classe. Signori Gio: Battista Pezzoli. Francesco Farina. Benedetto
Rizzardini. <pb n="580"></pb>Carlo Recurti. Giovanni Cimarosto. Alvise Migliorini. Carlo Galli. Giulio
Tornieri. Gioachino Bagaroto. Paolo Urbani. Antonio Moschini. Alvise Mensurati. Giovanni Deluca.
Nella seconda Classe. Signori Giovanni Frezzeto. Cristoforo Soratroi. Pietro Cuniali. Peitro
Coronelli. Niccolò Chenighsaven. Carlo Colesei. Federigo Boerio. Francesco Cordich. Francesco
Spadaroto. Bonaventura Quellacasa. Giuseppe Lanari. Leonardo Coledeni. Nella terza Classe. Signori
Giuseppe Cuniali. Aurelio Dall’acqua. Spiridion Calucci. Tommaso Tastini. Giacomo Savoldello.
Domenico Urbani. Nella quarta Classe. Signori Giovanni Lena. Antonio Moschini. Giuseppe Bonajuti.
Morando Mondini. Nella quinta Classe. Signori Antonio Scalfaroto. Lorenzo Castaldis. Giacomo
Manfren. Sebastiano Pagiaro. Nella Scuola di Filosofia. Sig. Giovanni Dolfin. Nella Scuola di
Matematica. Signori Pietro Alessandri. Giustino Vidoni. Giovanni Dolfin. Nella Scuola di Jus
Canonico, e di Storia Ecclesiastica. Signori Giovanni Toffoluti. Domenico Pigozzo. Gio: Battista
Zucchi. Nella Scuola di Eloquenza, e di Jus Civile. Signori Domenico Carrara. Marco Corniani. Pietro
Gaspari. Alberto Stella. Nella Scuola del disegno. Sig. Onorato Dehez. Dig. Antonio Barbon. I nome
de’Chierici premiati in queste scuole, saranno registrati nelle stampiglie delle scuole de’Sestieri.
Un melanconico leggitore di questi Fogli con un Biglietto spirante orrore, di nera carta, e di rosso
carattere, protesta di palpitare ogni volta, che trova in essi descritto qualche suicidio, e
d’essersi abbandonato alla più profonda tristezza dacchè seppe i recenti di Verona, e di Brescia.
Senza spiegarsi chiaramente egli ci lascia capire, che ha una spezie di tentazione d’imitare questi
detestabili esempj, e dimanda se vi sia alcun Libro che insegni a superarla teoricamente. Possiamo
dirgli, che nove anni sono s’è stampata a Parigi un’Operetta in 12. di 160. pagine la quale porta
per titolo. Mezzi proprj a garantire gli uomini dal suicidio, opera nella quale dopo aver proccurato
di scoprire le cause dell’uccisione volontaria di sè medesimo, si proccura altresì di mostrare li
mezzi di garantirsene; preceduta da un Discorso sopra l’origine, e i progressi del suicidio in
Inghilterra, ed in Francia, del Signor L. P. L. D. Se poi questo Libro sia stato tradotto in
Italiano, o se nell’originale si trovi in vendita in questa Città, non lo sappiamo. In mancanza d’un
tal soccorso, caso che averlo ei non possa, ha da bastare la nostra Religione co’lumi suoi, il
naturale amore della nostra esistenza, e il lodevole orgoglio di non cedere a’mali vilmente col
privarsi della vita per non sentirli, ma di superarli con <pb n="581"></pb>fortezza Filosofica, per
vincere la sua abbominevole tentazione. Non si conosce soltanto dal senso intimo di questo luttuoso
Biglietto, che il suo Autore sia spaventato dall’idea di soggiacere un giorno a una sì tragica
morte, ma si scopre, quasi suo malgrado, ch’egli proccura di rendersela famigliare spogliandola di
tutto il suo orrore colle massime della pretesa Filosofia degli Spiriti Forti. Si appoggia alla
sentenza del Metastasio <seg synch="#FR.5" type="E3"> Non è ver che sia la morte Il peggior di tutti
i mali: È un solievo de’mortali, Che son stanchi di soffrir </seg> come se queste fossero parole
dell’Autore, e non dell’Attore, e un’anima sì pura penetrata dalle grandi verità della Religione,
quale egli si dimostra evidentemente ne’suoi Sacri Componimenti, avesse voluto animare i travagliati
al suicidio. Collo stesso fondamento accusarlo potrebbesi della più falsa dottrina se si volesse suo
il sentimento messo in bocca di Jarba <seg synch="#FR.6" type="E3"> Allo splendor del trono Belle le
colpe sono, Perde l’orror l’inganno, Tutto si fa virtù. </seg> Accresce l’accennato Scrittore questi
sospetti col deplorare (apparentemente) il tristo destino di tanti uomini illustri, che privati si
sono di vita, e per trovar sul trono un luminoso esempio, che blandisca il tetro suo genio ritrocede
fino al <seg synch="#FR.7" type="E3">
<seg synch="#FR.8" type="EX"> famoso Odino Prete ambizioso, abile Monarca, che può essere
considerato come il fondatore de’Governi del Nord; che impiegò tutte le seduzioni del genio, per
sottomettere delle intere popolazioni, e per incatenarle colla forza, e coll’opinione; che si servì
dell’armi, della persuasione, e della magia per assoggettar la Norvegia, e seppe spargere sugli
spiriti una spezie di prestigio coll’attenzione ch’egli ebbe di non mai lasciare in lui scoprir
l’uomo. Non vi fu mai un conquistatore dotato di maggiori talenti de’suoi: oratore e poeta perorava
a’suoi soldati, e improvvisava de’versi: insegnò a’popoli del Nord l’arte della Poesia, e per molto
tempo fece credere, che predicesse l’avvenire, e risuscitasse i morti. Tutto vero, ma quale fu la
cagione del di lui suicidio? </seg>
</seg> Ce la dichiara il celebre Inglese Williams nel seguente passo della sua Istoria de’Governi
del Nord. <seg synch="#FR.9" type="E3">
<seg synch="#FR.10" type="EX"> “Compute le gloriose sue spedizioni, Odino ritornò in Isvezia, e
sentendosi vacillante sugli orli del sepolcro, non volle che la malattia troncasse il filo de’giorni
suoi, dopo avere sì spesso sfidata ne’combattimenti la morte. Egli convocò tutti gli amici suoi, ed
i compagni delle sue imprese, e alla loro presenza colla punta d’una lancia si diede nove ferite in
forma di cerchio dichiarando nel momento di spirare, ch’egli andava nella Scitia a collocarsi trà i
Dei, promettendo d’accogliere un girono onorevolmente nel Paradiso tutti quelli che si fossero
esposti coraggiosamente nelle battaglie, o che morti fossero coll’armi alla mano.” </seg>
</seg> L’esempio di questo illustre Fanatico, che prevenne di pochi momenti la morte, dovrà forse
fatalmente influire sullo spirito del suicidio in chi professa una Religione di verità, ed è in
piena robustezza di corpo? Finga, o dica davvero chi stese sul nero Foglio le sanguigne parole, noi
non abbiamo per esso migliore risposta. Ci siamo dispensati dal riportarle, perchè in gran parte
condannate vanno all’obblio, e non avremmo potuto che trascrivere de’periodi tronchi, e sconnessi.
<pb n="582"></pb><seg synch="#FR.11" type="MT"> Al Numero 67 di questo Fogli s’è inserita una breve
Lettera di Verona contenente una falsa notizia della soppressione dell’Arte di que’Farinati, e
Pistori. Al numero 70 ne abbiamo pubblicata un’altra venutaci da quella Città di giusta e solenne
ritrattazione sull’accennato punto. Con nostra sorpresa ricevute abbiamo, dopo questo pubblico
disingante, delle altre Lettere gli scrittori delle quali si mostrano affatto ignari dell’accennata
ritrattazione, perchè ci stimolano a fare quel ch’è già fatto. Cotesti Signori abbiano la bontà di
leggere la Gazzetta al predetto numero 70 e vedranno se resta luogo ad ulteriori lamentazioni, e
rimproveri. </seg>
<seg type="U2">Trastullo Medicinale.</seg>
<seg synch="#FR.12" type="MT"> Soggiace al male della Polmonea l’incognito Scrittore d’una dolente
Lettera a noi diretta, in cui lagnasi de’suoi Medici, che lo alimentano di sempre belle, e non mai
verificate speranze. Vorrebbe udir col mezzo di questo Foglio qualche opinione, e qualche buon
insegnamento sulla cura della sua malattia. Sarà difficile, che alcuno, per zelo del pubblico bene,
voglia prendersi questo incomodo. Noi intanto sempre attenti dal canto nostro a giovare, o tentar di
giovare, a chi si degna di ricorrere alla nostr’attenzione traduciamo sul fatto il seguente Articolo
dell’Almanacco di Gotha dell’anno corr., che viene a proposito della richiesta. </seg>
<seg synch="#FR.13" type="E3"> Che può avere, si dirà, di comune il giuoco del Bindolo ossia
Strumento da dondolarsi, colla tristezza? Questa interrogazione, a prima giunta, sembra naturale: ma
non la farà chi sappia quanto erano famigliari i mezzi presi dalla Ginnastica nell’impiego
dell’antica Medicina. A considerare in sè medesimo, il giuoco del Bindolo, non vi si vede che un
semplice movimento di oscillazione più o meno rapido, una spezie di ventilazione uniforme sia nella
superficie del corpo, che negli organi della respirazione, e finalmente un aggradevole passatempo.
Tutti questi vantaggi sembra che non abbiano alcun prossimo rapporto alla cura della tisichezza; ma
in questo, come su altri punti, la esperienza supera il ragionamento, ed oltre a ciò bisogna stare a
quello, ch’essa ne dice quando è diretta da un uomo intelligente, e sincero. Nondimeno, nel caso
presente, si può sostener questa pratica con altri fatti analoghi in uso della Medicina antica,
senza parlar de’vantaggj del cavalcare, che sembra non agire alcun poco, che per le scosse leggiere,
che imprime alle viscere. Si sà che la navigazione, è stata sempre riguardata come un eccellente
rimedio contro la tisichezza pomonare. Gli antichi Romani attaccati da questa malattia, andavano,
secondo Plinio, in Egitto, e questo naturalista riporta l’esempio di Gallio, ch’essendo divenuto
tisico dopo il suo Conosolato, ricuperò la salute con un tal viaggio. Siano quali si vogliano gli
effetti che Gilchrist attribuisce all’aria del mare ch’egli riguarda come medicinale, sembra che i
principali avvantaggi della Navigazione derivino, o dalla oscillazione che il corpo riceve
da’diversi movimenti del Vascello, o dalle alternative della gioja e della tristezza, del timore e
della speranza. Un raffinamento di lusso nell’antica Roma fece immaginare de’letti proprjad essere
bilanciati lectulos pensiles. Se ne fece in seguito un uso frequente in molte malattie, e Celso
medesimo consiglia quest’esercizio, allorchè non si può navigare, nè essere portato in lettiga, o in
seggiola. Antillo, Aezio, Celio, Oreliano, propongono ancora i letti a <pb n="583"></pb>tentennamento in
molte malattie croniche ed anche nella tisichezza. La lettura, ed una sostenuta e forte
declamazione, sono state vantate dagli antichi Medici come proprie a dar del vigore al petto ed agli
strumenti della voce; ed in effetto per questi esercizj l’aria è alternativamente inspirata e
spirata con forza, il calore è aumentato come la traspirazione toracica, ed il polmone è sgombrato
da’suoi umori superflui. Ora il giuoco del Bindolo pare che partecipi degli avvantaggi
dell’esercizio della voce, a cagione della corrente d’aria, che viene alternativamente a colpire il
polmone con più o meno rapidità. Non dirò nulla del trattenimento sollazzevole che proccura un simil
giuoco quantunque si debba contarlo per molto in una malattia nella quale la melanconia è sì
ordinaria. </seg> Causa. 7. Sett. 1789. Alla C. V. Post. “Nel 1665. 19. Novembre il Rever. P. Don
Gio: Battista Stazio volendo professare nel Monastero di S. Giorgio Maggiore di questa Città cesse,
e rinunziò a suo Fratello Bernardin tutti li di lui Beni che in qualunque modo spettar gli
potessero. Del 1691. 22. Marzo Bernardin Stazio Fratello del suddetto P. con Pubblico Instromento
dichiarò che, sebbene nella suddetta Rinunzia vi fosse la clausola di aver rinunziato anco tutto
quello, che per Testamenti, Codicilli, ec. gli potesse pervenire, pure non voleva che tal Rinunzia
in detta parte avesse effetto alcuno. Passata l’Eredità di detto Bernardin in Francesca sua sorella
mediante Testamento dello stesso; questa dispose di ciò che possedeva con sua Cedula 1709. 1. Aprile
a favore del suddetto P. Gio: Battista con condizione che dovesse eseguir ciò che ordinava in una
Cedula inserita nella presente. Con detta Cedula, doppo varj Legati, ordinava, che celebrato a suo
favore fosse un Anniversario nella chiesa di S. Giorgio Maggiore: del rimanente di sua facoltà
dovesse il suo Erede disporre, come in vita gli aveva ordinato. Alla mancanza poi del sudetto suo
Erede instituì Erede il Monastero suddetto con l’obbligo delli Legati da essa formati, Anniversario,
e Mansoneria quotidiana da essa ordinata. E finalmente chiuse le sue disposizioni con un nuovo
Codicillo 1721. 8. Febbraro con cui revocò la sostituzione fatta del Monastero, lasciando Erede
libero suo Fratello P. Gio: Battista con questo che li Capitali obbligati alla Mansoneria ed
Anniversario dovessero esser sempre a ciò soggetti. Al caso poi il suo Fratello premorisse ad essa
allora instituisce Erede il Monastero. Godette pacificamente il Monastero tal Eredità, quando li 17.
maggio 1788. insorsero certe Femmine di Famiglia Stazio, quali pretendendo ad esse Jure Sanguinis
dovuto tal Patrimonio impugnarono alli Sopra Monasteri il Codicillo suddetto nella parte
dell’instituzione dell’Erede, sostenendo al Taglio che li Monaci per Legge non potessero ereditare.
Si difese il Monastero con Scrittura di risposta 28 Maggio 1788. sostenendo il Laudo dell’impugnato
Codicillo. Si regolarono, in vista di ciò, le Femmine Stazio e con Scrittura 31. detto in due Capi,
impugnarono le due disposizioni di detta Francesca, adducendo che per Legge non poteva un Monaco
succedere ad una Eredità. Implorata l’assoluzione dal Monastero anco da detti due Capi, seguì li 22.
Decembre passato spedizione absente a favor di dette Femmine che ap-<pb n="584"></pb>pellata dal
Monastero fù il soggetto del suddetto 3zo Consiglio, nel quale a difesa dello Spoglio intentato
sostenè il Monastero, ch’essendo una disposizione anteriore alla Legge 1767. potesse benissimo il
Monastero succedere in detta Eredità, e così fù deciso con il seguente Spazzo. Al Taglio 22. Al
Laudo 6. Avvocati al Taglio. Eccellenti Gallino, e Stefani. Interruttore Facini. Interveniente
Niccolò Albinoni. Al Laudo. Eccellenti Orlandi, e Michiel Caffi Interveniente Andrea Adami. Come si
avvisò è giunto Mercordì pros. pas. in questa Città S. E. il Sig. Conte Potocki Starosta di Szcyzec,
Ministro Plenipotenziario ed Inviato estraordinario alla sublime Porta degli Serenissimi Stati di
Polonia. Le persone del suo seguito son in numero di 108 ed altre 40 se ne attendono per l’accennata
via di Trieste. Il suo viaggio marittimo sarà sino a Corinto, e di là per terra passerà in 40 giorni
a Costantinopoli. Oltre 32 Legni da tiro che ha seco, ci vorranno 40 carri per i trasporti, e 200
cavalli. De gente di mare sbarcata dalla Polonia Bombarda Pubblica venuta al disarmo, sentesi
confermata la notizia già sparsa in altro Foglio politico, ma con diverse circostanze, che il nostro
Capit. Panà sia stato attaccato nell’acque di Cao-Ducato da uno Sciabecco Tunisino contro il quale
fece quella maggiore resistenza che far poteva un Bastimento mercantile con pochi marinaj.
Felicemente fu scoperto il suo impegno da una delle veloci Galeotte di nuova invenzione, ch’ora
questa Repubblica tiene in corsi, e volando alla sua difesa prese in mezzo il piratico Legno, che
trà due fochi fulminato rimase coll’eccidio totale di que’barbari. Tanto della gente suddetta s’è
riferito come inteso alla sua partenza dal Levante da un Bastimento colà giunto dall’acque del
marino conflitto. Ogni buon suddito sentirà con soddisfazione simili notizie, e bramerà al par di
noi, che restino verificate. Alle ore 20 del giorno 9 da Brusselles per la via del Tirolo arrivò
improvvisamente a Verona il Reale Conte d’Artois con 20 persone di seguito cioè 5 nobili Soggetti, e
il resto Uffiziali di Casa, e Domestici. Alloggiò a quel sontuoso Albergo delle due Torri, ove
benchè precorso non fosse il menomo avviso, servito fu da suoi pari, e diede segni del suo
umanissimo gradimento a quell’abile Locandiere Sig. Gio: Bernardi. La seguente mattina alle 10
d’Italia è partito per Mantova onde di là passar a pernottare a Cremona, ed essere la sera degli 11
a Milano, e quella de’12 a Torino. Così detto fu da lui stesso. Voleva passar nel suo viaggio per
Brescia e Bergamo ma fu consigliato di schivare quelle strade sassose per non interrompere la
rapidità delle sue corse. Tanto abbiamo da una Lettere de’10 corrente. <seg type="U2">Savio in
Settimana.</seg> Per la prossima vegnente. s. Pietro Zeno. Cambj. <seg type="DT">Venerdì 10
Settembre.</seg> Lione 57 e mezzo. Parigi 57. Roma 63. Napoli 116. Livorno 99 e 3 4ti. Milano 155.
Genova 91. e un 4to. Amsterdam 93. Londra 49. Augusta 103 e 3 4ti. Vienna 196 e mezzo. Prezzi delle
Biade. Formento a L. 31 circa. Sorgo Turco a L. 15. Segale a L. 22. Fagiuoli bianchi a L. 22. Miglio
da L. 17 a 18. Risi da Duc. 34 a 35. </seg>
</seg>
</ab>
</div>
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</TEI>
