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      <titleStmt>
        <title>Num. 5</title>
        <author>Antonio Piazza</author>
      </titleStmt>
      <editionStmt>
        <edition>Moralische Wochenschriften</edition>
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          <name>Julia List</name>
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          <name> Alexandra Fuchs</name>
          <resp>Editor</resp>
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        <respStmt>
          <name> Kirsten Dickhaut</name>
          <resp>Editor</resp>
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        <respStmt>
          <name> Magdalena Albert</name>
          <resp>Editor</resp>
        </respStmt>
        <respStmt>
          <name> Ingrid Scherk</name>
          <resp>Editor</resp>
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      <publicationStmt>
        <publisher>Institut für Romanistik, Universität Graz</publisher>
        <date when="2015-10-13">13.10.2015</date>
        <idno type="PID">o:mws.3899</idno>
      </publicationStmt>
      <sourceDesc>
        <bibl>Piazza, Antonio: Gazzetta veneta urbana. Venezia: Zerletti 1789, 33-40 </bibl>
        <bibl type="Einzelausgabe" xml:id="GUV">
          <title level="j">Gazzetta urbana
                        veneta</title>
          <biblScope type="vol">3</biblScope>
          <biblScope type="issue">005</biblScope>
          <date>1789</date>
          <placeName key="#GID.1">Italien</placeName>
        </bibl>
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            <interpGrp type="Narrative_Darstellungsebenen">
              <interp xml:id="E1">Ebene 1</interp>
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            <interpGrp type="Narrative_Darstellungsformen">
              <interp xml:id="AE">Allgemeine Erzählung</interp>
              <interp xml:id="SP">Selbstportrait</interp>
              <interp xml:id="FP">Fremdportrait</interp>
              <interp xml:id="D">Dialog</interp>
              <interp xml:id="AL">Allegorisches Erzählen</interp>
              <interp xml:id="TR">Traumerzählung</interp>
              <interp xml:id="F">Fabelerzählung</interp>
              <interp xml:id="S">Satirisches Erzählen</interp>
              <interp xml:id="EX">Exemplarisches Erzählen</interp>
              <interp xml:id="UT">Utopische Erzählung</interp>
              <interp xml:id="MT">Metatextualität</interp>
              <interp xml:id="ZM">Zitat/Motto</interp>
              <interp xml:id="LB">Leserbrief</interp>
            </interpGrp>
          </ab>
        </interpretation>
      </editorialDecl>
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        <name type="place">Graz, Austria</name>
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        <language ident="it">Italian</language>
      </langUsage>
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          <term>
            <term xml:lang="de">Glück</term>
            <term xml:lang="it">Fortuna</term>
            <term xml:lang="en">Happiness</term>
            <term xml:lang="es">Fortuna</term>
            <term xml:lang="fr">Bonheur</term>
          </term>
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            <term xml:lang="de">Wohltätigkeit</term>
            <term xml:lang="it">Beneficenza</term>
            <term xml:lang="en">Charity</term>
            <term xml:lang="es">Caridad</term>
            <term xml:lang="fr">Bienfaisance</term>
          </term>
        </keywords>
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                    <p rend="EU"><milestone unit="E1" xml:id="FR.1"></milestone>
                    </p>
                    <div1>
                        <head><hi rend="smallcaps">Num. 5. </hi></head>
                        <p rend="date"><hi rend="smallcaps">Sabbato</hi> 17. <hi rend="smallcaps">Gennaro</hi> 1789. </p>
                        <p rend="BA"><milestone unit="E2" xml:id="FR.2"></milestone>
                            <milestone unit="E3" xml:id="FR.3"></milestone>
                            <milestone unit="LB" xml:id="FR.4"></milestone><hi rend="italic">Signor</hi>
                            <hi rend="italic">Gazzettiere</hi>
                            <hi rend="italic">Stimatissimo</hi>. </p>
                        <p rend="date">Addì 8. Gennaro 1789. Treviso. </p>
                        <p rend="SO"><hi rend="smallcaps"><milestone unit="MT" xml:id="FR.5"></milestone>
                                M</hi>i increbbe assai il non avervi potuto soddisfare per molto
                            tempo di alcuna relazione, che risguardar potesse questa nostra Città.
                            Incolpatene la sorte, di cui per molte traversie divenni infelice
                            bersaglio. Ora vi farò palese un fatto, che potè destare l’ammirazione
                            de’più intendenti. <milestone rend="closer" unit="MT"></milestone> Nella Villa di
                                <hi rend="italic">Falzè di Campagna</hi> nel nostro Territorio,
                            entro lo spazio di cinque ore avvennero ad una Famiglia soprannomata <hi rend="italic">Morelato</hi> quattro sinistri accidenti, che poi
                            lietamente sortirono della fine. Un giorno dopo che cotesti Villani
                            aveano pranzato: Ecco d’improvviso veggono sull’aja sdrajato dimenarsi
                            come un randello il loro Porco. Crucciosi v’accorrono, e si dan fretta
                            di medicarlo. Tutto è dar in nonnulla. La bestia mostra di soccombere. I
                            Contadini, come è lor costume, per mezz’ora fanno d’intorno a lui un
                            istancabile piagnisteo. Poscia partono dolenti. Quando sono per entrare
                            in Cucina, uno di loro s’avvede, che il Porco rialzato sano, e salvo
                            camminava per l’aja. Ripigliano allora la contentezza. Ma che? mentre
                            stupidi ammirano il fatto, veggon d’appresso corcarsi supini i Polli
                            d’India. Invitati pertanto dal novello strano infortunio, si beccano il
                            cervello per rinvenire la cagione della già temuta perdita. Le donne
                            piangenti sospettando di qualche fattucchieria cominciano a far sopra
                            quelli mille croci. Tutto in darno; poichè di morir apertamente fanno
                            mostra. Lo stupore, e l’affanno li fecero più di prima dare in
                            istrepitose grida. Ma non sì tampoco ristanno ivi a piagnere, che
                            cotesti, come se niente lor fosse accaduto, si rianno. </p>
                        <p>Quanto per lo innanzi dolor provarono, altrettanto fù per essi il gaudio,
                            il quale venne interrotto dal sentire con incestante lamentevole suono
                            mugghiar entro la Stalla un bue. Corron do bot-<pb n="34"></pb>to i           
                 sciagurati Villani: apprestano sovvenimento: ma ei fà cenno di morire.
                            Allora si fù che con forti schiamazzi sollevarono il vicinato; e che
                            addimandarono del Piovano, acciò li benedicesse, e cacciasse lungi
                            da’lor confini il diavolo, che credeano, ei volesse far di loro, come
                            del Zimbello. Non sì tosto i vicini alla lor Casa arrivano, che il Bue
                            sorge da terra; e comincia mangiare, e rugumare come prima. </p>
                        <p>Tutti stupiscono in udir tali eventi: come anche il Piovano, che fatto
                            consapevole d’ogni cosa ritornò a casa, vedendo che di lui mostravano di
                            non ne abbisognare i Contadini. Qui non cessano le vicende. Partono li
                            vicini. Quelli della Famiglia vanno a zappar nel vicin Campo. Quando
                            ecco il Figlio del Padre di Famiglia trambascia sì, che pare ei senta
                            dolori di morte. E mentre si ange, e si dimena, perde la favella: e come
                            morto in terra si distende. Se grandi furono i spasimi di quegli
                            sfortunati per i passati casi, voi vi potete immaginare quali a tale
                            spettacolo saranno state di col loro le strida. Basta; il Cielo dopo
                            un’<lb></lb> ora li volle consolare, e ridonò loro la consolazione
                            manifestando nel già creduto morto Figlio chiari segni di vita. Pertanto
                            si vide lo stesso ripigliar le perdute forze, e camminare. <milestone unit="MT" xml:id="FR.6"></milestone> E quì terminò il fatto. Scusate se troppo
                            mi dilungai nel riferirvi simili avvenimenti. Continuatemi il vostro
                            compatimento, che a’vostri cenni sarò sempre. <milestone rend="closer" unit="MT"></milestone></p>
                        <p rend="BU">Affez. Servitore. </p>
                        <p rend="BU">L’Abbate N. <milestone rend="closer" unit="LB"></milestone>
                            <milestone rend="closer" unit="E3"></milestone></p>
                        <p rend="date"><milestone unit="E3" xml:id="FR.7"></milestone>
                            <milestone unit="LB" xml:id="FR.8"></milestone> Verona. Li 10. Gennaro 1789. </p>
                        <p rend="SO">Le novità, che quì corrono, sono triste. Il vivere è a caro
                            prezzo, perchè pochi commestibili vengono in Piazza; e c’è scarsezza di
                            farine, e particolarmente di gialla, perchè li molini non possono
                            macinare. Sono morti dal freddo alcuni poveri. Jeri ed oggi cadde una
                            copiosissima neve. È pericoloso il camminare per queste nostre strade. </p>
                        <p>Domenica scorsa alle ore cinque circa quattro Birri di Città a cagione
                            del giuoco vennero trà loro a contesa nell’Osteria detta dei <hi rend="italic">Mazzanti</hi>; poscia son andati ad un Caffè sotto il
                                <hi rend="italic">Volto</hi>
                            <hi rend="italic">Barbero</hi>, e colà si tirarono di pistola, ma senza
                            colpirsi: ed usciti illesi della Bottega son andati in Piazza dei
                            Signori, e colà hanno dato mano ai tromboni; e dopo più scariche uno è
                            restato subito morto, un altro morì il Martedì notte; il terzo, ch’era
                            rimasto in vita, e non ferito, nel voler uscire dalla porta di San Zen
                            fu preso da’Birri, e condotto in prigione; il quarto, ch’era ferito,
                            fuggì da questa Città ma quando fu verso il confine Veronese dalla parte
                                d’<hi rend="italic">Ala</hi> di Roveredo, ha dovuto fermarsi,
                            mettersi a letto. Gli si formò contusione della ferita non medicata, trà
                            il collo, e la spalla, e morì pur esso. <milestone rend="closer" unit="LB"></milestone>
                            <milestone rend="closer" unit="E3"></milestone></p>
                        <p rend="BA"><milestone unit="E3" xml:id="FR.9"></milestone>
                            <milestone unit="LB" xml:id="FR.10"></milestone><hi rend="italic"> Signor</hi>
                            <hi rend="italic">Gazzettiere</hi>.<lb></lb>Da una Città del Mondo.<lb></lb>Li
                            12. del 1789. </p>
                        <p rend="SO">Permettetemi un’espressione, che appartiene al settimo
                            Comandamento del Decalogo. Quì passa per proverbio, che se ogni Ladro
                            dovesse subire la pena di morte colle budella d’un onorato galant’uomo
                            nessuno morrebbe di morte violenta. Diffatti in questa Città e Provincia
                            siamo ridotti all’eccesso, e non sappiamo più di chi fidarsi: e li pochi
                            veri onorati affirmeranno la mia proposizione. Quà non passa giorno, <pb n="35"></pb> che tanto in Città quanto in campagna non sentasi qualche
                            latrocinio o grave, o per lo meno lieve: ma sempre di qualche somma. Non
                            basta la semdre lodata ed indefessa vigilanza di chi saggiamente
                            governaci, e l’attenzione continua de’Ministri: imperocchè se li
                            ministri sono molti, duecento volte di più sono i ladri. Intanto che si
                            vigila da una parte si ruba dall’altra; e quel ch’è peggio, molte volte
                            s’ingannano i ministri stessi cogli abiti, che portano. Li credono
                            Mercanti, o persone civili, e sono in realtà veri ladri. </p>
                        <p>Anco nelle Case Nobili sonosi introdotti costoro ad esercitare il loro
                            mestiere, e alle volte colgono l’ora della Conversazion notturna per
                            essere più sicuri del loro bordo. </p>
                        <p>Li Mercanti son costretti a fidarsi di pochi avventori, perchè tratto
                            tratto si veggono mancare or l’una, or l’altra pezza di roba. In somma
                            un Inquisitor sopra Furti solamente, quì avrebbe un continuo impiego.
                            Quando per altro si potesse un pò restringere l’ordine Criminale in tale
                            proposito, e che per mezzo di Denunzie Segrete si potessero rilevare i
                            rei, son certo, che molti, che passeggiano in buona figura sarebbero i
                            primi castigati. Si schiarirebbe in allora, che non solamente sono
                            questi tali i veri Protettori, e ricettatori di Ladri, ma che gli
                            prestano perfino gli abiti, onde potere sotto buona figura esercitare
                            impunemente il loro mestiere. Costoro tengono Magazzino di robe rubate,
                            e mantengono del necessario tutti quelli, che dolosamente vivono a spese
                            della Società. E se mi fosse lecito il nominarli ve ne additerei per lo
                            meno cinquanta, oltre quelli che non saranno palesi. Se gli oziosi, e
                            malviventi trovansi annidati in gran numero nella Città, non vi sono
                            nientemeno in proporzione in tutti i Paesi di questa Provincia, e molto
                            più in quei lontani, e meno timorosi dei riflessi della Giustizia ove,
                            oltre li domestici continui furti odesi perfino, degli eccessi, degni di             
               qualunque castigo, dal quale alcuni non hanno per altro potuto
                            sottrarsi.</p>
                        <p>Sarebbe necessaria una leva generale colla scorta dei soli Parrochi. Ed
                            oh ! quanto in allora troverebbersi sollevati i poveri sudditi, che si
                            guadagnano il pane a sudor di sangue. </p>
                        <p rend="BU">Vostro affet. Amico. <milestone rend="closer" unit="LB"></milestone>
                            <milestone rend="closer" unit="E3"></milestone></p>
                        <p rend="BA"><milestone unit="E3" xml:id="FR.11"></milestone>
                            <milestone unit="LB" xml:id="FR.12"></milestone><hi rend="italic"> Signor</hi>
                            <hi rend="italic">Gazzettiere</hi>. </p>
                        <p rend="date">Padova. 13. Gennaro 1789. </p>
                        <p rend="SO">Pajonmi degni d’esser letti per la loro eleganza, e chiarezza i
                            pochi Versi Latini, che unitamente alla lettera, con cui mi furono
                            accompagnati, trasmetto a Vossignoria. Sono usciti dalla penna d’un mio
                            Amico Maestro di belle Lettere, in cui ho sempre ammirata la nitidezza,
                            e la felicità. Mi rallegro con lei dei Versi, che ha indirizzati al Sig.
                            Foppa, e sono in tutta la stima. </p>
                        <p rend="BU">Suo affet. Servitore. <lb></lb>N. N. <milestone rend="closer" unit="LB"></milestone>
                            <milestone rend="closer" unit="E3"></milestone></p>
                        <p rend="BA"><milestone unit="E3" xml:id="FR.13"></milestone>
                            <milestone unit="LB" xml:id="FR.14"></milestone> Nobil Signore. </p>
                        <p rend="SO">Eccole pochi Distici sull’argomento, che m’indicò. Aveva già
                            intesa la disgrazia dello sventurato Uffiziale Trivigiano, come del pari
                            erami nota la venustà, e leggiadria di suo Fratello. Io però non conosco
                            nè l’uno, nè l’altro, ancorchè dimorassi qualche anno a Treviso. Può ben
                            ella ricordarmeli quanto le piace, altro non saprei rispondere con <pb n="36"></pb> verità, senonchè la loro Famiglia parvemi del rango delle
                            Civili. Questo già poco importa. Il non conoscerlo non fa, ch’io non
                            senta compassione del primo, e se anche noto mi fosse il secondo,
                            ch’ella chiama <hi rend="italic">fortunatissimo</hi>, non saprei
                            certamente invidiarlo. Noi altri Ecclesiastici riputiamo una vera
                            miseria quella, che Vossignorie del secolo dicono felicità. Ammirerei
                            quest’ultimo, quando fosse capace di sacrificare il supposto suo genio
                            alla miseria dell’infelice Fratello. Non mi lusingo di tanto per altro,
                            e son certo, che il mio suggerimento, se intendesse il latino, lo
                            farebbe ridere, e niente più. Intanto ho il piacere di averla servita
                            anche per questa volta, e con tutto il rispetto mi dò l’onor di
                            segnarmi. </p>
                        <p rend="BU">Devot. Obblig. Servitore <lb></lb>N. N. <milestone rend="closer" unit="LB"></milestone>
                            <milestone rend="closer" unit="E3"></milestone></p>
                        <lg>
                            <l rend="G1"><milestone unit="E3" xml:id="FR.15"></milestone>
                                <milestone unit="ZM" xml:id="FR.16"></milestone><hi rend="italic"> Qua posuit
                                    (preclara situ) peregrinus Osiris (<note n="1">Il Bonifazio
                                        vuole, che Onride fabbricaste Treviso</note>)</hi></l>
                            <l rend="GF"><hi rend="italic">Menia, piscosis undique cincta vadis,
                                </hi></l>
                            <l rend="G1"><hi rend="italic">Etbereas gemini Fratres vener sub auras,
                                </hi></l>
                            <l rend="GF"><hi rend="italic">Queis tamen baud cadem mens, animusque             
                       fuit. </hi></l>
                            <l rend="G1"><hi rend="italic">Alter enim ancipitis tentare pericula
                                    Martis </hi></l>
                            <l rend="GF"><hi rend="italic">Audet, est anime prodigus ipse sue.
                                </hi></l>
                            <l rend="G1"><hi rend="italic">Alter castra petit Veneris, nitidusque
                                    juventa </hi></l>
                            <l rend="GF"><hi rend="italic">Pulchra cupidinei militisarma gerit.
                                </hi></l>
                            <l rend="G1"><hi rend="italic">Ille sed esctemplo pugna congressus
                                    iniqua </hi></l>
                            <l rend="GF"><hi rend="italic">Excidit bostili preda cruenta manu:
                                </hi></l>
                            <l rend="G1"><hi rend="italic">Et gemit eratos innexus colla catenis,
                                </hi></l>
                            <l rend="GF"><hi rend="italic">Hellespontiaci qua tumet unda maris.
                                </hi></l>
                            <l rend="G1"><hi rend="italic">Hic celeres promens pharetra meliore
                                    sagittas </hi></l>
                            <l rend="GF"><hi rend="italic">Usque Puellarum sauciat arte sinus.
                                </hi></l>
                            <l rend="G1"><hi rend="italic">Et misere plorant onerate pectora nodis,
                                </hi></l>
                            <l rend="GF"><hi rend="italic">Quod neget optatam ferre superbus opem.
                                </hi></l>
                            <l rend="G1"><hi rend="italic">Fortunate Puer, Fratri succurre,
                                    Parentis</hi></l>
                            <l rend="GF"><hi rend="italic">Avertesque simul tristia fata Jenis.
                                </hi></l>
                            <l rend="G1"><hi rend="italic">Si qua tibi est pulchras inter
                                    pulcherrima, que sit </hi></l>
                            <l rend="GF"><hi rend="italic">Armipotenti Asie digna Puella Viro,
                                </hi></l>
                            <l rend="G1"><hi rend="italic">Illus ducito captivam: mihi crede,
                                    retorto </hi></l>
                            <l rend="GF"><hi rend="italic">Fraterna abrumept vincula Virgo pede.
                                    </hi><milestone rend="closer" unit="ZM"></milestone>
                                <milestone rend="closer" unit="E3"></milestone></l>
                        </lg>
                        <div2>             
               <head><pb n="37"></pb><hi rend="italic">Libri Nuovi. </hi></head>
                            <p rend="SO">Dalli Torchj del Signor <hi rend="italic">Ramanzini</hi> in
                                Verona, è uscita alla fine dell’anno prossimo scorso la ristampa del
                                Libretto di forma duodecima, di pagine 98. non comprese le 30 della
                                Dedica, e della Prefazione, in buona carta, ed in bel carattere,
                                intitolato <hi rend="italic">Discorsi sulla vita sobria </hi>di<hi rend="italic"> Luigi Cornaro</hi>. La Lettera dedicatoria
                                diretta al Signor <hi rend="italic">Alberto</hi>
                                <hi rend="italic">Albertini</hi> dal Signor <hi rend="italic">Agostino</hi>
                                <hi rend="italic">Vivorio</hi>, scritta con purità di stile, senza
                                estendersi in ampollosi Elogj del Mecenate, ma ponendo soltanto il
                                sodo suo merito in bella vista, con precisione, e giustezza, dà allo
                                stesso tempo un’idea della medesima atta ad invogliarne alla
                                lettura, facendone ingegnosamente conoscere lo scopo, ed il pregio.
                                La prefazione poi è uno di que’rari pezzi, che al contrario delle
                                comuni le quali affaticando i leggitori lor fanno perdere la volontà
                                di proseguire, trattiene eruditamente l’applicazione, ed apparecchia
                                alla materia con un’evidenza la più chiara, e persuasiva. È
                                richiamata in essa la gloriosa memoria di quegli illustri Patrizj
                                Veneti, ch’egualmente distinti si sono in questa dominante
                                Repubblica colla saviezza de’consigli, e col valore dell’opere, che
                                in quella delle Lettere colla dottrina, e coll’ingegno; è dato un
                                nobile eccitamento a’loro elogj; è validamente difesa la letteratura
                                italiana contro la cieca prevenzione per la straniera; è fatto
                                conoscere a luminosi caratteri il celebre autor del Trattato colle
                                testimonianze onorevoli del nostro immortale <hi rend="italic">Apostolo</hi>
                                <hi rend="italic">Zeno</hi>, che nelle sue annotazioni alla
                                Biblioteca di Monsignor <hi rend="italic">Fontaninì</hi> parla della
                                sua nobilissima origine, della sua splendidezza, e della lunga sua
                                vita. </p>
                            <p rend="SO">Le opere del <hi rend="italic">Cornaro</hi> tradotte furono
                                nelle Lingue Inglese, Francese, e Latine, prova chiarissima
                                dell’alto lor merito. Basterà questa cognizione a chi lo ignora per
                                proccurarsi un erudito trattenimento nell’accennato Trattato di cui
                                valersi ponno utilmente. </p>
                            <p><hi rend="italic">Gli</hi>
                                <hi rend="italic">splendidi</hi>
                                <hi rend="italic">Luculli,</hi>
                                <hi rend="italic">e</hi>
                                <hi rend="italic">i</hi>
                                <hi rend="italic">molli</hi>
                                <hi rend="italic">Apici</hi>. Vendesi al prezzo di soldi 30. da
                                questo Librajo <hi rend="italic">Bertella</hi> a S. Giuliano. </p>
                            <p><hi rend="italic">I capi d’Opera del Teatro antico e moderno,
                                    italiano e straniero</hi>, Tomo Primo contenente un discorso sul
                                    <hi rend="italic">Teatro</hi> formale e materiale, corredato di
                                otto stampe in rame rappresentanti l’idea d’un nuovo <hi rend="italic">Teatro</hi>. </p>
                            <p><milestone unit="MT" xml:id="FR.17"></milestone> Allorchè diedesi in luce il
                                Manifesto di questa tipografica impresa l’abbiamo di buona voglia
                                inserito in uno di questi Fogli, affine di contribuire per quanto
                                valer può il nostro mezzo al vantaggio della medesima. <milestone rend="closer" unit="MT"></milestone></p>
                            <p>Parlando adesso della forma, e dell’edizione di questo volume, diremo
                                esser quella in comodo e maneggevole ottavo, e questa in ottima
                                carta, e nitido vistoso carattere. La numerazione delle sue pagine
                                arriva al 142 senza le non poche che comprendono, il Frontispizio,
                                la Dedica all’<hi rend="italic">eccelso</hi> C<hi rend="italic">avaliere</hi> Spagnuolo il Sig. <hi rend="italic">Marchese</hi>
                                    d’<hi rend="italic">Iranda</hi>, l’<lb></lb>idea dell’Opera, il             
                   Manifesto riprodotto, la Prefazione, e l’Indice de’Capitoli; e senza
                                l’altre in cui son impresse le tavole in rame, e le loro
                                spiegazioni. I Capitoli, abbracciati dal Discorso<hi rend="superscript"><note n="2"><hi rend="italic">Fu esso
                                            stampato la prima colta a Roma nel </hi>1771<hi rend="italic">, e ristampato in questa Città due Anni
                                            dappoi dal Signor</hi> Pasquali.</note></hi> che forma
                                la materia di questo Tomo Primo son i seguenti. </p>
                            <p rend="SO"><pb n="38"></pb><hi rend="italic"> Del Teatro in generale.
                                    Giudizj opposti riguardo al Teatro. Idea di conciliarli. Origine
                                    del Teatro. Suo oggetto. Sua divisione. Poesia. Bella natura.
                                    Dramma. Regole comuni ad ogni Dramma. </hi></p>
                            <p><hi rend="italic">Della Tragedia. Regole della Tragedia. Storia della
                                    Tragedia. </hi></p>
                            <p><hi rend="italic">Della Commedia. Regole per la Commedia. Storia
                                    della Commedia. </hi></p>
                            <p><hi rend="italic">Della Pastorale. </hi></p>
                            <p><hi rend="italic">Dell’Opera in Musica. </hi></p>
                            <p><hi rend="italic">Dell’Argomento dell’Opera. </hi></p>
                            <p><hi rend="italic">Della Musica. Influenza della Musica. Essenza della
                                    Musica. </hi></p>
                            <p><hi rend="italic">Della Sinfonia. Del recitativo. Delle Arie.
                                    De’Cori. Delle burtlette in Musica. </hi></p>
                            <p><hi rend="italic">Degli Attori. </hi></p>
                            <p><hi rend="italic">De’Balli. </hi></p>
                            <p><hi rend="italic">Della decorazione. </hi></p>
                            <p><hi rend="italic">Del Teatro Materiale. Descrizione del Teatro
                                    antico. Del moderno. </hi></p>
                            <p><hi rend="italic">Loro confronto. Idea d’un nuovo Teatro. </hi></p>
                            <p><hi rend="italic">Cause de’difetti del Teatro, e mezzi per
                                    ristabilirlo. </hi></p>
                            <p rend="SO">Per quelli, che letto non hanno il Manifesto è necessario
                                almeno il ripetere che la scelta de’Capi d’Opera „non riguarderà
                                solamente gli autori e le opere d’un medesimo Autore, ma talor le
                                parti d’una sol opera, col prendersi ex. gr. due o tre scene sublimi
                                d’un Dramma dell’Inglese <hi rend="italic">Schakespeare</hi>, o
                                dello Spagnuolo <hi rend="italic">Lope</hi>
                                <hi rend="italic">de</hi>
                                <hi rend="italic">Vega</hi>, e col lasciar le loro assurdità, e le
                                loro inezie agli amatori dell’<hi rend="italic">Opera</hi>
                                <hi rend="italic">omnia</hi>. I pezzi originalmente scritti in
                                Italiano, e in Francese resteranno nell’originale lor Lingua, e
                                saranno tradotti nell’una, o nell’altra gli altri pezzi antichi e
                                moderni dettati in Lingue diverse. La raccolta si conterrà in un
                                proporzionato numero di tomi, ognun de’quali verrà alla sua consegna
                                pagato in ragione del numero de’Fogli, al prezzo di soldi 4 Veneti
                                per ogni Foglio di 16 Pagine, prezzo a cui sarà pur limitato ogni
                                rame, e la legatura d’ogni Volume. Si ricevono le Associazioni dallo
                                    <hi rend="italic">Stampatore</hi>
                                <hi rend="italic">Antonio</hi>
                                <hi rend="italic">Curti</hi> qu. Giacomo, a San Niccolò, e da’Libraj
                                    <hi rend="italic">Storti</hi> e <hi rend="italic">Foglierini</hi> in Merceria”. </p>
                            <p rend="SO"><milestone unit="MT" xml:id="FR.18"></milestone> Un nostro <hi rend="italic">Affezionatissimo</hi> di Verona dopo aver parlato
                                in una sua Lettera scrittaci, del Distico di <hi rend="italic">Tibullo</hi>, e delle cinque sue traduzioni da noi stampate
                                dice: <milestone rend="closer" unit="MT"></milestone></p>
                            <p><milestone unit="E3" xml:id="FR.19"></milestone>
                                <milestone unit="ZM" xml:id="FR.20"></milestone> „Non sono per altro riuscito
                                di fare un Distico Italiano d’un Distico Latino, ma molto meno
                                d’assai col trasportar due Versi Latini in un solo Endecassillabo.
                                Sia questo buono o cattivo, sarò sempre contento d’aver soddisfatto
                                alle voglie dello spasimante ec.” <milestone rend="closer" unit="ZM"></milestone>
                                <milestone rend="closer" unit="E3"></milestone></p>
                            <lg>
                                <l rend="GF"><milestone unit="E3" xml:id="FR.21"></milestone>                         
           <milestone unit="ZM" xml:id="FR.22"></milestone><hi rend="italic"> Illam
                                        quidquid agit, quoquò vestigia movit </hi></l>
                                <l rend="GF"><hi rend="italic">Componit furtim, subsequiturque
                                        decor. </hi><milestone rend="closer" unit="ZM"></milestone>
                                    <milestone rend="closer" unit="E3"></milestone></l>
                            </lg>
                        </div2>
                        <div2>
                            <head><hi rend="smallcaps">Versione</hi>. </head>
                            <div3>
                                <head><hi rend="italic">Con grazia, e venustà s’adopra, e move.
                                    </hi></head>
                                <p rend="SO">Aggiunge poi. „Dell’Opera di Verona era meglio tacerne
                                    che il giudicarne sì male da un vostro Assocciato.” </p>
                                <p rend="SO">Chi sà mai s’egli sia scontento per la partita della
                                        <hi rend="italic">qualità</hi>, o de’<hi rend="italic">difetti</hi>? In due Lettere scritte da Verona ad una
                                    Signora di questa Città, c’era molto da accrescere alla lista
                                    spiacevole, e da alterare il Bilancio. </p>
                                <p rend="SO"><pb n="39"></pb>
                                    <milestone unit="E3" xml:id="FR.23"></milestone>
                                    <milestone unit="FP" xml:id="FR.24"></milestone> Quel vecchio detto <hi rend="italic">Nane</hi>
                                    <hi rend="italic">Matto</hi>, che anni sono era tanto prodigo
                                    d’aspersioni d’acqua santa, e d’oglio raccolto a mano dalle
                                    Lampade sacre, con danno di molti tabarri; che dormiva in
                                    istrada, e veniva vestito due volte all’anno da certi suo
                                    benefattori; che succhiava da un pezzolino di sudicia pipa degna
                                    d’un pescator buranello il fumo di limosinato tabacco: che a
                                    pochi chiedeva la carità solo in estremo bisogno, e ne faceva
                                    agli altri; che non parlava mai, ed era solito ad ire ogni notte
                                    a ora tarda nella cucina dell’Osteria della Luna: notissimo per
                                    il suo silenzio, per le sue stravaganze, per la tranquillità
                                    filosofica della sua vita, per una certa testa da medaglia, per
                                    la folta rossiccia barba, che dava un’aria di maggior gravità
                                    alla sua pensante fisonomia, quello da qualche mese non si vede
                                    più in questa Città. <milestone rend="closer" unit="FP"></milestone>
                                    <milestone rend="closer" unit="E3"></milestone></p>
                                <p>La Gazzetta n’ebbe una pressante ricerca, e preso impegno
                                    d’informarsene venne a sapere: ch’egli non è morto dal freddo,
                                    come credevasi, ma prima che giungesse l’Inverno passò la
                                    Laguna, e andò al suo Paese nel Friuli dal quale Dio sà da
                                    quanti anni mancava! Fu conosciuto nel suo passaggio per <hi rend="italic">San</hi>
                                    <hi rend="italic">Donà</hi>                             
       <hi rend="italic">di</hi>
                                    <hi rend="italic">Piave</hi> da un Mercante da vino che molte
                                    volte lo vide a questa nominata Osteria, ed ebbe a sudare per
                                    cavargli di bocca dopo cento replicate interrogazioni una
                                    risposta alla Spartana, per cui venne a sapere che andava a
                                    casa, e che la sua casa era a <hi rend="italic">Colmurs</hi>. A
                                    cenni il buon <hi rend="italic">Nane</hi> gli chiese tabacco, e
                                    intrepidamente proseguì il suo viaggio. </p>
                                <p>Ecco appagata la curiosità di chi tanto bramava aver notizie di
                                    lui. È degna di memoria la risoluzione d’un uomo, che visse
                                    tanti anni trà noi ricusando tetto ed alloggio, che mai disse di
                                    qual Paese si fosse, che tanto parve fermo nel sui sistema di
                                    vita, e che nella sua vecchiaja si ricordò d’aver Patria, e
                                    volle andar a morire ove nacque. Venezia non ebbe mai un povero
                                    più discreto, tranquillo, umano; non nuocero ad alcuno le sue
                                    stravaganze, se prescindasi da qualche mantello macchiato dalla
                                    sua divozione ne’tempi passati. Gli si diceva matto, perchè
                                    viveva a suo modo: si contentava del poco ch’esigeva la sua
                                    sussistenza; considerava che appartenesse agli altri poveri
                                    quello che al momento non occorreva per lui, e così nella sua
                                    miseria medesima non ebbe mai nè bisogni estremi, nè desiderj;
                                    non contese perchè non parlava, ed era sovente, senza chieder
                                    nulla, soccorso. </p>
                                <p><milestone unit="MT" xml:id="FR.25"></milestone> Risparmiate le risa
                                    insultatrici su questo ingenuo racconto, o sfaccendati ciarloni,
                                    che biasimate tutto. <hi rend="italic">Nane</hi>, ad onta della
                                    sua miseria, fece del bene a’suoi simili, ed ha un diritto alle
                                    pubbliche lodi. Voi indegni del suo paragone, non aprite bocca,
                                    che per fare del male. <milestone rend="closer" unit="MT"></milestone></p>                        
    </div3> 
                       </div2>
                        <div2>
                            <head><hi rend="smallcaps">Avviso</hi>. </head>
                            <p rend="SO">Oggi soltanto, Sabbato 17. corrente, il Sig. <hi rend="italic">Teodoro</hi>
                                <hi rend="italic">Viero</hi> ha potuto pubblicare la stampa della
                                veduta dell’Isoletta di S. Secondo colla Laguna gelata; e ciò per il
                                gran lavoro, che ci volle a condurla a perfetto fine, avendo voluto,
                                che siano rimarcati in essa li principali accidenti, e gli
                                spettacoli seguiti su quel Piano agghiacciato dal giorni 29 Dicembre
                                fino alli 14 del presente Gennaro, a perpetua memoria de’posteri. </p>
                            <p rend="SO">Questa è in gran Foglio Reale, e vendesi nera al prezzo di
                                soldi 30, e soldi 50 colorata al naturale. Può essa servire di                             
   fornitura essendo della grandezza della Raccolta di 28 principali
                                Vedute di Venezia, che vendesi dal suddetto al suo Negozio in
                                Merceria dell’Orologio. </p>
                            <p rend="SO">È diversa da quella piccola delineata dal Sig. <hi rend="italic">G</hi>. <hi rend="italic">B</hi>. <hi rend="italic">Grego</hi>, e incisa dal Sig. <hi rend="italic">Scattaglia</hi>, la quale vien venduta a San Marco, e per la
                                Città. </p>
                            <p rend="BU">Mer.</p>
                        </div2>
                        <div2>
                            <head><pb n="40"></pb>
                                <hi rend="italic">Avvertimento</hi>. </head>
                            <p rend="SO">La Lettera scritta <hi rend="italic">da una Città del
                                    Mondo</hi>, per quanto apparisce da’segni Postali, viene da un
                                Paese limitroso, ove a cagione dalle presenti guerre introdotti si
                                sono gli oziosi, ed i malviventi ad infestare quella Popolazione; ed
                                è pur troppo vero, che le guerre, generano sempre conceguenze di tal
                                natura, ne’Paesi particolarmente confinanti. </p>
                        </div2>
                        <div2>
                            <head>Teatri. </head>
                            <p rend="SO">La Tragedia intitolata <hi rend="italic">Zorami</hi>, non
                                fu replicata a S. Luca dopo la prima recita, perchè il Sig. <hi rend="italic">Petronio </hi>soggiacque ad incomodi di salute.
                                l’altr’jeri fu rimessa in iscena, ebbe concorso ed applausi, e si
                                chiamò la replica. </p>
                            <p>La <hi rend="italic">Virginia </hi>a Sant’Angiolo durò 3 sole sere,
                                com’era bene da prevedere all’accoglimento, ch’ebbe la prima. </p>
                            <p>Siamo avvisati, che domani verrà riprodotta, dopo molti anni di
                                pausa, nel Teatro a S. Gio: Grisostomo, l’azione favolosa del nostro
                                inimitabile sig. <hi rend="italic">Goldoni</hi> intitolata<hi rend="italic"> Il Genio Buone, e il Genio Cattivo.</hi>
                            </p>
                        </div2>
                        <div2>
                            <head><hi rend="italic">Cambj. </hi></head>
                            <p rend="date">Venerdi 16 corrente. </p>
                            <p rend="SO">Lione 59 e 5 8vi. Parigi 59. Roma 63. Napoli 119 e mezzo.
                                Livorno 99 e 3 4ti. Milano 155 e mezzo. Genova 92 e 3 4ti. Amsterdam
                                93 Londra 48 e 3 4ti. Augusta 101 e 3. 4ti. Vienna 197. </p>
                        </div2>
                        <div2>        
                    <head><hi rend="italic">Prezzi delle Biade. </hi></head>
                            <p rend="SO">Il Formento a L. 29. Sorgo Turco a L. 22. 10. Segale a L.
                                15. Fagiuoli a L. 23. Miglio a L. 16. Il riso a duc. 35. 12 in 36 al
                                m. </p>
                        </div2>
                        <div2>
                            <head><hi rend="italic">Morti. </hi></head>
                            <p rend="SO">Il Sig. <hi rend="italic">Giamb</hi>. <hi rend="italic">Paganello</hi> mercante della Contrada di S. Leone. </p>
                            <p rend="SO">Il Circospetto Sig. <hi rend="italic">Melchior</hi>            
                    <hi rend="italic">Cavalli</hi> della Contrada di S. Luca. <milestone rend="closer" unit="E2"></milestone>
                                <milestone rend="closer" unit="E1"></milestone></p>
                        </div2>
                        <div2>
                            <head><hi rend="italic">Estrazione del Pubblico Lotto di Venezia
                                    </hi>16.<hi rend="italic"> Gennaro </hi>1788 M. V.</head>
                            <p><hi rend="smallcaps">Introito</hi></p>
                            <p rend="SO">Di Venezia L. 185692:19</p>
                            <p rend="SO">Di Terra Ferma L. 101270:1</p>
                            <p>L. 286963: sono D. 46284:9</p>
                            <p rend="SO">Numeri Estratti 23. 85. 67. 73. 45. </p>
                            <p><hi rend="smallcaps">Vincite</hi>
                            </p>
                            <p>Qualità, e quantità de’Terni. </p>
                            <p>N. 1 da Duc. 1000.</p>
                            <p rend="SO">Terni coll’Augumento D.13545: N.4 da Duc. 500.</p>
                            <p rend="SO">Ambi simili D.8722: N1. da Duc. 400.</p>
                            <p rend="SO">Estratti D. 660: N.1 da Duc. 300.</p>
                            <p>N.1 da Duc. 250.</p>
                            <p>D. 22927: N.4. da Duc. 200.</p>
                            <p>N.3. da Duc. 150.</p>
                            <p>N. 12. da Duc. 100.</p>
                            <p>N. 19. da Duc. 50.</p>
                            <p>N. 7. da Duc. 25.</p>
                            <p>N.53.</p>
                            <p rend="SO">La ventura Estrazione sarà li 14. Febbraro 1788 M. V.</p>
                            <p></p>
                        </div2>
                    </div1>
                </body>
      </text>
      <text ana="framings">
        <body xml:space="preserve">
                    <div>
                        <ab>
                            <seg synch="#FR.1" type="E1"> Num. 5. <seg type="DT">Sabbato 17. Gennaro
                                    1789. </seg>
                                <seg synch="#FR.2" type="E2">
                                    <seg synch="#FR.3" type="E3">
                                        <seg synch="#FR.4" type="LB">Signor Gazzettiere
                                            Stimatissimo. <seg type="DT">Addì 8. Gennaro 1789.
                                                Treviso. </seg>
                                            <seg synch="#FR.5" type="MT"> Mi increbbe assai il non
                                                avervi potuto soddisfare per molto tempo di alcuna
                                                relazione, che risguardar potesse questa nostra
                                                Città. Incolpatene la sorte, di cui per molte
                                                traversie divenni infelice bersaglio. Ora vi farò
                                                palese un fatto, che potè destare l’ammirazione
                                                de’più intendenti. </seg> Nella Villa di Falzè di
                                            Campagna nel nostro Territorio, entro lo spazio di
                                            cinque ore avvennero ad una Famiglia soprannomata
                                            Morelato quattro sinistri accidenti, che poi lietamente
                                            sortirono della fine. Un giorno dopo che cotesti Villani
                                            aveano pranzato: Ecco d’improvviso veggono sull’aja             
                               sdrajato dimenarsi come un randello il loro Porco.
                                            Crucciosi v’accorrono, e si dan fretta di medicarlo.
                                            Tutto è dar in nonnulla. La bestia mostra di soccombere.
                                            I Contadini, come è lor costume, per mezz’ora fanno
                                            d’intorno a lui un istancabile piagnisteo. Poscia
                                            partono dolenti. Quando sono per entrare in Cucina, uno
                                            di loro s’avvede, che il Porco rialzato sano, e salvo
                                            camminava per l’aja. Ripigliano allora la contentezza.
                                            Ma che? mentre stupidi ammirano il fatto, veggon
                                            d’appresso corcarsi supini i Polli d’India. Invitati
                                            pertanto dal novello strano infortunio, si beccano il
                                            cervello per rinvenire la cagione della già temuta
                                            perdita. Le donne piangenti sospettando di qualche
                                            fattucchieria cominciano a far sopra quelli mille croci.
                                            Tutto in darno; poichè di morir apertamente fanno
                                            mostra. Lo stupore, e l’affanno li fecero più di prima
                                            dare in istrepitose grida. Ma non sì tampoco ristanno
                                            ivi a piagnere, che cotesti, come se niente lor fosse
                                            accaduto, si rianno. Quanto per lo innanzi dolor
                                            provarono, altrettanto fù per essi il gaudio, il quale
                                            venne interrotto dal sentire con incestante lamentevole
                                            suono mugghiar entro la Stalla un bue. Corron do bot-<pb n="34"></pb>to i sciagurati Villani: apprestano
                                            sovvenimento: ma ei fà cenno di morire. Allora si fù che
                                            con forti schiamazzi sollevarono il vicinato; e che
                                            addimandarono del Piovano, acciò li benedicesse, e
                                            cacciasse lungi da’lor confini il diavolo, che credeano,
                                            ei volesse far di loro, come del Zimbello. Non sì tosto
                                            i vicini alla lor Casa arrivano, che il Bue sorge da
                                            terra; e comincia mangiare, e rugumare come prima. Tutti
                                            stupiscono in udir tali eventi: come anche il Piovano,
                                            che fatto consapevole d’ogni cosa ritornò a casa,
                                            vedendo che di lui mostravano di non ne abbisognare i
                                            Contadini. Qui non cessano le vicende. Partono li
                                            vicini. Quelli della Famiglia vanno a zappar nel vicin
                                            Campo. Quando ecco il Figlio del Padre di Famiglia
                                            trambascia sì, che pare ei senta dolori di morte. E
                                            mentre si ange, e si dimena, perde la favella: e come
                                            morto in terra si distende. Se grandi furono i spasimi             
                               di quegli sfortunati per i passati casi, voi vi potete
                                            immaginare quali a tale spettacolo saranno state di col
                                            loro le strida. Basta; il Cielo dopo un’<lb></lb>ora li             
                               volle consolare, e ridonò loro la consolazione
                                            manifestando nel già creduto morto Figlio chiari segni
                                            di vita. Pertanto si vide lo stesso ripigliar le perdute
                                            forze, e camminare. <seg synch="#FR.6" type="MT"> E quì
                                                terminò il fatto. Scusate se troppo mi dilungai nel
                                                riferirvi simili avvenimenti. Continuatemi il vostro
                                                compatimento, che a’vostri cenni sarò sempre. </seg>
                                            Affez. Servitore. L’Abbate N. </seg>
                                    </seg>
                                    <seg type="DT"><seg synch="#FR.7" type="E3">
                                            <seg synch="#FR.8" type="LB"> Verona. Li 10. Gennaro
                                                1789. </seg> Le novità, che quì corrono, sono
                                            triste. Il vivere è a caro prezzo, perchè pochi
                                            commestibili vengono in Piazza; e c’è scarsezza di
                                            farine, e particolarmente di gialla, perchè li molini
                                            non possono macinare. Sono morti dal freddo alcuni
                                            poveri. Jeri ed oggi cadde una copiosissima neve. È
                                            pericoloso il camminare per queste nostre strade.
                                            Domenica scorsa alle ore cinque circa quattro Birri di
                                            Città a cagione del giuoco vennero trà loro a contesa
                                            nell’Osteria detta dei Mazzanti; poscia son andati ad un
                                            Caffè sotto il Volto Barbero, e colà si tirarono di
                                            pistola, ma senza colpirsi: ed usciti illesi della
                                            Bottega son andati in Piazza dei Signori, e colà hanno
                                            dato mano ai tromboni; e dopo più scariche uno è restato
                                            subito morto, un altro morì il Martedì notte; il terzo,
                                            ch’era rimasto in vita, e non ferito, nel voler uscire
                                            dalla porta di San Zen fu preso da’Birri, e condotto in
                                            prigione; il quarto, ch’era ferito, fuggì da questa
                                            Città ma quando fu verso il confine Veronese dalla parte
                                            d’Ala di Roveredo, ha dovuto fermarsi, mettersi a letto.
                                            Gli si formò contusione della ferita non medicata, trà
                                            il collo, e la spalla, e morì pur esso. </seg>
                                    </seg>
                                    <seg synch="#FR.9" type="E3">
                                        <seg synch="#FR.10" type="LB"> Signor Gazzettiere.<lb></lb>Da
                                            una Città del Mondo.<lb></lb>Li 12. del 1789. Permettetemi
                                            un’espressione, che appartiene al settimo Comandamento
                                            del Decalogo. Quì passa per proverbio, che se ogni Ladro
                                            dovesse subire la pena di morte colle budella d’un
                                            onorato galant’uomo nessuno morrebbe di morte violenta.
                                            Diffatti in questa Città e Provincia siamo ridotti                                          
  all’eccesso, e non sappiamo più di chi fidarsi: e li
                                            pochi veri onorati affirmeranno la mia proposizione. Quà
                                            non passa giorno, <pb n="35"></pb>che tanto in Città quanto
                                            in campagna non sentasi qualche latrocinio o grave, o
                                            per lo meno lieve: ma sempre di qualche somma. Non basta
                                            la semdre lodata ed indefessa vigilanza di chi
                                            saggiamente governaci, e l’attenzione continua
                                            de’Ministri: imperocchè se li ministri sono molti,
                                            duecento volte di più sono i ladri. Intanto che si
                                            vigila da una parte si ruba dall’altra; e quel ch’è
                                            peggio, molte volte s’ingannano i ministri stessi cogli
                                            abiti, che portano. Li credono Mercanti, o persone
                                            civili, e sono in realtà veri ladri. Anco nelle Case
                                            Nobili sonosi introdotti costoro ad esercitare il loro
                                            mestiere, e alle volte colgono l’ora della Conversazion
                                            notturna per essere più sicuri del loro bordo. Li
                                            Mercanti son costretti a fidarsi di pochi avventori,
                                            perchè tratto tratto si veggono mancare or l’una, or
                                            l’altra pezza di roba. In somma un Inquisitor sopra
                                            Furti solamente, quì avrebbe un continuo impiego. Quando
                                            per altro si potesse un pò restringere l’ordine
                                            Criminale in tale proposito, e che per mezzo di Denunzie
                                            Segrete si potessero rilevare i rei, son certo, che
                                            molti, che passeggiano in buona figura sarebbero i primi
                                            castigati. Si schiarirebbe in allora, che non solamente
                                            sono questi tali i veri Protettori, e ricettatori di
                                            Ladri, ma che gli prestano perfino gli abiti, onde
                                            potere sotto buona figura esercitare impunemente il loro
                                            mestiere. Costoro tengono Magazzino di robe rubate, e
                                            mantengono del necessario tutti quelli, che dolosamente
                                            vivono a spese della Società. E se mi fosse lecito il
                                            nominarli ve ne additerei per lo meno cinquanta, oltre
                                            quelli che non saranno palesi. Se gli oziosi, e
                                            malviventi trovansi annidati in gran numero nella Città,
                                            non vi sono nientemeno in proporzione in tutti i Paesi
                                            di questa Provincia, e molto più in quei lontani, e meno
                                            timorosi dei riflessi della Giustizia ove, oltre li
                                            domestici continui furti odesi perfino, degli eccessi,
                                            degni di qualunque castigo, dal quale alcuni non hanno
                                            per altro potuto sottrarsi. Sarebbe necessaria una leva
                                            generale colla scorta dei soli Parrochi. Ed oh ! quanto
                                            in allora troverebbersi sollevati i poveri sudditi, che             
                               si guadagnano il pane a sudor di sangue. Vostro affet.
                                            Amico. </seg>
                                    </seg>
                                    <seg synch="#FR.11" type="E3">
                                        <seg synch="#FR.12" type="LB"> Signor Gazzettiere. <seg type="DT">Padova. 13. Gennaro 1789. </seg> Pajonmi
                                            degni d’esser letti per la loro eleganza, e chiarezza i
                                            pochi Versi Latini, che unitamente alla lettera, con cui
                                            mi furono accompagnati, trasmetto a Vossignoria. Sono
                                            usciti dalla penna d’un mio Amico Maestro di belle
                                            Lettere, in cui ho sempre ammirata la nitidezza, e la
                                            felicità. Mi rallegro con lei dei Versi, che ha
                                            indirizzati al Sig. Foppa, e sono in tutta la stima. Suo
                                            affet. Servitore. <lb></lb>N. N. </seg>
                                    </seg>
                                    <seg synch="#FR.13" type="E3">
                                        <seg synch="#FR.14" type="LB"> Nobil Signore. Eccole pochi
                                            Distici sull’argomento, che m’indicò. Aveva già intesa
                                            la disgrazia dello sventurato Uffiziale Trivigiano, come
                                            del pari erami nota la venustà, e leggiadria di suo
                                            Fratello. Io però non conosco nè l’uno, nè l’altro,
                                            ancorchè dimorassi qualche anno a Treviso. Può ben ella
                                            ricordarmeli quanto le piace, altro non saprei
                                            rispondere con <pb n="36"></pb>verità, senonchè la loro
                                            Famiglia parvemi del rango delle Civili. Questo già poco
                                            importa. Il non conoscerlo non fa, ch’io non senta
                                            compassione del primo, e se anche noto mi fosse il
                                            secondo, ch’ella chiama fortunatissimo, non saprei
                                            certamente invidiarlo. Noi altri Ecclesiastici riputiamo
                                            una vera miseria quella, che Vossignorie del secolo
                                            dicono felicità. Ammirerei quest’ultimo, quando fosse
                                            capace di sacrificare il supposto suo genio alla miseria
                                            dell’infelice Fratello. Non mi lusingo di tanto per
                                            altro, e son certo, che il mio suggerimento, se
                                            intendesse il latino, lo farebbe ridere, e niente più.
                                            Intanto ho il piacere di averla servita anche per questa
                                            volta, e con tutto il rispetto mi dò l’onor di segnarmi.
                                            Devot. Obblig. Servitore <lb></lb>N. N. </seg>
                                    </seg>
                                    <seg synch="#FR.15" type="E3">
                                        <seg synch="#FR.16" type="ZM"> Qua posuit (preclara situ)
                                            peregrinus Osiris (<note n="1">Il Bonifazio vuole, che
                                                Onride fabbricaste Treviso</note>) Menia, piscosis
                                            undique cincta vadis, Etbereas gemini Fratres vener sub             
                               auras, Queis tamen baud cadem mens, animusque fuit.
                                            Alter enim ancipitis tentare pericula Martis Audet, est
                                            anime prodigus ipse sue. Alter castra petit Veneris,
                                            nitidusque juventa Pulchra cupidinei militisarma gerit.
                                            Ille sed esctemplo pugna congressus iniqua Excidit
                                            bostili preda cruenta manu: Et gemit eratos innexus
                                            colla catenis, Hellespontiaci qua tumet unda maris. Hic
                                            celeres promens pharetra meliore sagittas Usque
                                            Puellarum sauciat arte sinus. Et misere plorant onerate
                                            pectora nodis, Quod neget optatam ferre superbus opem.
                                            Fortunate Puer, Fratri succurre, Parentis Avertesque
                                            simul tristia fata Jenis. Si qua tibi est pulchras inter
                                            pulcherrima, que sit Armipotenti Asie digna Puella Viro,
                                            Illus ducito captivam: mihi crede, retorto Fraterna
                                            abrumept vincula Virgo pede. </seg>
                                    </seg>
                                    <seg type="U2"><pb n="37"></pb>Libri Nuovi. </seg> Dalli Torchj del
                                    Signor Ramanzini in Verona, è uscita alla fine dell’anno
                                    prossimo scorso la ristampa del Libretto di forma duodecima, di
                                    pagine 98. non comprese le 30 della Dedica, e della Prefazione,
                                    in buona carta, ed in bel carattere, intitolato Discorsi sulla
                                    vita sobria di Luigi Cornaro. La Lettera dedicatoria diretta al
                                    Signor Alberto Albertini dal Signor Agostino Vivorio, scritta
                                    con purità di stile, senza estendersi in ampollosi Elogj del
                                    Mecenate, ma ponendo soltanto il sodo suo merito in bella vista,
                                    con precisione, e giustezza, dà allo stesso tempo un’idea della
                                    medesima atta ad invogliarne alla lettura, facendone
                                    ingegnosamente conoscere lo scopo, ed il pregio. La prefazione
                                    poi è uno di que’rari pezzi, che al contrario delle comuni le
                                    quali affaticando i leggitori lor fanno perdere la volontà di
                                    proseguire, trattiene eruditamente l’applicazione, ed
                                    apparecchia alla materia con un’evidenza la più chiara, e
                                    persuasiva. È richiamata in essa la gloriosa memoria di quegli
                                    illustri Patrizj Veneti, ch’egualmente distinti si sono in
                                    questa dominante Repubblica colla saviezza de’consigli, e col
                                    valore dell’opere, che in quella delle Lettere colla dottrina, e
                                    coll’ingegno; è dato un nobile eccitamento a’loro elogj; è
                                    validamente difesa la letteratura italiana contro la cieca
                                    prevenzione per la straniera; è fatto conoscere a luminosi
                                    caratteri il celebre autor del Trattato colle testimonianze
                                    onorevoli del nostro immortale Apostolo Zeno, che nelle sue
                                    annotazioni alla Biblioteca di Monsignor Fontaninì parla della             
                       sua nobilissima origine, della sua splendidezza, e della lunga 
                                   sua vita. Le opere del Cornaro tradotte furono nelle Lingue
                                    Inglese, Francese, e Latine, prova chiarissima dell’alto lor
                                    merito. Basterà questa cognizione a chi lo ignora per
                                    proccurarsi un erudito trattenimento nell’accennato Trattato di
                                    cui valersi ponno utilmente. Gli splendidi Luculli, e i molli
                                    Apici. Vendesi al prezzo di soldi 30. da questo Librajo Bertella
                                    a S. Giuliano. I capi d’Opera del Teatro antico e moderno,
                                    italiano e straniero, Tomo Primo contenente un discorso sul
                                    Teatro formale e materiale, corredato di otto stampe in rame
                                    rappresentanti l’idea d’un nuovo Teatro. <seg synch="#FR.17" type="MT"> Allorchè diedesi in luce il Manifesto di questa
                                        tipografica impresa l’abbiamo di buona voglia inserito in
                                        uno di questi Fogli, affine di contribuire per quanto valer
                                        può il nostro mezzo al vantaggio della medesima. </seg>
                                    Parlando adesso della forma, e dell’edizione di questo volume,
                                    diremo esser quella in comodo e maneggevole ottavo, e questa in
                                    ottima carta, e nitido vistoso carattere. La numerazione delle
                                    sue pagine arriva al 142 senza le non poche che comprendono, il
                                    Frontispizio, la Dedica all’eccelso Cavaliere Spagnuolo il Sig.
                                    Marchese d’Iranda, l’<lb></lb>idea dell’Opera, il Manifesto
                                    riprodotto, la Prefazione, e l’Indice de’Capitoli; e senza
                                    l’altre in cui son impresse le tavole in rame, e le loro
                                    spiegazioni. I Capitoli, abbracciati dal Discorso<note n="2">Fu
                                        esso stampato la prima colta a Roma nel 1771, e ristampato
                                        in questa Città due Anni dappoi dal Signor
                                    Pasquali.</note>che forma la materia di questo Tomo Primo son i
                                    seguenti. <pb n="38"></pb>Del Teatro in generale. Giudizj opposti
                                    riguardo al Teatro. Idea di conciliarli. Origine del Teatro. Suo
                                    oggetto. Sua divisione. Poesia. Bella natura. Dramma. Regole
                                    comuni ad ogni Dramma. Della Tragedia. Regole della Tragedia.
                                    Storia della Tragedia. Della Commedia. Regole per la Commedia.
                                    Storia della Commedia. Della Pastorale. Dell’Opera in Musica.
                                    Dell’Argomento dell’Opera. Della Musica. Influenza della Musica.
                                    Essenza della Musica. Della Sinfonia. Del recitativo. Delle
                                    Arie. De’Cori. Delle burtlette in Musica. Degli Attori.
                                    De’Balli. Della decorazione. Del Teatro Materiale. Descrizione
                                    del Teatro antico. Del moderno. Loro confronto. Idea d’un nuovo
                                    Teatro. Cause de’difetti del Teatro, e mezzi per ristabilirlo.
                                    Per quelli, che letto non hanno il Manifesto è necessario almeno
                                    il ripetere che la scelta de’Capi d’Opera „non riguarderà
                                    solamente gli autori e le opere d’un medesimo Autore, ma talor
                                    le parti d’una sol opera, col prendersi ex. gr. due o tre scene                        
            sublimi d’un Dramma dell’Inglese Schakespeare, o dello Spagnuolo
                                    Lope de Vega, e col lasciar le loro assurdità, e le loro inezie
                                    agli amatori dell’Opera omnia. I pezzi originalmente scritti in
                                    Italiano, e in Francese resteranno nell’originale lor Lingua, e
                                    saranno tradotti nell’una, o nell’altra gli altri pezzi antichi
                                    e moderni dettati in Lingue diverse. La raccolta si conterrà in
                                    un proporzionato numero di tomi, ognun de’quali verrà alla sua
                                    consegna pagato in ragione del numero de’Fogli, al prezzo di
                                    soldi 4 Veneti per ogni Foglio di 16 Pagine, prezzo a cui sarà
                                    pur limitato ogni rame, e la legatura d’ogni Volume. Si ricevono
                                    le Associazioni dallo Stampatore Antonio Curti qu. Giacomo, a
                                    San Niccolò, e da’Libraj Storti e Foglierini in Merceria”. <seg synch="#FR.18" type="MT"> Un nostro Affezionatissimo di
                                        Verona dopo aver parlato in una sua Lettera scrittaci, del
                                        Distico di Tibullo, e delle cinque sue traduzioni da noi
                                        stampate dice: </seg>
                                    <seg synch="#FR.19" type="E3">
                                        <seg synch="#FR.20" type="ZM"> „Non sono per altro riuscito
                                            di fare un Distico Italiano d’un Distico Latino, ma
                                            molto meno d’assai col trasportar due Versi Latini in un
                                            solo Endecassillabo. Sia questo buono o cattivo, sarò
                                            sempre contento d’aver soddisfatto alle voglie dello
                                            spasimante ec.” </seg>
                                    </seg>
                                    <seg synch="#FR.21" type="E3">
                                        <seg synch="#FR.22" type="ZM"> Illam quidquid agit, quoquò
                                            vestigia movit Componit furtim, subsequiturque decor.
                                        </seg>
                                    </seg>
                                    <seg type="U2">Versione. </seg> Con grazia, e venustà s’adopra,
                                    e move. Aggiunge poi. „Dell’Opera di Verona era meglio tacerne
                                    che il giudicarne sì male da un vostro Assocciato.” Chi sà mai
                                    s’egli sia scontento per la partita della qualità, o de’difetti?
                                    In due Lettere scritte da Verona ad una Signora di questa Città,
                                    c’era molto da accrescere alla lista spiacevole, e da alterare
                                    il Bilancio. <pb n="39"></pb><seg synch="#FR.23" type="E3">
                                        <seg synch="#FR.24" type="FP"> Quel vecchio detto Nane
                                            Matto, che anni sono era tanto prodigo d’aspersioni
                                            d’acqua santa, e d’oglio raccolto a mano dalle Lampade
                                            sacre, con danno di molti tabarri; che dormiva in
                                            istrada, e veniva vestito due volte all’anno da certi
                                            suo benefattori; che succhiava da un pezzolino di             
                               sudicia pipa degna d’un pescator buranello il fumo di
                                            limosinato tabacco: che a pochi chiedeva la carità solo
                                            in estremo bisogno, e ne faceva agli altri; che non             
                               parlava mai, ed era solito ad ire ogni notte a ora tarda
                                            nella cucina dell’Osteria della Luna: notissimo per il
                                            suo silenzio, per le sue stravaganze, per la
                                            tranquillità filosofica della sua vita, per una certa
                                            testa da medaglia, per la folta rossiccia barba, che
                                            dava un’aria di maggior gravità alla sua pensante
                                            fisonomia, quello da qualche mese non si vede più in
                                            questa Città. </seg>
                                    </seg> La Gazzetta n’ebbe una pressante ricerca, e preso impegno
                                    d’informarsene venne a sapere: ch’egli non è morto dal freddo,
                                    come credevasi, ma prima che giungesse l’Inverno passò la
                                    Laguna, e andò al suo Paese nel Friuli dal quale Dio sà da
                                    quanti anni mancava! Fu conosciuto nel suo passaggio per San
                                    Donà di Piave da un Mercante da vino che molte volte lo vide a
                                    questa nominata Osteria, ed ebbe a sudare per cavargli di bocca
                                    dopo cento replicate interrogazioni una risposta alla Spartana,
                                    per cui venne a sapere che andava a casa, e che la sua casa era
                                    a Colmurs. A cenni il buon Nane gli chiese tabacco, e
                                    intrepidamente proseguì il suo viaggio. Ecco appagata la
                                    curiosità di chi tanto bramava aver notizie di lui. È degna di
                                    memoria la risoluzione d’un uomo, che visse tanti anni trà noi
                                    ricusando tetto ed alloggio, che mai disse di qual Paese si
                                    fosse, che tanto parve fermo nel sui sistema di vita, e che
                                    nella sua vecchiaja si ricordò d’aver Patria, e volle andar a
                                    morire ove nacque. Venezia non ebbe mai un povero più discreto,
                                    tranquillo, umano; non nuocero ad alcuno le sue stravaganze, se
                                    prescindasi da qualche mantello macchiato dalla sua divozione
                                    ne’tempi passati. Gli si diceva matto, perchè viveva a suo modo:
                                    si contentava del poco ch’esigeva la sua sussistenza;
                                    considerava che appartenesse agli altri poveri quello che al
                                    momento non occorreva per lui, e così nella sua miseria medesima
                                    non ebbe mai nè bisogni estremi, nè desiderj; non contese perchè
                                    non parlava, ed era sovente, senza chieder nulla, soccorso. <seg synch="#FR.25" type="MT"> Risparmiate le risa insultatrici
                                        su questo ingenuo racconto, o sfaccendati ciarloni, che
                                        biasimate tutto. Nane, ad onta della sua miseria, fece del
                                        bene a’suoi simili, ed ha un diritto alle pubbliche lodi.
                                        Voi indegni del suo paragone, non aprite bocca, che per fare
                                        del male. </seg>
                                    <seg type="U2">Avviso. </seg> Oggi soltanto, Sabbato 17.
                                    corrente, il Sig. Teodoro Viero ha potuto pubblicare la stampa
                                    della veduta dell’Isoletta di S. Secondo colla Laguna gelata; e
                                    ciò per il gran lavoro, che ci volle a condurla a perfetto fine,                               
     avendo voluto, che siano rimarcati in essa li principali
                                    accidenti, e gli spettacoli seguiti su quel Piano agghiacciato
                                    dal giorni 29 Dicembre fino alli 14 del presente Gennaro, a
                                    perpetua memoria de’posteri. Questa è in gran Foglio Reale, e
                                    vendesi nera al prezzo di soldi 30, e soldi 50 colorata al
                                    naturale. Può essa servire di fornitura essendo della grandezza
                                    della Raccolta di 28 principali Vedute di Venezia, che vendesi
                                    dal suddetto al suo Negozio in Merceria dell’Orologio. È diversa
                                    da quella piccola delineata dal Sig. G. B. Grego, e incisa dal
                                    Sig. Scattaglia, la quale vien venduta a San Marco, e per la
                                    Città. Mer. <seg type="U2"><pb n="40"></pb>Avvertimento. </seg> La
                                    Lettera scritta da una Città del Mondo, per quanto apparisce
                                    da’segni Postali, viene da un Paese limitroso, ove a cagione
                                    dalle presenti guerre introdotti si sono gli oziosi, ed i
                                    malviventi ad infestare quella Popolazione; ed è pur troppo
                                    vero, che le guerre, generano sempre conceguenze di tal natura,
                                    ne’Paesi particolarmente confinanti. <seg type="U2">Teatri.
                                    </seg> La Tragedia intitolata Zorami, non fu replicata a S. Luca
                                    dopo la prima recita, perchè il Sig. Petronio soggiacque ad
                                    incomodi di salute. l’altr’jeri fu rimessa in iscena, ebbe
                                    concorso ed applausi, e si chiamò la replica. La Virginia a
                                    Sant’Angiolo durò 3 sole sere, com’era bene da prevedere
                                    all’accoglimento, ch’ebbe la prima. Siamo avvisati, che domani
                                    verrà riprodotta, dopo molti anni di pausa, nel Teatro a S. Gio:
                                    Grisostomo, l’azione favolosa del nostro inimitabile sig.
                                    Goldoni intitolata Il Genio Buone, e il Genio Cattivo. Cambj.
                                        <seg type="DT">Venerdi 16 corrente. </seg> Lione 59 e 5 8vi.
                                    Parigi 59. Roma 63. Napoli 119 e mezzo. Livorno 99 e 3 4ti.
                                    Milano 155 e mezzo. Genova 92 e 3 4ti. Amsterdam 93 Londra 48 e
                                    3 4ti. Augusta 101 e 3. 4ti. Vienna 197. Prezzi delle Biade. Il
                                    Formento a L. 29. Sorgo Turco a L. 22. 10. Segale a L. 15.
                                    Fagiuoli a L. 23. Miglio a L. 16. Il riso a duc. 35. 12 in 36 al
                                    m. Morti. Il Sig. Giamb. Paganello mercante della Contrada di S.
                                    Leone. Il Circospetto Sig. Melchior Cavalli della Contrada di S.
                                    Luca. </seg>
                            </seg>
                            <seg type="U2">Estrazione del Pubblico Lotto di Venezia 16. Gennaro 1788
                                M. V.</seg> Introito Di Venezia L. 185692:19 Di Terra Ferma L.
                            101270:1 L. 286963: sono D. 46284:9 Numeri Estratti 23. 85. 67. 73. 45.
                            Vincite Qualità, e quantità de’Terni. N. 1 da Duc. 1000. Terni
                            coll’Augumento D.13545: N.4 da Duc. 500. Ambi simili D.8722: N1. da Duc.
                            400. Estratti D. 660: N.1 da Duc. 300. N.1 da Duc. 250. D. 22927: N.4.
                            da Duc. 200. N.3. da Duc. 150. N. 12. da Duc. 100. N. 19. da Duc. 50. N.                           
 7. da Duc. 25. N.53. La ventura Estrazione sarà li 14. Febbraro 1788 M.
                            V. </ab>
                    </div>
                </body>
      </text>
    </group>
  </text>
</TEI>
