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        <title>La morte immatura</title>
        <author>Giovanni Ferri di S. Costante</author>
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      <editionStmt>
        <edition>Moralische Wochenschriften</edition>
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        <respStmt>
          <name> Alexandra Kolb</name>
          <resp>Editor</resp>
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        <respStmt>
          <name> Valentina Rauter</name>
          <resp>Editor</resp>
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      </editionStmt>
      <publicationStmt>
        <publisher>Institut für Romanistik, Universität Graz</publisher>
        <date when="2016-12-19">19.12.2016</date>
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        </p>
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      <sourceDesc>
        <bibl>Ferri di S. Costante, Giovanni: Lo Spettatore italiano, preceduto da un Saggio Critico sopra i
Filosofi Morali e i Dipintori de’Costumi e de’Caratteri. Milano: Società Tipografica de’Classici
Italiani 1822, 339-341 </bibl>
        <bibl type="Einzelausgabe" xml:id="SPI">
          <title level="j">Lo Spettatore italiano</title>
          <biblScope type="vol">4</biblScope>
          <biblScope type="issue">56</biblScope>
          <date>1822</date>
          <placeName key="#GID.1">Italien</placeName>
        </bibl>
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        <name type="place">Graz, Austria</name>
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        <language ident="it">Italian</language>
      </langUsage>
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            <term xml:lang="de">Menschenbild</term>
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              rend="smallcaps">La morte immatura</hi></head>
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                rend="smallcaps">a</hi> contemplazione di un venerando vecchio che, sostenuto dalla filial tenerezza ed animato da religiose speranze, dolcemente s’abbandona in braccio alla morte, eccita gravi sentimenti, senza però esacerbar di soverchio i cuori sensibili. Allorchè i più bei giorni della vita sono trascorsi, e giungono gli anni da niun piacere accompagnati, che resta egli da desiderare alla vecchiezza, se non che i suoi malori vengano confortati da vigili affettuose premure, e che l’estreme sue ore sieno da un ultimo supremo raggio rischiarate? A’vecchi, cui tanto è concesso, grata è la vita anche presso al suo termine. Essi non cadon già come fiori che, quando la lor freschezza vien meno, perdono a un tratto fragranza e vaghezza; ma sono simili alla rosa, che sebben priva del suo leggiadro colore, conserva tuttavia una piacevole soavità, ed è cercata e cara ancor nel suo decadimento.</p>
<p>Ma per un cuore delicato non vi è spettacolo più commovente di quello d’un giovanetto o d’una donzella cui la sanità non colorisce le gote, e che innanzi tempo discende nel sepolcro. <milestone
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                xml:id="PN.1">Carlo</persName>! la tua memoria in’inspira queste dolenti riflessioni. Oimè! io t’ho <pb
                n="340"/> veduto morir lentamente sull’april de’tuoi giorni, ed oh! con qual pazienza, con qual coraggio tu sopportavi la tua sciagura! Allorchè tuo padre, oppresso dal dolore e col pianto agli occhi, osservava i tuoi lineamenti trasfigurati da crudel morbo, e già di morte segnati, tu, dimenticando l’infelice tuo stato, per consolarlo, ti sforzavi di sorridergli. Ma sovente erano vani i tuoi sforzi; ed insufficiente a frenar la effusione del tuo cuore, ti ritiravi appoggiato ad un antico servitore, ed in segreto versavi quelle lagrime di cui tuo padre non fu giammai testimonio. Ahi! teco tu traesti tutto ciò che gli rendea cara la vita, ed ei non tardò a raggiugnerti nella tomba. <milestone
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                xml:id="FR.6"/> Non diversa fu pur la sorte della bella Elisa, la quale non avea vedute che sedici primavere, quando la morte a troncar venne i suoi giorni. L’infelice sua madre . . . . Ma chi può dipingere la disperazion d’una madre che piange morta l’unica sua figlia? Il dolore le avea quasi tolta la ragione. Ella avea serbati i capelli della diletta figlia, da’quali solamente alcun conforto prendeva. Quante volte, negli angosciosi suoi vaneggiamenti, volgendo ad essi il discorso: Amate trecce, sclamava, la cui vista rinnova il mio pianto, ma pure allevia le mie pene, voi avete sfuggito il sepolcro che non ha potuto ingoiarvi. Io vi miro e vi ricolmo de’miei baci, io vi stringo al mio cuore. Ma, oh Dio! esse non più ondeggeranno sul candido collo della mia <persName
                corresp="SPI" key="Elisa" subtype="U"
                xml:id="PN.2">Elisa</persName>, nè più ombreran le sue gote ove ridevan le rose! Oh come inanellate scherzar le vidi sulla sua <pb
                n="341"/> fronte, e caderne alcune a lei sugli omeri, ed altre velarne il bel seno! Ah se ornamento voi più non siete d’<persName
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soverchio i cuori sensibili. Allorchè i più bei giorni della vita sono trascorsi, e giungono gli
anni da niun piacere accompagnati, che resta egli da desiderare alla vecchiezza, se non che i suoi
malori vengano confortati da vigili affettuose premure, e che l’estreme sue ore sieno da un ultimo
supremo raggio rischiarate? A’vecchi, cui tanto è concesso, grata è la vita anche presso al suo
termine. Essi non cadon già come fiori che, quando la lor freschezza vien meno, perdono a un tratto
fragranza e vaghezza; ma sono simili alla rosa, che sebben priva del suo leggiadro colore, conserva
tuttavia una piacevole soavità, ed è cercata e cara ancor nel suo decadimento. Ma per un cuore
delicato non vi è spettacolo più commovente di quello d’un giovanetto o d’una donzella cui la sanità
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pazienza, con qual coraggio tu sopportavi la tua sciagura! Allorchè tuo padre, oppresso dal dolore e
col pianto agli occhi, osservava i tuoi lineamenti trasfigurati da crudel morbo, e già di morte
segnati, tu, dimenticando l’infelice tuo stato, per consolarlo, ti sforzavi di sorridergli. Ma
sovente erano vani i tuoi sforzi; ed insufficiente a frenar la effusione del tuo cuore, ti ritiravi
appoggiato ad un antico servitore, ed in segreto versavi quelle lagrime di cui tuo padre non fu
giammai testimonio. Ahi! teco tu traesti tutto ciò che gli rendea cara la vita, ed ei non tardò a
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vedute che sedici primavere, quando la morte a troncar venne i suoi giorni. L’infelice sua
madre . . . . Ma chi può dipingere la disperazion d’una madre che piange morta l’unica sua figlia?
Il dolore le avea quasi tolta la ragione. Ella avea serbati i capelli della diletta figlia, da’quali
solamente alcun conforto prendeva. Quante volte, negli angosciosi suoi vaneggiamenti, volgendo ad
essi il discorso: Amate trecce, sclamava, la cui vista rinnova il mio pianto, ma pure allevia le mie
pene, voi avete sfuggito il sepolcro che non ha potuto ingoiarvi. Io vi miro e vi ricolmo de’miei
baci, io vi stringo al mio cuore. Ma, oh Dio! esse non più ondeggeranno sul candido collo della mia
Elisa, nè più ombreran le sue gote ove ridevan le rose! Oh come inanellate scherzar le vidi sulla
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