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        <title>Il turbamento della domestica pace</title>
        <author>Giovanni Ferri di S. Costante</author>
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      <editionStmt>
        <edition>Moralische Wochenschriften</edition>
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          <name>Alexandra Fuchs</name>
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        <respStmt>
          <name> Alexandra Kolb</name>
          <resp>Editor</resp>
        </respStmt>
        <respStmt>
          <name> Andrea Kaser</name>
          <resp>Editor</resp>
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      </editionStmt>
      <publicationStmt>
        <publisher>Institut für Romanistik, Universität Graz</publisher>
        <date when="2016-11-30">30.11.2016</date>
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          <idno type="PID">o:mws-117-1041</idno>
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      <sourceDesc>
        <bibl>Ferri di S. Costante, Giovanni: Lo Spettatore italiano, preceduto da un Saggio Critico sopra i
Filosofi Morali e i Dipintori de’Costumi e de’Caratteri. Milano: Società Tipografica de’Classici
Italiani 1822, 251-254 </bibl>
        <bibl type="Einzelausgabe" xml:id="SPI">
          <title level="j">Lo Spettatore italiano</title>
          <biblScope type="vol">3</biblScope>
          <biblScope type="issue">57</biblScope>
          <date>1822</date>
          <placeName key="#GID.1">Italien</placeName>
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        <name type="place">Graz, Austria</name>
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        <language ident="it">Italian</language>
      </langUsage>
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            <term xml:lang="de">Menschenbild</term>
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            <term xml:lang="fr">Image de l’humanité</term>
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              rend="smallcaps">Il turbamento della domestica pace</hi></head>
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              rend="italic"> Exemplo junctae tibi sint in amore columbae: <lb/>Masculus et totum foemina conjugium</hi>.</p>
<p
                rend="QU"><name corresp="SPI" key="Prop. lib. 2" type="work" xml:id="WT.1">Prop. lib. 2</name>.</p>
<p
                rend="UM">Le colombe in amor specchio ti sieno: <lb/>Femmina e maschio fa ‘l connubio appieno. <milestone
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<p rend="SO"><milestone unit="E2" xml:id="FR.3"/> <milestone unit="E3"
                xml:id="FR.4"/> <milestone unit="AE" xml:id="FR.5"/> N<hi
                rend="smallcaps">el</hi> trapassare per lo mezzo di un villaggio, presso il quale è il mio casino di campagna, vidi in su la porta di un abituro due tortorelle che d’amore si parlavano, soavemente insieme mormorando, e mostravano che poco lor dolesse della perduta libertà. Oh! quanto, mi dissi io, si vorrebbe poner cura a questi semplicetti uccelli, ed alla fede che si portano, ed alla tenerezza che nel loro consorzio l’uno sente per l’altro! Certo lunga stagione non vive l’uno oltre la morte dell’altro; e quella breve vita che gli avanza, in lai consuma e in cordoglio; sì ferventemente e di cuore si amano. Nel vero egli è mirabile sì fatta costanza naturale, perchè rade volte ella vien meno, eziandio se con un nuovo oggetto si presumesse la vedovella dolente racconsolare. Che modello sarebbe questo all’uomo, se ritrarre il sapesse! quanto ammaestramento ne porge esempio sì bello! Assumendo il maschio anche le cure materne per alleviarne <pb
                n="252"/> la sua compagna, ne insegna esser la gioia di tutti i ben congiunti nodi riposta nell’ugualità.</p>
<p>Mentre che queste cose andava io fra me rivolgendo, udii un uomo dentro quel tugurio gridare con una voce orribile: Sei la più infingarda e la più sprecatrice femmina di questo casale; ed alle rampogne sopravvennero percosse, ed alle percosse guai e pianti altissimi: perciò io incontanente entrai nel tugurio, e vidi una bella e giovine donna crudelmente battuta dal suo furioso marito. Oh vergogna! dissi io, non più: non si conviene, uomo onesto sì barbaramente trattare una donna. Ed ella struggevasi in lagrime, ed, Ah! <persName
                corresp="SPI" key="Pietro" subtype="F"
                xml:id="PN.1">Pietro</persName>, diceva, io non mi sarei aspettato mai da te siffatto trattamento: è questa la mercede di tanti giorni passati nel dolore quando eri soldato? Per questo mi sarò io disdetta a tanti partiti che mi sono stati proposti! Nè infingarda nè sprecatrice sono io; i tempi sono duri, e so che vi travagliano; ma io non posso più guadagnare come, prima che ci nascesse questo figlio, io guadagnava; e perchè mi malmeniate, non iscemerà punto il prezzo del pane. Assai in questo casale patono più di noi. Ma voi, rispose il marito, tenete quegli uccelli perchè vi furono donati da qualcuno degli amanti onde vi gloriate, e perdete la metà del vostro tempo nell’acconciarvi e nell’ornarvi per comparir più bella che non sono le vicine. O quanto sarebbe meglio starvene un poco più al vostro filatoio; e converrà certo che sì facciate, se voi e questo vostro topolino non volete morire di fame.</p>
<p>Allora io: Il disagio, o <persName
                corresp="SPI" key="Pietro" subtype="F" xml:id="PN.2">Pietro</persName>, v’inasprisce; <pb
                n="253"/> e però vi compatisco, ma molto più di voi compiango vostra moglie. Ditemi: e non soggiace costei agli stessi affanni vostri? Ora perchè volerglieli accrescere con farle ancora sofferire il vostro mal umore? Certo la costanza di lei era degna di miglior trattamento. Non state più a rimproverarla perchè tiene queste innocenti tortorelle, anzi ponetevi a considerarle, che v’insegneranno ad essere felice. Esse sono prese e racchiuse, e stanno per la loro sussistenza nel vostro arbitrio, come voi siete in quello della Providenza; ma mitigano i loro mali colla loro mutua affezione. La pulizia della consorte e lo studio che fa della sua persona, sia da voi reputata una attenzione ch’essa ha per voi, perchè è manifesto che ancora intende e s’ingegna di piacervi. Credete voi che se rabbuffata e negletta e co’cenci indosso vi si fosse offerta innanzi agli occhi, l’avreste voi per moglie presa? Forse no, rispose con bassa fronte <persName
                corresp="SPI" key="Pietro" subtype="F"
                xml:id="PN.3">Pietro</persName>; e buon segno fu la sua confusione. Porsi parecchi scudi alla moglie, i quali avranno agevolata, come spero, la loro riconciliazione. Che se quel poco di moneta ha potuto rimetterli nella concordia e nella dolcezza di prima, a molto grande usura l’avrò io data. <milestone
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casino di campagna, vidi in su la porta di un abituro due tortorelle che d’amore si parlavano,
soavemente insieme mormorando, e mostravano che poco lor dolesse della perduta libertà. Oh! quanto,
mi dissi io, si vorrebbe poner cura a questi semplicetti uccelli, ed alla fede che si portano, ed
alla tenerezza che nel loro consorzio l’uno sente per l’altro! Certo lunga stagione non vive l’uno
oltre la morte dell’altro; e quella breve vita che gli avanza, in lai consuma e in cordoglio; sì
ferventemente e di cuore si amano. Nel vero egli è mirabile sì fatta costanza naturale, perchè rade
volte ella vien meno, eziandio se con un nuovo oggetto si presumesse la vedovella dolente
racconsolare. Che modello sarebbe questo all’uomo, se ritrarre il sapesse! quanto ammaestramento ne
porge esempio sì bello! Assumendo il maschio anche le cure materne per alleviarne <pb
                        n="252"/>la
sua compagna, ne insegna esser la gioia di tutti i ben congiunti nodi riposta nell’ugualità. Mentre
che queste cose andava io fra me rivolgendo, udii un uomo dentro quel tugurio gridare con una voce
orribile: Sei la più infingarda e la più sprecatrice femmina di questo casale; ed alle rampogne
sopravvennero percosse, ed alle percosse guai e pianti altissimi: perciò io incontanente entrai nel
tugurio, e vidi una bella e giovine donna crudelmente battuta dal suo furioso marito. Oh vergogna!
dissi io, non più: non si conviene, uomo onesto sì barbaramente trattare una donna. Ed ella
struggevasi in lagrime, ed, Ah! Pietro, diceva, io non mi sarei aspettato mai da te siffatto
trattamento: è questa la mercede di tanti giorni passati nel dolore quando eri soldato? Per questo
mi sarò io disdetta a tanti partiti che mi sono stati proposti! Nè infingarda nè sprecatrice sono
io; i tempi sono duri, e so che vi travagliano; ma io non posso più guadagnare come, prima che ci
nascesse questo figlio, io guadagnava; e perchè mi malmeniate, non iscemerà punto il prezzo del
pane. Assai in questo casale patono più di noi. Ma voi, rispose il marito, tenete quegli uccelli
perchè vi furono donati da qualcuno degli amanti onde vi gloriate, e perdete la metà del vostro
tempo nell’acconciarvi e nell’ornarvi per comparir più bella che non sono le vicine. O quanto
sarebbe meglio starvene un poco più al vostro filatoio; e converrà certo che sì facciate, se voi e
questo vostro topolino non volete morire di fame. Allora io: Il disagio, o Pietro, v’inasprisce; <pb n="253"/>e però vi compatisco, ma molto più di voi compiango vostra moglie. Ditemi: e non soggiace
costei agli stessi affanni vostri? Ora perchè volerglieli accrescere con farle ancora sofferire il
vostro mal umore? Certo la costanza di lei era degna di miglior trattamento. Non state più a
rimproverarla perchè tiene queste innocenti tortorelle, anzi ponetevi a considerarle, che
v’insegneranno ad essere felice. Esse sono prese e racchiuse, e stanno per la loro sussistenza nel
vostro arbitrio, come voi siete in quello della Providenza; ma mitigano i loro mali colla loro mutua
affezione. La pulizia della consorte e lo studio che fa della sua persona, sia da voi reputata una
attenzione ch’essa ha per voi, perchè è manifesto che ancora intende e s’ingegna di piacervi.
Credete voi che se rabbuffata e negletta e co’cenci indosso vi si fosse offerta innanzi agli occhi,
l’avreste voi per moglie presa? Forse no, rispose con bassa fronte Pietro; e buon segno fu la sua
confusione. Porsi parecchi scudi alla moglie, i quali avranno agevolata, come spero, la loro
riconciliazione. Che se quel poco di moneta ha potuto rimetterli nella concordia e nella dolcezza di
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