Hugo Schuchardt an Francesco D´Ovidio (07-HSFDO03)

von Hugo Schuchardt

an Francesco D´Ovidio

Graz

29. 10. 1880

language Italienisch

Schlagwörter: Collège de France Cornu, Julius Zumbini, Bonaventura Meyer, Gustav Diez, Friedrich D'Ovidio, Francesco/Monaci, Ernesto (1879) D'Ovidio, Francesco (1879) D'Ovidio, Francesco (1895) D'Ovidio, Francesco (2003) Schuchardt, Hugo (1881) Diez, Friedrich Christian (1836–1838)

Zitiervorschlag: Hugo Schuchardt an Francesco D´Ovidio (07-HSFDO03). Graz, 29. 10. 1880. Hrsg. von Sandra Covino (2022). In: Bernhard Hurch (Hrsg.): Hugo Schuchardt Archiv. Online unter https://gams.uni-graz.at/o:hsa.letter.7618, abgerufen am 01. 02. 2023. Handle: hdl.handle.net/ 11471/518.10.1.7618.


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Graz, 29 Ott. 80.

Carissimo e pregiatissimo collega!

Ricordandomi d’un proverbio italiano che dice Ogni bel giuoco dura un poco, ed inferendone che pochissimo hanno da durare i brutti scherzi come quello di scrivere in ispagnuolo ad un italiano, le scrivo questa volta in italiano, non facendo il possibile, perchè sto in fretta _ ma con quella paura addosso che si deve avere in tempi che si pubblicano non soltanto le lettere di … ma pure le lettere ad …

Ho percorso, già otto giorni fa, la grammatica e vi ho fatte certe notarelle in idioma barabaro che per aver qualche valore dovrebbero mettersi vestiti più larghi e decenti1. |2| Non mi mancò che aggiungere queste poche righe; però sopravvenero i soliti benedetti ostacoli e così Ella non avrebbe ricevuto la mia lettera che fra tre o quattro giorni se non m’avesse spinto a spedirla la sua cartolina di oggi.

Difficilissimo è far delle giunte ad una gram̄atica compendosissima come la di Lei. Un lasciare ed ammettere in tali casi dipende piuttosto dal gusto. Ma per non mostrarmi troppo ritroso, le avrei consigliato di parlare un poco della storia delle sillabe finali (parte, bueno come in italiano, ma capitan = capitano, árbol = arbore).

In generale mi pare ben riuscito il Suo lavoro e corrispondente allo scopo esposto nell’avvertenza; se c’è qualche menduccia, non è di rilievo2. Se volesse mandarmi l’articolaccio in questione3, potrei |3| forse servirle nell’uno o l’altro modo.

Sono stato in Portogallo pochissimi giorni e conosco un poco le difficoltà della pronunzia, delle quali le grammatiche non fanno motto. Non aveva saputo per es., prima di trovarmi lì, che l’a atona è quasi la stessa che l’a rumena atona (ă), una sorte cioè di e: räpärigä. Indicazioni sicure non potrei darle sopra nessun punto della fonetica portoghese: le domandi al Cornu che n’ha fatto uno studio approfondato e che è stato due volte a Lisbona4.

Ricevei il suo articolo sopra Ciullo d’Alcamo e lo lessi con quel gusto che mi danno tutti i suoi scritti5. La ringrazio come per gli anteriori così per l’ultimo che ha voluto mandarmi. Immediatamente dopo il suo articolo leopardiano lessi uno pubblicato dal Ghianni a Napoli che non fece che risaltare la delicatezza |4| e gentilezza del di Lei; ma non vorrei menzionare i due articoli insieme chè l’altro è proprio una cosa indegna6. Per carità, non abbandoni quel ramo di studj che Ella chiama da letterato e spero che non mi risponderà come pare avere risposto una volta al Mussafia7, cioè che tal consiglio non se le da se non per frastornarla dalla filologia, nella quale valga meno. No, no, no! Eminente et Val. en los studios filológicos, egregio negli studi letterari.

Del resto, credo che Ella abbia torto di pretendere quello che per Lei è un soggetto di letteratura sia per me un soggetto di filologia, il frutto d’un albero è lo stesso nella sua essenza sia che lo guardi la formicola d’abbasso o l’aquila dall’alto. Parlo del metodo scientifico, non della pratica8.

La pregherei di dire al Zumbini che io sto per pubblicare un libro sul Leopardi, se questo fosse un mezzo d’incitarlo a dar fuori il suo così ben preparato. È vero che |5| non vi penso e se ci pensassi, sarebbe sicuro che non lo conducessi a termine. I miei studi leopardiani altro non sono che una sorta di sport, ma bastante serio. Ho i Saggi critici dello Zumbini; per avere il suo articolo sulla Primavera ho dovuto comprarmi tutto il fascicolo del Giornale napoletano9. È tanto difficile qualche volta aver quì le cose italiane. Il Meyer avea incaricato i Detken di mandarmi Giannini, Giacomo L. e Ces. Rosa, G. L. ma niente10! Mi trovo in una rabbia contra queste chiocciole venute dalla parte più fredda (internamente) della Germania al “suol beato”11. Obbligatissimo le sarei se mi mandasse il Cassarà12 e forse uno ed altro articolo che possiede sul Leopardi (come sarebbero quelli del Tedeschi, Dovari, Finzi, Salvoni, Raeli etc.13) Tutti glieli manderei indietro fra poco tempo. Avrei tante domande da farle! Qual è il vero nome dell’Aspasia? lo tace G. Mestica dicendo che vive ancora14. Perchè il |6| Ranieri nell’Avviso all’edizione delle Opere di L. parla di sei frammenti, non essendovi che cinque15? Havvi dei giudizi non troppo superficiali sopra la poesia giovanile del L. per una donna ammalata? Mi pare impossibile essere l’autore il Leopardi quantunque giovanissimo16. Devo conchiudere questi scarabocchi che mi perdoni Ella e la dolce lingua del sì e dei quai non faccia tesoro, ma autodafé.

Mi scriva e mi ami

Vester servus

H. Schuchardt

Saluti da parte mia lo Zumbini, se si trova in relazioni con lui17.

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[Fogli acclusi]18

Quello che è detto sulla pronunzia mi par davvero sufficiente. Nientedimeno potranno esserle di qualche utile i cenni seguenti, dei quali darei più precisione, se non mi fossi troppo addomesticato alla pronunzia andalusa, di cui pero non molto discostasi quella di Madrid. Avrei dovuto studiare l’idioma della vecchia Castiglia19.

B. Sopra la confusione fra il b e il v molto sarebbe da dire. Almeno dovrebbe rettificarsi un errore quasi comune. Ci sono tre suoni: il b (la media bilabiale), il (la fricativa bilabiale) ed il v (la fricativa labiodentale). Quest’ultimo è indigeno in Italia, Francia, Catalonia, intruso in Spagna. Il vero primitivo valore del v castigliano è quel del ; dunque si tratta della formola ẞ = v.

Θ. Il suono del ϑ spagnuolo (nacion, zarzuela) differisce dal suono del th forte inglese; è interdentale pure anzi più interdentale, ma la formazione della lingua è differente; [disegno della lingua che pronuncia il th inglese] ϑ ingl [disegno della lingua che pronuncia il ϑ spagnolo] ϑ spagn20

d. Madrid non si pronunzia giammai come Madrisd; il d finale ha il suono dolce del z-, corrisponderebbe dunque al th dolce inglese, prescindendo della diversità accennata. Como i fisiologi sanno, è molto difficile distinguere la media interdentale dalla fricativa dolce interdentale; in Madriđ, veđ, mirađ mi pare sentir la fricativa, però del d interdentale che occurre frequentissimo anche nel mezzo e persino al principio delle parole (iđea) non m’arrischio di affirmar lo stesso. |8| Nella pronunzia negletta si fogna il đ finale (Madri, mira); in quella della plebe andalusa quasi tutti i đ intervocali. Il d principalmente nella terminazione -ado è dolcissimo, quasi soltanto il conatus d’un đ ed a uno straniero deve insegnarsi que pronunzii andao piuttosto che andađo (e in nissun modo andado).

Intorno al x sofisticano i fonetici spagnuoli in modo intollerabile; in sostanza si tratta dei valori gs e cs. Ma gs mi pare abbastanza difficile da pronunziarsi, chè non mi ricordo aver udito quel gs francese che è piuttosto gz, non conoscendo gli Spagnouli il s (z) dolce. Dal cs però appena riesce il mio orecchio a distinguere un gs.

p. 9 invece di title si legga titlă (femminino è anche il catal. titlla).

ibid. “gn si pronunzia = g gutturale + n, come in tedesco: pugna”. Si osservi che i Tedeschi pronunziano il gn latino non = g+n, ma = ŋ (n gutt.) + n e molte volte ho creduto sentire da Spagnuoli ŋn invece di gn.

L’s è differente dall’s francese e italiano, molto meno sibilante; principalmente debole surda ed inclinata dinanzi a una consonante e alla fine delle parole; in esta, chinesca, buenas, tardes non vi è (almenos in Andalusia) che il conatus del s, fatto interessante perchè in correlazione col fatto portoghese che nelle stesse condizioni s|9| si fa (l’s spagn. sta più vicino al s҅ che l’s italo-franc.). Anche il z spagnuolo mostra la stessa tendenza a dileguarsi, il z portoghese a farsi s҅.

L’y castellano è piuttosto dy, que j ital., quasi dya, dyelo, pero il d suona molto debole.

Muy si pronunzia múi, non muí

p. 11,3 ál è parola arcaica.

p. 8 “L’h non si pronunzia affatto oggimai, Vedasi il § seguente [dove?] Un poco si pronunzia in hue –. In Andalusia, cioè dalla plebe, h = f non è muta.

n finale ha un suono più o meno gutturale (ŋ); il corazoŋ spagn. spiega il coração port. p. 17 antepenult. nauchel parola arcaica

p. 19,6 hiniestra; leggasi: hiniesta que del resto no es parola arcaica (si trova anche ginesta).

p. 19,2 hermoso = *huermoso! E il port. fermoso?

p. 21,3 antepos. réyna, leggasi réina

p. 22 Ionás, Iericó; leggasi Jonás, Jericó

p. 23,10 áquila; leggasi águila

p. 23,13 Angela – Ángela; nella stessa pagina árboles, bajáes da scriversi

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p. 35 Anche ch secondo il Salvá sarebbe assorbito con i seguente: “hinchendo, de ninguno modo hinchiendo21. Mi pare sia meglio non considerare come un fenomeno particolare del gerundio quello che si osserva in riendo, rieva etc. Non capisco in che differisca oyendo da leyendo (a[d]-iendo, le[g]-iendo);

p. 44 antep. Non si pronuncia egstragno, ma estragno. Al meno non mi ricordo di aver sentito una sola volta cs o gs in extraño, extranjero, excelente etc.

p. 35 s.22Amaldo etc. è arcaico, come osserva il Diez, amalla etc. pure, come dimentica di osservare23. Eccezione di -i(d)os: idos, andatevi. Il napol. Stávete non mi pare possasi confrontare con amaldo; quì abbiamo un vero fenomeno fonetico (come in cabildo *capidlo etc.), là una trasposizione di suffissi; sta-ve-te = sta-te-ve, il te si considerava come un affisso (cf. il vo in amare-vo), dunque quasi sta(te)-vi-voi


1 Vedi infra i fogli acclusi a questa lettera, che contengono annotazioni alla grammatica spagnola di D’Ovidio nel primo dei Manualetti pubblicati con E. Monaci.

2 In una lettera a Carolina Michaëlis de Vasconcelos del 2 gennaio 1881, Schuchardt si lascerà andare a un commento poco lusinghiero sulla grammatica spagnola di D’Ovidio.

3 Schuchardt alludeva alla recensione negativa di G. Richeri alla grammatica spagnola di D’Ovidio: cf. la lettera VI, HSA, B 8436, e la nota 2.

4 Schuchardt si riferiva probabilmente all’articolo Études de phonologie espagnole et portugaise, in «Romania», IX, 1880, pp. 71-98. L’autore, Jules Cornu (Villars-Mendraz 1849-Leoben, Steiermark, 1919), già allievo di G. Paris al Collège de France, all’epoca era docente presso l’Università di Praga. Terminerà la sua carriera a Graz (1901-1911), succedendo proprio a Schuchardt: cf. https://romanistik.uni-graz.at/de/institut/geschichte/ e il necrologio di Jakob Jud, in «Romania», XLVI, 1920, pp. 452-453

5 Cf. D’Ovidio, Altro contrasto sul Contrasto di Ciullo d'Alcamo: cf. la nota 11 alla lettera V, HSA, B 8435.

6 Cf. Ignazio Ghianni, Una difesa di Giacomo Leopardi, Napoli, Tip. editrice dell’Indicatore generale del commercio, 1880. Per l’articolo leopardiano di D’Ovidio, cf. la nota 6 alla lettera V, HSA, B 8435.

7 Il celebre filologo dalmata Adolfo Mussafia (Spalato 1835-Firenze 1905). Com’è noto, il suo alto magistero viennese fu un punto di riferimento assai importante per i giovani romanisti italiani.

8 Sulle remore di D’Ovidio a occuparsi di studi letterari e per comprendere i motivi delle sue dichiarazioni autocensorie, cf. la nota 5 alla lettera V, HSA, B 8435.

9 Cf. la nota 4 alla lettera IV, CASNS, FDO, HS 02, e la nota 2 alla lettera V, HSA, B 8435.

10 Cf. Giovanni Giannini, Studio critico su Giacomo Leopardi, Napoli, Stab. tipografico Prete, 1880 e Cesare Rosa, Della vita e delle opere di Giacomo Leopardi. Cenni biografici e critici, Ancona, Aurelj, 1880.

11 Parole tratte da un verso («O dolce Napoli, o suol beato») di una canzone popolare napoletana, Santa Lucia, che in origine celebrava il Borgo Santa Lucia, quartiere “marinaro” non molto distante da Piazza Plebiscito, cioè dalla celebre libreria Detken & Rocholl, aperta nel 1836 dal tedesco Albert Detken, che era stato impiegato in un’importante libreria di Amburgo (cf. Placido Mario Tropeano, La Biblioteca di Montevergine nella cultura del Mezzogiorno, Napoli, Berisio, 1970, pp. 101-106 e Giuseppe Acocella, Giuseppe Cacciatore & Fulvio Tessitore, Istituzioni ed élites culturali, in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. La Campania, a c di Paolo Macry e Pasquale Villani, Torino, Einaudi, 1990, p. 850).

12 Cf. la nota 7 alla lettera V, HSA, B 8435.

13 Cf. Paolo Tedeschi, L'amore nella vita e negli scritti di Giacomo Leopardi, in GN, VIII, agosto-ottobre 1878, pp. 145-170; Antonio Dovari, Giacomo Leopardi. Studio critico-biografico, Ancona, Tip. Mengarelli, 1877; Giuseppe Finzi, Note critiche sopra i canti di Giacomo Leopardi, Cremona, Tip. Ronzi e Signori, 1876; Vittorio Salvoni, Giacomo Leopardi, Reggio Calabria, Tip. Ceruso, 1877; Matteo Raeli, Le canzoni sepolcrali di Giacomo Leopardi. Impressioni e pensieri, Noto, Tip. Zammit, 1872.

14 Cf. Giovanni Mestica, Il verismo nella poesia di Giacomo Leopardi, in NA, serie II, XXII, 1 luglio 1880, pp. 3-24; a pp. 4-5 i riferimenti ad Aspasia. Sull’identità dell’ultimo amore leopardiano, v. Aspasia siete voi... Lettere di Fanny Targioni Tozzetti e Antonio Ranieri, a c. di Elisabetta Benucci, Venosa, Osanna, 1999.

15 Antonio Ranieri (Napoli 1806-Portici 1888) aveva pubblicato, com’è noto, un’edizione delle Opere di Giacomo Leopardi «accresciuta, ordinata e corretta, secondo l'ultimo intendimento dell'autore» (2 voll., Firenze, Le Monnier, 1845). Alle pp. 130-138, si trovano solo cinque Frammenti (XXXVII-XLI), non sei, come preannunciato nell’Avviso premesso al vol. I, p. V.

16 Cf. il terzo poscritto della lettera V, HSA, B 8435 e la nota 12.

17 D’Ovidio riferì effettivamente i saluti di Schuchardt a B. Zumbini, che colse l’occasione per entrare in corrispondenza con il celebre professore di Graz, scrivendogli il 17 dicembre 1880 una lettera di ringraziamento. Zumbini aveva ottenuto la cattedra di Letteratura italiana all’Università di Napoli nel maggio 1880, proprio grazie all’appoggio di D’Ovidio. La loro amicizia risaliva al 1869: cf. F. D’Ovidio, A proposito d’una recente pubblicazione, in «Il Mattino-Supplemento», 13 gennaio 1895. Sui loro comuni orientamenti metodologici nel campo della critica letteraria, v. D’Ov.-D’A., I, pp. LXIII-LXVIII.

18 Alcune annotazioni sono precedute dal numero di pagina e di rigo del passo emendato o commentato.

19 Durante la sua permanenza in Spagna nel 1879, Schuchardt aveva soggiornato prevalentemente nel sud del paese. Il lavoro più importante che ne scaturì furono Die Cantes Flamencos, in ZRPh, V, 1881, pp. 249-322. Le annotazioni inviate a D’Ovidio da Schuchardt in questo allegato vanno confrontate con l’ultima parte del saggio citato, pp. 302-322, dove l’autore forniva un’analisi dettagliata di fenomeni fonetici attestati nel gitano andaluso e in altri dialetti ispanici.

20 In entrambi i casi, si rimanda alla riproduzione digitale della lettera.

21 Cf. Vicente Salvá, Gramatica de la lengua castellana segùn ahora se habla, IV ed., mucho mas aumentada que las anteriores, Valencia, Librería de los SS. Mallen y Sobrinos, 1839, p. 75.

22 In realtà a p. 34.

23 Cf. Diez, Grammatik, II, p. 144.

Faksimiles: Die Publikation der vorliegenden Materialien im „Hugo Schuchardt Archiv” erfolgt mit freundlicher Genehmigung der Biblioteca della Scuola Normale Superiore di Pisa. (Sig. HSFDO03)