Arturo Farinelli an Hugo Schuchardt (66-02940)
von Arturo Farinelli
an Hugo Schuchardt
04. 08. 1906
Italienisch
Schlagwörter: Villa Malwine Universität Graz Erster Weltkrieg
Zitiervorschlag: Arturo Farinelli an Hugo Schuchardt (66-02940). Gmunden, 04. 08. 1906. Hrsg. von Frank-Rutger Hausmann (2017). In: Bernhard Hurch (Hrsg.): Hugo Schuchardt Archiv. Online unter https://gams.uni-graz.at/o:hsa.letter.5503, abgerufen am 07. 08. 2026. Handle: hdl.handle.net/11471/518.10.1.5503.
Illustre e carissimo amico,
Gmunden, 4 Agosto 1906.
Si distragga Ella adunque, passando a nuova dimora più ampia e più bella1, con questa mia epistola che io Le scrivo in risposta all'ultima Sua, e al telegramma precedente.2
Le narrai già del voto di Padova; perchè non rimanesse platonico occorrerebbe che la legge Casati3 a cui soggiace, fosse di men difficile applicazione. Vissuto sempre fuor d'Italia e per 16 anni docente in Austria, io acquistai quello che si suol dire „amore lontano“4, amore cioè unito |2| alla condizione che io fuor del regno rimanga a non turbare la pace, i trionfi, le aspirazioni de‘ colleghi di studio. Non mi meraviglio punto, dopo la divulgazione dell’unanime proposta Padovana, di veder cento e mille braccia agitarsi, accompagnare il grido di Apage.5
Quanto al Ministero di Vienna, quel voto apparirà opportunissimo per non più far nulla in favor mio e dei delusi Italiani, e per darmi l’ultimo sfratto. Altro che esercitare una „pressione“! „Sie sind von Italien gekommen; es wird Ihnen leicht sein nach Italien wieder zurückzukehren“. Queste parole, in un tedesco |3| più imbarbarito rivolgevami il vigile reggitore ministeriale austriaco, capo Sezione polacco Czwiklinski6, rinumerando così i servizi resi da me alla scienza e all’insegnamento.
E‘ possibile che Ella, illuminatissimo, voglia vedere ancor torbido? L’esperienza mia, fieramente mi rivela come l’elemento italiano, male o punto rappresentato da fiacchissimi, vilissimi e imprudentissimi deputati, privi di politico senno ed accume, sia invaso al governo (le paroline melate e inzuccherate, la simpatia dichiarata che cantan esse?), che la coltura italiana, lungi |4| estremamente lungi dall‘esser tenuta in considerazione (attorno ad un Leonardo da Vinci p. es. potrebbero lavorare cento accademie riunite) sia trascurata a tal punto da permettere la distruzione di facoltà create, l’intimazione ai prof. i dispersi di crear posto fuor del Regno, da involgere in un caos irremediabile il destino mio e dei colleghi, cullati in varie speranze, fantocci, alla mercede di chi più sa tirare alla cordella, da togliere ogni fiducia al ripristinamento delle antiche lezioni. L’idea stessa del riconoscimento dei diplomi italiani, da me in altri tempi alacremente e vivamente propugnata, ora mascherato come |5| è di indulgenza, appar valido istrumento per impoverire di forze proprie l’elemento italiano che dovrebbe pure aver qui nell’impero un terme, tenuissimo baluardo alla sua coltura, qualcosa come la centesima parte dell’istruzione concessa agli Slavi. Occorre rilevare a che approdassero le tergiversazioni per la scelta opportuna del luogo destinato ad accogliere la cosiddetta futura università? Chi ci crede ad essa?
Frattanto ad Innsbruck, una rotondissima nullità di lettore7, insegna con gran successo lingua e letteratura francese di fronte a gente che grida morte alla coltura italiana ed ha sacro orrore dell’insegnamento mio d’italiano |6| che non vorrebbe mai più riattivato. Meyer-Lübke, onnipossente Giove, sta per erigere una cattedra di rumeno a Czernovitia.8 Unico per gli Italiani ruinan l’Ive 9, che vedrà pur troppo sbandati qua e là i suoi studenti costretti a Vienna p. es. a sentire 5 lezioni settimanali d’italiano (e letter. ital.) dal Becker, digiunissimo di quella lingua10 (con pari abilità potrei io insegnare nel semestre venturo chinese. – Io aveva proposto al Minist. di trasportare a Vienna la mia cattedra. Che sia quell’espediente la risposta più opportuna? Tutto è possibile!)
|7| Tra Germani e Slavi, il piccol nucleo d’Italiani si stringe ognor più e si affoga.
Debbo pur troppo combattere un’altra accusa molto ingiusta, ch’Ella mi fa. Io non ho applicato mai la parola canaglia ai Tedeschi in genere, mai e poi mai. 11 Chiamai „canaglia“ quegli infelici di Innsbruck, di bassa condizione per lo più, di nessuna coltura, che colle parolacce, le minaccie, le volgarità, il proclamato patriotismo ed eroismo, reggevano in calamitosi tempi (e reggon un po’ anche oggidì) i destini dell’università, in balia ai loro capricci, cos tretta a condannare e ripudiare quelli che volevan fossero sacrificati.
|8| Quella canaglia, io l’ho veduta, l’ho esperimentata. Indegnissima di chiamarsi tedesca, è un bastardume, feccia vera. Mi sono sempre inspirato a tutto quanto spirava dalla Germania: coltura, dottrina e sentimento, sono mezzo „germano“ io stesso. Riconoscerò per „Tedesco“ un vociferatore volgarissimo che si chiama eroe perchè della „urgermanische“ terra espella i mal graditi „Welschen Gäste“? 12 Proprio accanto a me ad Innsbruck, (Maximilianstr. N° 8) vive un trafficante, solito ad ubbriacarsi (da costui dovetti diffendermi un tempo, minacciando di estrarre un revolver che non avevo) che nei tempi „eroici“ condusse pure la moglie a gridar onta agli aborriti Italiani, e conta nella sua città come un imperatore, e mette fiamme tra gli studenti, e divulga, forse in buona |9| fede, le più ignominiose calunnie. 13
Crede Ella proprio ancora al „pericolo“ degli „irredentisti“ italiani in Austria, immensamente meno possenti degli „irredentisti“ Tedeschi? Io insegnai lunghi anni ad Innsbruck, e conobbi tutte le gradazioni ed il fermentar d’ogni sentimento nelle aspirazioni dei giovani trentini e triestini. Ho lavato il capo a parecchi. Ho fatto andar in fumo alcune feste Garibaldine progettate. Ma in fondo, lo giuro a Dio, sono una tal languida e buona e malleabil pasta di gente, da poter esser docilissima al minimo segno di vera simpatia e di considerazione. L’Austria non ha saputo |10| governar mai le sue provincie italiane, sgomentata sempre di una banderuola tricolore, di un grido eccesso, di qualsiasi manifestazione di simpatia al regno vicino, inquisitrice e poliziotta ognora. Trieste – l’Adria? Diavolo. Vorrebbe Ella delle repressioni maggiori di quelle recentemente avvenute? E il colpo alla magistratura, ecc ? Stia pur sicuro che laddove la Germania non acquisterà di terreno. Se lo divorerà bonariamente lo Slavo che avanza ognor più e dalle „campagne“ (tutte già in domino loro) scenderà alle città. Io vissi ad Abbazia più tempo con occhi aperti.
Quanto agli irredentisti del regno |11| d’Italia – sono pochissimi – teste male accese i più, ed ignorantissimi anche di ogni nozione geografica elementare fuor dei confini. A Torino un tempo, discutendo con uno di quei poveri diavoli, che ponevan Trento dove è ora Innsbruck, e Innsbruck dove è Rovereto, consigliavo l’erezione di apposite scuole per togliere tanta buaggine topografica. D’altra parte, il Salvioni 14 a Milano mi mostrava una carta geografica italiana su cui sgobbava suo figlio, ove il Canton Ticino era colorato con colore medesimo degli stati svizzeri che favellavano unicamente tedesco!
Io mi muovo assai, quando non soffro troppo di salute, e vedo molte pazzie del mondo che sfuggono a chi è costretto a giudicare „da lontano“.
|12| Ed ora, per carità, non mi creda un italianeggiante. Della patria mia fui sempre giudice severissimo, e per la moralità o piuttosto l’immoralità che vi regna – io la posposi sempre alla Germania. Mia moglie, sincerissima anch’essa, può testificarlo. Credo aver famigliare la letteratura tedesca „germanica“ in germe, quanto l’italiana, cosa rara in un „romanista“. La viltà „italiana“ m’è più ripugnante della bassezza che l’Austria può commettere in danno di alcuni suoi sudditi.
Ma di questo debbo ragionare in altra mia. Io, occupato un tempo, a frugar notizie sul dialetto della valle Intragna (cosa che lasciai presto a giacere, visto che riuscivo infinitamente meglio in altro genere di indagini), collaboratore del Bollett. Stor. d. Svizzera Italiana, possedevo la colleze completa di quella rivista, fiorente ancora oggidì, diretta dal Motta 15. Ad Innsbruck ho alcuni fasc. del lavoro del Pellandini 16, ma tutto giace inerte, inutile, laggiù. Scrivo oggi a mio fratello a Bellinzona ed Ella avrà entro la settimana il glossario desiderato.
Torna a scrivermi Menéndez y Pidal ed a promettermi notizie sulle „barracas“ 17 dell’Ecuador.
Addio. Affettuosamente la saluta il Suo
Dmo
A Farinelli
1 Im Alter von 64 Jahren (1906) baute Schuchardt in der Johann-Fux-Gasse Nr. 30 in Graz für sich und seine Bücher eine architektonisch bemerkenswerte Villa. Er benannte sie nach seiner Mutter Malwine und brachte sie nach seinem Tode in die gleichnamige Stiftung ein, der sie bis heute gehört.
2 Ein grundlegender ausführlicher Brief, in dem Farinelli seine Rolle an den „fatti di Innsbruck“ erläutert.
3 Legge Casati, ein italienisches Schulgesetz aus dem Jahre 1859, das nach dem Unterrichtsminister Gabrio Casati benannt ist. Inwieweit Farinelli davon betroffen war, ist unklar; vgl. jedoch Lfd.Nr. 65-02939.
4 „Fernliebe“; Terminus der altokzitanischen Liebeslyrik (amor de lonh), d.h. Liebe eines Mannes zu einer Frau, die er nie gesehen hat.
5 Ἄπαγε ὲς μακαρίαν ὲκποδὼν (altgr. „scher dich fort“); lat. Apage Satanas Mt 4,10 (Formel der Teufelsaustreibung).
7 Eugène Bestaux (1878-1958), 1904-09 Französischlektor an der Universität, danach Prof. an der Handelsakademie.
8 Sextil Puşcariu (1877-1948), Schüler Weigands in Leipzig, 1904 von Meyer-Lübke in Wien habilitiert, 1905-06 Leiter des Romanischen Seminars Wien, ab 1906 zunächst ao., ab 1908 o. Prof. für Rumänisch in Czernowitz.
9 Antonio Ive (1851-1937), seit 1893 Professor in Graz.
12 Anspielung auf Thomasîn von Zerclaere, einen Norditaliener, der im Winter 1215/16 das erste monumentale Lehrgedicht in einem deutschen Dialekt verfasste, das den Titel Der wälsche Gast trägt. Wie Thomasîn ist auch Farinelli ein „Welscher“, der als „Gast“ in deutscher Umgebung auf Deutsch lehrt und z.T. publiziert.
13 Dazu ausführlich Farinelli, „Ricordi atesini“, Nuovi saggi e nuove memorie con un appendice , Turin [u.a.] 1941, 32.
14 Der Sprachwissenschaftler Carlo Salvioni (1858-1920) gehörte zu den führenden Irredentisten des Tessin. „Als Mitarbeiter der 1912 gegr. Kulturzeitschrift , L'Adula‘ verfocht S. die Italianità des Tessins sowie Italienisch- und Romanischbündens. Im Gedenken an die beiden Söhne, die 1916 als Freiwillige im 1. Weltkrieg ums Leben gekommen waren, rief S.s Witwe 1925 in Mailand eine Stipendienstiftung ins Leben, die Tessiner Studenten das Stud. an einer ital. Universität ermöglicht“ (hls, online).
15 Emilio Motta (1855-1920), Schweizer Historiker, „Vater“ der Geschichtsschreibung des Tessin.
17 Der Brief fehlt in der Ausg. von Enrique Sánchez Reyes .
