Il Filosofo alla Moda: Lezione CCXVIII
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Lezione ccxviii.
Agli Ateisti.
Zitat/Motto
Meliora pij docuere
parentes.
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RItrovandomi in Inghiltera, osserva
que’ Letterati sorpresi dall’eccessivo prezzo, a cui si vendea
un picciolo Libro intitolato: La Destruzione della Bestia
trionfante. Fù venduto fino trenta lire sterline. L’Autore
nomato Giordano Bruno Ateista di professione, l’ha scritto per
mettere la Religione in deriso: E ciascheduno da quell’alto
prezzo era disposto ad inferire, dovesse
contenere insolubili Argomenti. Me ne cadde in mano un
esemplare, che incominciai a leggere, con qualche apprensione.
Ma vi è sì poco a temere di questa lettura, che mi arrischierò
rendere un conto fedele di tutto il piano seguito dall’Autore in
questa opera meravigliosa.
Questa breve Favola, in cui non si vede ombra di vero
discorso; nè vi si scuopre che pochissimo talento, non gira dal
principio fino al fine che sopra la empietà. E perciò anche ella
è doventata l’Idolo de’ begl’ingegni di quel Paese
dove si habbi la perniziosa libertà di comparire colla
singolarità delle loro opinioni, anche in materia di Religione.
Vi sono due Fatti, che si allegano contro gli Ateisti, nè da
questi fin’ora, hanno potuto liberarsi. L’uno è che gli Uomini
più saggi, e più addottrinati di tutti i secoli sono stati
contro di loro, ed hanno sempre seguito il culto ricevuto nel
loro Paese, e se alcuni l’hanno abbandonato, ciò non è accaduto
che per abbraciarne un altro, non per tutti distruggerli.
L’altro Fatto, con cui vengono carricati, e che riesce di peso
maggiore, non è la sola opinione de’ più saggi, ma il consenso
universale di tutti gli Uomini, che non ponno avere ricevuta
questa importante verità se non dall’uno e dall’altro di questi
trè mezzi. O dalla idea d’un Dio, che la natura abbi impressa
nelle loro anime; o dal Discorso, che ha dovuto essere facile,
ed a portata de’ più deboli talenti. O Finalmente da una
Tradizione discesa dal primo Uomo fino a noi. A qualsivoglia di
queste trè cause si attribuisca la idea, che noi abbiamo d’un
Dio, gli Atei rimangono ugualmente confusi, e per cavarsi da
quest’imbarazzo, hanno finalmente preteso di avere scuoperto un
Popolo intero di codesti bravi Filosofi, che non
ammettono veruna Divinità, la nazione polita degli Otentoti, che
nè anco essi sanno, ove siano. Temerei di offendere i miei
Leggitori, se volessi quì trattenerli sopra le usanze, e sopra i
costumi di que’ Barbari, che sono appena un grado sopra le
Bestie, e che non hanno frà di loro se non un miserabile zergo
con cui malamente eglino stessi s’intendono. Non si potrebbe,
con tutto ciò, credere fin dove giunga il trionfo degli Atei,
quando si gloriano di que’ buoni amici, e Collegati fedeli. Se
noi ci, vantiamo d’un Socrate, o d’un Seneca, eglino ponno
subito loro opporre gl’illustri Otentoti detti. Benche con
qualche fondamento si potesse rivocare in dubbio, la credenza di
quel Popolo; non veggo, che ne possa risultare verun male per la
Religione, lasciando agli Atei questa nobile parte del Genere
umano. Parmi non vi sia niente, che meglio scuopra la debolezza
della loro causa, quanto il vederli ridotti ad unirsi con una
società di Uomini, che, al loro stesso parere, hanno quasi
estinto il lume della Ragione; e che non si distinguono dalle
Bestie se non colla loro selvaggia figura umana. E vero, che
oltre que’ poveri disgraziati, vi è stato, di
tempo in tempo, presso varie nazioni, un piccolo numero di
sventati Cervelli, che hanno niegata la esistenza della
Divinità. Ma Vanino, il più celebre de’ loro Campioni dichiarò
dinanzi a Giudici, che la credea, anzi, levata una paglia da
terra, disse, che quella bastava provarla. E addusse varj
argomenti per dimostrare, essere impossibile, che la sola natura
potesse creare cosa veruna. Leggevo l’altro giorno una relazione
di Casimiro Liszynski nobile Polacco, che fù convinto di
ateismo; e condennato. La maniera di punirlo ha qualche cosa di
singolare. Abbruggiato il di lui corpo, le ceneri furono poste
in un Canone, e sparate all’aria verso la Tartaria. Sono
disposto a credere, che se tale castigo s’introducesse nel
nostro Paese, vi è naturalmente tanto buon senno, che o si
mettesse un Ateo tutto intero in un pezzo d’Artiglieria, o si
polverizasse, avremmo pochissime carghe. Con tutto ciò, mentre
questa munizione durasse, vorrei proporre, che in vece di
addrizzare il Canone verso la Tartaria, ne avessimo sempre due,
o trè postati verso il capo di Buona Speranza, a fine di mandare
i nostri Atei al Paese degli Otentoti. Presso di me una sentenza
di morte pronunciata giudicialmente fa troppo onore ad un Ateo, benche l’uso di sparrargli all’aria ha
qualche cosa di assai proporzionato alla di lui colpa. Se
qualchuno de miei Leggitori dicesse, che ho tratati codesti gran
Signori con aria troppo burlesca, mi sia permesso il rispondere,
che, giusta le mie idee, si fà troppo onore a tale sorta
d’Incredeli, nell’addurre loro ragioni sopra un punto indubitato
da tutti gli Uomini, che si da loro troppo rillievo nel mondo,
ed insinuare che vi è qualche probabilità nel loro sistema,
benche non vi sia niente di più assurdo.
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Fabel
Suppone, da principio, che
Giove risoluto di venire ad una Riforma di tutte le
Costellazioni, tutte un giorno le addunò; e che si lagnò
con loro perche era molto trascurato il culto delli Dei;
e che lo ritrovava tanto più indegno, in quanto avea
attribuiti i nomi di Divinità del Paganesmo a molti
corpi celesti; e così fatto il Cielo, in qualche maniera
un Libro della Teologia Pagana. Momo gli rispose, che
non era da stupirsi, mentre vi erano di quelle Divinità
tanti scandalosi racconti. Da questo piglia l’Autore
occasione di criticare tutte le Religioni, e conclude
che Giove, dopo avere esaminate tutte le cose, bandì
tutte le Divinità dal Cielo, ed impose i nomi di morali
virtù, alle stelle.
