Cita bibliográfica: Pietro und Alessandro Verri (Ed.): "XVII", en: Il Caffè, Vol.1\17 (1766), pp. NaN-242, editado en: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Los "Spectators" en el contexto internacional. Edición digital, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.4318 [consultado el: ].


Nivel 1►

XVII

Pensieri scritti da un buon Uomo per instruzione di un buon Giovine

Nivel 2► L’Umanità e l’eguaglianza ci proibiscono di amaramente disprezzare gli Uomini, ma una giusta diffidenza ci deve render cauti in accordargli la nostra stima. Chi senza scelta l’accorda, prova la propria imbecillità, e chi a nissuno la comparte, perchè nissuno ne crede degno, mostra di non meritarla per se medesimo.

Non si possono impunemente disprezzare gli eguali; conviene alzarsi o colla forza o coll’ingegno dal comune livello. I Conquistatori calpestano il Genere Umano. Alessandro, e Bacco son fatti Dei perchè opprimevano gli Uomini con molte migliaia di Uomini; ma chi senza forza osa opprimerli, finisce al patibolo. Non molto diversi sono i principj che vagliono nella privata società: Chi di tutti si fida può facilmente essere ingannato, e chi apertamente disprezza gli Uomini, non essendo a loro superiore, li ferisce nel profondo del cuore, cioè nell’orgoglio, che ha ciascuno, e fassi in cias-[229]cheduno un implacabil nemico. Ella è adunque meditazione degna di un Uomo socievole quella, che ha per oggetto il conoscere intimamente gli Uomini, ed il grado di stima che gli si compete. Un’esatta e fredda osservazione su di loro non è possibile di sempre fare, poiché bisognerebbe esser di null’altro occupato, come spettatore del Genere Umano, o aver sempre l’anima in una perfetta tranquillità, situazione più d’ogn’altra favorevole al retto giudizio: ciò non ostante il mettere a profitto i giornalieri avvenimenti ed il farci, dirò cosi, una privata cronica de’ rapporti avuti cogli Uomini può fornirci dopo un dato spazio di tempo una metafisica sperimentale di quest’essere non mai abbastanza conosciuto. Seguendo una funesta esperienza dovremmo presuppore, che gli Uomini che non conosciamo, la probabilità è, che siano mal onesti; ma quand’anche l’umana ragione ci conducesse alla scoperta di questa terribile verità, non è nostro interesse spingere sì oltre i nostri pensieri poichè chi fosse persuaso che quasi tutti gli Uomini sono cattivi, odiando ed il Genere Umano, e quasi se stesso come sua porzione, vivrebbe miserabile Misantropo fra la noja ed il rancore di un’inutile inimicizia.

Molti ostentano disprezzo per gli Uomini, e pochi arrivano a risguardargli con quel disprezzo filosofico, che non suppone odio contro di loro, ma bensì un interno conoscimento de’ loro difetti e della picciolezza della loro ragione. Intanto che un preteso Saggio parla del Genere Umano, e del Volgo come di un gregge di pecore, egli non oserebbe farsi vedere da questo gregge con un abito indecente, e colui che ne’ suoi libretti insulta gli Uomini, cerca nel medesimo tempo i loro suffragj.

[230] Ci facciamo schiavi in mille maniere: Quanto non serviamo noi alle mode, sieno elleno buone, o incomode? Con qual ferreo scettro ci reggono le opinioni di pochi nel vitto nostro, e nel vestire, e sino ne’ nostri pensieri? Nivel 3► Exemplum► Quel Seneca ipocrita, che tanto disprezzava le ricchezze e ‘1 fasto, arrossiva di scorrere Roma in una sdruscita carrozza. ◀Exemplum ◀Nivel 3

Chi disprezza, ed odia gli Uomini, si dimentica di essere della loro specie, e sovente è da paragonarsi a colui, che miratosi la prima volta nello specchio, trovossi enormemente ridicolo e deforme. Il riso di Democrito è un troppo grave insulto a tanti mali che opprimon l’umanità; e le nostre stesse pazzie sono si grandi, e crudeli che bisogna o ignorarle, o non avervi meditato per ritrovarle ridicole. Se non fossero inutili le lagrime de’ Filosofi solitarj, elleno sarebbero un tributo più degno dell’umanità. Ovunque il guardo giri, non vedi che Nazioni, che distruggonsi per opinioni, per parole, per ambizione, per il desiderio di un bene, che mai non acquistano: È inzuppata la terra di sangue innocente, e si contrastano gli Uomini il terreno, quasi che non avessero spazio da occupare senza distruggersi! Egli è assistere ad una tragedia l’essere spettatore del Genere Umano; e v’è chi disse assai ragionevolmente che la storia degli uomini, è la storia de’ loro delitti.

La gioventù, che ancora non conosce intimamente quello che vagliono gli Uomini, è soggetta al rossore, ed alla soggezione. Questi difetti, seppur meritano tal nome, aggiungono grazia e venustà, se non arrivano alla durezza, ed inurbanità. Un Giovine, che ha la franchezza di un Uomo, dispiace, mal convenendo ad un imberbe mento, e ad un aspetto ancora femminile, il serio, e ‘1 grave contegno de’ Seneca e de’ Catoni. Un Gio-[231]vine, per quante sieno le sue cognizioni, ed il merito del suo cuore, non può a meno di essere, ne’ primi anni, che va nel Mondo, imbarazzato. S’egli sa le matematiche, la storia e la fisica, non sa gli usi del Mondo, onde intanto ch’egli passa per un uomo presso Newton, può passare per un Animale presso Marseille!’ Chi ha lo spirito delicato soffre più d’ogni altro la soggezione, perchè volendo far buona figura nel Mondo, egli è cauto nel parlare e nell’oprare insino a che abbia veduto quello che vi ci si deve fare. Nel tempo che s’impiega in questo esame s’e creduto facilmente uno sciocco. Quel timido silenzio, quella estrema cautela di gesti e di maniere che accompagnano questo tirocinio fanno vedere un Uomo mal sicuro di se stesso: E siccomeche è creduto sulla sua parola chi sa dire francamente io sono un Uomo di merito; così chi non dice, che con voce tremante, io ho qualche merito, non è punto creduto. S’ottiene più facilmente la stima dal farsi vedere persuaso di meritarla che col solo diritto a conseguirla. Ma ben presto il velo cade agli occhi del Filosofo, e gli si scuoprono quelle rispettate vanità, che a primo aspetto si credettero importanti; e ti prepara fra poco a questa scoperta.

La soggezione è cagione dell’imbarazzo nelle maniere, e questo imbarazzo medesimo é cagione di nuova soggezione. Egli è uno stato ben crudele di un Giovine pieno di talenti, e di cognizioni, che si ritrova esser ridicolo per una riverenza un pò sconicia, o per una pettinatura antica. E chi vi perdona sì gran delitto di lesa decenza, siate pur voi il più saggio degli Uomini?

La soggezione è come il timore, che la maggior parte delle volte accresce il pericolo, mentre [232] da lui si fugge. Uno sciocco franco nelle sue maniere, che parla coraggiosamente, e che dice io il suo parere sopra ogni cosa con altrettanta franchezza, quanta ignoranza, è rare volte trovato quello, ch’egli è. Basta parlare francamente agli Uomini per esser creduto; e se Maometto era meno impostore, gli Arabi non l’avrebbero creduto Profeta. Chi dice cose grandi, e vere con una voce mal sicura, corre gran rischio di non avere ascoltatori.

L’indiscrezione di taluni vecchi a questo riguardo è grande. Eglino mirano con occhio severo i giovani, nè lor perdonano mai di avere più cognizioni d’essi; quasi che l’età e l’esperienza, non fossero molte volte mezzi inutili per divenire più rispettabili, essi esigono da’ giovani una ingiusta schiavitù per le loro opinioni. Decaduti nel corpo e perduti que’ diritti, che solo competono alla gioventù, sono gelosissimi del rispetto loro dovuto, e questo è quasi l’ultimo steccato, in cui si racchiudono in mancanza d’altro alimento al loro amor proprio. In fatti, se perdendo la gioventù, e tanti beni che l’accompagnano, non si supplisse a sì amara perdita con altri piaceri di opinione, la vecchiezza sarebbe insopportabile. L’ambizione, e la voglia di essere stimato vengono in sussidio della matura virilità, e della vecchiezza, e contrabilanciano in buona parte i beni perduti col fiore dell’età.

Tu, o mio Giovine, or meco considera, che la soggezione non fa che male, perchè ti fa imbarazzato, e mal sicuro ne’ tuoi gesti, e ne’ tuoi discorsi, il che rende facilmente ridicolo. Ma ti consola, che di rado avviene che abbiano tal difetto gli sciocchi; ardisco anzi dire, ch’egli e un sintoma del merito. Quella tua estrema modestia, e [233] cautela ben fa vedere, che hai l’anima sensibile, e che desideri di essere stimato, e temi il ridicolo. Tali sentimenti non sono proprj della sciocchezza, la quale insensibile di sua natura, o sempre ride, o sempre è stupida o di niente è colpita. Dissiperassi nello spazio di qualche mese quel magico incanto di tanti nuovi oggetti, onde sei abbagliato, ed apprezzando gli Uomini, e le cose per quello che vagliono, stupirai di trovarle molto al dissotto di quel valore, che la novità accresce a tutte le cose.

Il rossore fu sempre all’occhio dell’Anatomico ed agli occhi del Filosofo un segno di un animo sincero e sensibile; non può arrossire, se non se chi sente o il rimorso, o il ridicolo, due gran persecutori del vizio, e due principj di virtù.

La sicurezza di noi stessi s’acquista coll’uso del mondo; rintuzza in noi la sensibilità alle minime differenze coll’uso giornaliero, e facendo il paragone degli altri uomini con noi, sovente vediamo, che molto a torto eravamo persuasi della picciolezza della nostra ragione. Si crede un Giovine, che a lui mal convenga l’arrossire; ma come egli è un vezzo alle Vergini, lo è egualmente a’ Giovanetti. La modestia delle maniere abbellisce questa tenera età, è sarebbe tanto dispiacevole un Vecchio vergognoso, quanto un Giovine sfacciato. Alla vecchiezza non ben s’unisce la timidità e la soggezione, perchè è segno di stupidità e di avvilimento l’apprezzare ad ismisura gli Uomini, malgrado una lunga sperienza, che apprender ci deve a darli il loro giusto valore; e se un lungo uso delle cose umane non rende un Uomo libero, e sicuro di se, egli è certamente uno spirito, che non si solleva dal comune livello. Sotto alle chiome canute può egualmente abitare un’anima scioc-[234]ca come una sublime, e puossi con una lunga esperienza non altro acquistare che una sciocca confidenza di sapere. Molti esempi ci provano che decade lo spirito col corpo; perduto il vigore, e la forza di quello i pensieri sembrano partecipare della sua vecchiezza: quindi la forza della immaginazione si perde colla gioventù, e con essa le grandi passioni, solo atte a far grandi imprese. Quasi tutti gli Uomini straordinarj cominciarono le loro gesta dal fiore degli anni. Allora la natura è in moto, ed in fermento, ed è pronta a produrre grandi vizj, s’è mal diretta, e grandi virtù, se bene.

Qualunque tu sia, o Giovine, che in faccia de’ Vecchj t’impiccolisci, e credi superiorità d’ingegno quella che sovente non è che il tardo frutto di una lunga esperienza, sappi che questo istesso timore è un principio di virtù; egli è una stima del merito, una mordace invidia dell’altrui sapere; passioni atte ad ornarsi in appresso di mille buone qualità. In somma tutti que’ difetti de’ Giovani, che hanno per origine la sensibilità non sono sì fatali; come si credono comunemente, perchè questa sensibilità istessa ben diretta, produce gli Uomini grandi; ma colui che nel fiore degli anni ha una fredda moderazione, ed una timida prudenza, nè mai si slancia, e si trasporta dall’entusiasmo della virtù, e condannato ad esser sempre volgare. Si osserva che ne’ fanciulli è di cattivo presagio un prematuro giudizio, ed una anticipata serietà, che dinota tardità di spirito, o simulazione. La libertà, la follia, la sincerità grande e naturale sono sintomi di un’anima sensibile e vera, e da queste qualità ben impiegate possonsi avere grandi profitti. Nella Gioventù ancora ha luogo il brio, e la giocondità; e quanto volontieri sbandirei quel severo pedantismo che pre-[235]dica immaturamente la gravità e la senile prudenza! Guai a costoro, che vorrebbero che il fuoco giovanile, fiamma produttrice di quell’estro divino di virtù, che ci solleva dal fango in cui siamo sepolti, fosse sopito o estinto da’ volgari precetti di un rigido stoicismo! Un Giovine, e forse un Uomo senza errori, mi è molto sospetto, e chi non è capace di aver difetti, non è capace di avere umanamente grandi virtù. Vorrei, che da queste riflessioni imparassi a conoscerti; vorrei, che non t’avvilissi ai sardonici sorrisi de’ gravi ignoranti, che altrimenti non onorano lo spirito, e la vivacità de’ pensieri; vorrei, che udendo decidere da un prudente Catone, che ricuopre la sua dabbenaggine col manto dell’impostura, osassi sottoporre all’esame della ragione tutte le proposizioni, decidendole per vere, o per false, secondo il criterio della verità, criterio che puossi avere alli vent’anni, quanto alli cento; vorrei, che persuaso, che gli Uomini più si stimano, piucchè si vedono da lontano; ma più che con la mia penna, avrai con che disingannarti dall’esperienza istessa del Mondo. Solo che tu sia ne’ primi mesi cauto, ed attento, e che più ascolti di quello che sia ascoltato, più osservi di quello che sia osservato, tu avrai campo di fare la salutare infallibile scoperta, pubblicata sino 2794 anni fa, che infinita è la schiera degli stolti.

Ma guardati bene dal disprezzare que’ rispettabili Uomini, che altro non perdettero cogli anni, che i pregiudizj, e gli errori, ed a’ quali l’età ha accresciuta la esperienza delle umane cose, avendone acquistato un ragionato conoscimento. Questi adorabili Vecchj, che portano una robusta ragione sotto un corpo lacero negli affari della guerra, o della pace, esigono una sincera venerazio-[236]ne da qualunque buon Cittadino. Questi amano per lo più la gioventù, ne mirano in lei un oggetto d’invidia, ma si compiacciono quasi in lei di quello che essi furono, ed amano la docile ragione di quella età, che, non essendo incallita nell’errore, se ne spoglia facilmente. In fatti, se v’e un Vecchio, che non pensi volgarmente, di chi può egli acquistarsi li suffragj, e la stima, se non da’ Giovani? Come oserà egli farsi Nunzio della verità a que’ dispettosi talenti, che corroborarono con più anni i paralogismi? La posterità sola rende giustizia al merito, perchè ella giudica imparzialmente, e puossi chiamar posterità riguardo de’ Vecchj la tenera gioventù, che nuda egualmente di sapienza, e di errore, è atta a ricevere le grandi e semplici verità, che non arrivano che a’ cuori scevri dal dispotismo de’ pregiudizj. Se Socrate fosse stato giudicato dall’imberbe gioventù, non avrebbe bevuta la cicuta. La semplicità delle idee conduce al vero, perchè ella si limita a meditare i pochi, e chiari rapporti delle cose. L’abuso solo della facoltà ragionatrice, nata nell’Aule, e nelle Università, ha aperto quel fatale vaso di Pandora, d’onde sortirono le insulse sottigliezze, e le fastose sciocchierie, onde parlerebbe più volentieri il Filosofo collo stupido Selvaggio, che coll’inconvertibile Peripatetico, facendo meno di paralogismi un Cane, che un falso Filosofo.

Devesi pure aver grande tolleranza del mal umore, onde si risentono i costumi della attrabilare vecchiezza; e come albergherà la gioja, e la giocondità in un corpo mal sano, e distrutto; e per quale indiscretezza esigere che s’uniscano alla Gotta, ed alla Colica gli scherzi, ed i motteggi della sana e ridente virilità? Ella è pure una inumanità, che non può cadere in un nobil cuore [237] il burlarsi della bruttezza, e ridicola figura de’ Vecchj rispettabili! Le qualità del loro animo, e la loro vecchia probità ben ricompensano questi piccoli difetti, e la compassione vuole, che non ci burliamo di que’ mali, che ci possono accadere un giorno.

Gli usi della vita civile ci privano di mille piaceri, e la tirannia di questi ridicoli costumi s’è portata sino sulla virtù, in guisa tale, che non possiamo essere alcuna volta onesti senza temere il motteggio. Quel ridicolo che spargesi nelle corrotte Nazioni sullo spirito di Patriotismo, ritiene non pochi nella servile prudenza di non metter mano agli abusi, perchè rispettati sono comunemente. E quanti piangono quasi di nascosto alla Zaire, perchè temono gli scherni di un vicino, che sbadiglia quand’egli e tutto in lagrime? Per timore del disprezzo ancora vedonsi tacere i grandi genj in faccia dell’ignoranza, perchè tanta vergogna hanno i grandi Uomini a dire, e scrivere cose grandi e sublimi agli sciocchi, che non li ponno sentire, quanta ne avrebbe uno stupido di dire le sue scioccherie ad un Uomo che crede grande. La distanza, che li divide, è immensa, e si riguardano l’un l’altro con un reciproco disprezzo, colla differenza, che i saggi disprezzano, ma non odiano gl’ignoranti, ma in questi talora s’uniscono questi due sentimenti.

Il vizio, e la virtù hanno grandi obbligazioni al motteggio, ed è fra le cose che più possono su gli Uomini, tanto per ritrarli dal male, quanto per condurli al bene: Egli prende più di mira la virtù, che il vizio essendo questo alle volte sì grande, e si deforme, che non puossi renderlo ridicolo, dovecchè l’entusiasmo della virtù gli e sempre vicino; fa un passo e vi arrivi. Pochi sono [238] gli Uomini trasportati verso il grande da una forza trionfatrice, a cui resistere non possono, e questa classe di uomini corrono gran rischio di essere creduti pazzi, e stravaganti dal volgo, e con questa espressione io comprendo gran parte del Genere Umano. Chi potesse indurirsi ai motteggi, ed agli insipidi scherni sì comuni in quel grande stuolo di oziosi, che sente più il ridicolo, che il grande, avrebbe di già guadagnata una insigne superiorità su gli Uomini. Colui che non teme la morte, può temere il ridicolo; e quel valoroso difensore della Patria, che in battaglia è prodigo del suo sangue volontariamente, non avrebbe il coraggio di mostrarsi in una assemblea vestito diversamente dall’uso comune. L’idolatria alle opinioni comuni è una sorgente di mille errori, a’ quali ci diamo in preda per mancanza di coraggio di paragonarle colla ragione. È perdonabile anche al Filosofo il vestirsi, e l’avere una carrozza, ed una casa secondo gli usi de’ tempi, ed alla moda, ma il vero è lo stesso in tutti i secoli, ed in tutte le parti del globo, nè si cangia colle rivoluzioni de’ tempi, e della fortuna. Invariabile, egli non teme nè l’esame, nè gli assalti della maligna falsità, che può bene oscurare colle ali notturne la sua luce, ma non può estinguerla.

Ella è ben ridicola la piccola vanità, con cui si serve alle opinioni, ed usanze ricevute, ed il vedere come taluni si pascolano di quelle piccole idee che devono la loro esistenza all’ozio degli sfaccendati. Sogliono taluni giudicare i Filosofi all’abito, ed agli inchini, nè sono persuasi, che sotto una parrucca mal concia possa alloggiare un’anima grande, e pensatrice; ed è cosa più scandalosa il non avere l’abito alla moda, di quello che sia essere piacevolmente mormoratore. Gli Uomini gran-[239]di sono rare volte curanti di questi miserabili costumi: la vanità loro, cioè l’ambizione, è grande, le loro mire sono più alte, e sprezzano altrettanto i capricci degli Uomini e le loro instabili opinioni, quanto chi lor rimprovera di non apprezzarle. Concludi meco adunque, o mio Giovine, che una ragionata non curanza del volgare degli Uomini è utile, e ci toglie mille incomodità della vita; se fia che ti si sollevi l’anima a questa filosofica libertà, allora mirerai ora ridendo, ora piangendo, le pazzie, le crudeltà degli Uomini; vedrai che i grandi ingegni soltanto arrivano a torsi dalla schiavitù de’ pregiudizj; vedrai che i mediocri gli onorano, e li mantengono, quasi che fosse una liturgia, onde occupare il loro ozio, e la loro ignoranza; e che l’Uomo dabbene compiange gli errori del Genere Umano, lo ama, gli fa bene se può, non gli fa male anche potendo; ma che non comparte una cieca stima per esseri non mai conosciuti, e che la riserva alla probità, alla beneficenza, in somma alla virtù, che non toccò mai in retaggio alla moltitudine.

Tali sono i documenti indirizzati ad un Giovine da uno di quegli Uomini, che stimano i talenti in qualunque età. Forse non vi è molto ordine, o concatenazione fra di loro; ma non sono per questo meno ragionevoli, il che più imporra. Anzi avviene, che un certo ordine pedantesco, una certa forzata unione, e lisciamento de’ periodi e di passaggi comuni ad ogni Rettorico tolgano l’energia delle cose. Se ti si presentano due idee imtanti (sic!), benchè diverse, perchè cucirle malamente fra loro, per non esser tacciato di poco metodo? Le buone idee sono esseri sì preziosi, che a costo d’ogni episodio io credo che si debbano scrivere; e chi ha il coraggio di rifiutare un buon pensiero [240] in ossequio della lingua o dell’ordine conviene ancora che abbia coraggio di essere mediocre, se pure già non lo e, quando fa lo svantaggioso cambiamento delle cose colle parole.

A. [Alessandro Verri]

Saggio d’Aritmetica politica

Ogni mille Uomini, ve ne sono 750. capaci di lagnarsi; ve ne sono ducento capaci di ridere: ve ne sono quaranta capaci di non far male agli Uomini di merito; ve ne sono otto capaci di onorare il merito; e due di merito. Qui resta pregato il benigno Lettore a credere fermamente ch’egli, ed io siamo veramente i due fra i mille.

Ogni mille Uomini, che dicano di essere ignoranti, non ve n’è nemmen uno che non lo sia; non ve n’è nemmen uno che creda veramente di esserlo.

Ogni mille Uomini, che accumulano denaro, ve ne sono ottocento trenta, che soffrono tutta la lor vita i mali della povertà; ve ne sono cento quindici che fanno un po’ di bene agli altri prima di morire; ve ne sono cinquanta che possono goderlo con animo tranquillo, e cinque che l’impiegan bene.

Ogni mille Donne, che dicono d’essere brutte, o vecchie, non ve n’è una che non lo dica per intendersi sostenere l’opposto.

Ogni mille Letterati, ve ne sono novecento che lo fanno per cercar pane, fortuna e gloria; ve ne sono settanta che lo sono per assorbire le ore, e non annojarsi; ve ne sono venti che non sono gelosi dello ingegno altrui; e ve ne sono dieci che coltivano l’ingegno per rendere se stessi internamente migliori.

P. [Pietro Verri]

[241]

Il Giudizio è un’operazione della mente per far bene, la quale sembra richiedersi non già una vivace volubilità d’idee, ma bensì una tranquilla pacatezza. Nel Giudizio si devono contemplare gli oggetti da tutti i differenti punti, da’ quali diversamente compajono; si devono esaminare esattamente le relazioni che un oggetto ha coll’altro; una differenza benché menoma, dimenticata ch’ella s’abbia, ci espone all’errore. Fralle qualità della mente umana, quella di rettamente giudicare e la prima di tutte, in quella guisa appunto che fralle proprietà dell’occhio la principale si è di veder bene gli oggetti, e di distinguer bene la loro grandezza, la loro distanza, e la proporzion loro; la vivacità, la bellezza dell’occhio sono realmente le qualità secondarie.

Son molto inclinato a credere che tutti quegli Uomini singolari, che per pubblico suffragio delle Nazioni, e dei secoli si chiamano Grandi Uomini, ed Eroi, non siano in realtà che grandi Uomini del second’ordine; poiché qual è stato il principal motivo delle loro grandi azioni? L’amor della gloria. E che altro ella è mai questa gloria? che una chimerica riunione dei suffragj degli uomini in favor nostro. La chimera non ne impone ad un animo che abbia la robustezza di accostarvisi, ed esaminarla da vicino. Un istante di felicità sulla bilancia del Filosofo pesa più di un Secolo di ricordanza presso i posteri. So benissimo, che nelle più difficili imprese, e laboriose l’Eroe istesso non vi s’ingolfa che per amore della felicità; ma so ancora che ivi per ciò la cerca, perchè mal ne conosce la vera indole. Se questo ragionamento regge i grandi Uomini veramente del primo ordine, sa-[242]ranno stati quelli, dei quali non sappiamo il nome.

[Pietro Verri]

Chi pensa a far fortuna lavori per liberarsi dagli ostacoli, che potrebbero trattenerlo dal correre quando l’occasione si presenti; Uomini ambiziosi tocca a voi a star pronti per profittare del momento felice; ma il far nascere questo momento non dipende da voi. Rari son quegli uomini, ai quali nel corso della vita non siasi presentata qualche fortunata occasione per migliorar la lor sorte; l’uomo indolente non vi si era preparato, e l’occasione passó vuota per lui; l’ambizioso era già all’ordine, e poté seguirla, e migliorò la sua sorte.

[Pietro Verri] ◀Nivel 2 ◀Nivel 1