Il Caffè: XIV

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XIV

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I Cani di Villa al menomo romore abbajano, i Cani di Città lasciano rottolare e carri, e carrozze senza abbajare: mi pare che questa sia la differenza appunto, che distingue i veri dai falsi Filosofi.

Metatextualidad

Ci è stata diretta la seguente Scrittura con questa breve lettera.

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Carta/Carta al director

Amici miei.

Metatextualidad

Vi ringrazio perchè abbiate posto ne’vostri fogli i miei Elementi del Commercio; e siccome quello che ho accennato ivi a pag. 22: sul Lusso merita qualche considerazione, così ve ne ho fatte, e le abbandono a voi.
Filantropo

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Considerazione sul Lusso?

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Cita/Lema

. . . . ., quid enim ratjone timemus Aut cupimus? Juvenal. Saty. X.
Quando io dico Lusso, non intendo già di dinotare qualunque cosa di cui gli uomini faccian uso, senza di cui per altro potrebbe vivere; il secolo in cui siamo, e la molle educazione che ci fu data, non ci lasciano le severe idee dell’antica frugalità degli Spartani; perciò per Lusso intendo ogni cosa realmente inutile ai bisogni e comodi della vita, di cui gli uomini facciano uso per fasto, ovvero per semplice opinione. Nemmeno quì prendo a scrivere del lusso per la relazione ch’egli ha con un uomo, o con una famiglia, ma per la relazione ch’egli ha colla intera Nazione. Il lusso è un vizio, contro cui declamano a ragione i sacri Oratori; il lusso rovina molti Patrimonj: ma ogni vizio Morale non è un vizio Politico, come ogni vizio Politico non è un vizio Morale. Suppongo primieramente una Nazione, a cui la terra somministri appena il necessario fisico per nodrirsi, e difendersi dalle stagioni: gli abitanti di essa non conosceranno il lusso, poichè nessuno vorrà mai spogliarsi del necessario per acquistare un bene opinione. Suppongo in secondo luogo, che nella medesima perfezionandosi l’agricoltura, ognuno degli abitanti venga a ricevere oltre il necessario fisico una porzione di superfluo, gli abitanti cercheranno di vendere alle Nazioni vicine quel superfluo, e con esso procureransi nuovi comodi della vita; e sintanto che i fondi resteranno egualmente divisi fra i Nazionali, siccome chiunque cercasse di distinguersi col stato della profusione si vedrebbe disprezzato, e schernito da’suoi Cittadini, e terminerebbe in breve colla totale rovina; così in quella Nazione non si conoscerà il lusso. Dovunque vedesi lusso, vi è del superfluo, e vi è sproporzionata divisione di ricchezze: or ora parleremo di questi due oggetti, ma stabiliamo in prima: Se il lusso ha per oggetto le manifatture nazionali, è cosa evidente che il restringerlo altro effetto non potrà produrre, che quello di togliere il pane agli Artigiani, che campano sulle manifatture; desolare Cittadini industriosi e utili; obbligarli ad abbandonare la Patria; dare in somma un colpo crudele e funesto a molti membri della Nazione, che hanno diritto alla protezione delle Leggi, e alla Nazione stessa, spogliandola d’un numero di Nazionali, diminuendosi il quale scema la vera sua robustezza. Nè credasi di ritenere i maltrattati Artigiani con rigorosi proclami; poichè la sperienza c’insegna; che leggi tali altro effetto non producono che la creazione arbitraria di nuovi delitti; nè la custodia de’confini può essere sì esatta, nè sì facile il punire una trasgressione, che non si può commettere, che fuori della giurisdizione del Legislatore, a meno di non sovvertire tutto l’ordine delle cose, pareggiando l’intenzione ai delitti; e coll’imolare poche sventurate vittime, accelerare la partenza di molti. Poichè dunque il lusso, che ha per oggetto le manifatture interne, non può proibirsi senza discapito della Nazione, ritorniamo a ragionare sul lusso, che ha per oggetto le manifatture straniere, quello cioè che suppone un superfluo nella Nazione, ed una sproporzionata distribuzione delle ricchezze ne’Nazionali. È male che il superfluo d’una nazione esca per pagare gli artigiani forestieri del lusso; sarebbe bene che altrettanti artigiani si stabilissero nella Nazione, così crescerebbesi la popolazione, e non uscirebbe il denaro; ma è un male ancora più grande il diminuire il superfluo della Nazione. Principio universale si è questo, che là dove la principal sorgente della ricchezza nazionale venga dai prodotti dell’agricoltura, ogni legge, che limiti l’arbitrio di convertire il denaro in un dato genere di merci s’oppone alla prosperità dell’agricoltura medesima; poichè i Terrieri pungono i Coltivatori per avere il superfluo, perchè il superfluo può cambiarsi in denaro, e perciò amano il denaro perchè con ciò possono proccurarsi l’adempimento d’infiniti desiderj. Se la Nazione impiega il suo superfluo nella compera delle manifatture di lusso d’un dato paese, tosto che sia a lei vietato di procurarsi quelle manifatture, il superfluo non serve più a quell’uso che lo rendeva più caro alla Nazione, dunque la Nazione cercherà con tanta minore sollecitudine il superfluo, quanta era l’avidità con cui prima cercava la manifattura; e gli animi cadendo in una indolente indifferenza, l’inazione, e l’inerzia per una facilissima discesa si stenderanno sulla faccia del terreno medesimo, e v’imprimeranno la naturale loro infecondità. Non si dà azione senza moto, non si dà moto senza un principio impellente. La proposizione è vera egualmente, e nelle cose fisiche, e nelle politiche: qualunque passione che scuota l’animo de’Cittadini, e gli allontani da quel mortal languore, che è l’ultimo periodo che precede l’annientamento delle Nazioni; qualunque passione, dico, è buona agli occhi d’un politico, nè puossi togliere alla Nazione senza danno, a meno di non sostituirvene un’altra. Ora la vanità de’Terrieri spingendoli al lusso, è quella stessa che serve d’uno sprone e stimolo incessante a tener risvegliata l’industria de’Coltivatori, e far sì che non risparmiano nè cura, nè cautela, nè fatica per ampliare il prodotto della nazionale agricoltura. Che se con una legge sontuaria si spenga la vanità de’Terrieri, nè uscirà il superfluo, nè vi sarà più nella nazione; onde in vece di accrescere la ricchezza Nazionale si sarà scemata 1’agricoltura, che è la vera sorgente della ricchezza nazionale medesima. Abbiamo accennato dissopra come il lusso supponga le ricchezze sparse disegualmente fra i Nazionali, e giova per poco ch’io riascenda ai principj delle cose per presentare le idee con metodo, e con chiarezza. Il fine per cui gli uomini hanno stabilita nella socìetà la forma de’differenti governi, il fine per cui concorrono attualmente a conservarla è certamente la propria felicità; d’onde nasce che il fine di ogni legislazione non può allontanarsi dalla pubblica felicità senza una violenta corruzione de’principj, d’onde emana la forza legislatrice medesima; e la pubblica felicità significa la maggiore felicità possibile divisa sul maggior numero possibile. Se dunque le ricchezze, e i poderi son un bene, il primo fra tutti gli umani diritti vuole che le ricchezze, e i poderi sieno divisi sul maggior numero possibile de’nazionali. L’anno Giubilaico presso gl’Israeliti, e la Legge Agraria de’Romani erano una immediata emanazione di questi luminosi principj. Ella è pure cosa per se chiara, che dovunque le vaste possessioni sieno ragruppate in una sola mano, l’opulento padrone minore attività adopera per accrescere il prodotto di esse di quello che non lo facciano i molti, che dovendo coltivare un piccolo patrimonio hanno una incessante occupazione di non trascurarne i minimi prodotti; quindi il totale della raccolta è sempre più abbondante quanto sono più ripartite le possessioni; ed in conseguenza quanto più sono ripartite le possessioni, tanto più s’accresce la vera, e reale ricchezza d’uno Stato. Da ciò ne segue, che se il lusso nasce, come abbiam detto, dalla ineguale ripartizione de’beni, e se l’ineguale ripartizione de’beni è contraria alla prosperità d’una Nazione, il lusso medesimo sarà un bene politico in quanto che dissipando i pingui Patrimonj torna a dividerli, a ripartirli, e ad accostarsi alla meno sproporzionata divisione de’beni. Il lusso è dunque un rimedio al male medesimo che lo ha fatto nascere, poichè l’ambizione de’ricchi, che profondono, serve di esca ai vogliosi d’arricchirsi, e i denari ammassati, come una fecondatrice rugiada, ricadono su i poveri, ma industriosi Cittadini; e laddove la rapina, o l’industria li sottrassero alla circolazione, il lusso, e la spensieratezza loro li restituiscono. Coloro dunque che credono pernicioso il lusso ad uno Stato, perchè rovina le famiglie potenti, errano in ciò che trasportano sul rostro del Legislatore le idee domestiche, le quali in quell’altezza dovrebbero scomparire in riverenza delle grandi mire politiche, e universali del ben essere di tutti. Ho detto che l’anno Giubilaico, e la Legge Agraria traevano la loro origine dalla natura medesima della umana società; ma non perciò ho detto che sieno elleno stabilimenti buoni, e degni d’ adottarsi nel caso in cui si trova l’Europa presentemente. Lo spirito della Teocrazia de’Giudei era di distaccarli dal commercio di tutti gli altri Popoli; l’aspetto dell’Arca, e la possente voce de’Profeti erano spinte fortissime che da loro sole mettevano in azione quegli uomini. Lo spirito de’Romani era repubblicano, religioso, e guerriero, non già commerciante, onde l’amor della Patria, la decisione degli Aruspici, e la gloria marziale scuotevano sì fattamente quegli uomini alle grandi azioni, che d’altri motivi non avevano bisogno. Gli uomini presentemente in Europa trovansi divisi bensì in diverse Provincie, e sotto diversi Governi; ma vivendo tutti sotto una mansueta Religione di pace, con usi, costumi, e opinioni poco dissimili, formano piuttosto diverse famiglie d’uno stato, che nazioni diverse; un incessante reciproco commercio le unisce; la stampa, i fogli pubblici, i Ministri che vicendevolmente risiedono alle Corti, i lumi finalmente che ogni giorno più vanno allontanando gli uomini dall’antica ferocia, rendono sempre più importante l’industria come il solo mobile che rimane, perchè gli animi degl’intorpiditi Europei non cadano in quel mortale letargo che insterilisce, e spopola le Provincie. Quindi perchè l’industria si tenga in moto, necessaria è la speranza d’arricchirsi, e in conseguenza è necessario che i patrimonj de’ricchi spensierati siano un punto di vista agli occhi de’poveri industriosi, in guisa che colla speranza d’impossessarsene, lavorino, inventino, perfezionino le arti, e i mestieri, e mantenghino nella Nazione quel moto che nodrisce, ravviva, e rinvigorisce i corpi politici. Quando tutti i beni sono commerciabili, tutti i beni restano esposti in premio della industria; e quanto più beni si sottraggono al commercio, e sansi ristagnare separati dalla circolazione, tanto minori incentivi rimangono all’industria. Qualora dunque ci sforziamo di eternizzare i beni accumulati in alcune famiglie, formiamo un progetto direttamente contrario alla ragione, ed alla pubblica utilità, e tentiamo con impotente violenza di distornare il corso della natura delle cose medesime, la quale incontrando gli argini inavvedutamente opposti, freme, s’innalza, e squarcia d’ogn’intorno, sintanto che superati gli ostacoli torna al placido e maestoso suo corso. Quindi malgrado le leggi, rarissime sono le famiglie che possino vantare sei generazioni d’una sostenuta opulenza.

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Ejemplo

Chiunque s’attenga alle semplici lamentazioni d’alcuni Storici Romani attribuisce la caduta di quella terribile Nazione al lusso tanto detestato da que’Scrittori: ma noi sappiamo che il genio di quella Nazione fu sempre d’ingrandirsi coll’armi, non già di fare l’industriosa guerra col commercio; sappiamo che ivi le arti, e i mestieri non erano professioni di uomini ingenui, ma soltanto de’servi (1)1; sappiamo che il regolamento della Economia politica Romana era tanto lontano dalla vera Legislazione, che frequentissime erano in Roma le carestie; nè v’è maraviglia sapendo noi tutto questo; che trovinsi gli Scrittori imbevuti di quegli errori, che erano comuni alla loro Nazione. La potenza, e la vera grandezza di Roma è cominciata appunto dopo che il lusso vi si vide introdotto, cioè colla distruzione dell’emula Cartagine; qualunque sieno state le mutazioni interne del Governo di Roma. La intera Francia, l’Inghilterra, la Germania sino all’Elba, si sottomisero a Roma mentre vi regnava il lusso; e l’intera Costa dell’Africa, e le vaste Provincie nell’Asia minore, e il valoroso Mitridate non furono vinti che dai Romani nati fra ‘l lusso. Quattro secoli trascorsero prima che Roma immersa nel lusso perdesse o del suo credito, o della sua forza, o de’suoi stati; che se poi anche Roma piegò alle Leggi universali, ed ebbe il suo fine come il suo principio, non è mio instituto il riferirne le ragioni, che ha sì bene illustrate l’immortale Sig. Carlo Secondat. A me basta l’aver provato, che il lusso non è stato cagione della rovina de’Romani.
Che se anche il lusso fosse stato cagione del deperimento della Repubblica, e dello stabilimento del Principato, ciò proverebbe l’incompatibilità del lusso col sistema Repubblicano, non già coi sistemi degli Stati soggetti a un solo. Il principio delle Repubbliche è l’uguaglianza, togliendosi la quale, e condensandosi le ricchezze in mano di pochi si apre la strada alla tirannia; quindi il lusso è odioso alle Repubbliche, poichè egli è un indizio che le ricchezze sono troppo disugualmente ripartite, e in conseguenza sovvertito il principio stesso del governo. E come la speranza di distinguersi col lusso è un fortissimo incentivo per ammassare le ricchezze, così i saggi Legislatori delle Repubbliche hanno costantemente proibito il lusso, e preferiscono, e proteggono talvolta il giuoco anche più rovinoso, malgrado i disordini che strascina seco, per avere un mezzo discioglitore de’pingui patrimonj al pari del lusso, il quale però seco non istrascini la pericolosa distinzione nell’esterna comparsa. Ma il principio degli Stati governati da un solo è la disuguaglianza, poichè si pone la massima disuguaglianza possibile fra un uomo e un altro, chiamandone uno Sovrano, e l’altro Suddito; e come questa diversità da uomo a uomo non è fondata su una diversità fisica, ma soltanto sulla base dell’opinione, quindi la splendidezza, e la magnificenza hanno lor sede nelle Corti o de’Monarchi, o de’loro Rappresentanti; e gli uomini naturalmente spinti a invidiare, e pareggiare quei che credono più felici di essi, cercano d’imitarli con altrettanta splendidezza, e magnificenza, a misura de’mezzi che sono in loro potere; così dal Sovrano all’ultimo della plebe stendesi quella catena, che comincia dall’eccesso del superfluo, e per molti gradi termina ai puri fisici bisogni. Da questi principj, chiari per se, ma che però non si presentano alle menti degli uomini senza la contenziosa meditazione sulla natura de’governi, ha tratta il Signore di Montesquieu la Teorica che si legge nel libro ventesimo al capo quarto:

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Cita/Lema

Le Commerce a du rapport avec la constitution. Dans le gouvernement d’un feul il est fonde sur le luxe, et son objet unique est de procurer a la Nation qui le fait tout ce qui peut servir a son orgoeuil, a ses delices, et a ses fantaisies. Dans le gouvernement de plusieurs il est ordinairement fonde sur l’economie.
Quanti accreditati Scrittori hanno illustrata in questo secolo, e presso le più colte Nazioni, l’Economia Politica, sono in una universale conformità di parere intorno la felice influenza che ha il lusso ne’paesi soggetti a un Monarca. Le Opere di David Hume, del Barone di Bielfeld, del Signore di Fortbonnais, del Signore di Melon tutte parlano un uniforme linguaggio in favore del lusso. Veggasi la bell’opera, che ha per titolo Recherches, et considerations sur les finances de France. Tom. I. pag. 101. ivi si vede che un secolo fa in Francia v’erano tuttora que’pregiudizj d’opinione, che facevano credere un male il lusso; così ivi:

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Cita/Lema

On etoit persuade que le Royaume s’epuisoit par les denrees du luxe qui lui fornissoient ses voisins. On crut y remedier par des Loix somptuaires qui acheverent d’ecraser nos manufactures;
e di quei tempi appunto parlando il Signor Mirabeau nella Teoria del Tributo, così si spiega a pag. 191.

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Cita/Lema

On a quelquefois voulu taxer de luxe sous le pretexte du retablissement du bon ordre et de la modestie. Les Loix somptuaires ne valent rien;
il rispettabile Autore dell’Essai politique sur le Commerce al capo IX. pag. 105. così parla.

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Cita/Lema

Le luxe l’objet de tant de vagues declamations qui partent moins d’une saine connoissance, ou d’une severite de mœurs, que d’un esprit chagrin et envieux.
In somma dovrei trascrivere intere pagine se volessi quì riferire le innumerabili autorità de’Scrittori Economici più rispettabili, tutte conformi in favore del lusso. La ragione ci prova l’utilità, e la necessità del lusso. L’autorità si unisce alla ragione, e la sperienza c’insegna, che le virtù sociabili, l’umanità, la dolcezza, la perfezione delle arti, lo splendore delle Nazioni, la coltura degl’ingegni sono sempre andate crescendo col lusso; quindi i secoli veramente colti sono stati i secoli del maggior lusso, e per lo contrario i secoli più fiugali, e parchi sono stati quei ferrei secoli ne’quali le passioni feroci degli uomini fecero lordar la terra di sangue umano, e sparsero la diffidenza, l’assassinio, e il veleno nelle società, divenute covili d’infelici selvaggi.
P. Conversazione tenutasi nel Caffè.

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Relato general

Filone è un uomo che ride poco, ascolta molto, nè parla prima di avere pensato; e per questo l’altro giorno nel Caffè avendo udite molte corbellerie del Sig. Cristoforo a ventre gollonato, nè rise, nè parlò prima di avere pensato. Questo eterno Chiacchierone parlò delle Corti, della Politica, della Tattica, della Marina, della Matematica, della Fisica, dell’Astronomia, della Storia, oh Cielo! di che non parlò egli? Qual parte delle Scienze, o delle cose non fu saccheggiata da questo implacabile Declamatore? Dove mai non giunse il suo disragionare? E tutto ciò, Lettori cortesi, tutto ciò vedete ritto su’suoi piedi come un obelisco, gesticolando, e serpeggiando con due gran braccioni in ogni verso, facendo ne’punti più brocardici passeggiare la parrucca sul capo; e quello che mi pesava più si era, un gran dito indice che mi si accostava dritto dritto, ora ad un occhio, ora ad un altro, oltre le frequenti percosse del ritondetto suo ventre, che mi veniva ad urtare di fronte; chi potrebbe in somma dire quanto egli in questa eterna sua declamazione si compiacque di se stesso ed annojò eruditamente tutta la compagnia? Filone, che se ne stava in un canto della Bottega tranquillamente bevendo il Caffè, avrebbe al certo potuto ragionare meglio di lui, perchè, come v’ho detto, pensa prima, e poi parla, avrebbe potuto far vedere al Sig. Cristoforo ch’era un animale benchè implume; avrebbe potuto far la revista a tante cose ch’egli andava vomitando una dopo l’altra, come un torrente di paralogismi, e di confusione. Ma come poteva il povero Filone star a fronte colla debil arma della ragione con lui, ch’era fornito di due potentissimi polmoni vincitori d’ogni buon senso? Cominciava Cristoforo;

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Diálogo

ah che mi dite voi del Sig. di V. . . . . levategli un poco di poesia, e di grazia nello scrivere, che ci rimane mai? E poi quella sua storia è piena di fatti falsi. . . . . Interrompeva rispettosamente Filone: Ma Signore, ne sapreste voi marcare alcuno di questi fatti falsi? Eh, gli diceva Cristoforo, che? volete ch’io vi faccia quì una dissertazione? Non la sarebbe mai più finita,. e poi la storia, vedete, non si può mica scrivere così leggiermente; bisognava trattare più a lungo, e con più esatto dettaglio de’costumi, delle Arti, e delle Scienze; eh, vi vuol altro che sapere così un poco di Storia, e riunirla a pezzi separati; eh che non v’è ancora stato alcuno che abbia scritta la storia come va; poichè è difficilissimo, vedete, figliuol caro, di cogliere lo spirito de’tempi; perchè, vedete, per me sono sempre stato di quel parere che lo studio della storia è un mare magnum, e disse pur bene Cicerone ch’ella è Magistra vitae; ma di queste storie chr siano maestre della vita, non ne abbiamo ancor vedute, se ne eccettuate Livio; oh Livio veramente è un grand’uomo; nessuno, nessuno, vedete, è arrivato a scrivere così filosoficamente la storia; perchè mi fanno ridere, vedete, questi moderni che prendono le cose così dalla superficie; fondo vi vuol essere, fondo. . . . . Di grazia, dicea Filone, anzi mi pare che questi ultimi secoli abbiano prodotti eccellenti Storici; per esempio, dove troverassi negli antichi una storia del Presidente de Tou; un libro come la decadenza, e grandezza dell’Impero Romano del Sig. di Secondat; un’Istoria delle Case di Tudor, e Stuard come quella del Sig. Hume; un’istoria delle scienze, arti, e leggi attribuite al Sig. di Gonguet; un’Istoria Universale come quella ultimamente compilata da una Società di Letterati. . . . . Eh sì, so cosa volete dire, dicea quell’altro, le ho scorse queste storie; ma, vedete, non hanno un certo giudizio, so ben io, . . . . . un certo non so che, . . . . . una certa scelta, . . . . . e poi eran diversi gli antichi; gli antichi, vedete, impiegavano tutta la loro vita a fare un libro; e adesso il fare un libro è come piantare un cavolo; eh tutto va a impostura, belle parole, bei periodi, un’aria di novità e di brio, e tutto e finito; ecco un perfetto autore; eccolo acclamato da tutta l’Europa quasi che. . . . . Veramente trovate voi Signor Cristoforo, rispondea discretamente Filone, che i nostri moderni meritino tutti questi epiteti che voi prodigamente loro date? Ah sì disse Cristoforo, voi avete letto quel libro Francese di un certo Sig. Perault panegirista de’moderni in paragone degli antichi; ah sì sì, voi altri Giovinotti lodate sempre il tempo esente. . . . . E forse troppo i Vecchj il passato, disse Filone. Tutto bene, replicò Cristoforo; ma bisognerebbe leggere un poco di Senofonte; un poco di Senofonte, vedete, val più che tutti i libri moderni. Veramente l’ho letto, riprendea Filone. . . . . Eh sì sì l’avete letto, ma la traduzione non è vero? Eh bisognerebbe vedere l’originale, perchè, vedete, v’è una gran differenza fra l’originale, e la traduzioni; oh non vi ha che fare nulla nulla affatto, leggete l’originale. Dicea Filone, l’ho letto, ed inteso, il Greco non m’è ignoto. Ah! come, voi sapete di Greco? riprese Cristoforo aprendo tanto di occhi verso di lui. Signor sì, disse Filone. E poi vinto dalla noja per ormai tagliare questo discorso: Gran buon Caffè che è questo, disse egli. . . . Ah! a proposito di Caffè, avete veduto un certo foglio, che ha per titolo il Caffè? il Caffè, vedete che titolo sguaiato! Il Caffè ad un foglio? Eh, disse Filone, quando che contenga delle cose buone, gli perdonerei il titolo, anzi mi pare un titolo senza impostura. . . . . Oh per impostura vi assicuro poi io che la v’è tutta, tutto è tolto di qua e di là. . . . Gran buon Caffè che è questo, disse Filone. . . . . Sono varj pezzi cuciti assieme, ma stiamo male di lingua. . . . Gran buon Caffè che è questo; disse Filone. E di ortografia poi! oh Cielo, fa nausea. . . . . . Gran buon Caffè, Signor Cristoforo, disse ancora Filone;
ma il Sig. Cristoforo non intendea nulla, parlò, e declamò ancor per un’ora, sinchè, usciti tutti quanti per la noja dalla Bottega, egli disse il restante a Demetrio, il quale stette ammalato per tre giorni di febbre, tanta fu la noja, che lo oppresse.
Or mi direte voi chi è questo Cristoforo, e chi è questo Filone? Questo è quello che non vi voglio dire. A.

1(1) Dion. Alicar. lib. 2. Tit. Liv. lib. 8. cap. 20. 28. Seneca Epist. 88. Cicer. in Verr. 7. Romolo non permise che due professioni agli uomini liberi, l’agricoltura, e la milizia: i Mercanti, ed i Operaj non erano nel numero de’Cittadini. Dion. Alic. lib. IX. Cicer. de off. lib. I. cap. 42. Quindi presso i Latini Scrittori Commerciante, Operajo, e Barbaro suonavan lo stesso. An quidquam stultius quam quos singulos sicut operarjos, barbarosque contemnas eos aliquid putare esse universos? Cicer. Tusc. Quaest. lib. V. E. nel Codice I. 5., de naturalibus liberis, si confondono indistintamente la Donna quae mercimoniis publice prefuit, e la Schiava, l’Istrona, e la Scostumata. veggasi Considerations sur la grandeur, e la decadence des Romains. Cap. X., e l’Esperit des Loix lib. XXI. cap. X.