Il Caffè: VI
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Dialogue
cui pure potrete imparare, come preservarle dalle brine. Vedete ancora:
Le precis des experiences faites a Trianon par Mr. Tillet d’ordre du Roi. Un buon Agricoltore cangia
di spesso la semente medesima, e la sperienza gli suggerisce che quella, la quale viene
tratta dai Paesi più lontani, maggiormente fruttifica, ma sopra il tutto rara la spande. IL
risparmio della semente e un grand’oggetto negli anni di carestia; la perdita, che fa esso
Agricoltore quando prodigamente la semina, diviene sempre più considerabile allorchè l’abbondanza
dell’anno seguente fa bassare i prezzi dei grani. Egli è obbligato di vendere a basso prezzo il
prodotto d’una semenza, che gli è costata assai. Nel primo Tomo del Trattato del Signor Du Hamel vi
è la descrizione d’un istromento opportunissimo per seminare i grani con economia, e con eguale
distanza. I Signor Patullo consiglia a non seminare giammai nè segala, nè avena; la prima, dice
Egli, può l’esser rimpiazzata dal frumento prodotto anche dalle brughiere, qualora vengano a dovere
coltivate; alla seconda supplisce l’orzo, ch’è molto più sano per i Cavalli. Il Signor Tourbilly al
contrario trova molto profittevole il seminare la segala, perchè più abbondantemente cresce del
frumento. Il Gentiluomo Coltivatore esalta l’avena sopra l’orzo; ciascheduno potrà regolarsi a
seconda del prezzo, del bisogno e dello spaccio, che avrà nel proprio Paese. L’annona ben regolata
suole portare l’abbondanza delle biade; ella deve considerarle e come una mercanzia, e come
l’alimento principale dell’Uomo: come una mercanzia ha da procurarne un pronto esito presso gli
Esteri. Questa politica ha guadagnata all’Inghilterra in cinque anni di tempo, cioè dal 1746 a tutto
il 1750, cinque milioni, duecento ottantanove mila, ed ottocento quaranta sette lire sterline
equivalenti in circa alle nostre lire Milanesi 173, 464, 951, e ne ha dippiù aumentata di modo nel
Regno la copia che il loro prezzo nei prodetti anni fu minore degli antecedenti.
Qualora poi le risguarda come il principale sostegno della vita umana e necessario ch’ella usi
un’esatta diligenza a provedere i pubblici Forni della migliore qualità di esse, e che preveda, e si
opponga agl’inganni non pochi dei Castaldi, dei Mercanti e dei Mugnai. Ma ciò non basta, se non
invigila ancora alla fabbrica del pane, dal quale ben fatto, o mal fatto dipende in gran parte la
conservazione, o la perdita della pubblica salute. In Londra è stato stampato un trattato del pane,
intitolato: Il veleno discoperto. Nella città medesima fu mandata ad un Segretario di Stato una
lettera anonima intorno ai suddetti abusi. Finalmente il Signor Giacomo Mannin Inglese ci ha
istrutti più ampiamente col suo Libro: Della natura del pane secondo la sua qualità, dei di lui
effetti, del metodo sicuro per iscoprirvi le materie eterogenee introdottevi e tutte le altre frodi
dei Fornai, e ci ha regalati d’una facile maniera di farne dell’ottimo nelle case private. Vi sono
alcune produzioni della terra, le quali, essendo ancor immature sono nella loro perfezione a
godersi, e di questa sorta sono i spargi, ed i piselli. Chi sa se il nostro grano turco colto è
fatto seccare tuttavia bianco, e non affatto maturato, non ci dasse una farina più dilicata, e
saporita? Dopo le biade ha da cadere la cura nostra sopra la vigna. Ell’ha bisogno d’essere meglio
trattata nel tagliarla, nel coltivarla, ed ingrassarla. E un errore il credere, che nulla sia più
atto a promovere l’abbondanza dell’uve, che il lettame ordinario delle nostre bestie domestici; anzi
sono per dirvi, che un tale ingrassamento nuoce infinitamente alla bontà del vino, e
che non e pure molto utile a procurarcene una copiosa raccolta. La calce delle vecchie fabbriche, i
cuoi usati, le corna, e l’unghie bovine, la marga, la caligine, e la cenere ne portano una bontà e
fertilità maggiore. Si può consultare: Le Traitè de la culture des vignes par Mr. Bidet.1L’Accademia di Bordeaux ha proposto nell’anno 1759 il premio per chi suggerisse
i migliori principj del taglio della vigna per rapporto alle varie spezie di essa, ed alla diversità
dei terreni. Nelle Memorie dell’Accademia Reale Svedese, nel tomo VII, vi e una dissertazione
intorno alla potagione. Che vini squisiti avressimo, se nel manipolarli v’impiegassimo la diligenza
degli Oltramontani? Non ci mancherebbe il vino di Borgogna; di Sciampagna, la manifattura dei quali
trovasi descritta nel Dizionario economico di Chomel. La prova e già stata fatta, manca solo il
coraggio di assumere annualmente questa fatica. Il chimico Gioncbero insegna l’arte di formare un
vino eccellentissimo con poca pena e minore spesa. Pongasi, dice egli, del buon vino in un vaso di
fondo esteso all’altezza di due dita sotto qualche coperto all’aria fredda nelle notti più rigorose
del Verno; si troverà questo nella seguente mattina al levar del Sole tutto pieno di ghiaccio, che
si avrà cura di levarlo. Per un’altra notte, o per due rinnoverà quest’operazione, ed il vino
restato s’infonderà in caraffe di vetro, le quali dovranno seppellirsi al rovescio in una buca
asciutta sotto terra, e copertele d’arena si lasceranno ivi sin alla State, affinché
fermenti. Questo vino essendo stato privato di tutta l’acquosità, diverrà ottimo. L’Accademia di
Dyon ha offerti i premi negli anni 1760 e 1761 per chi indicherà quali siano le cagioni della
mucellaggine del vino, ed insegnerà il modo di preservarlo. Di gran vantaggio sarebbe l’incoraggire
nello Stato nostro la piantagione degli ulivi, giacchè l’olio di questi frutti tanto scarseggia fra
di noi, che ci fa mandare ai Forastieri una grossa annua somma. Tutte le situazioni montagnose poste
al mezzo giorno, e spezialmente in riva dei laghi dovrebbero occuparsi da queste piante, a
preferenza dei Gelsi, a’ quali è destinata la pianura. V’e un buon Trattato della coltivazione degli
ulivi di Pietro Vettori2, che ce ne da la norma. Le pesche,
le prugne, le pera, i ficchi, le mela, e tutti gli altri frutti sono abbandonati da noi quasi alla
sorte, di modo che di rado se ne ponno gustare dei perfetti. Gli abitanti di Montreulle, Terra non
molto lontana da Parigi, usano ben altre diligenze. Dispongono essi queste piante a’ piedi d’una
muraglia, che le difende dalla tra-montana, le tengono basse, le coprono nel Verno d’un tetto di
paglia, le potano, e governano con grand’arte. Vestono pure di paglia il loro tronco nel piede,
perchè sono ben consapevoli, che i vapori, i quali risalgono dalla terra sono più nocivi di quelli,
che cadono dall’alto. In Erfurt, ed in tutta la Bergues-Strassen s’inoculano i maroni sopra dei rami
di quercia molto profittevolmente, al di cui effetto si servono quelle Genti del marone
di cuore, il qual’è la parte media delle tre che alcuni ne contengono.3Per fare riprodurre generalmente tutte le piante vecchie,
ottimo rimedio riesce l’incidere al lungo la loro prima corteccia nel tronco principale,
incominciando dove sorgono i rami, sino a fior di terra. La sperienza di questa operazione
corrisponde perfettamente alla ragione, perchè non trovando più il sugo nutritivo della pianta la
resistenza che le fa la prima scorza dal tempo indurita, più facilmente monta, e promove la
vegetazione. È desiderabile che l’invenzione introdotta di cingere i campi di siepi fatte di piccoli
virgulti di mori bianchi si moltiplichi, poichè sempre più si accrescerà l’abbondanza della seta. I
boschi non si tagliano fra di noi, ma si distruggono. Devono questi essere scalvati colle regole
precisamente contrarie a quelle, colle quali si potano le piante da frutto, e meritano una gran
cura, affinchè non perisca una specie tanto necessaria, e che incomincia a scarseggiare. Il Re di
Francia, ed il Re di Sardegna fra le istruzioni, che sogliono dare agli intendenti delle Provincie,
vi inchiudono anche quella di non lasciare tagliare bosco alcuno senza che sia in seguito
ripiantato. Il sopraccennato Evelyn della Società d’Inghilterra ha composto un libro detto: Silva,
et pomona. Si ha da consultare in questa materia: L’agriculture parfaite, ou novelle decouverte
touchant la culture et la multiplication des arbres.4Si può riconoscere ancora La Teorie de la coupe des pierres et
des bois.5La detta Accademia di
Bordeaux costitui il premio nell’anno 1759 a chi saprà insegnare la miglior maniera di seminare,
plantare, propaginare, conservare, e riparare le querce. Vi e la fisica degli arbori del signor
Du-Hamel.6 Il lino e molto in uso nel
nostro paese, e di buona qualità. Egli ha il vantaggio, come ben sapete, di produrre due frutti: il
filo, e l’oglio. Col primo somministra la materia a molte pre-ziose, e necessarie manifatture, e col
secondo supplisce alla mancanza degli ulivi. Merita certamente, che la di lui coltura sia ampliata,
ed estesa nello Stato nostro, unitamente a quella del Colzar, da’ Francesi detto Colesat, e da’
Bottanici napus sylvestris, ch’io suppongo essere il nostro ravizzone, l’oglio del quale è
eccellente a pettinare le lane. L’esatta cura degli Orti ridonderà in grande nostro profitto,
giacchè le loro erbe ed i frutti ci regalano di cibi sanissimi, e di poca spesa. La Maison rustique,
e molti altri dei sopracitati Autori ne trattano. Nelle Memorie dell’accennata Accademia Reale
Svedese vi e una particolare Dissertazione sopra la coltura delle radici, o siano rape. Ella è
contenuta nel Tomo VII. degli Atti della medesima. Non bisogna limitarsi unicamente a
procurare la moltiplicazione, e perfezione dei frutti conosciuti, ma un’ottima cosa sarà io
l’introdurne dei nuovi. Ancorchè le praterie stabili, e naturali siano nello stato nostro molto
abbondanti, e ben tenute; le artifiziali però, delle quali non ne facciamo grand’uso, sarebbero
opportunissime principalmente dentro delle Città, e Subborghi, a’ quali nuocono le abbondanti
irrigazioni necessarie alle prime. Questi prati artifiziali ben coltivati producono eguale
abbondanza, e forse anche maggiore degli altri, e possono formarsi in ogni genere di terre. Le buone
e le più forti vengono seminate a trefoglio, ma la semente si dee tirare dalla Fiandra, dove si
trova ottima. Alle terre di bontà mediocre conviene l’erba medica, detta in Francese luserne. Quelle
poi d’infima qualità portano l’erba detta falsa Segala, faux-seigle: Ella è fecondissima, e
facilissima a nascere in ogni luogo; ed in Inghilterra se ne fa molta stima. Di questi prati
artifiziali ne tratta il Sig. De la Salle nel libro suo intitolato: Prairies artificielles.7Nelle suddette Memorie
dell’Accademia Reale Svedese Tomo VII, avvi una Dissertazione intorno al modo di prevenire la
putrefazione del fieno raccolto nell’umido. In difetto del fieno giova valersi d’una buona quantità
di piccole rape, le quali date da pascere agli animali domestici mirabilmente a quello suppliscono.
Il canape e raro fra di noi, benchè abbia la proprietà di crescere quasi in ogni sorta
di terre. La piantagione di questo somministrarebbe allo Stato una gran manifattura di corde, di
gomene, di vele & ec, intorno a cui s’impiega un gran numero di poveri, e d’idioti inabili ad
altro più fino lavoro. Il Sig. Dodard Intendente della Provincia di Berri in Francia gran
sollecitudine v’impiega per promoverne la coltura, ed ha ottenuti dal Governo premi considerevoli
per chi vi si applica. Il Sig. Mercandier nel suo Traite du Chanvre8ci dà un dettagliato metodo di coltivare, e trattare questa pianta.
Minore diligenza richiede, ma non minor utile porta l’ortica grossa. Nasce questa nei fondi più
sterili, e dalla medesima se ne cava un sottilissimo filo, con cui se ne formano tele di grande
prezzo. Il Dizionario di Chomel, ed il Giornale economico dei mesi di Marzo, ed Aprile del 1751 ne
insegnano la maniera di renderla ad uso. Vittorio Amedeo Re di Sardegna, fece plantare a Reconigi il
Tabacco, e lavoratolo da Uomini periti, ne ricavò degli ottimi tabacchi. Il Sesamo erba da far oglio
molto usitato nella Grecia fu trasportato in Italia, e qui seminato da due Nobili Bolognesi con
molto loro profitto. Forma egli bacelli longhi un’oncia, e mezza in circa, pieni di semi bislunghi
alquanto più grossi del miglio, i quali sono tanto ubertosi, che d’una libra d’essi pesante once
dodici, se ne cavano ott’oncie d’oglio limpidissimo, e di color giallo. In vista d’un utile così
rimarchevole dovressimo, noi pure usarlo. I nostri campi sono capaci di produrre lo
Zafferano, il Guado, la Garancia, in francese garance, e la Soda, erbe per la tintura, per il
sapone, e per le cristalliere. Afr. Credete voi Sig. Cresippo, che i frutti, l’erbe, e le piante
oltremarine possano allignare nel Paese nostro? Cresip. Chi ha incominciato a fare la Storia
naturale dei nostri monti mi assicura d’avervi trovate naturalmente nate delle piante Americane,
come fra le altre il Guajaco, ed anche molt’erbe affatto incognite ai Bottanici, onde forz’è il
dire, che trasportate qui le medesime o altre simili vi allignerebbero. Con tutto ciò non ardirei
d’assicurarvi, che tutt’i vegetabili oltremarini possano crescere fra di noi; ma se varj d’essi non
prendono piede nelle terre nostre, io sono di parere che non sempre ciecamente si debba incolpare la
diversità del clima, e dei terreni, ma bensì principalmente la poca cura che si ha nel trasporto da
si lontane parti delle sementi, e degli arboscelli vivaci. Pochi anni sono fu stampato in Parigi un
ottimo Libro, da cui possiamo imparare quest’arte. Egli e intitolato: Memoire instructif sur la
moniere de rassembler, de preparer, de comerver et d’envoyer les diverses curiosites d’Histoire
naturelle.9Di
fatti siamo venuti a capo di far nascere, e maturare il Caffe, gli Ananas, il Cottone, e varie sorte
di fiori, quando abbiamo voluto impiegarvi le necessarie diligenze. Nel Brandemburghese
si trova chi e arrivato a far crescere l’arbore della Cannella. Chi sa che noi pure non giungessimo
a vedere nato fra di noi il Cacao e lo zuccaro, oppure trovassimo almeno la maniera di supplire a
queste droghe senza cavarle da un nuovo Mondo? Nel Portogallo v’e una pianta comunissima, che
fruttifica una sorta di ghiande similissime a quelle della nostra rovere, e che contiene una polpa
saporitissima, ed ardirei dire migliore di quella del Cacao. Questa cresce in siti di poca coltura;
e crederei che non fosse per ricusare il nostro suolo nel caso; che il Cacao assolutamente
resistesse alle nostre premure. Il grano turco in un certo determinato tempo della sua vegetazione e
pieno d’un suco dolcissimo; niente inferiore a quello delle canne di zucchero; e chi sa se
sottoposto anch’egli alle operazioni, che impiegano tanto numero di Negri nelle Coste meridionali
dell’America, non fosse per rendere un nazionale zucchero? Afranio. Tutto va bene, ma se ci
dilettassimo di tante non ordinarie piantagioni, toglieressimo alla produzione dei grani una gran
parte delle Terre, e cosi verrebbesi a privare lo Stato d’una rimarchevole quantità d’una si
necessaria derrata. Cresippo. Dovete sapere, Sig. Afranio carissimo, che in buona regola di
commercio, quando uno Stato permuta collo Straniero il più grande prodotto delle sue Terre contro il
più piccolo, egli ha lo svantaggio; e quando lo Stato medesimo cangia il prodotto de’ suoi fondi con
lo travaglio del Forastiere, resta similmente pregiudicato, perchè il Forastiere stesso viene
mantenuto a nostre spese. Il Sig. Cantillon, nel suo Saggio sopra il Commercio in generale, ci dà
una prova convincente di questa massima, e ci fa comprendere che 25 pertiche francesi
di terra producenti 150 libbre di lino purgatissimo da lavorarsi in merletti finissimi di Fiandra,
equivalgono ad un milione, e secento mila pertiche coltivate a vigna; che mantiene per un anno due
mila Persone, e guadagna cento mille once d’argento. Lo Stato nostro è per ordinario così ubertoso
in grani, che glie ne sopravvanza una gran copia da vendere ai vicini in contracambio del loro più
piccolo prodotto, qual è la materia delle arti nostre più fine, e del loro travaglio, come sono le
merci di molta fattura, ch’essi ci mandano. Ora dunque se noi in vece di seminare i campi di tanta
copia d’una derrata in parte superflua ai nostri bisogni, li destinassimo alle produzioni da me
collaudate, produzioni atte a promovere le nostre manifatture, moltiplicaressimo in infinito la
nazionale popolazione e le ricchezze.
Niveau 3
Lettre/Lettre au directeur
Amico Demetrio. Dite ai vostri scrittori del Caffe, ch’io sto per
pubblicare un’Opera molto instruttiva, che avrà per titolo Trattato matematico-Logico-politico
stille Riverenze. Il titolo è pomposo, e spero di farvi brillare l’ingegno e l’erudizione. Voi
sapete, o benedetto Demetrio, che gli uomini del di d’oggi vogliono dappertutto analisi,
dimostrazione, e cifre algebraiche; io da uomo di giudizio mi servirò di questo linguaggio, e darò
la Teoria per calcolare l’indole e il carattere delle Nazioni, e degli Uomini sulla maniera diversa
di far Riverenze. Mi spiego.
Niveau 4
Satire
Considerisi il corpo umano come una linea perpendicolare all’Orizzonte,
questa linea la chiamo Felicita; considerisi l’uomo disteso a terra paralello all’Orizzonte, questa
linea la chiamo Miseria; l’angolo che fanno queste due linee e appunto di gradi novanta, cioè angolo
retto; ora, tutte le riverenze possibili, io farò vedere come siano comprese fra questi due termini;
e proporrò la soluzione della natura delle società, e degli uomini derivata dal grado dell’angolo a
cui sono abituati. Farò inoltre vedere come la perpendicolare dinoti divisione di beni,
e l’orizzontale coalescenza dei medesimi; quindi aggiungerò una Tavola esattissima de’ diversi
angoli, che fansi nel salutare sotto diversi gradi di latitudine. Le prime riverenze, scostandosi
appena dalla perpendicolare, si chiamano riverenze di protezione, quando son fatte da pochi; e
riverenze di sicurezza, quando son fatte da molti: sono elleno accompagnate da un sorriso, o da uno
schiavo, se son rare, e da un buon giorno amico, se sono comuni. Le ultime riverenze sono le
prosternazioni Orientali, accompagnate sempre dalla Genealogia del Sole e della Luna in favore del
riverenziato. Ho già mostrata col calcolo una grande verità, ed è questa, che laddove l’uso della
perpendicolare sia di pochi, le massime riverenze sono quelle che fanno i Creditori ai Debitori
qualificati. Il Cortigiano riceve una insigne riverenza dal Nobile, il Nobile ne riceve una quasi
fuori d’equilibrio dal Curiale, il Curiale ne riceve di officiose e patetiche da qualche Litigante;
il Facchino nec dat, nec tollit, nè riceve nè fa riverenze. Parlerò in seguito di alcune riverenze,
le quali non si distinguono per la loro inclinazione, ma bensì per certe altre piccolissime,
leziosissime grazie, che proprio innamorano. Se per esempio volete salutar taluno, e fargl’intendere
che siete suo
1A Paris 1752.
2Stampato l’anno 1718.
3Giornale di Commercio nel mese di Maggio 1759.
4Amsterdam 1720. In 8.ed in Venezia presso l’Albrizzi.
5Strasbourg 1737. Ed in Venezia presso Colleti.
6In Parigi presso Guerin, e de la Tour 1758.
7A Paris 1758. chez Dessaint rue S. Jean de Beavais.
8A Paris chez. Nyon Quai des Augustins 1758.
9Si vende a Lyon chez Jean Marie Bruyset rue merciere au Soleil d’or.
10Opera sortita dai Torchj di Gleditsch. in. S.
11Stampati in Berlino presso Volsi
