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        <title>Num. 98</title>
        <author>Antonio Piazza</author>
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        <edition>Moralische Wochenschriften</edition>
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          <name> Kirsten Dickhaut</name>
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          <name> Magdalena Albert</name>
          <resp>Editor</resp>
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          <name> Alexandra Fuchs</name>
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      <publicationStmt>
        <publisher>Institut für Romanistik, Universität Graz</publisher>
        <date when="2015-09-23">23.09.2015</date>
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        <bibl>Piazza, Antonio: Gazzetta veneta urbana. Venezia: Zerletti 1789, 777-784 </bibl>
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          <title level="j">Gazzetta urbana veneta</title>
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          <date>1789</date>
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Formazione</term>
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<p rend="EU"><milestone unit="E1" xml:id="FR.1"></milestone></p>
<div1>
<head><hi rend="smallcaps">Num. 98</hi></head>
<p rend="date"><hi rend="smallcaps">Mercordì 9 Decembre 1789.</hi></p>
<p rend="BA"><milestone unit="E2" xml:id="FR.2"></milestone>
<milestone unit="E3" xml:id="FR.3"></milestone>
<milestone unit="LB" xml:id="FR.4"></milestone><hi rend="italic"> Al Sig. Gazzettiere di Venezia</hi>
<lb></lb>Cicaleccio</p>
<p rend="SO">Al problema enunziato nel vostro foglio al N. 86, che dice: <hi rend="italic">Essendo
la Società piena di Medici parte dotti e veramente grandi, parte sciocchi e ignoranti
impostori</hi>, <hi rend="italic">si domanda con quai caratteri si possi distinguere fra questi il
Medico sapiente dall’impostore</hi>, era stato in quel foglio stesso risposto adequatamente
coll’indicare le disposizioni ed i mezzi senza dei quali nessuno può esser mai dotto e vero Medico,
e quale sia del Medico sapiente il costume, le parole, ed il metodo di curare; per lo che sembrava
che l’A. del Quesito restar potesse appagato e convinto, e con esso anche quello che poi al N. 90
della vostra Gazzetta, riferisce con sensi alquanto diversi il medesimo tema, distinguendo,
concludendo ec., come appresso vedremo.</p>
<p><hi rend="italic">Essendo la Società piena di Medici sì veri che falsi, si dimandano i segni
caratteristici degli uni e degli altri, a scanso d’inganni funesti.</hi></p>
<p>Le voci <hi rend="italic">vero</hi> e <hi rend="italic">falso</hi>, non sono equivalenti a <hi rend="italic">dotto</hi> ed <hi rend="italic">ignorante</hi>; il Medico falso non è il Medico
ignorante, ed il mio amico <hi rend="italic">Petussa</hi> distingue la differenza che vi ha tra <hi rend="italic">Oro vero, Oro basso, Oro falso</hi>, e sostiene che l’<hi rend="italic">Oro falso
</hi>non contiene punto di Oro; <hi rend="italic">posta la qual cosa che è incontrastabile</hi>
concludiamo anche noi che chi alterò il primo quesito non ha distinto il <hi rend="italic">vero dal
falso.</hi></p>
<p>La risposta poi ch’esso diede al problema suddetto dimostra chiaramente esser lui un sottilissimo
argomentante, di quelli cioè che putiscono di sofistici, e sono assaliti da frequenti tumultuanti
riflussi di <hi rend="italic">spiriti animali</hi>, enti di fantasia da tanti come tali
riconosciuti, e da altrettanti con massimo ardore combattuti quai corpi infesti e nocivi. <hi rend="italic">Mi spiego</hi>. Ragionando egli a sproposito distingue da principio cui sia che
dimanda quei segni <hi rend="italic">se il popolo</hi>, <hi rend="italic">o la porzion colta,
illuminata e dotta di una Nazione</hi>. Ma se il popolo per di lui asserzione <hi rend="italic">è
essenzialmente ignorante</hi>, non può esser nemmeno capace di cosiffatte riflessioni e richieste, e
ben contro ogni ragione conclude che <hi rend="italic">chi sciolse</hi> nell’<hi rend="italic">altra</hi>
<hi rend="italic">Gazzetta questo Problema direttamente</hi> non lo <hi rend="italic">abbia inteso
nel senso in cui conveniva</hi>. Oltre a ciò molto più irragionevole ed assurdo, . .<pb n="778"></pb> . . . . . . . . . . . . . . è il dire che il popolo, e non un popolo sia <hi rend="italic">essenzialmente</hi> ignorante, come non meno assurdo è l’immaginare che questo popolo
essenzialmente ignorante sappia e possa distinguere <hi rend="italic">chi ne sà, se non in Medicina,
almeno nelle scienze affini ed ha buon senso</hi> per ricorrere a consiglio da questi, onde non
andar errato <hi rend="italic">nel giudicare il Medico</hi>, e nel decidere se sia grande o
picciolo.</p>
<p>L’A. di tanti assurdi che con offesa del buon senso ha distinto se <hi rend="italic">il
popolo</hi>, ovvero la <hi rend="italic">porzion colta illuminata e dotta di una nazione</hi> faccia
il quesito, e che ha senza la menoma verosimiglianza deciso per quello, se fior avea di ragione non
solo avrebbe concluso <hi rend="italic">che chi sciolse nell’altra Gazzetta questo Problema lo aveva
inteso</hi> nel so senso vero e diretto in cui conveniva; ma gli avrebbe accordato ancora lo aver
soddisfatto alle richieste dei dotti, e l’aver esso dati alla gente incolta ed <hi rend="italic">ignorante dell’Arte Medica e delle scienze affini</hi> i segni materiali ed esterni per farle
discernere il Medico <hi rend="italic">dotto</hi> dall’ignorante. Il <hi rend="italic">Medico
sapiente</hi>, (sono le stesse parole del tentato a rispondere la prima volta al quesito) e <hi rend="italic">veramente dotto nell’Arte sua, sarà quello, </hi>che in<hi rend="italic"> moltissimi
casi, anche delli considerati i più difficili,</hi> minorerà <hi rend="italic">gli incomodi a’suoi
ammalati, e saprà più presto degli altri restituirli in salute; parlerà poco; si farà intender da
tutti; deffinirà le malattie; farà il suo prognostico veritiero, nè parlerà, come suol farsi dagli
impostori furbi, da Oracolo.</hi> Ecco dunque provato all’acutissimo Sig. Logico di F. L. che in
quesito Veronese (così è nominato il quesito al Num. 86.) è stato risolto con quella distinzione che
da lui agitatamente si cerca.</p>
<p><hi rend="italic">Ma come dunque illuminarlo questo popolo</hi>? dice la risposta di Treviso. <hi rend="italic">Rispondo</hi>. O si dimandando dei segni esterni per far distinguere il Medico dotto
dall’ignorante anche a quella parte di popolo, che destinata a sostenere il bene della Società col
vigore e coll’azione de’suoi muscoli, ignora le scienze, o si dimanda con quai mezzi si potrebbe
instruire questa parte di popolo, acciò non errasse nella scelta del Medico. Alla prima dimanda ha
soddisfatto il primo. Alla seconda pretese di rispondere quel di Treviso, il quale, chi sa perchè,
intendendo di parlare di questi mezzi, dopo di aver mandato il suo popolo ignorante ad interrogare i
dotti, egli vorrebbe che il <hi rend="italic">Governo</hi> tanto <hi rend="italic">col reprimere
quelli, che senza scienza, e senza facoltà esercitano la Medicina, quanto col sostenere e decorare
quei membri della facoltà ch’hanno una fama distinta e ferma, aprisse gli occhj al popolo</hi>. Non
sì sà quì per altro di qual Governo questo Scrittore intenda parlare, del Nostro Serenissimo, nò
certamente, ove spesso puniti si veggono i contraffacenti dell’Arte Medica a norma delle sapienti
leggi del Principato, amministrate da incorrotta giustizia, e da vigilante prudenza. Ma che con
egual procedura abbiasi a punire da un Governo tutti quei Medici, che legittimamente addottorati ed
approvati nell’esercizio pratico, non posseggono quindi grande estensione di dottrina, come pare
ch’egli vorrebbe, io lascio a’Medici il darne risposta, e ad ogni uomo di buon senso assoggetto la
proposizione di questo all’altra parte che vorrebbe tutti decorati quei Medici, che nella
Letteratura risplendono, o hanno la pretesa di risplendere, mercè qualche lor scipitezza, che
diedero alla stampa.</p>
<p>Tornando sulla via. Se i segni esterni dati da chi rispose al primo quesito non bastano per
istruire un popolo essenzialmente ignorante, dotato per altro di senso comune, non bastano neppure
certi altri che urtando la vista e la fantasia potrebbero imporre e persua-<pb n="779"></pb>dere questo
popolo, come farebbero quelli che usano alcuni dotti Medici, i quali con marmoreo portamento
passeggiano per le vie della Città a passi pesantissimi e misurati, cogl’occhj bassi, e colle ciglia
aggrottate, col cappello inchiodato sulla radice del naso, e ravvolti in un succinto <hi rend="italic">smantellato</hi> mantello; o alcuni altri che frettolosi camminano quà e là dal dì
alla notte, facendo apparenza di continue visite, tutti per altro attillati, pettoruti, e serj, ora
di spada, ora di bastone muniti, rassembra che vogliano scacciare i mali armata mano. Sono questi,
mi si dirà, gli artificj degl’Impostori e dei Furbi. Sì certo; ma per questi, come ben dice l’A. di
Treviso, <hi rend="italic">i furbi e gli impostori troppo spesso hanno ingannato il popolo, e colla
loro scaltrezza hanno tolto la mano ai grandi filosofi</hi>. E ciò è lo stesso che dire, che da
costoro sono stati ingannati anche quelli che ne <hi rend="italic">sanno nelle scienze affini alla
Medicina, e che hanno buon senso.</hi></p>
<p><hi rend="italic">Ma come dunque illuminarlo questo popolo, e come far che i furbi e gli
impostori non tolgano la mano ai grandi filosofi?</hi></p>
<p>Ciò è facile da insegnarsi, ma impossibile da ridursi alla pratica per due gran ragioni. La prima
è quella certa facilità con cui ognuno di leggieri si dà a credere ciò che vorrebbe, e che desidera.
La seconda è quella profonda ignoranza che offende <hi rend="italic">tanto i massimi quanto i
minimi</hi>
<hi rend="italic">filosofi</hi> intorno le vere cagioni delle cose. Per la prima il più zotico ed
ignorante uomo che eserciti la Medicina, sia pur senza scienza, o senza facoltà, purchè molto
prometta, e molto vanti sarà di buon grado anteposto e spalleggiato dagli uomini pure di buon senso
affronte di dottissimo ed addottoratissimo Medico, la cui prudenza vuole che poco prometta, e di
rado si cimenti a grande e pericolosa impresa, avvertendolo che, dall’incertezza di un favorevole o
contrario evento, prende la sua fama, o il suo disonore.</p>
<p>Per la seconda gli uomini malgrado la ragione si avvezzano a giudicare con abuso dall’esito delle
cose, e per quanto dotti siano, rari sono, che in materia di salute non argomentino col <hi rend="italic">hoc post hoc, ergo per hoc</hi>. Quindi l’ignorante di sua natura temerario tutto
promette e tutto azzarda, certo di andar impune, e non avendo di che perdere, e come arriva co’suoi
cianciumi a trovar preferenza in confronto dell’uomo saggio, così pienamente persuade qualora possa
impiegarsi in qualche malattia chirurgica, e mutilare un membro o separarne un altro senza la morte
dell’infermo: anzi uno o due di questi fatti bastano altresì per prova di un’estrema ed illimitata
sapienza Medica nell’operatore.</p>
<p>Da questi errori tanto facili e comuni come allontanarlo questo <hi rend="italic">popolo</hi>
essenzialmente ignorante se non sà evitarli la <hi rend="italic">porzione illuminata, dotta, e colta
di una Nazione</hi>? Io credo impossibile l’effetto della più sapiente intrapresa. Ma io m’inganno,
ed ogni ostacolo verrà forse tolta dalla lettura di quell’opera, di cui da poco tempo è uscito in
Treviso dai torchj di <hi rend="italic">Giulio Trento</hi> il seguente frontispizio.</p>
<p>Saggio sul Perfezionamento della Medicina di G. B. <hi rend="italic">Marzari</hi></p>
<p>Nel quale si espongono, si annalizzano, si giudicano i differenti metodi proposti, e ristaurati
da <hi rend="italic">Tissot e Sims</hi>.</p>
<p>Libro grato a’Medici veri, perchè dimostra la nobiltà della lor professione, e il modo di
coltivarla, utile ad ogni culta persona; perchè acquista per esso l’idea del vero Medico, onde
distinguerlo dall’ignorante, e dall’impostore, cosa ch’è tanto interessante: necessario finalmente a
tutti quelli i quali per il loro grado, e per i loro impieghi devono invigilare, e proteggere le
pubbliche scuole, e la pubblica sanità.</p>
<p><pb n="780"></pb>
<hi rend="italic">Si cet ouvrage contient des veritès utiles, si on y à, comme on le croit, traitè
la matiere d’après ses vrais principes il ne serà pas venù trop tard.</hi></p>
<p><hi rend="italic">D’Halembert</hi> Melang. Tom. V. p. 271. a Leyden 1783.</p>
<p>L’Opera di codesto Letterato Medico, noto per qualch’altra sottile produzione del suo sublime e
perspicace ingegno, potrà forse, siccome diceva, rendere della comune intelligenza i caratteri del
vero, e dell’ignorante Medico, ma non giugnerà giammai a distruggere i comuni pregiudizj nella
scelta del Medico.</p>
<p rend="MO"><hi rend="italic">L’ammalato è senza un soldo<lb></lb>Onorato Manipoldo.</hi></p>
<p rend="SO">P. S. Portava questo foglio scarabocchiato dalla villa in Città, ed era sul punto di
suggellarlo e spedirvelo, allorchè mi venne recata la vostra Gazzetta Num. 93, e vi lessi in questa
ciò che alla questione predetta appartiene, e che mi pare di tal natura da non dar l’esclusione al
mio scritto, ma piuttosto di farvi sopra alcuna riflessione. <milestone rend="closer" unit="LB"></milestone>
<milestone rend="closer" unit="E3"></milestone></p>
<p>Non è vero che la prima risoluzione del mentovato problema non contenga alcuni caratteri <hi rend="italic">esteriori per far conoscere l’impostore da chi non lo è a chi non è Medico</hi>, e noi
ne abbiamo riportate di sopra le parole, e ci siamo ingegnati di provare succintamente contro il
secondo risolvente, che il primo aveva soddisfatto sì alla capacità delle persone illuminate per
istituire un processo <hi rend="italic">de vita &amp; moribus</hi> del buon Medico, come ancora
all’incolto popolo per distinguerlo. E voi imparzialissimo Signore vedrete, che il scrittore su
questo proposito non ha fatto che estendere le proposizioni, ed i generali cenni del primo,
aggiugnendo <hi rend="italic">ex abundanti</hi> ciò che basta presso taluni per deridere la
Medicina, finchè sono in salute; è sopra di che io non mi fermerò per ora a parlarne. È poi vero che
la seconda risoluzione non dice che poco o nulla su questo importantissimo argomento.</p>
<p rend="date"><hi rend="italic">26. Nov. 1789. Mane. Colleg 25</hi>.</p>
<p rend="SO">Debitore Dom. Domenico <hi rend="italic">Grandi</hi> verso il Sig. D. <hi rend="italic">Giulio Pellizzari</hi> di varia summa di soldo, dipendente da Instromenti rogati in Atti di
Pubblico Nodaro, passò tal Credito nel Sig. D. <hi rend="italic">Prospero Pellizzari</hi> quale
praticò li di lui Atti di Tenuta ed Intromissione sopra li Beni obbligati esistenti in Cologna e
contro D. Francesco Grandi erede del Debitore.</p>
<p>Vedendo il detto Grandi la quantità delle spese, che cadevano contro di lui, pagandosi il
Creditore con li ordinarj Atti, li 6. Decembre 1732. con positivo volontario Constituto, cedè al
Creditore il Possesso delli Beni.</p>
<p>Rimase in pacifico possesso il detto Rev. Pellizzari di detti Beni sino li 14. Gennaro 1783,
quando in tal giorno insorte le Figlie ed Eredi del Debitore, impugnarono li Atti di Tenuta, ed
Intromissione con Dimanda di Taglio sostenendo, che adonta del Constituto volontario, dovesse il
Creditore procedere regolarmente con li Atti, ed instando per tal effetto il Taglio degli Atti in
prima praticati dal Creditore, onde avere la restituzione delli Fondi dichiarando di esser pronte al
pagamento del Credito e de’Prò, non che delli Miglioramenti.</p>
<p>Si difese il Possessore de’Beni instando l’Assoluzione, e sostenendo, che dopo pagato
volontariamente onde salvarsi il Debitore dalle Spese, non si possi toglierli il pagamento
volontariamente datogli.</p>
<p>In tal questione seguì Spedizione absente a favor delle Sorelle Grandi in Cologna li 2. Aprile
1784. che appellata dall’Abb. Pellizzari fu nel detto giorno tagliata con il seguente Spazzo. <pb n="781"></pb> Al Taglio + 15. Al Laudo 7. N. S. o. Avv. al Taglio Ecc. <hi rend="italic">Girol.
Bagolin</hi>.</p>
<p>Ecc. <hi rend="italic">Vicenzo Silvestrini</hi></p>
<p>Interr. <hi rend="italic">Niccolo Mistura</hi></p>
<p>Interv. <hi rend="italic">Giuseppe Vanetti</hi></p>
<p>Avv. al Laudo Ecc. <hi rend="italic">Antonio Orlandi</hi>. Ecc. <hi rend="italic">Niccolò
Sola</hi></p>
<p>Interv. <hi rend="italic">Giulio Casilini</hi>.</p>
<p rend="SO">Per <hi rend="italic">Osella</hi> non tutti i leggitori di questo Foglio intendono una
moneta, e siamo debitori della spiegazione di questa voce a quelli almeno degli Esteri Stati. Per
farlo poi in modo, che si appaghi la curiosità di quei che ignorano l’origine della medesima,
trascriviamo il seguente Paragrafo della <hi rend="italic">Storia Veneta</hi> del Sig. <hi rend="italic">Ab. Tentori</hi>.</p>
<p>“Fu antico costume de’Dogi Veneziani nelle Festa Natalizie di N. S. di mandare ad alcuni
Cittadini a sè bene affetti de’<hi rend="italic">Doni cibarj</hi>; questo costume durò sino all’anno
1361, nel quale li Correttori stabilirono <hi rend="italic">che il Doge</hi> (sono parole di marco
Sanudo) <hi rend="italic">sia obbligato di dare i Presenti incominciando al primo di Dicembre per
tutto il mese a’Nobili, e mandi buone offelle, e non le mandando, dia Grossi</hi>
<hi rend="italic">12 per cadauno</hi>: fin qui il <hi rend="italic">Sanudo</hi>. Crescendo in
appresso la delicatezza de’cibi, furono alle offelle sostituiti gli uccelli; e quindi la moneta agli
uccelli sostituita fu detta <hi rend="italic">Osella</hi>. In fatti nell’anno 1521, sotto il Doge
<hi rend="italic">Antonio Grimani</hi> si cominciò per la prima volta l’<hi rend="italic">Osella</hi>, ossia moneta <hi rend="italic">Congiario</hi> da distribuirsi a tutta la Veneta
Nobiltà, del valore, secondo alcuni di soldi 33, onde il suo peso era di caratti 47 e mezzo, e
secondo altri pesava caratti 45, ed il suo prezzo veniva ad essere di soldi 30: e questa opinione è
più probabile, essendo il numero 33 numero rotto, e non divisibile. Questa Osella del Grimani aveva
dal diritto tre figure in profilo: S. Marco sedente su i gradini del trono, e il Doge in ginocchio,
che da S. Marco ricevea lo stendardo. Sulle Oselle si nota l’anno del Dogado: l’Osella finalmente
d’Antonio Grimani era della lega di caratti 60 per marca; onde pesando grani 180, aveva di fino
argento grani 170 e mezzo crescenti.</p>
<p>Tanto sia riferito in conseguenza del cenno fatto nel precedente Foglio dell’<hi rend="italic">Osella</hi> di quest’anno.</p>
<div2>
<head><hi rend="italic">Estratto d’una Lettera a noi indiritto.</hi></head>
<p rend="SO">Mi cercate nuove, caro Amico, della Tragedia dell’<hi rend="italic">Alessio
Comneno</hi>, che si recitò nel Teatro di S. Gio: Grisostomo la sera avanti della vostra partenza.
Per trattenervi più dilettevolmente, io credo non poter far meglio di notarvi ad una ad una le
critiche, che a questa rappresentazione vennero fatte con la risposta, che in quà in là da chi la
difendevano raccolsi. Dell’aspettativa comune, della felice riuscita io già ve ne aveva informato.
Sentite il resto.</p>
<div3>
<head><hi rend="italic">Si critica</hi></head>
<p>I. Che a quel tempo non v’erano bombe.</p>
<p>II. Che non s’è mai veduto erigere un Trono nella pubblica Piazza.</p>
<p>III. Che i sentimenti forti di cui si serve l’Ambasciator Veneto non è verisimile, che sieno
stati fatti innanzi ad un monarca.</p>
<p>IV. Che i Veneziani hanno combattuto, e preso Costantinopoli, non già a loro s’è resa questa
Città.</p>
<p>V. Che i Veneziani in questa impresa erano uniti a’Francesi, di cui non vien fatta nemmeno
menzione.</p>
<p>VI. Che Alessio non era maritato.</p>
<p>VII. Che suo Padre non era già morto, come lo si vuol far supporre.</p>
<p>VIII. Che Alessio non sopravvisse alla crudeltà del suo tiranno.</p>
<p>IX. Finalmente che la Storia ci <pb n="782"></pb> rappresenta Murtzulfo il traditore fuggito, nè
altrimenti preso da’Veneziani.</p>
</div3>
<div3>
<head><hi rend="italic">Si risponde.</hi></head>
<p rend="SO">I. Le bombe s’alzano con uno sparo, per aria non sono che illuminate dalla loro
spolletta, cadendo si spezzano con susurro. I fuochi, che si videro alla rappresentazione s’alzavano
senza sparo, per aria erano una massa interamente illuminata, cadevano e incendiavano senza susurro:
dunque non erano bombe, ma bensì fuoco Greco.</p>
<p>II. I Troni si videro eretti in Piazza per mostrare pubblicamente al Popolo il suo Sovrano le
mille volte. Questo esempio ha imitato, anche il Signor di <hi rend="italic">Voltaire</hi> nella sua
Semiramide, per non dir di tanti altri.</p>
<p>III. I sentimenti del Veneto Ambasciatore sono analoghi alle circostanze, al potere, alla ragione
de’Veneziani, ed alla storia, da cui sono stati tratti. Vedi <hi rend="italic">Laugier</hi> Stor.
Ven. Tom. 2.</p>
<p>IV. Si confondono i tempi. L’anno prima per rimettere in Trono Alessio, Costantinopoli fu preso:
l’anno seguente, morto questo imperatore, e fuggito il traditore, Costantinopoli s’è reso: e questa
è l’azione che da questa Tragedia vien rappresentata.</p>
<p>V. Erano a questa impresa uniti anche i Francesi, ma i Veneziani facevano la principale figura,
tanto egli è vero, che li stessi Francesi volevano eleggere Imperatore il Veneto Doge.</p>
<p>VI. Non si vorrà permettere al Poeta un’episodio, e un episodio, che tanto interessa la sensibile
udienza?</p>
<p>VII. Era necessario far comparire vivo suo Padre, e cieco?</p>
<p>VIII. e IX. I Poeti non hanno mai giurato di fare i Storici, nè può chiamarsi delitto il lasciar
fuori una circostanza, che non interessa, o il metterne un’altra, che abbellisce una Teatrale
rappresentazione.</p>
<p>Credetemi, ch’io sarò sempre ec.</p>
<p rend="date">4. Decembre.</p>
</div3>
</div2>
<div2>
<head>30 Nobili rimasti alla palla d’Oro</head>
<p>s. Gasp. Vendramin qu. Gir.</p>
<p>s. Gius. Barbaro qu. Lor.</p>
<p>s. Vic. Soranzo di s. Lod. M.</p>
<p>s. Marc’Ant. Pasqualigo di s. Giov.</p>
<p>s. Marco Magno qu. Stef.</p>
<p>s. Franc. Barbaro di s. Ang.</p>
<p>s. Nic. Balbi di s. Spiridion</p>
<p>s. Lor. Mosto di s. G. Alv.</p>
<p>s. G. Got. Catti di s. Ales.</p>
<p>s. Franc. Barbaro di s. Marco</p>
<p>s. Alv. Balbi di s. G. Ant. M.</p>
<p>s. Giulio Bembo di s. Vic.</p>
<p>s. G. Alm. Tiepolo qu. Ales. Alm.</p>
<p>s. Ang. Balbi qu. Fed.</p>
<p>s. Gir. Valier qu. Ottavian</p>
<p>s. Ant. Gasp. Zorzi di s. G. Carlo</p>
<p>s. Alv. Corner qu. G. Franc.</p>
<p>s. Silv. M. Venier qu. Cam.</p>
<p>s. Gir. Fini 2do di s. Gir. pr.</p>
<p>s. Tom. Correr di s. G. Franc.</p>
<p>s. Zac. Bonlini di s. Alv.</p>
<p>S. Giov. Morosini di s. Giorgio 3zo</p>
<p>S. Annib. Papafava di s. G. Roberto</p>
<p>s. Franc. Correr di s. G. Franc.</p>
<p>s. Pietro Minotto di s. Michel</p>
<p>s. Ales. Molin qu. Ignazio</p>
<p>s. Fed. Barozzi di s. Gir.</p>
<p>s. And. Ales. Contarini di s. Giac.</p>
<p>s. Alv. Corner di s. Fr. Alv. Ant.</p>
<p>s. Ant. Badoer di s. Franc.</p>
</div2>
<div2>
<head>In <hi rend="smallcaps">Senato</hi>. </head>
<p rend="date">5 detto.</p>
<p>Sopra Prov. alle Biade. m. 12</p>
<p rend="SO">s. Pietro Carlo Beregan</p>
<p>2 Savj contro l’Eresia m. 24.</p>
<p rend="SO">s. Zuanne Molin</p>
<p rend="SO">s. Franc. Vendramin</p>
<p rend="date">In M. C. 7. detto</p>
<p>Avvogador del Comune m. 16.</p>
<p rend="SO">s. Niccolò Pisani. 2da muta.</p>
<p rend="SO">F. s. Giac. Corner a’7. Gen.</p>
<p>Castellan a Peschiera m. 16.</p>
<p rend="SO">s. And. Balbi di s. Spiridion</p>
<p rend="SO">F. s. Luca Balbi di s. Zorzi.</p>
<p><pb n="783"></pb> Pagat. alla Camera dell’Armamento</p>
<p rend="SO">s. Seb. Soranzo qu. G. Fanc.</p>
<p rend="SO">f. s. Zuanne Soranzo qu. Seb.</p>
<p>Prov. al Cottimo di Londra</p>
<p rend="SO">s. Franc. Soranzo di s. Zuan.</p>
<p rend="SO">F. s. Pietro Alv. Barbaro 7mo</p>
<p>Prov. al Cottimo di Damasco</p>
<p rend="SO">s. Ales. Zorzi qu. Alm. G. Franc.</p>
<p rend="SO">F. s. Marc’Ant. Semitecolo qu. Lot.</p>
<p>Gov. dell’Entrate pub.</p>
<p rend="SO">s. Gaet. Molin qu. Marco</p>
<p rend="SO">F. s. Dom. Trevisan qu. Ben.</p>
<p>Offiz. alla Tavola dell’Uscita</p>
<p rend="SO">s. Alv. Ang. Diedo qu. Ant.</p>
<p rend="SO">F. s. Alv. Priuli di s. Ales.</p>
<p>Offiz. al Formento a Rialto</p>
<p rend="SO">s. Vic. Dolfin qu. Ant.</p>
<p>Luogo di s. Ales. Bon + qu. Franc. </p>
<p rend="SO">In questa Riduzione del M. C. fu ampiamente ratificata la Parte di dispensa dal Reggim.
di Verona di S. E. <hi rend="italic">Marc’Ant. Michel</hi>.</p>
<p><milestone unit="E3" xml:id="FR.5"></milestone> A Londra nel 1666 a’ 2 Set. prese fuoco, per quanto s’è
creduto comunemente, al forno d’un Pistore, che si comunicò rapidamente alla sua Casa, indi alle
vicine, e alla Città tutta in appresso, perchè all’incominciar dell’incendio si sciolse un vento dal
Nord, che soffiò tre giorni interi con un’estrema violenza. Le fiamme distrussero 89 Chiese, le
Porte e il Palazzo della Città, molti Ospitali, Scuole, Bibliotecche, gran numero di belli Edifizj,
400. strade, e più di 23 mila case. Di 26 Quartieri della Città, 15 furono interamente rovinati, ed
8 considerabilmente pregiudicati.</p>
<p>Ecco il tremendo promesso esempio dell’attività distruggitrice d’un incendio spinto a volo
da’venti. Benchè gl’Inglesi dello scorso secolo non fossero gl’Inglesi de’nostri giorni, non è però
da credere che siano stati colle mani alla cintola nemmeno quelli d’allora in tanto pericolo delle
loro vite, e delle loro sostanze.</p>
<p>Per conservar la memoria d’un fatto sì orribile eretta fu quella superba colonna trà il Mercato
delle biade, e il ponte di Londra, chiamata il <hi rend="italic">Monumento</hi>, la qual’è la più
alta che siavi in Europa, rotonda, scanalata, d’ordine dorico, e d’arditissima architettura. La sua
altezza è di 202 piedi dal pian terreno, e ne ha 15 di diametro. Il piedestallo s’alza a 40 piedi, e
s’estende a 20 in quadrato. Una scala a lumaca con una branca diferro conduce sino al balcone da cui
si scopre la Città, e la Campagna.</p>
<p>Si cominciò questo lavoro nel 1671 e fu compiuto nel 1677. Si osò di scolpire sopra una delle
basi di tal <hi rend="italic">Monumento</hi> la seguente calunnia.</p>
<p><hi rend="italic">Questa colonna fu innalzata affine di perpetuare la memoria dell’orribile
incendio dell’antica Città, cagionato dalla malvagità, e dal tradimento de’Papisti, col disegno
d’assicurare il successo della loro cospirazione per la distruzione, della Religione Protestante e
dell’antica Libertà d’Inghilterra, e per l’introduzione del Papismo, e della servitù.</hi></p>
<p>Questa inscrizione fu cancellata per ordine di Giacomo II. e rimessa sotto Guglielmo III.</p>
<p>Non è solo l’illustre <hi rend="italic">Pope</hi>, ch’abbia smentita tale inscrizione. <hi rend="italic">Burnet</hi> istesso assicura, nella sua Storia d’Inghilterra, che la cagione di
quell’incendio è assolutamente sconosciuta ed incerta, e che il Cattolicismo nulla avrebbe potuto
guadagnare con una colpa sì atroce. Li Cattolici sono stati sì poco colpevoli di questo incendio di
Londra, quanto lo furono i primitivi Cristiani di quello di Roma sotto Nerone. <milestone rend="closer" unit="E3"></milestone></p>
<p>Dalla traduzione di questo passo storico, a cui ci chiamò il recente incendio del quale s’è
parlato ne’Fogli precedenti, avvalorasi la gran verità profferita, che per lo più l’origine di
simili desolanti disgrazie resta nelle te-<pb n="784"></pb>nebre dell’incertezza; che certi fatali
accidenti da cui posson essere accompagnate mettono a rischio le intere Città. Riflettasi, che ciò
che avvenne nello scorso Secolo, può succedere anche nel nostro; che il fuoco è un elemento
sterminatore in qualunque Parte di Mondo, e si troverà poi degne di venerazione, e di lodi le nuove
provvidenze fissate da questo Eccelso Cons. di X. in materia d’incendj. Ma quel che più preme è il
far concepire a tutti un salutare spavento produttore di quelle diligenze, e cautele, non mai
derisibili benchè inutili, onde allontanare da noi questi tristi spettacoli.</p>
<p>Ecco una seconda traduzione del Distico in elogio della Sig. <hi rend="italic">Banti</hi>.</p>
<p><hi rend="italic">Nove noi siam, e per la</hi> Banti <hi rend="italic">sola (Disser le Muse)
Apollo a noi s’invola.</hi></p>
</div2>
<div2>
<head><hi rend="italic">Bastim. arrivati Primo cor.</hi></head>
<p rend="SO">Nave <hi rend="italic">la Madre amorosa</hi> Cap. <hi rend="italic">Simon
Budenich</hi>. Ven. da Cipro e Alessandria colle mercanzie alg’infrascritti Signori.</p>
<p><hi rend="italic">Gius. Treves</hi> qu. Em. Gotton B. 115. Caffè B. 192. e un fardo. Pece bar. 6.
Gomma scaffasci 7. Zafroni scaf. 7. Vin di Cipro c. 16. <hi rend="italic">Giovanni Nenada</hi> detto
c.3 <hi rend="italic">Gius. Padoan</hi> c. 5. <hi rend="italic">Giacinto Visich</hi> c. 4. <hi rend="italic">Pietro Ralli</hi> c. 3. <hi rend="italic">Dom. della Bona</hi> c. 32. Droghe scaf. 1.
Caffè coffe 9. <hi rend="italic">Dom. e Gius</hi>. Frat. <hi rend="italic">Venerando</hi> detto
Fardi 1. <hi rend="italic">Men. Vivante</hi> B. 13. e un fardo. <hi rend="italic">Em Jacur</hi> B.
10. <hi rend="italic">Nic. Venerando</hi> B. 5. <hi rend="italic">Ant. Salce</hi> fardi uno. <hi rend="italic">Gius. Aide</hi> B. 1. <hi rend="italic">Lor. Bernardi</hi> B. 5. <hi rend="italic">Franc. Centenari</hi> B. 3<hi rend="italic">. Giov. Heinzelmann</hi> B. 1. <hi rend="italic">Simon
Gagrizza</hi> B. 1. <hi rend="italic">Giam. Rossetti</hi> B. 4. Filati B. 2. <hi rend="italic">Pietro Sermonti</hi> Droghe Scaf. 5. <hi rend="italic">Elia V. Todesco</hi> Caffè B. 21. e un
fardo. Contaria di ritorno cas. 1. <hi rend="italic">Daniel Bonfil</hi> Caffè B. 61. Gomma scaf. 5.
Mirra scaf. 2. Incenso scaf. 1. <hi rend="italic">Giov. Rastopulo</hi> Caffè B. 6. Cuoj salati pel’
239. Zaffroni scaf. 3. <hi rend="italic">Del Capit</hi>. detti scaf. 3. Caffè B. 8. Vin di Cipro c.
37. <hi rend="italic">a chi presenterà</hi> c. 4. </p>
</div2>
<div2>
<head><hi rend="italic">Forastieri allo Scudo di Francia</hi>.</head>
<p rend="SO">Li Signori <hi rend="italic">Sandri</hi> e <hi rend="italic">Richardson</hi>
Inglesi.</p>
<p>Li Signori <hi rend="italic">Olivier</hi>, <hi rend="italic">Despilly</hi> e <hi rend="italic">Frispiet</hi> Francesi.</p>
<p>Il Sig. <hi rend="italic">Del Corto</hi> Milanese</p>
<p>Continua la sua dimora nel Casino vicino a questa Locanda S. E. il Sig. Conte di <hi rend="italic">Prelada</hi> Grande di Spagna.</p>
<p>È partito dalla med. S. E. il Sig. Principe <hi rend="italic">Caraffa</hi> Duca di <hi rend="italic">Matalona</hi>.</p>
<p>Avvisa questo Locandiere di tenere un Appartamento sul Canal Grande, onde se per il prossimo
venturo Carnovale qualcuno volesse abitarlo se la intendi con esso lui.</p>
<p>Al defunto Piovano di S. Giovanni di Rialto fu dato in successore dal nostro Serenissimo Doge
nella dignità di Canonico di S. Marco il Reverendissimo D. <hi rend="italic">Giov. Valier</hi>
Piovano di S. Giovanni in Oleo. È ancora vacante il Piovanato della sud. Chiesa di Rialto.</p>
</div2>
<div2>
<head><hi rend="italic">Commedie per questa sera.</hi></head>
<p rend="SO">San Lucca, <hi rend="italic">Il Padre di Famiglia</hi>.</p>
<p>S. Angelo <hi rend="italic">Li Americani Trag. mai più rappresentata</hi></p>
<p>A S. Gio: Gris. replica di <hi rend="italic">Alessio Comneno</hi>. </p>
<p>È dovere l’avvisar il Pubblico, che il Pittore delle Scene di questa Tragedia, come pur di quelle
che servirono al Dramma <hi rend="italic">Il Vero Cittadino</hi>, a S. Luca, di cui jeri si fece
l’ultima Recita, è il Sig. <hi rend="italic">Lorenzo Sacchetti</hi>.</p>
<p>Domani i Soldi della Recita, che si farà in questo Teatro a S. Gio: Grisostomo, passeranno a
benefizio delle più povere Famiglie ch’abitavano le Case distrutte dal descritto incendio de’28.
pros. p. </p>
<p>L’Opera di pietà con cui questa Comica Compagnia nobilita i suoi sentimenti è sempre in sè stessa
degna della lode comune; ma se il suo ottimo esempio avrà la sperata influenza saranno molto
considerabili i soccorsi, che otterranno per essa queste miserabili Famiglie.</p>
</div2>
<div2>
<head><hi rend="italic">Morti</hi></head>
<p rend="SO">S. E. il Sig. <hi rend="italic">Leonardo Emo</hi> della Par. di S. Moisè, nato li 22.
Agosto 1713. <milestone rend="closer" unit="E2"></milestone>
<milestone rend="closer" unit="E1"></milestone></p>
<p></p>
<p></p>
<p></p>
<p></p>
<p></p>
<p></p>
</div2>
</div1>
</body>
      </text>
      <text ana="framings">
        <body xml:space="preserve">
<div>
<ab>
<seg synch="#FR.1" type="E1"> Num. 98 Mercordì 9 Decembre 1789. <seg synch="#FR.2" type="E2">
<seg synch="#FR.3" type="E3">
<seg synch="#FR.4" type="LB"> Al Sig. Gazzettiere di Venezia <lb></lb>Cicaleccio Al problema enunziato
nel vostro foglio al N. 86, che dice: Essendo la Società piena di Medici parte dotti e veramente
grandi, parte sciocchi e ignoranti impostori, si domanda con quai caratteri si possi distinguere fra
questi il Medico sapiente dall’impostore, era stato in quel foglio stesso risposto adequatamente
coll’indicare le disposizioni ed i mezzi senza dei quali nessuno può esser mai dotto e vero Medico,
e quale sia del Medico sapiente il costume, le parole, ed il metodo di curare; per lo che sembrava
che l’A. del Quesito restar potesse appagato e convinto, e con esso anche quello che poi al N. 90
della vostra Gazzetta, riferisce con sensi alquanto diversi il medesimo tema, distinguendo,
concludendo ec., come appresso vedremo. Essendo la Società piena di Medici sì veri che falsi, si
dimandano i segni caratteristici degli uni e degli altri, a scanso d’inganni funesti. Le voci vero e
falso, non sono equivalenti a dotto ed ignorante; il Medico falso non è il Medico ignorante, ed il
mio amico Petussa distingue la differenza che vi ha tra Oro vero, Oro basso, Oro falso, e sostiene
che l’Oro falso non contiene punto di Oro; posta la qual cosa che è incontrastabile concludiamo
anche noi che chi alterò il primo quesito non ha distinto il vero dal falso. La risposta poi ch’esso
diede al problema suddetto dimostra chiaramente esser lui un sottilissimo argomentante, di quelli
cioè che putiscono di sofistici, e sono assaliti da frequenti tumultuanti riflussi di spiriti
animali, enti di fantasia da tanti come tali riconosciuti, e da altrettanti con massimo ardore
combattuti quai corpi infesti e nocivi. Mi spiego. Ragionando egli a sproposito distingue da
principio cui sia che dimanda quei segni se il popolo, o la porzion colta, illuminata e dotta di una
Nazione. Ma se il popolo per di lui asserzione è essenzialmente ignorante, non può esser nemmeno
capace di cosiffatte riflessioni e richieste, e ben contro ogni ragione conclude che chi sciolse
nell’altra Gazzetta questo Problema direttamente non lo abbia inteso nel senso in cui conveniva.
Oltre a ciò molto più irragionevole ed assurdo, . .<pb n="778"></pb>. . . . . . . . . . . . . . è il
dire che il popolo, e non un popolo sia essenzialmente ignorante, come non meno assurdo è
l’immaginare che questo popolo essenzialmente ignorante sappia e possa distinguere chi ne sà, se non
in Medicina, almeno nelle scienze affini ed ha buon senso per ricorrere a consiglio da questi, onde
non andar errato nel giudicare il Medico, e nel decidere se sia grande o picciolo. L’A. di tanti
assurdi che con offesa del buon senso ha distinto se il popolo, ovvero la porzion colta illuminata e
dotta di una nazione faccia il quesito, e che ha senza la menoma verosimiglianza deciso per quello,
se fior avea di ragione non solo avrebbe concluso che chi sciolse nell’altra Gazzetta questo
Problema lo aveva inteso nel so senso vero e diretto in cui conveniva; ma gli avrebbe accordato
ancora lo aver soddisfatto alle richieste dei dotti, e l’aver esso dati alla gente incolta ed
ignorante dell’Arte Medica e delle scienze affini i segni materiali ed esterni per farle discernere
il Medico dotto dall’ignorante. Il Medico sapiente, (sono le stesse parole del tentato a rispondere
la prima volta al quesito) e veramente dotto nell’Arte sua, sarà quello, che in moltissimi casi,
anche delli considerati i più difficili, minorerà gli incomodi a’suoi ammalati, e saprà più presto
degli altri restituirli in salute; parlerà poco; si farà intender da tutti; deffinirà le malattie;
farà il suo prognostico veritiero, nè parlerà, come suol farsi dagli impostori furbi, da Oracolo.
Ecco dunque provato all’acutissimo Sig. Logico di F. L. che in quesito Veronese (così è nominato il
quesito al Num. 86.) è stato risolto con quella distinzione che da lui agitatamente si cerca. Ma
come dunque illuminarlo questo popolo? dice la risposta di Treviso. Rispondo. O si dimandando dei
segni esterni per far distinguere il Medico dotto dall’ignorante anche a quella parte di popolo, che
destinata a sostenere il bene della Società col vigore e coll’azione de’suoi muscoli, ignora le
scienze, o si dimanda con quai mezzi si potrebbe instruire questa parte di popolo, acciò non errasse
nella scelta del Medico. Alla prima dimanda ha soddisfatto il primo. Alla seconda pretese di
rispondere quel di Treviso, il quale, chi sa perchè, intendendo di parlare di questi mezzi, dopo di
aver mandato il suo popolo ignorante ad interrogare i dotti, egli vorrebbe che il Governo tanto col
reprimere quelli, che senza scienza, e senza facoltà esercitano la Medicina, quanto col sostenere e
decorare quei membri della facoltà ch’hanno una fama distinta e ferma, aprisse gli occhj al popolo.
Non sì sà quì per altro di qual Governo questo Scrittore intenda parlare, del Nostro Serenissimo, nò
certamente, ove spesso puniti si veggono i contraffacenti dell’Arte Medica a norma delle sapienti
leggi del Principato, amministrate da incorrotta giustizia, e da vigilante prudenza. Ma che con
egual procedura abbiasi a punire da un Governo tutti quei Medici, che legittimamente addottorati ed
approvati nell’esercizio pratico, non posseggono quindi grande estensione di dottrina, come pare
ch’egli vorrebbe, io lascio a’Medici il darne risposta, e ad ogni uomo di buon senso assoggetto la
proposizione di questo all’altra parte che vorrebbe tutti decorati quei Medici, che nella
Letteratura risplendono, o hanno la pretesa di risplendere, mercè qualche lor scipitezza, che
diedero alla stampa. Tornando sulla via. Se i segni esterni dati da chi rispose al primo quesito non
bastano per istruire un popolo essenzialmente ignorante, dotato per altro di senso comune, non
bastano neppure certi altri che urtando la vista e la fantasia potrebbero imporre e persua-<pb n="779"></pb>dere questo popolo, come farebbero quelli che usano alcuni dotti Medici, i quali con
marmoreo portamento passeggiano per le vie della Città a passi pesantissimi e misurati, cogl’occhj
bassi, e colle ciglia aggrottate, col cappello inchiodato sulla radice del naso, e ravvolti in un
succinto smantellato mantello; o alcuni altri che frettolosi camminano quà e là dal dì alla notte,
facendo apparenza di continue visite, tutti per altro attillati, pettoruti, e serj, ora di spada,
ora di bastone muniti, rassembra che vogliano scacciare i mali armata mano. Sono questi, mi si dirà,
gli artificj degl’Impostori e dei Furbi. Sì certo; ma per questi, come ben dice l’A. di Treviso, i
furbi e gli impostori troppo spesso hanno ingannato il popolo, e colla loro scaltrezza hanno tolto
la mano ai grandi filosofi. E ciò è lo stesso che dire, che da costoro sono stati ingannati anche
quelli che ne sanno nelle scienze affini alla Medicina, e che hanno buon senso. Ma come dunque
illuminarlo questo popolo, e come far che i furbi e gli impostori non tolgano la mano ai grandi
filosofi? Ciò è facile da insegnarsi, ma impossibile da ridursi alla pratica per due gran ragioni.
La prima è quella certa facilità con cui ognuno di leggieri si dà a credere ciò che vorrebbe, e che
desidera. La seconda è quella profonda ignoranza che offende tanto i massimi quanto i minimi
filosofi intorno le vere cagioni delle cose. Per la prima il più zotico ed ignorante uomo che
eserciti la Medicina, sia pur senza scienza, o senza facoltà, purchè molto prometta, e molto vanti
sarà di buon grado anteposto e spalleggiato dagli uomini pure di buon senso affronte di dottissimo
ed addottoratissimo Medico, la cui prudenza vuole che poco prometta, e di rado si cimenti a grande e
pericolosa impresa, avvertendolo che, dall’incertezza di un favorevole o contrario evento, prende la
sua fama, o il suo disonore. Per la seconda gli uomini malgrado la ragione si avvezzano a giudicare
con abuso dall’esito delle cose, e per quanto dotti siano, rari sono, che in materia di salute non
argomentino col hoc post hoc, ergo per hoc. Quindi l’ignorante di sua natura temerario tutto
promette e tutto azzarda, certo di andar impune, e non avendo di che perdere, e come arriva co’suoi
cianciumi a trovar preferenza in confronto dell’uomo saggio, così pienamente persuade qualora possa
impiegarsi in qualche malattia chirurgica, e mutilare un membro o separarne un altro senza la morte
dell’infermo: anzi uno o due di questi fatti bastano altresì per prova di un’estrema ed illimitata
sapienza Medica nell’operatore. Da questi errori tanto facili e comuni come allontanarlo questo
popolo essenzialmente ignorante se non sà evitarli la porzione illuminata, dotta, e colta di una
Nazione? Io credo impossibile l’effetto della più sapiente intrapresa. Ma io m’inganno, ed ogni
ostacolo verrà forse tolta dalla lettura di quell’opera, di cui da poco tempo è uscito in Treviso
dai torchj di Giulio Trento il seguente frontispizio. Saggio sul Perfezionamento della Medicina di
G. B. Marzari Nel quale si espongono, si annalizzano, si giudicano i differenti metodi proposti, e
ristaurati da Tissot e Sims. Libro grato a’Medici veri, perchè dimostra la nobiltà della lor
professione, e il modo di coltivarla, utile ad ogni culta persona; perchè acquista per esso l’idea
del vero Medico, onde distinguerlo dall’ignorante, e dall’impostore, cosa ch’è tanto interessante:
necessario finalmente a tutti quelli i quali per il loro grado, e per i loro impieghi devono
invigilare, e proteggere le pubbliche scuole, e la pubblica sanità. <pb n="780"></pb>Si cet ouvrage
contient des veritès utiles, si on y à, comme on le croit, traitè la matiere d’après ses vrais
principes il ne serà pas venù trop tard. D’Halembert Melang. Tom. V. p. 271. a Leyden 1783. L’Opera
di codesto Letterato Medico, noto per qualch’altra sottile produzione del suo sublime e perspicace
ingegno, potrà forse, siccome diceva, rendere della comune intelligenza i caratteri del vero, e
dell’ignorante Medico, ma non giugnerà giammai a distruggere i comuni pregiudizj nella scelta del
Medico. L’ammalato è senza un soldo<lb></lb>Onorato Manipoldo. P. S. Portava questo foglio
scarabocchiato dalla villa in Città, ed era sul punto di suggellarlo e spedirvelo, allorchè mi venne
recata la vostra Gazzetta Num. 93, e vi lessi in questa ciò che alla questione predetta appartiene,
e che mi pare di tal natura da non dar l’esclusione al mio scritto, ma piuttosto di farvi sopra
alcuna riflessione. </seg>
</seg> Non è vero che la prima risoluzione del mentovato problema non contenga alcuni caratteri
esteriori per far conoscere l’impostore da chi non lo è a chi non è Medico, e noi ne abbiamo
riportate di sopra le parole, e ci siamo ingegnati di provare succintamente contro il secondo
risolvente, che il primo aveva soddisfatto sì alla capacità delle persone illuminate per istituire
un processo de vita &amp; moribus del buon Medico, come ancora all’incolto popolo per distinguerlo.
E voi imparzialissimo Signore vedrete, che il scrittore su questo proposito non ha fatto che
estendere le proposizioni, ed i generali cenni del primo, aggiugnendo ex abundanti ciò che basta
presso taluni per deridere la Medicina, finchè sono in salute; è sopra di che io non mi fermerò per
ora a parlarne. È poi vero che la seconda risoluzione non dice che poco o nulla su questo
importantissimo argomento. <seg type="DT">26. Nov. 1789. Mane. Colleg 25.</seg> Debitore Dom.
Domenico Grandi verso il Sig. D. Giulio Pellizzari di varia summa di soldo, dipendente da
Instromenti rogati in Atti di Pubblico Nodaro, passò tal Credito nel Sig. D. Prospero Pellizzari
quale praticò li di lui Atti di Tenuta ed Intromissione sopra li Beni obbligati esistenti in Cologna
e contro D. Francesco Grandi erede del Debitore. Vedendo il detto Grandi la quantità delle spese,
che cadevano contro di lui, pagandosi il Creditore con li ordinarj Atti, li 6. Decembre 1732. con
positivo volontario Constituto, cedè al Creditore il Possesso delli Beni. Rimase in pacifico
possesso il detto Rev. Pellizzari di detti Beni sino li 14. Gennaro 1783, quando in tal giorno
insorte le Figlie ed Eredi del Debitore, impugnarono li Atti di Tenuta, ed Intromissione con Dimanda
di Taglio sostenendo, che adonta del Constituto volontario, dovesse il Creditore procedere
regolarmente con li Atti, ed instando per tal effetto il Taglio degli Atti in prima praticati dal
Creditore, onde avere la restituzione delli Fondi dichiarando di esser pronte al pagamento del
Credito e de’Prò, non che delli Miglioramenti. Si difese il Possessore de’Beni instando
l’Assoluzione, e sostenendo, che dopo pagato volontariamente onde salvarsi il Debitore dalle Spese,
non si possi toglierli il pagamento volontariamente datogli. In tal questione seguì Spedizione
absente a favor delle Sorelle Grandi in Cologna li 2. Aprile 1784. che appellata dall’Abb.
Pellizzari fu nel detto giorno tagliata con il seguente Spazzo. <pb n="781"></pb>Al Taglio + 15. Al
Laudo 7. N. S. o. Avv. al Taglio Ecc. Girol. Bagolin. Ecc. Vicenzo Silvestrini Interr. Niccolo
Mistura Interv. Giuseppe Vanetti Avv. al Laudo Ecc. Antonio Orlandi. Ecc. Niccolò Sola Interv.
Giulio Casilini. Per Osella non tutti i leggitori di questo Foglio intendono una moneta, e siamo
debitori della spiegazione di questa voce a quelli almeno degli Esteri Stati. Per farlo poi in modo,
che si appaghi la curiosità di quei che ignorano l’origine della medesima, trascriviamo il seguente
Paragrafo della Storia Veneta del Sig. Ab. Tentori. “Fu antico costume de’Dogi Veneziani nelle Festa
Natalizie di N. S. di mandare ad alcuni Cittadini a sè bene affetti de’Doni cibarj; questo costume
durò sino all’anno 1361, nel quale li Correttori stabilirono che il Doge (sono parole di marco
Sanudo) sia obbligato di dare i Presenti incominciando al primo di Dicembre per tutto il mese
a’Nobili, e mandi buone offelle, e non le mandando, dia Grossi 12 per cadauno: fin qui il Sanudo.
Crescendo in appresso la delicatezza de’cibi, furono alle offelle sostituiti gli uccelli; e quindi
la moneta agli uccelli sostituita fu detta Osella. In fatti nell’anno 1521, sotto il Doge Antonio
Grimani si cominciò per la prima volta l’Osella, ossia moneta Congiario da distribuirsi a tutta la
Veneta Nobiltà, del valore, secondo alcuni di soldi 33, onde il suo peso era di caratti 47 e mezzo,
e secondo altri pesava caratti 45, ed il suo prezzo veniva ad essere di soldi 30: e questa opinione
è più probabile, essendo il numero 33 numero rotto, e non divisibile. Questa Osella del Grimani
aveva dal diritto tre figure in profilo: S. Marco sedente su i gradini del trono, e il Doge in
ginocchio, che da S. Marco ricevea lo stendardo. Sulle Oselle si nota l’anno del Dogado: l’Osella
finalmente d’Antonio Grimani era della lega di caratti 60 per marca; onde pesando grani 180, aveva
di fino argento grani 170 e mezzo crescenti. Tanto sia riferito in conseguenza del cenno fatto nel
precedente Foglio dell’Osella di quest’anno. Estratto d’una Lettera a noi indiritto. Mi cercate
nuove, caro Amico, della Tragedia dell’Alessio Comneno, che si recitò nel Teatro di S. Gio:
Grisostomo la sera avanti della vostra partenza. Per trattenervi più dilettevolmente, io credo non
poter far meglio di notarvi ad una ad una le critiche, che a questa rappresentazione vennero fatte
con la risposta, che in quà in là da chi la difendevano raccolsi. Dell’aspettativa comune, della
felice riuscita io già ve ne aveva informato. Sentite il resto. Si critica I. Che a quel tempo non
v’erano bombe. II. Che non s’è mai veduto erigere un Trono nella pubblica Piazza. III. Che i
sentimenti forti di cui si serve l’Ambasciator Veneto non è verisimile, che sieno stati fatti
innanzi ad un monarca. IV. Che i Veneziani hanno combattuto, e preso Costantinopoli, non già a loro
s’è resa questa Città. V. Che i Veneziani in questa impresa erano uniti a’Francesi, di cui non vien
fatta nemmeno menzione. VI. Che Alessio non era maritato. VII. Che suo Padre non era già morto, come
lo si vuol far supporre. VIII. Che Alessio non sopravvisse alla crudeltà del suo tiranno. IX.
Finalmente che la Storia ci <pb n="782"></pb>rappresenta Murtzulfo il traditore fuggito, nè altrimenti
preso da’Veneziani. Si risponde. I. Le bombe s’alzano con uno sparo, per aria non sono che
illuminate dalla loro spolletta, cadendo si spezzano con susurro. I fuochi, che si videro alla
rappresentazione s’alzavano senza sparo, per aria erano una massa interamente illuminata, cadevano e
incendiavano senza susurro: dunque non erano bombe, ma bensì fuoco Greco. II. I Troni si videro
eretti in Piazza per mostrare pubblicamente al Popolo il suo Sovrano le mille volte. Questo esempio
ha imitato, anche il Signor di Voltaire nella sua Semiramide, per non dir di tanti altri. III. I
sentimenti del Veneto Ambasciatore sono analoghi alle circostanze, al potere, alla ragione
de’Veneziani, ed alla storia, da cui sono stati tratti. Vedi Laugier Stor. Ven. Tom. 2. IV. Si
confondono i tempi. L’anno prima per rimettere in Trono Alessio, Costantinopoli fu preso: l’anno
seguente, morto questo imperatore, e fuggito il traditore, Costantinopoli s’è reso: e questa è
l’azione che da questa Tragedia vien rappresentata. V. Erano a questa impresa uniti anche i
Francesi, ma i Veneziani facevano la principale figura, tanto egli è vero, che li stessi Francesi
volevano eleggere Imperatore il Veneto Doge. VI. Non si vorrà permettere al Poeta un’episodio, e un
episodio, che tanto interessa la sensibile udienza? VII. Era necessario far comparire vivo suo
Padre, e cieco? VIII. e IX. I Poeti non hanno mai giurato di fare i Storici, nè può chiamarsi
delitto il lasciar fuori una circostanza, che non interessa, o il metterne un’altra, che abbellisce
una Teatrale rappresentazione. Credetemi, ch’io sarò sempre ec. <seg type="DT">4. Decembre.</seg>
<seg type="U2">30 Nobili rimasti alla palla d’Oro</seg> s. Gasp. Vendramin qu. Gir. s. Gius. Barbaro
qu. Lor. s. Vic. Soranzo di s. Lod. M. s. Marc’Ant. Pasqualigo di s. Giov. s. Marco Magno qu. Stef.
s. Franc. Barbaro di s. Ang. s. Nic. Balbi di s. Spiridion s. Lor. Mosto di s. G. Alv. s. G. Got.
Catti di s. Ales. s. Franc. Barbaro di s. Marco s. Alv. Balbi di s. G. Ant. M. s. Giulio Bembo di s.
Vic. s. G. Alm. Tiepolo qu. Ales. Alm. s. Ang. Balbi qu. Fed. s. Gir. Valier qu. Ottavian s. Ant.
Gasp. Zorzi di s. G. Carlo s. Alv. Corner qu. G. Franc. s. Silv. M. Venier qu. Cam. s. Gir. Fini 2do
di s. Gir. pr. s. Tom. Correr di s. G. Franc. s. Zac. Bonlini di s. Alv. S. Giov. Morosini di s.
Giorgio 3zo S. Annib. Papafava di s. G. Roberto s. Franc. Correr di s. G. Franc. s. Pietro Minotto
di s. Michel s. Ales. Molin qu. Ignazio s. Fed. Barozzi di s. Gir. s. And. Ales. Contarini di s.
Giac. s. Alv. Corner di s. Fr. Alv. Ant. s. Ant. Badoer di s. Franc. <seg type="U2">In Senato. </seg>
<seg type="DT">5 detto.</seg> Sopra Prov. alle Biade. m. 12 s. Pietro Carlo Beregan 2 Savj contro
l’Eresia m. 24. s. Zuanne Molin s. Franc. Vendramin <seg type="DT">In M. C. 7. detto</seg> Avvogador
del Comune m. 16. s. Niccolò Pisani. 2da muta. F. s. Giac. Corner a’7. Gen. Castellan a Peschiera m.
16. s. And. Balbi di s. Spiridion F. s. Luca Balbi di s. Zorzi. <pb n="783"></pb>Pagat. alla Camera
dell’Armamento s. Seb. Soranzo qu. G. Fanc. f. s. Zuanne Soranzo qu. Seb. Prov. al Cottimo di Londra
s. Franc. Soranzo di s. Zuan. F. s. Pietro Alv. Barbaro 7mo Prov. al Cottimo di Damasco s. Ales.
Zorzi qu. Alm. G. Franc. F. s. Marc’Ant. Semitecolo qu. Lot. Gov. dell’Entrate pub. s. Gaet. Molin
qu. Marco F. s. Dom. Trevisan qu. Ben. Offiz. alla Tavola dell’Uscita s. Alv. Ang. Diedo qu. Ant. F.
s. Alv. Priuli di s. Ales. Offiz. al Formento a Rialto s. Vic. Dolfin qu. Ant. Luogo di s. Ales. Bon
+ qu. Franc. In questa Riduzione del M. C. fu ampiamente ratificata la Parte di dispensa dal Reggim.
di Verona di S. E. Marc’Ant. Michel. <seg synch="#FR.5" type="E3"> A Londra nel 1666 a’ 2 Set. prese
fuoco, per quanto s’è creduto comunemente, al forno d’un Pistore, che si comunicò rapidamente alla
sua Casa, indi alle vicine, e alla Città tutta in appresso, perchè all’incominciar dell’incendio si
sciolse un vento dal Nord, che soffiò tre giorni interi con un’estrema violenza. Le fiamme
distrussero 89 Chiese, le Porte e il Palazzo della Città, molti Ospitali, Scuole, Bibliotecche, gran
numero di belli Edifizj, 400. strade, e più di 23 mila case. Di 26 Quartieri della Città, 15 furono
interamente rovinati, ed 8 considerabilmente pregiudicati. Ecco il tremendo promesso esempio
dell’attività distruggitrice d’un incendio spinto a volo da’venti. Benchè gl’Inglesi dello scorso
secolo non fossero gl’Inglesi de’nostri giorni, non è però da credere che siano stati colle mani
alla cintola nemmeno quelli d’allora in tanto pericolo delle loro vite, e delle loro sostanze. Per
conservar la memoria d’un fatto sì orribile eretta fu quella superba colonna trà il Mercato delle
biade, e il ponte di Londra, chiamata il Monumento, la qual’è la più alta che siavi in Europa,
rotonda, scanalata, d’ordine dorico, e d’arditissima architettura. La sua altezza è di 202 piedi dal
pian terreno, e ne ha 15 di diametro. Il piedestallo s’alza a 40 piedi, e s’estende a 20 in
quadrato. Una scala a lumaca con una branca diferro conduce sino al balcone da cui si scopre la
Città, e la Campagna. Si cominciò questo lavoro nel 1671 e fu compiuto nel 1677. Si osò di scolpire
sopra una delle basi di tal Monumento la seguente calunnia. Questa colonna fu innalzata affine di
perpetuare la memoria dell’orribile incendio dell’antica Città, cagionato dalla malvagità, e dal
tradimento de’Papisti, col disegno d’assicurare il successo della loro cospirazione per la
distruzione, della Religione Protestante e dell’antica Libertà d’Inghilterra, e per l’introduzione
del Papismo, e della servitù. Questa inscrizione fu cancellata per ordine di Giacomo II. e rimessa
sotto Guglielmo III. Non è solo l’illustre Pope, ch’abbia smentita tale inscrizione. Burnet istesso
assicura, nella sua Storia d’Inghilterra, che la cagione di quell’incendio è assolutamente
sconosciuta ed incerta, e che il Cattolicismo nulla avrebbe potuto guadagnare con una colpa sì
atroce. Li Cattolici sono stati sì poco colpevoli di questo incendio di Londra, quanto lo furono i
primitivi Cristiani di quello di Roma sotto Nerone. </seg> Dalla traduzione di questo passo storico,
a cui ci chiamò il recente incendio del quale s’è parlato ne’Fogli precedenti, avvalorasi la gran
verità profferita, che per lo più l’origine di simili desolanti disgrazie resta nelle te-<pb n="784"></pb>nebre dell’incertezza; che certi fatali accidenti da cui posson essere accompagnate mettono a
rischio le intere Città. Riflettasi, che ciò che avvenne nello scorso Secolo, può succedere anche
nel nostro; che il fuoco è un elemento sterminatore in qualunque Parte di Mondo, e si troverà poi
degne di venerazione, e di lodi le nuove provvidenze fissate da questo Eccelso Cons. di X. in
materia d’incendj. Ma quel che più preme è il far concepire a tutti un salutare spavento produttore
di quelle diligenze, e cautele, non mai derisibili benchè inutili, onde allontanare da noi questi
tristi spettacoli. Ecco una seconda traduzione del Distico in elogio della Sig. Banti. Nove noi
siam, e per la Banti sola (Disser le Muse) Apollo a noi s’invola. Bastim. arrivati Primo cor. Nave
la Madre amorosa Cap. Simon Budenich. Ven. da Cipro e Alessandria colle mercanzie alg’infrascritti
Signori. Gius. Treves qu. Em. Gotton B. 115. Caffè B. 192. e un fardo. Pece bar. 6. Gomma scaffasci
7. Zafroni scaf. 7. Vin di Cipro c. 16. Giovanni Nenada detto c.3 Gius. Padoan c. 5. Giacinto Visich
c. 4. Pietro Ralli c. 3. Dom. della Bona c. 32. Droghe scaf. 1. Caffè coffe 9. Dom. e Gius. Frat.
Venerando detto Fardi 1. Men. Vivante B. 13. e un fardo. Em Jacur B. 10. Nic. Venerando B. 5. Ant.
Salce fardi uno. Gius. Aide B. 1. Lor. Bernardi B. 5. Franc. Centenari B. 3. Giov. Heinzelmann B. 1.
Simon Gagrizza B. 1. Giam. Rossetti B. 4. Filati B. 2. Pietro Sermonti Droghe Scaf. 5. Elia V.
Todesco Caffè B. 21. e un fardo. Contaria di ritorno cas. 1. Daniel Bonfil Caffè B. 61. Gomma scaf.
5. Mirra scaf. 2. Incenso scaf. 1. Giov. Rastopulo Caffè B. 6. Cuoj salati pel’ 239. Zaffroni scaf.
3. Del Capit. detti scaf. 3. Caffè B. 8. Vin di Cipro c. 37. a chi presenterà c. 4. <seg type="U2">Forastieri allo Scudo di Francia.</seg> Li Signori Sandri e Richardson Inglesi. Li Signori Olivier,
Despilly e Frispiet Francesi. Il Sig. Del Corto Milanese Continua la sua dimora nel Casino vicino a
questa Locanda S. E. il Sig. Conte di Prelada Grande di Spagna. È partito dalla med. S. E. il Sig.
Principe Caraffa Duca di Matalona. Avvisa questo Locandiere di tenere un Appartamento sul Canal
Grande, onde se per il prossimo venturo Carnovale qualcuno volesse abitarlo se la intendi con esso
lui. Al defunto Piovano di S. Giovanni di Rialto fu dato in successore dal nostro Serenissimo Doge
nella dignità di Canonico di S. Marco il Reverendissimo D. Giov. Valier Piovano di S. Giovanni in
Oleo. È ancora vacante il Piovanato della sud. Chiesa di Rialto. Commedie per questa sera. San
Lucca, Il Padre di Famiglia. S. Angelo Li Americani Trag. mai più rappresentata A S. Gio: Gris.
replica di Alessio Comneno. È dovere l’avvisar il Pubblico, che il Pittore delle Scene di questa
Tragedia, come pur di quelle che servirono al Dramma Il Vero Cittadino, a S. Luca, di cui jeri si
fece l’ultima Recita, è il Sig. Lorenzo Sacchetti. Domani i Soldi della Recita, che si farà in
questo Teatro a S. Gio: Grisostomo, passeranno a benefizio delle più povere Famiglie ch’abitavano le
Case distrutte dal descritto incendio de’28. pros. p. L’Opera di pietà con cui questa Comica
Compagnia nobilita i suoi sentimenti è sempre in sè stessa degna della lode comune; ma se il suo
ottimo esempio avrà la sperata influenza saranno molto considerabili i soccorsi, che otterranno per
essa queste miserabili Famiglie. Morti S. E. il Sig. Leonardo Emo della Par. di S. Moisè, nato li
22. Agosto 1713. </seg>
</seg>
</ab>
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</TEI>
