Gazzetta urbana veneta: Num. 91
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Num. 91 Sabbato 14 Novembre 1789.
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Agli
Amatori
Della Giurisprudenza Criminale. Nessuno può possedere appieno la utilissima Scienza Criminale, se oltre i delitti, le pene, la giurisdizione, e la competenza dei Magistrati, non conosca insieme i principj, che risguardano la forma dei Criminali Giudizj. Tutti ne convengono. A così interessante oggetto mirarono perciò le Fatiche meritamente apprezzate del Priori, del Zamboni, del Zetterle, del Teobaldo, del Barbaro, del Melchiorri, e del Pasqualigo: i quali scrissero la Pratica de’nostri Criminali Processi, e ne additarono le regole, e le formalità. In mezzo però alle istruzioni di tanti Scrittori, il Giudice, il Cancelliere, il Notajo, e l’Avvocato Criminale non possono disimpegnare lodevolmente le incombenze della loro professione, se non si sieno esercitati assai tempo nella medesima. Manca, cioè, una diligente Raccolta di tutti gli Atti, Annotazioni, Decreti, e Sentenze, che nelle moltiplice, e varia combinazione della circostanze, rispettivamente convengono alla qualità del processo, agli estremi di ciascun delitto, al diverso metodo delle Magistrature, ed alle Leggi, o Consuetudini particolari di questa gloriosissima Repubblica. Si avvicinarono, è vero, ad una siffatta Raccolta il Parma, ed il Nani. Ma il primo si studiò di ammaestrare soltanto nelle meno malagevoli ispezioni de’Processi di autorità ordinaria chi debbe esercitarsi nel Malefizio di Verona: l’altro diede un Saggio appena delle incombenze particolari di un Cancelliere: il terzo per servire alla brevità pubblicò una troppo sterile Collezione. Un Lavoro, che supplisca alla mancanza, nella quale si troviamo, egli è certamente quello ch’è vicino a sortire dai Torchj, cioè Le Formalità del Processo Criminale nel Dominio Veneto, raccolte dal Dottore, ed Avvocato Zeffirino Giambatista Grecchi Originario Milanese, coll’aggiunta di un Saggio Elementare delle Teorie più analoghe ad una pratica istruzione. Quest’Opera, scritta in Italiano, con la possibile precisione, semplicità, e chiarezza, è divisa in due Volumi. Comprende il primo le nozioni appartenenti a tutta la procedura in generale. Contiene il secondo le particolari nozioni risguardanti la procedura in ciascuna classe di delitto. L’Autore, seguendo l’esempio del Pivetta ne’Giudizj Civili, ha voluto pubblicare la vera Arte di ben’apprendere la norma, le parti, e le leggi di ogni Processo Criminale. Le Massime, e gli Precetti sono in tal’Opera autenticati dal Gius Comune, e Veneto, e dalle opinioni de’più sensati Interpreti, che opportunamente vi sono citate. I metodi pratici sono quelli, che oggidì si usano nelle Magistrature della Dominante, e delle Provincie. Si notificano parecchie cose non mai promulgate; si riportano all’uopo le Decisioni de’Supremi Tribunali Augusti; e s’inseriscono le Avvogaresche, che nella diversità dei bisogni si sogliono ottenere. L’Opera in somma, secondo il giudizio di chi l’ha veduta, è atta da sè sola a formare nell’arte di procedere, di difendere, e di giudicare un ottimo Pratico Criminalista.” Fu detto, che lo scegliere un Indirizzo al Pubblico, trà gl’Inglesi, per provare che la decadenza del Teatro non è particolare all’Italia, sia stato vano, perchè da tutti si sà, che quella Nazione non ha mai dato saggi di buon gusto, e di regolarità nelle cose teatrali. Su questo punto si risponderà ne’Fogli della settimana ventura. Ora è d’uopo convincere chi aggiunse: che la Francia non ebbe mai bisogno di simili indirizzi, del manifesto suo torto, espresso nel seguente Articolo agli Autori del Giornal di Parigi, che diamo tradotto.
Così nel num. 79de’19 Marzo 1780. Si persuadino adunque gli sprezzatori fanatici di tutto ciò
ch’è tra noi, che non v’ha Nazione sì colta su’costumi della quale, e sulle sue produzioni di
spirito la critica non trovi da esercitarsi. Altro è il dire, che stiamo peggio degli altri in
proposito di Teatro, ed altro il dire, che i difetti sono particolari al nostro.
Risposta del Gazzettiere. Perchè la ragione
dell’invito valer dovesse a difesa de’Comici bisognava, che l’Udienza della prima
recita fosse stata composta di que’soltanto, che l’hanno udito nelle sere precedenti. Ma siccome la
maggior parte degli spettatori andò al Teatro sulla promessa del Cartello, e nulla sapeva della
dichiarazione, così non ha potuto contentarsi d’una Commediaccia quando credeva di ritrovare una
Commedia di carattere. Io pure fui di questo numero, e vi giuro in coscienza, che nel ritornare dal
Teatro, non udiva che lamenti e motteggj della gente intervenutavi, per la burla che le si fece.
A’più frequentati Caffè si rise sulla medesima, e fu detto quello ch’io tacqui nel riferire il
destino di tale Rappresentazione. Segno dunque che una gran quantità di persone fu alla mia
condizione. La Guera dichiarata può aver avute a Parigi anche cento repliche, può essere piaciuta a
Torino, e a Treviso, che non è per altro che quello che è: una buona Commedia dell’arte, ma cattiva
di carattere. Un diverso punto di vista comune l’avrà altrove resa grata, quì non fu neppure
soffribile: ebbe una replica per forza. Se il mio parere s’uniformò a quello del Pubblico, giudice
inappellabile delle teatrali Composizioni, come potete, Signor Amico ed Assocciato stimatissimo,
prendervela contro di me senz’offendere la sua autorità? Il vostro rimprovero cade su tutti gli
ascoltatori. È lo stesso che avere lor detto: Dovevate sapere, benchè il cartello nulla di questo
accennasse, che la Guerra dichiarata è nel suo originale una di quelle Commedia che si danno a
Parigi per far ridere il Popolo; ch’è tradotta, e sul gusto delle nostre dette dell’Arte; nè mai
privarla de’vostri applausi. L’invito lo espresse, e ciò basta: il Cartello non conta nulla. Che vi
risponderebbero se ad uno ad uno si udissero così rimproverati da voi? Immaginatevelo. Io non decido
di’delicatezza di gusto da Pubblico a Pubblico: li rispetto tutti, e non adulo la mia Nazione. Dirò
bene, che vi mostrate in contraddizione con voi medesimo asserendo che per questa dilicatezza
attribuita al nostro, li Comici per tre sere consecutive hanno fatto il riportato invito. Se lo
fecero per conoscere a prova questa dilicatezza s’ha dunque a dedurre, che negli altri Paesi fatto
non l’abbiano; ch’abbian creduto di potere colà impunemente spacciare lucciole per lanterne. Dov’è,
in tal caso, quella ingenuità, che in essi vantate? S’ha ad esser sinceri con tutti , o solo con
quelli che agevolmente scoprono le menzogne? Il vostro discorso tira a simile conseguenza, e forse
mal informato di loro li accusate ingiustamente, credendo di difenderli. Io sono giusto e
imparziale, e vorrei potere dir bene di tutte le nuove Commedie, ma se sì rare sono quelle che
piacciono ho da dir forse delle bugie per comperarmi la grazia de’Comici col tradire il dover del
mio uffizio? I loro Cartelli sono come i frontispizj de’Libri. Se mi si promette un Trattato di
Morale, e non trovo leggendo che una Scuola di buffonerie, ho tutta la ragione di lagnarmi, e di
riputarmi ingannato. Non ho d’uopo d’informarmi bene, d’esaminar circostanze, quando a Letteroni da
Scatola son chiamato al Teatro per udire, una Commedia di carattere. Per credere uno sciocco
pretesto quello di non esser io intervenuto alla recita del Conte di Freienof bisogn’assolutamente
ignorare in qual impegno io mi sia per cui qualche sera mi manca la libertà di concorrere alle cose
nuove. Per accusarmi giustamente di parzialità converrebbe provare, che non ho di quella Commedia
detto nè bene, nè male. Si vegga al num. 89, ch’organo della voce comune: ho scritto che il Pubblico
la chiamò nojosa, e improbabile. Eccovi, pregiatissimo Sig. Amico ed Assocciato, quanto
a mia giustificazione era necessario di dirvi. Desidero vivamente delle occasioni, che possano
rendermi favorevole al vostro genio; perchè bramo il bene di tutti, e il vantaggio di conservarmi
nella vostr’amicizia di cui ora data m’avete una prova sufficiente.
Assicurate meglio, gentilissime Signore, ne’vostri morbidi diti, le gemme così preziose,
perchè se capiteran in certe mani non le riavrete mai più. Disgrazie. Jermattina fu trovato affogato
presso i burchj da farine che stan vicini a’pubblici Forni, un Fanciullo d’anni dieci circa con una
grave percossa di capo, e fu trasportato a questa Piazzetta. Si crede che sia caduto da un Vascello.
Teatri. Giovedì si recitò a S. Luca una nuova Tragica Rappresentazione intitolata La distruzione del
Regno delle Amazzoni. Il Teatro era pieno, e nelle Loggie di nobili spettatori. L’azione piacque e
si vide dell’ingegno in chi la compose. Si potrebbe notar de’gran difetti anche considerandola nel
suo genere, che non è vincolato alla severità de’precetti: ma chi ha saputo ordire una composizione,
che allettò l’Udienza senza mai annojarla, merita dell’indulgenza nella revisione de’conti. Si
stupirà della felicità del suo esito sapendo da chi non la vide, che non recita nella medesima nè il
Sig. Petronio, nè la Sig. Consoli, nè il Sig. Martelli. Tre parti principali la sostengono
mirabilmente. La Signora Laura Checatti in quella di Regina delle Amazzoni accoppiando le qualità
personali alle doti dello spirito riesce a meraviglia, e rapisce gli applausi. Le si fa replicare un
duello con Ulisse. Una donna che si batta in iscena, è un’impresa difficile a cui poche s’accingono,
e rare son quelle, ch’abbiano per la buona riuscita il suo spirito, e la sua sveltezza. La Sig.
Fiorilli che rappresenta la Sacerdotessa Antiope di lei Sorella, ha superata a di lei vantaggio la,
per altro favorevole, aspettazioni. S’investì sì bene del carattere, pose tant’anima nelle
situazioni più forti, che non lasciò desiderare di meglio all’intelligenza della declamazione. Il
Sig. Menichelli nella Parte d’Idomeneo benchè privo di que’doni di natura, che particolarmente in un
gran Teatro son più necessarj, nondimeno collo stustio, coll’arte, coll’attenzione, coll’impegno ha
saputo soddisfare il Pubblico. Le decorazioni di questa Rappresentazione sono piu che magnifiche per
un Teatro Comico la cui entrata qui costa sì poco. Particolarmente l’ultima scena figurar potrebbe
anche in un’Opera seria. Questa sera s’apre il nobilissimo Teatro Venier a S. Benedetto coll’Opera
il Motezuma, la cui musica è di varj celebri Autori. Gli Attori sono il Sig. And.
Martini detto il Senesino. La Sig. Brigida Banti. Il Sig. Gius. Simoni. Il Sig. Inn. Quattrini. La
Sig. Terlozza. Il Sig. And. Malton. Le scene del Sig. Cav. Franc. Fontanesi. Il Vestiario del Sig.
Ant. Mojani. Il Primo Ballo è intitolato Ippolita Regina delle Amazzoni d’invenzione e direzione del
Sig. Gius. Trafieri, esposto per la prima volta in questa Città. La musica del medesimo del Sig.
Vittorio Trento. I Personaggj che ne sono incaricati son questi. La Sig. Elena Dondi. Il Sig. Giov.
Monticini. Il Sig. Pietro del Giudice. La Sig. Ter. Mezzorati Monticini. La Sig. Laura Carlini. La
Sig. Carolina Branchener. Il titolo del secondo Ballo è I Polacchi. Savio in
Settimana
s. Zuanne Querini K. Cambj.
Della Giurisprudenza Criminale. Nessuno può possedere appieno la utilissima Scienza Criminale, se oltre i delitti, le pene, la giurisdizione, e la competenza dei Magistrati, non conosca insieme i principj, che risguardano la forma dei Criminali Giudizj. Tutti ne convengono. A così interessante oggetto mirarono perciò le Fatiche meritamente apprezzate del Priori, del Zamboni, del Zetterle, del Teobaldo, del Barbaro, del Melchiorri, e del Pasqualigo: i quali scrissero la Pratica de’nostri Criminali Processi, e ne additarono le regole, e le formalità. In mezzo però alle istruzioni di tanti Scrittori, il Giudice, il Cancelliere, il Notajo, e l’Avvocato Criminale non possono disimpegnare lodevolmente le incombenze della loro professione, se non si sieno esercitati assai tempo nella medesima. Manca, cioè, una diligente Raccolta di tutti gli Atti, Annotazioni, Decreti, e Sentenze, che nelle moltiplice, e varia combinazione della circostanze, rispettivamente convengono alla qualità del processo, agli estremi di ciascun delitto, al diverso metodo delle Magistrature, ed alle Leggi, o Consuetudini particolari di questa gloriosissima Repubblica. Si avvicinarono, è vero, ad una siffatta Raccolta il Parma, ed il Nani. Ma il primo si studiò di ammaestrare soltanto nelle meno malagevoli ispezioni de’Processi di autorità ordinaria chi debbe esercitarsi nel Malefizio di Verona: l’altro diede un Saggio appena delle incombenze particolari di un Cancelliere: il terzo per servire alla brevità pubblicò una troppo sterile Collezione. Un Lavoro, che supplisca alla mancanza, nella quale si troviamo, egli è certamente quello ch’è vicino a sortire dai Torchj, cioè Le Formalità del Processo Criminale nel Dominio Veneto, raccolte dal Dottore, ed Avvocato Zeffirino Giambatista Grecchi Originario Milanese, coll’aggiunta di un Saggio Elementare delle Teorie più analoghe ad una pratica istruzione. Quest’Opera, scritta in Italiano, con la possibile precisione, semplicità, e chiarezza, è divisa in due Volumi. Comprende il primo le nozioni appartenenti a tutta la procedura in generale. Contiene il secondo le particolari nozioni risguardanti la procedura in ciascuna classe di delitto. L’Autore, seguendo l’esempio del Pivetta ne’Giudizj Civili, ha voluto pubblicare la vera Arte di ben’apprendere la norma, le parti, e le leggi di ogni Processo Criminale. Le Massime, e gli Precetti sono in tal’Opera autenticati dal Gius Comune, e Veneto, e dalle opinioni de’più sensati Interpreti, che opportunamente vi sono citate. I metodi pratici sono quelli, che oggidì si usano nelle Magistrature della Dominante, e delle Provincie. Si notificano parecchie cose non mai promulgate; si riportano all’uopo le Decisioni de’Supremi Tribunali Augusti; e s’inseriscono le Avvogaresche, che nella diversità dei bisogni si sogliono ottenere. L’Opera in somma, secondo il giudizio di chi l’ha veduta, è atta da sè sola a formare nell’arte di procedere, di difendere, e di giudicare un ottimo Pratico Criminalista.” Fu detto, che lo scegliere un Indirizzo al Pubblico, trà gl’Inglesi, per provare che la decadenza del Teatro non è particolare all’Italia, sia stato vano, perchè da tutti si sà, che quella Nazione non ha mai dato saggi di buon gusto, e di regolarità nelle cose teatrali. Su questo punto si risponderà ne’Fogli della settimana ventura. Ora è d’uopo convincere chi aggiunse: che la Francia non ebbe mai bisogno di simili indirizzi, del manifesto suo torto, espresso nel seguente Articolo agli Autori del Giornal di Parigi, che diamo tradotto.
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Brief/Leserbrief
Signori. “Io non sono nè Poeta, nè Autore drammatico, ma leggo molti
versi, e vado spesso al Teatro. Ho tanto sofferto nello intendere alle Rappresentazioni i nostri
migliori versi tragici e comici, miseramente storpiati, che voi dovete permettermi di denunziare al
Pubblico la negligenza de’Commedianti su questo molto importante Articolo di teatrale declamazione.
La mia Lettera non giungerà forse a correggerli; ma avrò vendicato almeno le mie orecchie squarciate
se punto non riesco a garantire quelle degli altri. È vergogna il vedere su’Teatri della Capitale
degli Attori, anche stimabili, che mutilano de’versi nel recitarli, senz’accorgersi di romperne la
misura, raccorciandoli a spese dell’armonia. Entra oggidì nell’educazione, che si dà alla gente
civile, non già il saper fare de’versi, ma il conoscerne almeno la misura, e sapere di qual numero
di piedi sono composti; perchè se le persone civili non son obbligate a verseggiare, sono talvolta
sforzate a recitar de’versi nelle compagnie; perchè non bisogna guastare co che si recita, nè
ignorare ciò ch’è sì facile ad apprendere. Dopo ciò non è forse da stupire, che degli uomini che
prendono l’impiego di recitare de’versi in pubblico, non abbiano fatto uno studio preliminare almeno
del meccanismo della versificazione? Crescerà questo stupore al considerare, che a forza di
recitarne, la loro orecchia continuamente esercitata, non arrivi a sentirne la misura senza il
soccorso della riflessione. Finalmente, Signori, per la pena ch’io soffro, come spettatore, udendo
queste mutilazioni anti-armoniche, concepisco il supplizio d’un povero Autore, che celato dietro le
scene, avendo consegnati i suoi versi sani ed interi, li sente uscir di bocca dall’Attore
mostruosamente storpiati. Sò che la memoria può ingannare talvolta il Commediante più esercitato ed
attento; ma non è ch’io quì mi dolga delle distrazioni. Non accuso che gli Attori i
quali avendo a dire cento volte i versi medesimi, li reciteranno cento volte o troppo lunghi, o
troppo corti. Io vorrei che l’amore della loro arte impegnasse i Commedianti a stabilire trà loro
delle ammende per questa spezie di delitto drammatico. Questo rigore sarebbe utile alla loro gloria,
ed a’nostri piaceri. Non sò se vorranno prendere questo partito; ma son certo che il Pubblico
l’aggradirebbe. Si può, senza dubbio, aver molto talento per il Teatro, ed ignorare il meccanismo, e
la versificazione; ma io credo che l’instruirsene sia dovere d’un Commediante; e penso che un Attore
che storpia de’versi, possa paragonarsi ad un Musico che stuona. Ho l’onore &c.
Metatextualität
Su questa distinzione aggiungeremo in appresso dell’altre cose, ch’aver luogo non possono
nel Foglio presente.
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Brief/Leserbrief
Sig. Gazzettiere. “La guerra dichiarata ossia l’astuzia vinta dal caso
è una Commedia, che a Parigi ebbe il più felice sucesso, e fù replicata per sessanta sere. A tal
vera autentica relazione la Comica Compagnia del Teatro a S. Gio: Grisostomo ne fece la ricerca,
tradur la fece, e per la prima volta l’espose in Torino l’estate passata nel nobile Teatro del
principe di Carignano ove fù sommamente agradita: La stessa Compagnia la recitò tal quale in
Treviso, ed anco là divertì, piaque, fù applaudita. La sud. Comica unione volendo anco qui esporla,
e sapendo a prova che il pubblico Veneto è più delicato di qualunque altro, per non usar di quel
inganno, che voi Sig. Gazzettiere avete la bontà di taciarla, nel solito invitto per tre sere
consecutive anunziò questa Commedia nel modo che segue. In Francia que bravi Comici non recitano a
Soggetto, e per divertire in tutte le maniere il pubblico, a queste Commedie, che noi Italiani
chiamiamo dell’arte, vi sostituiscono delle Commedie di burle tal quali noi le vediamo ne giuochi
varj de nostri Zanni. La Guerra dichiarata &c. . . . . Che si produrrà &c. . . . . è una di
quel calibro &c. . . . . Con tal prevenzione può chiamarsi offeso un pubblico, che sà di dover
vedere una delle nostre Commediaccie, benchè scritta? Signor Gazzettiere cariss. siate giusto,
imparziale; prima di mettere in Carta informatevi bene, esaminate le circostanze cribrate tutto se
non volete usar di quel inganno, che in altri condannate. Chi vi scrive non pretende già che per non
dire il parere vostro su le produzioni di questa Compagnia, cerchiate sotrarvi col scioco prettesto
di non averla udita, ma desidera che siate, qual dovreste essere con tutto il Mondo. Credetemi” Un
vostro Amico, ed Assocciato.
Metatextualität
Signor Amico ed Assocciato carissimo,
eccovi servito della fedele pubblicazione della vostra Lettera. Ho rispettato sino gli errori
d’ortografia, onde non abbiate ad accusarmi d’averci posto mano.
Progetto.
“Persona di qualche carattere, e non del tutto ignota istituirebbe di buon grado una Scuola per soli sei Giovani colla lusinga di poter seguire metodi non tanto comuni, ma pure prescritti, ed approvati da’più illuminati Ingegni, anzi dalla retta ragione maestra, e direttrice di ogni sana Filosofia. I tre importanti oggetti di questa Scuola saranno: Primo di rendere il cuore dolce, e sensibile, onde senta pietà per gl’infelici; leggi d’umanità per tutti; gratitudine, e riconoscenza pe’benefattori. Secondo d’illuminare la mente con quelle cognizioni, che fanno distinguere il bene dal male, la virtù dal vizio, ed il vero dal falso, affinchè nel maneggio sì de’pubblici, che de’privati affari sieno scorte indivisibili e fide la Religione, l’onore, e la Sapienza. Terzo di regolare le maniere in modo, che rendano i Giovani amabili, gentili, colti, e graditi in Società: in fine di renderli conoscitori del Mondo intelligibile, fisico, e morale insieme onde sorgano illustri, ed onorati Cittadini utili allo Stato, ed al possibile felici per loro stessi. Chi si offerisce ben conoscendo, che la saggia e completa educazione è l’unica e sola eredità permanente e sicura, sarà qual sollecito Padre, e tenero, che tenta di guidare sei Figlj amici e cari per la via più breve, più dolce, e più facile a quella meta, che la nascita, le circostanze, ed il Cielo stesso loro prescrisse. Si stabilisce il numero di soli sei e non più, perchè a questo un solo Maestro può supplire, e bastano essi sei per destarsi reciprocamente l’emulazione tanto utile a’giovani, senza che regni il tristo esempio, la confusione, ed il ritardo de’talenti più pronti: difetti inevitabili nella moltitudine. Ora chi si compiacesse di affidare a questa Scuola qualche Figlio, scriva in un Viglietto il suo Nome, Cognome, ed il luogo, dove abita, poi il suggelli facendo la Soprascrizione nel seguente modo: Ricapito alla Libreria Foglierini all’Insegna della Sacra Scrittura in Merceria. Tosto che saranno stati consegnati sei Viglietti alla detta Libreria, l’Autore del progetto si presenterà impegnandosi di osservare le seguenti condizioni. Primo. Insegnerà le tre Lingue Toscana, Francese, e Latina. Le Favole morali per regolare il costume, e per avvezzare i Giovani a pronunciare, e scrivere racconti ordinati. Le Favole Eroiche per l’intelligenza de’Poeti, de’Quadri, e delle Statue. L’Arimmetica, l’Algebra, la Geometria, la Geografia antica, e moderna, la Cronologia, la Storia, la Logica, l’Arte Oratoria, la Metafisica, la Fisica, l’Etica, il Jus di Natura, e delle Genti, le Leggi civili, e canoniche. Se qualche circostanza esigesse s’insegnerebbe pure il Diritto Politico. Tutte queste Facoltà, e Scienze furono insegnate privatamente da chi si offerisce, come si potrà riscontrare allora che sarà riconosciuto. Secondo. Presenterà un piano del modo d’insegnare le suddette Facoltà, e Scienze; sempre pronto però a cangiarne il sistema quando le altrui ragioni prevalessero alle proprie. Terzo. Il Luogo della Scuola sarà non molto lontano da S. Marco. Quarto. La Scuola sarà provveduta di Sfera, Globi celeste, e terrestre, e di Carte Geografiche sì per l’antica Geografia, che moderna, come pure di Stromenti per uso della Geometria, e Trigonometria. Quinto. Sarà mantenuto un Servitore, perchè alle ore della Scuola sia sempre pronto a servire ognuno de’Scolari di tutto ciò che abbisognasse, come sarebbe carta, inchiostro, penne &c. così ancora per accompagnare alla propria Casa, dopo la Scuola, chi de’Giovani desiderasse essere servito. Tutto questo sarà a peso della Scuola. Sesto. Le ore della Scuola la mattina in tutte le Stagioni saranno da Terza infino a Nona. Il dopo pranzo da San Martino in fino al primo di Quaresima, essendo i giorni troppo brevi, non si farà Scuola, ma saranno incaricati di occuparsi allo Studio in Casa propria. Dal primo di Quaresima insino alla Vigilia di S. Antonio le ore di scuola del dopo pranzo saranno dalle 21 insino alle 23; così pure dal Redentore insino al primo di Ottobre. Tutte le Feste, e li Giovedì non si farà Scuola, come ancora gli ultimi otto giorni di Carnovale, e gli ultimi quattro giorni della Settimana Santa. Le vacanze saranno dal giorno di S. Antonio insino al giorno del Redentore, e dal primo di Ottobre insino al giorno di S. Martino. Per parte de’Giovani si desidera, che abbiano compito il decimo anno almeno, e che sappiano leggere, e scrivere. Per questa Scuola dovranno corrispondere quattro Ducati effettivi ogni Mese compresi ancora i mesi delle Villeggiature. Le mancie a’soliti tempi saranno del tutto arbitrarie sì nella qualità, come nella quantità. Ognuno dovrà portarsi nella Scuola una sedia, ed un tavolino del maggior suo comodo."Ebene 3
Exemplum
Un Giovine Avvocato di questo Foro vicino ad ammogliarsi ebbe a conto
di Dote 4 mila Ducati, che da lui posti furono in un armadio della sua camera. Questa summa tentò il
suo Servitore al delitto d’ucciderlo per impossessarsene. Confidò la sua intenzione ad un amico del
suo carattere, e lo chiamò ad esser complice. Questi s’arrese prontamente all’idea del furto, ma
resistì a quella dell’omicidio; pure persuaso della necessità del medesimo dall’eloquenza del suo
seduttore, vinse la ripugnanza, e acconsentì al misfatto. Tutto ciò fu noto ad un Ciabattino
confidente del reo principale, ma non possiamo credere che quest’empio glielo avesse palesato pura
intrinsichezza, come vien detto. Lo abbia saputo in un modo, o nell’altro, è certo che questo buon
artigiano chiamò a secreta conferenza l’Avvocato, e gli svelò il pensato assassinamento, dandogli in
prova che ritrovate avrebbe cariche a palla le due pistole, ch’ei teneva vuote nella sua camera.
Trovò vero questo, e le lasciò com’erano per valersene all’occorrenza in difesa della sua vita.
Contro il solito si chiuse la notte seguente nella stanza col catenaccio, e si stese sul letto con
quell’armi vicine. Ad ora tarda udì che tentavasi d’aprire la porta, e dimandò ad alta voce chi
fosse. Intese il Servitore a rispondergli, che veniva a ricevere i suoi comandi, fingendo d’essere
stato chiamato. Io non ti chiamai, soggiunse il Padrone in tuono alto, và a dormire, e lasciami
cheto. Questa scena s’è rinnovata qualch’ora dappoi, e si dice che quattro birri situati nella via
sottoposta abbiano udito tutto, colà disposti a difesa dell’Avvocato in caso di pericolo, e ciò atteso un suo preventivo ricorso. Con queste prove fec’egli le sue instanze alla
Giustizia nella seguente mattina, e il Servitore fù preso, legato, e condotto nelle Carceri, ove
palesò il complice, che fu pure arrestato e chiuso in prigione.
Metatextualität
Ecco l’avvenimento accennato nel precedente Foglio. Trà le varie
maniere con le quali raccontasi abbiamo creduto conveniente il descriverlo in questo modo.
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Exemplum
Cadde dal dito d’una Dama un anello di gran valore nella platea del
Teatro a S. Moisè. Dal cappello d’una Maschera scese a piedj d’un poveruomo, che lo raccolse ed uscì
dal Teatro. Scopertasi la perdita si mandò a cercarlo. Unitisi i sospetti sopra chi l’aveva
raccolto, per cognizione d’uno de’Portinaj si venne a sapere chi fosse, e andò gente alla di lui
Casa ad avvisarlo che l’anello da lui trovato era della tal Dama, e che dovesse portarlo subito al
tal Caffè. ‘l poveruomo lo portò di fatti protestando che non aveva avute cattive intenzioni, ed
ebbe 4 zecchini di mancia.
