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        <title>Num. 85</title>
        <author>Antonio Piazza</author>
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        <edition>Moralische Wochenschriften</edition>
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          <name> Kirsten Dickhaut</name>
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          <name> Alexandra Fuchs</name>
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          <name> Johanna Plos</name>
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      <publicationStmt>
        <publisher>Institut für Romanistik, Universität Graz</publisher>
        <date when="2015-09-23">23.09.2015</date>
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        <bibl>Piazza, Antonio: Gazzetta veneta urbana. Venezia: Zerletti 1789, 673-680 </bibl>
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          <title level="j">Gazzetta urbana veneta</title>
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          <date>1789</date>
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<p rend="EU"><milestone unit="E1" xml:id="FR.1"></milestone></p>
<div1>
<head><hi rend="smallcaps">Num. 85</hi></head>
<p rend="date"><hi rend="smallcaps">Sabbato 24 Ottobre 1789.</hi></p>
<p rend="BA"><milestone unit="E2" xml:id="FR.2"></milestone>
<milestone unit="E3" xml:id="FR.3"></milestone>
<milestone unit="LB" xml:id="FR.4"></milestone> Signor Gazzettiere Riveritiss.</p>
<p rend="date"><hi rend="italic">Treviso </hi>19<hi rend="italic"> Ottobre </hi>1789.</p>
<p rend="SO"><hi rend="italic">Jeri sera si è rappresentata l’indicata Opera </hi>Gernando<hi rend="italic">, e </hi>Rosimonda<hi rend="italic">. Credo di farle cosa grata coll’avanzarle le più
imparziali notizie. Il Sig. </hi>Violani<hi rend="italic"> primo Soprano incontra moltissimo, ha
bellissima voce, agilità, ed azione, e si distingue moltissimo nell’aria del primo Atto, che ha
replicata riscuotendo gli applausi, degl’intendenti di Musica, e di tutti gli spettatori. Il Sig.
</hi>Franchi<hi rend="italic"> Tenore è passabile. La prima donna non piace. La Musica dell’Opera
sarà buona, ma non incontra per niente. Il primo Ballo è un pò lungo, ma piacque moltissimo. Il Sig.
</hi>Beretti<hi rend="italic"> che n’è l’inventore è stato molto applaudito, così la Sig. Villeneuve
che sono stati ambidue chiamati al fine del Ballo a comparire per ricevere gli applausi dei
Spettatori. Così del secondo Ballo ch’è graziosissimo. Il Scenario bello. Il Vestiario nuovo e
magnifico, e senza risparmio, tanto dell’Opera che dei Balli. Scarsa l’illuminazione. L’orchestra và
poco bene.</hi></p>
<p><hi rend="italic">Eccole la verità, che le verrà ripetuta anche a voce.</hi></p>
<p rend="BU">Un leggitore della sua Gazzetta. <milestone rend="closer" unit="LB"></milestone>
<milestone rend="closer" unit="E3"></milestone></p>
<p rend="SO">Furon scolpite sulla sepoltura d’un infermiccio queste poche parole: <hi rend="italic">Io stava bene,</hi>
<hi rend="italic">ma per istar meglio mi trovo qui.</hi></p>
<p>È certo che il timor della morte non di rado è mortale, e ci obbliga a prendere, per conservare
la nostra vita, delle misure, che non servono che a rapircela. La riflessione d’alcuni Istorici, che
si uccide più gente in una fuga, che in una battaglia regolata, può applicarsi a quell’infinito
numero d’ammalati immaginarj, che rovinano la loro costituzione co’rimedj che prendono, e che per
iscappar dalla Morte si gettano nelle sue braccia. Non è biasimevole un uomo, che si prenda una cura
legittima della sua salute: ma non pensare che alla conservazione della sua vita, non aver in capo
che de’rimedj, e delle regole per ben usarne, queste son basse viste indegne della nobiltà del
nostro essere. Una continua inquietudine per la vita ne toglie tutto <pb n="674"></pb> il piacere: non
si gusta alcuna soddisfazione d’una cosa che ad ogni momento si teme di perdere. La condotta della
vita dev’essere il nostro scopo principale, e la sua conservazione divenirne l’accessorio. Così
tranquillamente scorrono i nostri giorni senza desiderar nè temere la morte. La seguente Lettera fa
vedere sino a qual punto può giungere la stravaganza d’un debol cervello.</p>
<p rend="BA"><milestone unit="E3" xml:id="FR.5"></milestone>
<milestone unit="LB" xml:id="FR.6"></milestone><hi rend="italic"> Signor Gazzettiere</hi>.</p>
<p rend="SO">“Io son del numero di quella fragile tribù, che comunemente si chiama de’malatticcj, e
vi confesso che ho contratto questa cattiva abitudine del corpo, o piuttosto dello spirito, dallo
studio della Medicina. Dacchè m’applicai alla lettura de’Libri che d’essa trattano, ho sentito che
il mio polso alteravasi: non leggeva quasi mai la descrizione d’una malattia, senza che mi paresse
d’esserne travagliato. L’erudito trattato sulle febbri del Dottore <hi rend="italic">Sydenham</hi>
mi produsse una febbre languida che non m’abbandonò mai in tutto il tempo da me impiegato su questa
eccellente Opera. Mi sono poi rivolto alla lettura di diversi Autori, ch’hanno scritto sulla
tisichezza, e mi credei subito attaccato dalla consunzione; ma essendo divenuto molto grasso una
spezia di vergogna mi guarì in certo modo da questa trista immaginazione. In appresso mi vidi
assalito da tutti i sintomi della gotta, eccettuandone il dolore; ma fui guarito dalla lettura d’un
trattato sulla Renella, scritto da un ingegnosissimo Autore, che secondo la pratica de’Medici,
avvezzi ad iscacciare un male coll’altro, mi diede la pietra per liberarmi dalla gotta. In fine ho
studiato tanto, che mi tirai addosso una complicazione di malattie; ma dopo aver letto l’eccellente
Discorso del <hi rend="italic">Santorio</hi>, che mi venne accidentalmente alle mani, risolsi di
seguire il suo metodo, e d’osservare tutte le sue regole, che aveva raccolte colla maggior
diligenza.</p>
<p>Tutti gli uomini di Lettere sanno che questo abile Autore per meglio fare le sue esperienze,
aveva inventato una seggiola matematica, sì artifiziosamente sospesa in aria con delle molle, che si
poteva pesar tutto come nelle bilancie. In questa maniera egli sapeva quante oncie del suo
nutrimento dissipavasi dalla traspirazione, quale quantità convertivasi in sua propria sostanza, e
ciò che andava per l’altre vie della natura.</p>
<p>Dopo essermi munito d’una di queste sedie m’accostumai a studiarvi, mangiare, bere, e dormire, di
modo che si può dire, che da tre anni vivo in un pajo di bilancie. Secondo il mio calcolo, quando
sono in perfetta salute, io peso esattamente duecento libbre; ne perdo una o due appresso poco per
il digiuno d’un giorno, e ne acquisto una di più dopo un buon pasto; cosi m’occupo incessantemente a
tener la bilancia eguale tra queste due libbre volatili della mia costituzione. Ne’miei pasti
ordinarj aumento il mio peso sino a duecento libbre e mezza; e se dopo aver desinato mancavi qualche
oncia bevo, o mangio tanto pane che basti a farmi giungere a questo peso. Ne’miei maggiori eccessi,
io non vi aggiungo che l’altra mezza libbra; il che fò per la mia salute tutti i primi lunedì d’ogni
mese. Quando dopo il pranzo mi trovo ben bilanciato passeggio sino a tanto ch’io abbia traspirato il
valore di cinque oncie e quattro scrupoli. Ridotto a questo punto mi attacco a’miei libri e ne
consumo tre oncie e mezza di più studiando. Per il resto della libbra non ne tengo conto. Non ho mai
ore determinate per il pranzo, o per <pb n="675"></pb> la cena; ma se la mia seggiola m’avvisa che la
mia libbra di nutrimento è consumata da ciò concludo che ho fame, e subito mangio un boccone. Ne’
digiuni ordinarj io perdo una libbra e mezza del mio peso; i solenni me ne costano due.</p>
<p>La mia dose di sonno, nel computo periodico di molte notti, è d’un quarto di libbra soggetto a
qualche diminuzione, od aumento d’alcuni grani; e se al levarmi trovo di non aver consumata questa
porzione, io perdo il resto sulla mia seggiola. Da un calcolo esatto di ciò che ho perduto o
acquistato nell’anno scorso riguardo al peso, registrato in un libro che tengo a bella posta per
questo, mi si mostra ch’è ritornato all’ordinario delle libbre duecento, di modo che non credo che
la mia salute si sia diminuita d’un’oncia, durante questo intervallo. Comunque ciò sia, malgrado
tutte le cure che io mi prendo di tenere il mio corpo in un giusto equilibrio, mi veggo ridotto ad
uno stato languente e debole; son divenuto pallido, ho il polso ineguale, e son minnacciato
d’idropisia. Abbiate dunque la bontà, caro Signor Gazzettiere, di ricevermi nel numero de’vostri
pazienti, e di comunicarmi, o tentare di farmi comunicare per mezzo del vostro Foglio delle regole
più certe di quelle che osservai sino ad ora. Voi obblighererete molto in tal modo chi si protesta
di essere”</p>
<p rend="BU">Vostro affezionatissimo ec. <milestone rend="closer" unit="LB"></milestone>
<milestone rend="closer" unit="E3"></milestone></p>
<p rend="SO"><milestone unit="MT" xml:id="FR.7"></milestone> A voi ammalati di fantasia, spasmodici immaginarj,
vittime di coltivati timori, divorati da’mali che vi create, a voi consigliate questo infelice, che
farà tutto quello gli verrà insegnato dalla dottrina messa in pratica per conservare la vita, che ad
altro non serve, nel vostro caso, che a renderla un tormento continuo. Se poi la sua Lettera è uno
scherzo per metter in canzone la vostra debolezza, egli riderà delle vostre Ricette, e s’unirà a
quei che divertonsi delle follie de’vostri pari. <milestone rend="closer" unit="MT"></milestone></p>
<p rend="date"><milestone unit="E3" xml:id="FR.8"></milestone>
<milestone unit="LB" xml:id="FR.9"></milestone> Montebello 22 Ottobre 1789.</p>
<p rend="SO"><hi rend="italic">Domenica </hi>18<hi rend="italic"> corr. fui a Vicenza, e restai
sorpreso dal grandioso spettacolo del Teatro Olimpico magnificamente illuminato. Viddi l’abbondanza
d’un ben diretto Rinfresco per quella Nobiltà, ed ascoltai una letteraria Accademia in onore del N.
H. </hi>Pindemonte<hi rend="italic"> che terminò gloriosamente la sua Pretura. Senza dar giudizio a
colpo d’orecchia di que’varj Componimenti, che quanto prima stampati subiranno la corrispondente
Censura, senza secondi fini, ma innocentemente rifletto, che quanto fu recitato </hi>in versi<hi rend="italic"> ebbe la sorte d’esser sentito senza confusione, e bisbiglio, e niente impazientò, e
seccò quella immensa mista folla di Spettatori.</hi></p>
<p><hi rend="italic">E Martedì stando per accidente sulla porta della mia Casa fui con sommo piacere
presente all’arrivo d’una lietissima Compagnia di Signori diretta all’</hi>Almisan<hi rend="italic">
ad un Pranzo destinatogli dal Nobile Proprietario di quel luogo. Precedeva un bel </hi>Sterzo<hi rend="italic">, in cui v’era una giovine Dama, bella, e graziosa, e tre Gentiluomini, e seguivano
altri quattro Sterzi tutti a quatro Cavalli con quattro persone in ciascheduno. Smontarono questi
venti Signori al nostro Caffè, dove all’improvviso s’udì l’armonia di cinque straordinarii stromenti
a fiato, che pose in moto tutto il Paese. Dopo mezz’ora partirono colla dilettevolissima Banda
de’Suonatori, e s’avviarono al sito del Pranzo. Le relazioni, ch’ebbi esternamente, mi resero nota
la finitissima lautezza del pranzo, l’allegria del suono, la giocondità della conversazione, ed il
passaggio troppo sollecito d’una giornata la più felice. Ho saputo che quella Dama, e que’Signori
erano gente di spirito, e di ottimo gu-</hi><pb n="676"></pb><hi rend="italic">sto, e venni a rilevare,
che la maggior parte d’essi compongono una brillantissima Società senza invidiosi e senza nemici,
che in Vicenza rende celebre, e riguardevole una Bottega da Cioccolata, ove si raduna la sera; e che
in quella Radunanza, nella quale non può entrare nè la Etichetta de’</hi>Magnati<hi rend="italic"> </hi>Analfabetici<hi rend="italic">, nè la insensatezza delle </hi>Menti Alpine<hi rend="italic">,
nè il contrabbando de’</hi>Sali Licambici<hi rend="italic">, con naturale prudenza si parla d’ogni
cosa, con bellissimo artifizio d’ogni cosa si ride, e d’ogni cosa senza pregiudizio si sà dire la
verità.</hi></p>
<p rend="BU"><hi rend="italic">Ab</hi>. <hi rend="italic">D. G. B. G. </hi><milestone rend="closer" unit="LB"></milestone>
<milestone rend="closer" unit="E3"></milestone></p>
<p rend="EU"><milestone unit="E3" xml:id="FR.10"></milestone></p>
<div2>
<head><hi rend="italic">I pericoli di chi vuol comparire ciò che non è.</hi></head>
<p rend="SO"><milestone unit="EX" xml:id="FR.11"></milestone> Ne’luoghi ove vi son de’Bagni, o si prendon le
acque, o dove villeggiasi, il comun bisogno di salute, e di società approssima le varie condizioni,
e rende tollerabile alle persone di certo grado la confidenza di quelle che son ad esse inferiori. È
vero, che questi onori son passeggieri, e non resistono all’aria della Città ove ciascuno
concentrasi nella sua sfera, e sublimare non lascia i vapori delle più basse. Per questo chi ha
giudizio rinunzia all’effimero vantaggio d’un sorriso, d’una carezza, d’una famigliarità ad
imprestito, e non si espone al disgusto di trovare alla Patria composte alla serietà certe faccie,
che in Villa prendono i lineamenti della più gioconda mansuetudine.</p>
<p>Figlia, e moglie d’artigiani, ma ricca per una recente eredità, si trova ad una certa
villeggiatura una donna, che al vedersi trattata con rispetto dagli uomini di condizione, e con
amorevolezza dalle Signore considerabili non meno per nascita che per dovizie, s’è riscaldata a
segno di credersi qualche cosa di grande, e vuole gareggiare con loro. Amando il giuoco, e potendo
perdere, e pagare non è stupore se venga a braccia aperte ricevuta per tutto. Vuole da chi la serve
dell’Illustrissima, e se la gente di Villa scorre talvota coll’Eccellenza non se n’ha a male. La
compagnia di suo marito è per lei intollerabile. Non la soffre che in Città ed in casa, e si
vergognerebbe di farsi vedere al suo fianco, perch’è di brutta figura, triviale di portamento, di
maniere ingenuamente grossolane, e và vestito con decente semplicità prescritta dalla sua
condizione. Egli la tratta come una sua padrona, e basterebbe ch’ella il volesse per istarle dietro
come un vero Servitore. Ha seco un di lei Cugino, che non ha al Mondo altri beni che la sua grazia
onde se la coltiva con tutto l’impegno per viver bene a sue spese. Le piace di essere adulata, e non
potrebbe trovare un uomo a proposito più di quello da secondarla in tutte le sue stravaganze, e da
lodare tutto ciò ch’ella pensa ed opera. Non è nè bella, nè brutta, nè vecchia, nè giovine, vuol
dire quel che non sà, e per mostrar dello spirito si fa ridicola. Per darsi l’aria di donna di
qualità studia i modi di parlare, i gesti, i complimenti, i comandi, le grazie, gli scherzi delle
più distinte di quelle Signore, e l’affettazione nell’imitarle, o gli sbaglj che prende nel farlo,
divertono la nobil brigata per cui è divenuta il soggetto migliore di trattenimento. Per
continuarselo ed accrescerlo, tutti gl’Individui della medesima, sì dell’uno che dell’altro Sesso,
si accordarono di trattarla colla maggior confidenza, ed ebber ordine i loro Servitori di farle
riverenze ed inchini. Allora sì che la vescica gonfiossi, e ne’suoi balzi divenne il trastullo della
Compagnia. Avendo a fare con gente accorta, e di vero spirito, Ella che non potea conoscerne i
raffinamenti e le astuzie, si credea che ridesse per tutt’altro che <pb n="677"></pb> per suo conto, ed
essendo una macchina mossa dalle altrui fuste rideva anch’ella cogli altri divenendo senza saperlo
spettacolo e spettatrice ad un tempo medesimo. Era facile, che un capo così sventato, la mancanza
d’educazione, le seduzioni ingegnose che la circuivano, concepir le facessero dell’orgoglio, e la
esponessero a qualche pubblico affronto. Pur troppo ciò avvenne.</p>
<p>Certi Giovinotti, che si misero a corteggiarla per burla, le trassero scaltramente di bocca
quanto Ella sentiva circa alle Signore della conversazione, e finsero al naturale d’approvare le sue
decisioni. Una, secondo Lei, era una stupida che faceva languir l’adunanza al comparire soltanto;
un’altra una ciarliera che non taceva mai, e diceva più spropositi che parole; quella una maldicente
che spargeva il biasimo su ogni cosa; questa una sciocca che credeva tutto; niuna in somma, niuna
era, a suo dire, provveduta di qualità stimabili, e degne della sua nascità.</p>
<p>Si seppe tutto da tutti, e s’inventò una burla graziosa per punire la sua temerità. Stabilito un
Festino fu pur essa compresa nel generale invito, e lo ebbe otto giorni prima che fosse dato. Misesi
in gran pensiero per l’abito, e per gli ornamenti, e mandò a prendere in Città tutti i suoi
vestimenti migliori per iscegliere ed adattarsi il più bello. Andò intanto a far visita ad una delle
Signore, che per tirarla in rete l’accolse vestita in un modo il più capriccioso e bizzarro, con
degli ornamenti da scena, e con un contrasto di colori, e di cose il più grottesco che immaginar si
potesse. Sembrava al busto una contadina, alla gonna un’amazzone. Una larga serica fascia vermiglia
dalla spalla sinistra scendevale al destro fianco ove annodata pendevano dalle sue estremità
de’fiocchi d’argento. Sopra il crine raccolto in piccoli anelli senza polvere aveva una spezie di
turbante di veli a più colori ornato di nere piume a’lati e alla sommità. Un vezzo di grosse perle
circondavale il collo, e le scendeva sul petto, i guanti erano rossi, le calzette verdi, le scarpe
da ballerina.</p>
<p>La nostr’Artigiana rimase estatica a quell’apparato da scena, ma coraggio non ebbe di palesare il
suo stupore per timor di farsi corbellare ignorando le invenzioni delle ultime mode. Uscì da’suoi
dubbj quando un’Amica della Signora giunse in un abito simile al suo, e cogli stessissimi
adornamenti. La mascherata sostennesi con tutta la franchezza, e quei che consigliata l’avevano, o
col silenzio, o colle lodi accreditarono la finzione, e fecero sentire all’ingannata donna volgare,
che s’ella non voleva far una trista figura bisognava che al luminoso Festino comparisse vestita
così, come avrebbe vedute tutte le altre donne di qualità. Ella si affannò per non avere colà chi
potesse servirla; le fu esibita una cameriera abilissima, prevenuta già dello scherzo, ne accettò
l’offerta, si mise nelle sue mani, e si lasciò fare quant’occorreva per l’ideato spettacolo.</p>
<p>Giunta la sera destinata, la nostra corbellata Femmina, per farla anche in questa da grande, fu
una delle ultime a comparire nell’illuminato Palazzo. Avanzandosi nella Sala a passi di riverenza
mal misurati, al fianco di suo Cugino, che per distinguersi anch’esso e brillare una figura parea
de’tarocchi, si trovò sola vestita in quel modo, e si girò invano d’intorno per cercarne
qualch’altra. Si destò un applauso di mani come al comparire in iscena d’un’Attrice favorita dal
Pubblico, indi si lasciò libero il corso alle risa, e quella infelice disingannata ebbe a svenire
dalla vergogna, e dal dolore. Sostennesi al braccio del suo sba-<pb n="678"></pb>lordito Cugino, ch’ebbe
esso pure la sua gran parte d’applausi, e uscendo ripeteva: <hi rend="italic">mi pareva impossibile:
mi pareva impossibile.</hi></p>
<p>Tornata alla sua abitazione si mise a letto, e da tre giorni non si sà più nulla di Lei, nè si
lasciò vedere da alcuno.</p>
<p>Se questa scena umiliante le ha fatto concepire che non conviene ad una donna volgare darsi
l’aria di Dama; che non si stà meglio che nella sua sfera; e ch’è derisibile il voler rassomigliare
ad altri che a sè medesimi, e pericoloso l’abusare della confidenza de’Grandi, ella saprà trarne
profitto onde vivere colle sue pari, e rispettare la Nobiltà. <milestone rend="closer" unit="EX"></milestone>
<milestone rend="closer" unit="E3"></milestone></p>
<p>Non sappiamo in quale Stato avvenuto sia questo comico giuoco, ma siamo assicurati della sua
veracità da chi ce lo scrisse anonimamente, e l’abbiamo pubblicato di buon grado ad insegnamento di
certi fosfori artifiziali, che voglion brillare in campagna come le stelle del Firmamento, e si
fanno ridicoli alla necessità di scoprire l’opacità de’lor corpi.</p>
</div2>
<div2>
<head><hi rend="italic">Teatri.</hi></head>
<p rend="SO">In un’altra Lettera pervenutaci jeri da Treviso si ratificano le prime nuove. Dicesi
che il Primo Musico <hi rend="italic">mostra una disposizione di diventar buono studiando</hi>, e in
ciò non accordasi la deffinizione colla precedente che loda l’uomo attuale, non il futuro.</p>
<p>Trà le nostre Comiche Compagnie finora ha il maggior concorso quella del <hi rend="italic">Pelandi</hi> a Sant’Angiolo, o sia per le Commedie dell’Arte, o per le studiate Composizioni. Della
<hi rend="italic">Sposa vittima dell’onore</hi> s’è detto, e si dice il suo bene, e il suo male. Si
farebbe un torto gravissimo all’intelligenza di questo Pubblico accusandolo d’indiscretezza se
applaudendo dove lo merita l’infaticabile Sig. <hi rend="italic">Federici</hi>, manifesta, e
disapprova i difetti delle sue produzioni. Si deve animare un ingegno che tanto affaticasi, e si
tormenta in un genere di letteratura de’più difficili: ma una critica giusta e sensata può utilmente
correggerlo, e fare di lui un Autore stimabile. In questa ultima sua Rappresentazione egli ebbe il
coraggio di trattare un argomento nuovo e pericoloso, nè in tutte le sue situazioni ha saputo
maneggiarlo con que’sommi riguardi che merita il Pubblico composto di tante persone diverse per
sentimento, per indole, per costumi. Ci basta d’esser intesi su questo proposito dagli Uditori saggi
e avveduti. Egli è un peccato, che questo Autore il quale ha il talento da sostenersi allorchè
sembrano imminenti le sue cadute, non pensi un pò più al fondamento delle azioni prima di por mano
al lavoro. Nasce da questo che se gli spettatori volgari escono dal Teatro storditi da’colpi di
scena, dagli scoprimenti, dalle vicende, quelli che sopra d’essi colla cognizione sollevansi restano
disgustati. Di fatti come possiamo essere sedotti da un’invenzione il cui piano sia inverisimile e
falso? La <hi rend="italic">Sposa</hi> si fa <hi rend="italic">vittima dell’onore</hi>, per salvare
la vita a suo Padre, e dà la mano all’amante ch’Ella non ama, per impedire un duello. Ma è
ragionevole, è naturale, che un amante sviscetato bensì, ma di rango militare, e di carattere anche
troppo docile, come si dimostra in appresso, sfidi a battersi il di Lei Padre, perchè gliel’ha
promessa pubblicamente, quando non ha la menoma colpa nella negativa di sua Figlia, anzi per essa si
mostra sconsolato al sommo ed afflitto? Aggiungasi che questo Amante è di lui ospite da lungo tempo,
che vive in sua Casa come persona della Famiglia, ch’è Figlio (come si crede) d’un di lui carissimo
Amico. E un Padre saggio s’abbandona al-<pb n="679"></pb>le massime del fals’onore per accettare la
sfida nè sà sottrarsi co’ripieghi della prudenza avvalorati dalle Leggi de’Principi per non esporsi
al pericolo di restar ucciso, o d’uccidere un Amante disperato, un amico, un ospite? Ecco quali
ostacoli ha dovuto superare l’Autore, perchè la Figlia si facesse <hi rend="italic">vittima
dell’onore</hi> mancando di fedeltà ad un amante lontano da Lei adorato, ed isposandosi a quello
ch’ella non ama, perchè tenghi la spada nel fodero. Bello si è poi, che rimproverato di questa
sfida, dalla sua Sposa, le protestò, che non potendo vivere senza di Lei, voleva morire, e che in
duello si sarebbe lasciato ammazzar da suo Padre. Perchè non uccidersi colle sue mani senza cercar
un carnefice, se aveva questa intenzione? Perchè in tal caso non v’era la necessità del sacrifizio,
base della Commedia. Chi può mai essere penetrato dalla morale, dalla virtù, dal platonismo della
Sposa di nome, dalle belle massime che impiega per rendere tollerabile allo Sposo suo una divisione
di letto, se si conoscono effetto d’un’ostinata passione, e d’un disamore per quello a cui col suo
nodo s’è resa soggetta? Simili esempj dovrebbero escludersi dalle Scene in un Secolo troppo disposto
ad esserne attaccato dalla mala influenza. Lode al Cielo che tutto finisce bene, perchè si scopre
essere suo Fratello quello a cui fecesi sposa, e così tornando libera può accoppiarsi all’altro
Amante che arriva. Ma la ragione del silenzio del finto Padre del di Lei Fratello sulla vera sua
nascita può esser più debole? L’inganno fu necessario per l’intreccio, e lo sviluppo dell’azione,
per ridurre delle scene interessanti, ma dov’è la poetica probabilità? Quanto è desiderabile che il
talento impiegato dal Sig. <hi rend="italic">Federici</hi> per abbagliarci col falso, s’impieghi
alla scelta di migliori soggetti, e allo studio della verità, e della della nautra!</p>
<p>Della Tragedia <hi rend="italic">Giovanni </hi>di<hi rend="italic"> Barbiano</hi> ch’ebbe a S.
Luca una delle solite repliche per forza, non se ne dice nulla. Ove tutto è male lasciamo all’obblio
i suoi diritti.</p>
</div2>
<div2>
<head><hi rend="italic">Vendita Sal di Canale.</hi></head>
<p rend="SO">Il Possessore del Sal di Canale Privilegiato dall’Eccellentissimo Magistrato alla
Sanità di Venezia avverte il Pubblico, che d’or innanzi 20 ottobre 1789. non si dispensa più il
suddetto Sale dallo <hi rend="italic">Spicier</hi> da Confetti Sig. <hi rend="italic">Bernardo
Nado</hi>: ma per maggior comodo de’Concorrenti si venderà a oncie al Caffè di <hi rend="italic">Bertazzi</hi> in bocca di Piazza S. Marco, a S. Giminian.</p>
<p>Giù del ponte <hi rend="italic">di</hi>
<hi rend="italic">Barcarioli</hi> a San Fantino la porta vicina al Fabbro si dispensa all’ingrosso,
ed al minuto al solito prezzo, ed in San Stefano dal R. P. <hi rend="italic">Priore Nicolai</hi>:
resta però nullo il recapito, che stà nelle ricette vecchie al detto <hi rend="italic">Bernardo
Nado</hi>, il quale sarà cambiato alla nuova ristampa delle dette.</p>
</div2>
<div2>
<head><hi rend="italic">Continuazione de’Bastim. arrivati.</hi></head>
<p rend="SO">Nave Cap. Dom. Daltin manca da S. Maora li 29 Settembre, Parc. il Sig. Ant. Molena con
319 mog. di sale e 5 misure, 20 cai oglio, 400 lib. di sevo.</p>
<p>Tartanon P. Franc. Davanzo d’Anna con 10 m. e 4 cento baccalari, 2 bal. finimenti.</p>
<p>Piel. P. Seb. Battistuzzo da Piran con 100 mog. di sale.</p>
<p>15 detto. Checchia Capit. Ant. Lizza manca da Lisbona 45 giorni rac. a sè med. con 136 casse 8
cassette e lib. 50 di zuccaro bianco, 46 cas. zuc. mascabà, una cassetta zuccaro, una balletta accie
di ritorno.</p>
<p><pb n="680"></pb> Nave nominata Annatolia Cap. Gugl. Emery Inglese manca da Stockolm li 3 Agosto rec.
al Sig. Gius. Treves qu. Eman. con 1250 bar. catrame, 30 casse lamarini di ferro, 60 lame e 27
pacchetti ferro grezzo.</p>
<p>16 detto. Trab. P. Ant. Marinich da Zara con 4 cai oglio.</p>
<p>Checchia il Cocchio di Nettuno Cap. And. Zanchi manca da Lisbona li 26 Agosto, Parc. Sig. Gio.
Carminati qu. Gius. con 239. cas. zuccaro bianco. 62 cas. zuc. mascabà, 897 pezzi Legno Brasil, 14
bar. e una cassetta liquori.</p>
<p>Piel. P. Biagio Florio manca da Ceffalonia li 17 Set. rac. al Sig. Pietro Florio con 40 cai
oglio, 92 cai Moscato, 350 fag. uva passa, 10 carat. miel 245 St. sem. di lino.</p>
<p>Checchia Cap. Bart. Scarpa manca da Ceffalonia li 17 Set. Parc. il Sig. Ben. Scarpa con 220 St.
sem. di lino, 707 fag. e 26 fagottini uvapassa, 64 cai moscato, 11 bar. e 3 carat. miel, 21 cai
oglio, 6500 lib. zibizzo, 1500 lib. vetro rotto.</p>
<p>Piel. P. Giov. Busetto manca da S. Maora li 5 Set. e da Corfù li 26. Parc. Sig. Ang. Busetto con
164 mog. di sale 39 col. Filati, 22 colli e 17 bal. sengona, un fag. boccassini, 2 col. filati
rossi, un fag. cordoni di lana, 2 col. cera gialla, 5 carat. oglio.</p>
</div2>
<div2>
<head><hi rend="italic">D’Affittare.</hi></head>
<p rend="SO">Mezzadi ad uso di Casa, due de’quali posson servir di Camere da Letto e due Camerini,
Tinello Cucina Caneva, Canevin, e Pozzo all’Anno Ducati 60.</p>
<p>Le Chiavi sono nel Palazzo del N. H. <hi rend="italic">s.</hi>
<hi rend="italic">Renier</hi>
<hi rend="italic">Zen</hi> alla Riva<hi rend="italic"> di Biasio</hi>.</p>
<div3>
<head>Savio in Settimana</head>
</div3>
<div3>
<head>Per la prossima v.</head>
<p>s. <hi rend="italic">Francesco Lippomano</hi>.</p>
</div3>
</div2>
<div2>
<head><hi rend="italic">Cambj.</hi></head>
<p rend="date">23. Ottobre.</p>
<p>Lione 57 e un 4to.</p>
<p>Parigi 56 e 3 4ti.</p>
<p>Roma 63 e 3 8vi.</p>
<p>Napoli 115 e 3 4ti.</p>
<p>Livorno 100.</p>
<p>Milano 155.</p>
<p>Genova 91 e un 8vo.</p>
<p>Amsterdam 93 e mezzo.</p>
<p>Londra 48 e 3 4ti.</p>
<p>Augusta 103.</p>
<p>Vienna 197 e mezzo.</p>
</div2>
<div2>
<head><hi rend="italic">Prezzi delle Biade.</hi></head>
<p>Formento dalle L. 32.10 alle 33.</p>
<p>Sorgo Turco a L. 16:10</p>
<p>Segale a L. 21.</p>
<p>Fag. bianchi a L. 22:10</p>
<p>Miglio a L. 18.</p>
<p>Risi a Duc. 34 a 34.12.</p>
</div2>
<div2>
<head><hi rend="italic">Commedie per questa sera.</hi></head>
<div3>
<head>A S. Luca.</head>
<p><hi rend="italic">Il ritorno d’Ulisse in Itaca</hi>. Tragedia.</p>
</div3>
<div3>
<head>A S. Gio: Grisostomo.</head>
<p><hi rend="italic">La Gabbia de’Matti ec</hi>.</p>
</div3>
<div3>
<head>A S. Angiolo.</head>
<p><hi rend="italic">Truffaldino duellista ec.</hi></p>
<p>Jeri seguì l’ultima replica della <hi rend="italic">Vittima</hi> ec.</p>
<p rend="SO"><hi rend="italic">Si ricevono in ognj tempo le Assocciazioni a questo Foglio da’Libraj
</hi>Colombani<hi rend="italic"> a S. Bartolommeo, e </hi>Curti<hi rend="italic"> a S. Giuliano.
</hi><milestone rend="closer" unit="E2"></milestone>
<milestone rend="closer" unit="E1"></milestone></p>
<p></p>
</div3>
</div2>
</div1>
</body>
      </text>
      <text ana="framings">
        <body xml:space="preserve">
<div>
<ab>
<seg synch="#FR.1" type="E1"> Num. 85 Sabbato 24 Ottobre 1789. <seg synch="#FR.2" type="E2">
<seg synch="#FR.3" type="E3">
<seg synch="#FR.4" type="LB"> Signor Gazzettiere Riveritiss. <seg type="DT">Treviso 19 Ottobre
1789.</seg> Jeri sera si è rappresentata l’indicata Opera Gernando, e Rosimonda. Credo di farle cosa
grata coll’avanzarle le più imparziali notizie. Il Sig. Violani primo Soprano incontra moltissimo,
ha bellissima voce, agilità, ed azione, e si distingue moltissimo nell’aria del primo Atto, che ha
replicata riscuotendo gli applausi, degl’intendenti di Musica, e di tutti gli spettatori. Il Sig.
Franchi Tenore è passabile. La prima donna non piace. La Musica dell’Opera sarà buona, ma non
incontra per niente. Il primo Ballo è un pò lungo, ma piacque moltissimo. Il Sig. Beretti che n’è
l’inventore è stato molto applaudito, così la Sig. Villeneuve che sono stati ambidue chiamati al
fine del Ballo a comparire per ricevere gli applausi dei Spettatori. Così del secondo Ballo ch’è
graziosissimo. Il Scenario bello. Il Vestiario nuovo e magnifico, e senza risparmio, tanto
dell’Opera che dei Balli. Scarsa l’illuminazione. L’orchestra và poco bene. Eccole la verità, che le
verrà ripetuta anche a voce. Un leggitore della sua Gazzetta. </seg>
</seg> Furon scolpite sulla sepoltura d’un infermiccio queste poche parole: Io stava bene, ma per
istar meglio mi trovo qui. È certo che il timor della morte non di rado è mortale, e ci obbliga a
prendere, per conservare la nostra vita, delle misure, che non servono che a rapircela. La
riflessione d’alcuni Istorici, che si uccide più gente in una fuga, che in una battaglia regolata,
può applicarsi a quell’infinito numero d’ammalati immaginarj, che rovinano la loro costituzione
co’rimedj che prendono, e che per iscappar dalla Morte si gettano nelle sue braccia. Non è
biasimevole un uomo, che si prenda una cura legittima della sua salute: ma non pensare che alla
conservazione della sua vita, non aver in capo che de’rimedj, e delle regole per ben usarne, queste
son basse viste indegne della nobiltà del nostro essere. Una continua inquietudine per la vita ne
toglie tutto <pb n="674"></pb>il piacere: non si gusta alcuna soddisfazione d’una cosa che ad ogni
momento si teme di perdere. La condotta della vita dev’essere il nostro scopo principale, e la sua
conservazione divenirne l’accessorio. Così tranquillamente scorrono i nostri giorni senza desiderar
nè temere la morte. La seguente Lettera fa vedere sino a qual punto può giungere la stravaganza d’un
debol cervello. <seg synch="#FR.5" type="E3">
<seg synch="#FR.6" type="LB"> Signor Gazzettiere. “Io son del numero di quella fragile tribù, che
comunemente si chiama de’malatticcj, e vi confesso che ho contratto questa cattiva abitudine del
corpo, o piuttosto dello spirito, dallo studio della Medicina. Dacchè m’applicai alla lettura
de’Libri che d’essa trattano, ho sentito che il mio polso alteravasi: non leggeva quasi mai la
descrizione d’una malattia, senza che mi paresse d’esserne travagliato. L’erudito trattato sulle
febbri del Dottore Sydenham mi produsse una febbre languida che non m’abbandonò mai in tutto il
tempo da me impiegato su questa eccellente Opera. Mi sono poi rivolto alla lettura di diversi
Autori, ch’hanno scritto sulla tisichezza, e mi credei subito attaccato dalla consunzione; ma
essendo divenuto molto grasso una spezia di vergogna mi guarì in certo modo da questa trista
immaginazione. In appresso mi vidi assalito da tutti i sintomi della gotta, eccettuandone il dolore;
ma fui guarito dalla lettura d’un trattato sulla Renella, scritto da un ingegnosissimo Autore, che
secondo la pratica de’Medici, avvezzi ad iscacciare un male coll’altro, mi diede la pietra per
liberarmi dalla gotta. In fine ho studiato tanto, che mi tirai addosso una complicazione di
malattie; ma dopo aver letto l’eccellente Discorso del Santorio, che mi venne accidentalmente alle
mani, risolsi di seguire il suo metodo, e d’osservare tutte le sue regole, che aveva raccolte colla
maggior diligenza. Tutti gli uomini di Lettere sanno che questo abile Autore per meglio fare le sue
esperienze, aveva inventato una seggiola matematica, sì artifiziosamente sospesa in aria con delle
molle, che si poteva pesar tutto come nelle bilancie. In questa maniera egli sapeva quante oncie del
suo nutrimento dissipavasi dalla traspirazione, quale quantità convertivasi in sua propria sostanza,
e ciò che andava per l’altre vie della natura. Dopo essermi munito d’una di queste sedie
m’accostumai a studiarvi, mangiare, bere, e dormire, di modo che si può dire, che da tre anni vivo
in un pajo di bilancie. Secondo il mio calcolo, quando sono in perfetta salute, io peso esattamente
duecento libbre; ne perdo una o due appresso poco per il digiuno d’un giorno, e ne acquisto una di
più dopo un buon pasto; cosi m’occupo incessantemente a tener la bilancia eguale tra queste due
libbre volatili della mia costituzione. Ne’miei pasti ordinarj aumento il mio peso sino a duecento
libbre e mezza; e se dopo aver desinato mancavi qualche oncia bevo, o mangio tanto pane che basti a
farmi giungere a questo peso. Ne’miei maggiori eccessi, io non vi aggiungo che l’altra mezza libbra;
il che fò per la mia salute tutti i primi lunedì d’ogni mese. Quando dopo il pranzo mi trovo ben
bilanciato passeggio sino a tanto ch’io abbia traspirato il valore di cinque oncie e quattro
scrupoli. Ridotto a questo punto mi attacco a’miei libri e ne consumo tre oncie e mezza di più
studiando. Per il resto della libbra non ne tengo conto. Non ho mai ore determinate per il pranzo, o
per <pb n="675"></pb>la cena; ma se la mia seggiola m’avvisa che la mia libbra di nutrimento è consumata
da ciò concludo che ho fame, e subito mangio un boccone. Ne’ digiuni ordinarj io perdo una libbra e
mezza del mio peso; i solenni me ne costano due. La mia dose di sonno, nel computo periodico di
molte notti, è d’un quarto di libbra soggetto a qualche diminuzione, od aumento d’alcuni grani; e se
al levarmi trovo di non aver consumata questa porzione, io perdo il resto sulla mia seggiola. Da un
calcolo esatto di ciò che ho perduto o acquistato nell’anno scorso riguardo al peso, registrato in
un libro che tengo a bella posta per questo, mi si mostra ch’è ritornato all’ordinario delle libbre
duecento, di modo che non credo che la mia salute si sia diminuita d’un’oncia, durante questo
intervallo. Comunque ciò sia, malgrado tutte le cure che io mi prendo di tenere il mio corpo in un
giusto equilibrio, mi veggo ridotto ad uno stato languente e debole; son divenuto pallido, ho il
polso ineguale, e son minnacciato d’idropisia. Abbiate dunque la bontà, caro Signor Gazzettiere, di
ricevermi nel numero de’vostri pazienti, e di comunicarmi, o tentare di farmi comunicare per mezzo
del vostro Foglio delle regole più certe di quelle che osservai sino ad ora. Voi obblighererete
molto in tal modo chi si protesta di essere” Vostro affezionatissimo ec. </seg>
</seg>
<seg synch="#FR.7" type="MT"> A voi ammalati di fantasia, spasmodici immaginarj, vittime di
coltivati timori, divorati da’mali che vi create, a voi consigliate questo infelice, che farà tutto
quello gli verrà insegnato dalla dottrina messa in pratica per conservare la vita, che ad altro non
serve, nel vostro caso, che a renderla un tormento continuo. Se poi la sua Lettera è uno scherzo per
metter in canzone la vostra debolezza, egli riderà delle vostre Ricette, e s’unirà a quei che
divertonsi delle follie de’vostri pari. </seg>
<seg type="DT"><seg synch="#FR.8" type="E3">
<seg synch="#FR.9" type="LB"> Montebello 22 Ottobre 1789.</seg> Domenica 18 corr. fui a Vicenza, e
restai sorpreso dal grandioso spettacolo del Teatro Olimpico magnificamente illuminato. Viddi
l’abbondanza d’un ben diretto Rinfresco per quella Nobiltà, ed ascoltai una letteraria Accademia in
onore del N. H. Pindemonte che terminò gloriosamente la sua Pretura. Senza dar giudizio a colpo
d’orecchia di que’varj Componimenti, che quanto prima stampati subiranno la corrispondente Censura,
senza secondi fini, ma innocentemente rifletto, che quanto fu recitato in versi ebbe la sorte
d’esser sentito senza confusione, e bisbiglio, e niente impazientò, e seccò quella immensa mista
folla di Spettatori. E Martedì stando per accidente sulla porta della mia Casa fui con sommo piacere
presente all’arrivo d’una lietissima Compagnia di Signori diretta all’Almisan ad un Pranzo
destinatogli dal Nobile Proprietario di quel luogo. Precedeva un bel Sterzo, in cui v’era una
giovine Dama, bella, e graziosa, e tre Gentiluomini, e seguivano altri quattro Sterzi tutti a quatro
Cavalli con quattro persone in ciascheduno. Smontarono questi venti Signori al nostro Caffè, dove
all’improvviso s’udì l’armonia di cinque straordinarii stromenti a fiato, che pose in moto tutto il
Paese. Dopo mezz’ora partirono colla dilettevolissima Banda de’Suonatori, e s’avviarono al sito del
Pranzo. Le relazioni, ch’ebbi esternamente, mi resero nota la finitissima lautezza del pranzo,
l’allegria del suono, la giocondità della conversazione, ed il passaggio troppo sollecito d’una
giornata la più felice. Ho saputo che quella Dama, e que’Signori erano gente di spirito, e di ottimo
gu-<pb n="676"></pb>sto, e venni a rilevare, che la maggior parte d’essi compongono una brillantissima
Società senza invidiosi e senza nemici, che in Vicenza rende celebre, e riguardevole una Bottega da
Cioccolata, ove si raduna la sera; e che in quella Radunanza, nella quale non può entrare nè la
Etichetta de’Magnati Analfabetici, nè la insensatezza delle Menti Alpine, nè il contrabbando de’Sali
Licambici, con naturale prudenza si parla d’ogni cosa, con bellissimo artifizio d’ogni cosa si ride,
e d’ogni cosa senza pregiudizio si sà dire la verità. Ab. D. G. B. G. </seg>
</seg>
<seg synch="#FR.10" type="E3"> I pericoli di chi vuol comparire ciò che non è. <seg synch="#FR.11" type="EX"> Ne’luoghi ove vi son de’Bagni, o si prendon le acque, o dove villeggiasi, il comun
bisogno di salute, e di società approssima le varie condizioni, e rende tollerabile alle persone di
certo grado la confidenza di quelle che son ad esse inferiori. È vero, che questi onori son
passeggieri, e non resistono all’aria della Città ove ciascuno concentrasi nella sua sfera, e
sublimare non lascia i vapori delle più basse. Per questo chi ha giudizio rinunzia all’effimero
vantaggio d’un sorriso, d’una carezza, d’una famigliarità ad imprestito, e non si espone al disgusto
di trovare alla Patria composte alla serietà certe faccie, che in Villa prendono i lineamenti della
più gioconda mansuetudine. Figlia, e moglie d’artigiani, ma ricca per una recente eredità, si trova
ad una certa villeggiatura una donna, che al vedersi trattata con rispetto dagli uomini di
condizione, e con amorevolezza dalle Signore considerabili non meno per nascita che per dovizie, s’è
riscaldata a segno di credersi qualche cosa di grande, e vuole gareggiare con loro. Amando il
giuoco, e potendo perdere, e pagare non è stupore se venga a braccia aperte ricevuta per tutto.
Vuole da chi la serve dell’Illustrissima, e se la gente di Villa scorre talvota coll’Eccellenza non
se n’ha a male. La compagnia di suo marito è per lei intollerabile. Non la soffre che in Città ed in
casa, e si vergognerebbe di farsi vedere al suo fianco, perch’è di brutta figura, triviale di
portamento, di maniere ingenuamente grossolane, e và vestito con decente semplicità prescritta dalla
sua condizione. Egli la tratta come una sua padrona, e basterebbe ch’ella il volesse per istarle
dietro come un vero Servitore. Ha seco un di lei Cugino, che non ha al Mondo altri beni che la sua
grazia onde se la coltiva con tutto l’impegno per viver bene a sue spese. Le piace di essere
adulata, e non potrebbe trovare un uomo a proposito più di quello da secondarla in tutte le sue
stravaganze, e da lodare tutto ciò ch’ella pensa ed opera. Non è nè bella, nè brutta, nè vecchia, nè
giovine, vuol dire quel che non sà, e per mostrar dello spirito si fa ridicola. Per darsi l’aria di
donna di qualità studia i modi di parlare, i gesti, i complimenti, i comandi, le grazie, gli scherzi
delle più distinte di quelle Signore, e l’affettazione nell’imitarle, o gli sbaglj che prende nel
farlo, divertono la nobil brigata per cui è divenuta il soggetto migliore di trattenimento. Per
continuarselo ed accrescerlo, tutti gl’Individui della medesima, sì dell’uno che dell’altro Sesso,
si accordarono di trattarla colla maggior confidenza, ed ebber ordine i loro Servitori di farle
riverenze ed inchini. Allora sì che la vescica gonfiossi, e ne’suoi balzi divenne il trastullo della
Compagnia. Avendo a fare con gente accorta, e di vero spirito, Ella che non potea conoscerne i
raffinamenti e le astuzie, si credea che ridesse per tutt’altro che <pb n="677"></pb>per suo conto, ed
essendo una macchina mossa dalle altrui fuste rideva anch’ella cogli altri divenendo senza saperlo
spettacolo e spettatrice ad un tempo medesimo. Era facile, che un capo così sventato, la mancanza
d’educazione, le seduzioni ingegnose che la circuivano, concepir le facessero dell’orgoglio, e la
esponessero a qualche pubblico affronto. Pur troppo ciò avvenne. Certi Giovinotti, che si misero a
corteggiarla per burla, le trassero scaltramente di bocca quanto Ella sentiva circa alle Signore
della conversazione, e finsero al naturale d’approvare le sue decisioni. Una, secondo Lei, era una
stupida che faceva languir l’adunanza al comparire soltanto; un’altra una ciarliera che non taceva
mai, e diceva più spropositi che parole; quella una maldicente che spargeva il biasimo su ogni cosa;
questa una sciocca che credeva tutto; niuna in somma, niuna era, a suo dire, provveduta di qualità
stimabili, e degne della sua nascità. Si seppe tutto da tutti, e s’inventò una burla graziosa per
punire la sua temerità. Stabilito un Festino fu pur essa compresa nel generale invito, e lo ebbe
otto giorni prima che fosse dato. Misesi in gran pensiero per l’abito, e per gli ornamenti, e mandò
a prendere in Città tutti i suoi vestimenti migliori per iscegliere ed adattarsi il più bello. Andò
intanto a far visita ad una delle Signore, che per tirarla in rete l’accolse vestita in un modo il
più capriccioso e bizzarro, con degli ornamenti da scena, e con un contrasto di colori, e di cose il
più grottesco che immaginar si potesse. Sembrava al busto una contadina, alla gonna un’amazzone. Una
larga serica fascia vermiglia dalla spalla sinistra scendevale al destro fianco ove annodata
pendevano dalle sue estremità de’fiocchi d’argento. Sopra il crine raccolto in piccoli anelli senza
polvere aveva una spezie di turbante di veli a più colori ornato di nere piume a’lati e alla
sommità. Un vezzo di grosse perle circondavale il collo, e le scendeva sul petto, i guanti erano
rossi, le calzette verdi, le scarpe da ballerina. La nostr’Artigiana rimase estatica a
quell’apparato da scena, ma coraggio non ebbe di palesare il suo stupore per timor di farsi
corbellare ignorando le invenzioni delle ultime mode. Uscì da’suoi dubbj quando un’Amica della
Signora giunse in un abito simile al suo, e cogli stessissimi adornamenti. La mascherata sostennesi
con tutta la franchezza, e quei che consigliata l’avevano, o col silenzio, o colle lodi
accreditarono la finzione, e fecero sentire all’ingannata donna volgare, che s’ella non voleva far
una trista figura bisognava che al luminoso Festino comparisse vestita così, come avrebbe vedute
tutte le altre donne di qualità. Ella si affannò per non avere colà chi potesse servirla; le fu
esibita una cameriera abilissima, prevenuta già dello scherzo, ne accettò l’offerta, si mise nelle
sue mani, e si lasciò fare quant’occorreva per l’ideato spettacolo. Giunta la sera destinata, la
nostra corbellata Femmina, per farla anche in questa da grande, fu una delle ultime a comparire
nell’illuminato Palazzo. Avanzandosi nella Sala a passi di riverenza mal misurati, al fianco di suo
Cugino, che per distinguersi anch’esso e brillare una figura parea de’tarocchi, si trovò sola
vestita in quel modo, e si girò invano d’intorno per cercarne qualch’altra. Si destò un applauso di
mani come al comparire in iscena d’un’Attrice favorita dal Pubblico, indi si lasciò libero il corso
alle risa, e quella infelice disingannata ebbe a svenire dalla vergogna, e dal dolore. Sostennesi al
braccio del suo sba-<pb n="678"></pb>lordito Cugino, ch’ebbe esso pure la sua gran parte d’applausi, e
uscendo ripeteva: mi pareva impossibile: mi pareva impossibile. Tornata alla sua abitazione si mise
a letto, e da tre giorni non si sà più nulla di Lei, nè si lasciò vedere da alcuno. Se questa scena
umiliante le ha fatto concepire che non conviene ad una donna volgare darsi l’aria di Dama; che non
si stà meglio che nella sua sfera; e ch’è derisibile il voler rassomigliare ad altri che a sè
medesimi, e pericoloso l’abusare della confidenza de’Grandi, ella saprà trarne profitto onde vivere
colle sue pari, e rispettare la Nobiltà. </seg>
</seg> Non sappiamo in quale Stato avvenuto sia questo comico giuoco, ma siamo assicurati della sua
veracità da chi ce lo scrisse anonimamente, e l’abbiamo pubblicato di buon grado ad insegnamento di
certi fosfori artifiziali, che voglion brillare in campagna come le stelle del Firmamento, e si
fanno ridicoli alla necessità di scoprire l’opacità de’lor corpi. Teatri. In un’altra Lettera
pervenutaci jeri da Treviso si ratificano le prime nuove. Dicesi che il Primo Musico mostra una
disposizione di diventar buono studiando, e in ciò non accordasi la deffinizione colla precedente
che loda l’uomo attuale, non il futuro. Trà le nostre Comiche Compagnie finora ha il maggior
concorso quella del Pelandi a Sant’Angiolo, o sia per le Commedie dell’Arte, o per le studiate
Composizioni. Della Sposa vittima dell’onore s’è detto, e si dice il suo bene, e il suo male. Si
farebbe un torto gravissimo all’intelligenza di questo Pubblico accusandolo d’indiscretezza se
applaudendo dove lo merita l’infaticabile Sig. Federici, manifesta, e disapprova i difetti delle sue
produzioni. Si deve animare un ingegno che tanto affaticasi, e si tormenta in un genere di
letteratura de’più difficili: ma una critica giusta e sensata può utilmente correggerlo, e fare di
lui un Autore stimabile. In questa ultima sua Rappresentazione egli ebbe il coraggio di trattare un
argomento nuovo e pericoloso, nè in tutte le sue situazioni ha saputo maneggiarlo con que’sommi
riguardi che merita il Pubblico composto di tante persone diverse per sentimento, per indole, per
costumi. Ci basta d’esser intesi su questo proposito dagli Uditori saggi e avveduti. Egli è un
peccato, che questo Autore il quale ha il talento da sostenersi allorchè sembrano imminenti le sue
cadute, non pensi un pò più al fondamento delle azioni prima di por mano al lavoro. Nasce da questo
che se gli spettatori volgari escono dal Teatro storditi da’colpi di scena, dagli scoprimenti, dalle
vicende, quelli che sopra d’essi colla cognizione sollevansi restano disgustati. Di fatti come
possiamo essere sedotti da un’invenzione il cui piano sia inverisimile e falso? La Sposa si fa
vittima dell’onore, per salvare la vita a suo Padre, e dà la mano all’amante ch’Ella non ama, per
impedire un duello. Ma è ragionevole, è naturale, che un amante sviscetato bensì, ma di rango
militare, e di carattere anche troppo docile, come si dimostra in appresso, sfidi a battersi il di
Lei Padre, perchè gliel’ha promessa pubblicamente, quando non ha la menoma colpa nella negativa di
sua Figlia, anzi per essa si mostra sconsolato al sommo ed afflitto? Aggiungasi che questo Amante è
di lui ospite da lungo tempo, che vive in sua Casa come persona della Famiglia, ch’è Figlio (come si
crede) d’un di lui carissimo Amico. E un Padre saggio s’abbandona al-<pb n="679"></pb>le massime del
fals’onore per accettare la sfida nè sà sottrarsi co’ripieghi della prudenza avvalorati dalle Leggi
de’Principi per non esporsi al pericolo di restar ucciso, o d’uccidere un Amante disperato, un
amico, un ospite? Ecco quali ostacoli ha dovuto superare l’Autore, perchè la Figlia si facesse
vittima dell’onore mancando di fedeltà ad un amante lontano da Lei adorato, ed isposandosi a quello
ch’ella non ama, perchè tenghi la spada nel fodero. Bello si è poi, che rimproverato di questa
sfida, dalla sua Sposa, le protestò, che non potendo vivere senza di Lei, voleva morire, e che in
duello si sarebbe lasciato ammazzar da suo Padre. Perchè non uccidersi colle sue mani senza cercar
un carnefice, se aveva questa intenzione? Perchè in tal caso non v’era la necessità del sacrifizio,
base della Commedia. Chi può mai essere penetrato dalla morale, dalla virtù, dal platonismo della
Sposa di nome, dalle belle massime che impiega per rendere tollerabile allo Sposo suo una divisione
di letto, se si conoscono effetto d’un’ostinata passione, e d’un disamore per quello a cui col suo
nodo s’è resa soggetta? Simili esempj dovrebbero escludersi dalle Scene in un Secolo troppo disposto
ad esserne attaccato dalla mala influenza. Lode al Cielo che tutto finisce bene, perchè si scopre
essere suo Fratello quello a cui fecesi sposa, e così tornando libera può accoppiarsi all’altro
Amante che arriva. Ma la ragione del silenzio del finto Padre del di Lei Fratello sulla vera sua
nascita può esser più debole? L’inganno fu necessario per l’intreccio, e lo sviluppo dell’azione,
per ridurre delle scene interessanti, ma dov’è la poetica probabilità? Quanto è desiderabile che il
talento impiegato dal Sig. Federici per abbagliarci col falso, s’impieghi alla scelta di migliori
soggetti, e allo studio della verità, e della della nautra! Della Tragedia Giovanni di Barbiano
ch’ebbe a S. Luca una delle solite repliche per forza, non se ne dice nulla. Ove tutto è male
lasciamo all’obblio i suoi diritti. Vendita Sal di Canale. Il Possessore del Sal di Canale
Privilegiato dall’Eccellentissimo Magistrato alla Sanità di Venezia avverte il Pubblico, che d’or
innanzi 20 ottobre 1789. non si dispensa più il suddetto Sale dallo Spicier da Confetti Sig.
Bernardo Nado: ma per maggior comodo de’Concorrenti si venderà a oncie al Caffè di Bertazzi in bocca
di Piazza S. Marco, a S. Giminian. Giù del ponte di Barcarioli a San Fantino la porta vicina al
Fabbro si dispensa all’ingrosso, ed al minuto al solito prezzo, ed in San Stefano dal R. P. Priore
Nicolai: resta però nullo il recapito, che stà nelle ricette vecchie al detto Bernardo Nado, il
quale sarà cambiato alla nuova ristampa delle dette. Continuazione de’Bastim. arrivati. Nave Cap.
Dom. Daltin manca da S. Maora li 29 Settembre, Parc. il Sig. Ant. Molena con 319 mog. di sale e 5
misure, 20 cai oglio, 400 lib. di sevo. Tartanon P. Franc. Davanzo d’Anna con 10 m. e 4 cento
baccalari, 2 bal. finimenti. Piel. P. Seb. Battistuzzo da Piran con 100 mog. di sale. 15 detto.
Checchia Capit. Ant. Lizza manca da Lisbona 45 giorni rac. a sè med. con 136 casse 8 cassette e lib.
50 di zuccaro bianco, 46 cas. zuc. mascabà, una cassetta zuccaro, una balletta accie di ritorno. <pb n="680"></pb>Nave nominata Annatolia Cap. Gugl. Emery Inglese manca da Stockolm li 3 Agosto rec. al Sig.
Gius. Treves qu. Eman. con 1250 bar. catrame, 30 casse lamarini di ferro, 60 lame e 27 pacchetti
ferro grezzo. 16 detto. Trab. P. Ant. Marinich da Zara con 4 cai oglio. Checchia il Cocchio di
Nettuno Cap. And. Zanchi manca da Lisbona li 26 Agosto, Parc. Sig. Gio. Carminati qu. Gius. con 239.
cas. zuccaro bianco. 62 cas. zuc. mascabà, 897 pezzi Legno Brasil, 14 bar. e una cassetta liquori.
Piel. P. Biagio Florio manca da Ceffalonia li 17 Set. rac. al Sig. Pietro Florio con 40 cai oglio,
92 cai Moscato, 350 fag. uva passa, 10 carat. miel 245 St. sem. di lino. Checchia Cap. Bart. Scarpa
manca da Ceffalonia li 17 Set. Parc. il Sig. Ben. Scarpa con 220 St. sem. di lino, 707 fag. e 26
fagottini uvapassa, 64 cai moscato, 11 bar. e 3 carat. miel, 21 cai oglio, 6500 lib. zibizzo, 1500
lib. vetro rotto. Piel. P. Giov. Busetto manca da S. Maora li 5 Set. e da Corfù li 26. Parc. Sig.
Ang. Busetto con 164 mog. di sale 39 col. Filati, 22 colli e 17 bal. sengona, un fag. boccassini, 2
col. filati rossi, un fag. cordoni di lana, 2 col. cera gialla, 5 carat. oglio. D’Affittare. Mezzadi
ad uso di Casa, due de’quali posson servir di Camere da Letto e due Camerini, Tinello Cucina Caneva,
Canevin, e Pozzo all’Anno Ducati 60. Le Chiavi sono nel Palazzo del N. H. s. Renier Zen alla Riva di
Biasio. <seg type="U3">Savio in Settimana</seg>
<seg type="U3">Per la prossima v.</seg> s. Francesco Lippomano. Cambj. <seg type="DT">23.
Ottobre.</seg> Lione 57 e un 4to. Parigi 56 e 3 4ti. Roma 63 e 3 8vi. Napoli 115 e 3 4ti. Livorno
100. Milano 155. Genova 91 e un 8vo. Amsterdam 93 e mezzo. Londra 48 e 3 4ti. Augusta 103. Vienna
197 e mezzo. Prezzi delle Biade. Formento dalle L. 32.10 alle 33. Sorgo Turco a L. 16:10 Segale a L.
21. Fag. bianchi a L. 22:10 Miglio a L. 18. Risi a Duc. 34 a 34.12. Commedie per questa sera. <seg type="U3">A S. Luca.</seg> Il ritorno d’Ulisse in Itaca. Tragedia. <seg type="U3">A S. Gio:
Grisostomo.</seg> La Gabbia de’Matti ec. <seg type="U3">A S. Angiolo.</seg> Truffaldino duellista
ec. Jeri seguì l’ultima replica della Vittima ec. Si ricevono in ognj tempo le Assocciazioni a
questo Foglio da’Libraj Colombani a S. Bartolommeo, e Curti a S. Giuliano. </seg>
</seg>
</ab>
</div>
</body>
      </text>
    </group>
  </text>
</TEI>
