Gazzetta urbana veneta: Num. 5
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Num. 5.
Parlando adesso della forma, e dell’edizione di questo volume,
diremo esser quella in comodo e maneggevole ottavo, e questa in
ottima carta, e nitido vistoso carattere. La numerazione delle
sue pagine arriva al 142 senza le non poche che comprendono, il
Frontispizio, la Dedica all’eccelso Cavaliere Spagnuolo il Sig.
Marchese d’Iranda, l’
idea dell’Opera, il Manifesto riprodotto, la Prefazione, e l’Indice de’Capitoli; e senza l’altre in cui son impresse le tavole in rame, e le loro spiegazioni. I Capitoli, abbracciati dal Discorso2che forma la materia di questo Tomo Primo son i seguenti. Del Teatro in generale. Giudizj opposti riguardo al Teatro. Idea di conciliarli. Origine del Teatro. Suo oggetto. Sua divisione. Poesia. Bella natura. Dramma. Regole comuni ad ogni Dramma. Della Tragedia. Regole della Tragedia. Storia della Tragedia. Della Commedia. Regole per la Commedia. Storia della Commedia. Della Pastorale. Dell’Opera in Musica. Dell’Argomento dell’Opera. Della Musica. Influenza della Musica. Essenza della Musica. Della Sinfonia. Del recitativo. Delle Arie. De’Cori. Delle burtlette in Musica. Degli Attori. De’Balli. Della decorazione. Del Teatro Materiale. Descrizione del Teatro antico. Del moderno. Loro confronto. Idea d’un nuovo Teatro. Cause de’difetti del Teatro, e mezzi per ristabilirlo. Per quelli, che letto non hanno il Manifesto è necessario almeno il ripetere che la scelta de’Capi d’Opera „non riguarderà solamente gli autori e le opere d’un medesimo Autore, ma talor le parti d’una sol opera, col prendersi ex. gr. due o tre scene sublimi d’un Dramma dell’Inglese Schakespeare, o dello Spagnuolo Lope de Vega, e col lasciar le loro assurdità, e le loro inezie agli amatori dell’Opera omnia. I pezzi originalmente scritti in Italiano, e in Francese resteranno nell’originale lor Lingua, e saranno tradotti nell’una, o nell’altra gli altri pezzi antichi e moderni dettati in Lingue diverse. La raccolta si conterrà in un proporzionato numero di tomi, ognun de’quali verrà alla sua consegna pagato in ragione del numero de’Fogli, al prezzo di soldi 4 Veneti per ogni Foglio di 16 Pagine, prezzo a cui sarà pur limitato ogni rame, e la legatura d’ogni Volume. Si ricevono le Associazioni dallo Stampatore Antonio Curti qu. Giacomo, a San Niccolò, e da’Libraj Storti e Foglierini in Merceria”.
La Gazzetta n’ebbe una pressante ricerca, e preso impegno
d’informarsene venne a sapere: ch’egli non è morto dal freddo,
come credevasi, ma prima che giungesse l’Inverno passò la
Laguna, e andò al suo Paese nel Friuli dal quale Dio sà da
quanti anni mancava! Fu conosciuto nel suo passaggio per San
Donà di Piave da un Mercante da vino che molte volte lo vide a
questa nominata Osteria, ed ebbe a sudare per cavargli di bocca
dopo cento replicate interrogazioni una risposta alla Spartana,
per cui venne a sapere che andava a casa, e che la sua casa era
a Colmurs. A cenni il buon Nane gli chiese tabacco, e
intrepidamente proseguì il suo viaggio. Ecco appagata la
curiosità di chi tanto bramava aver notizie di lui. È degna di
memoria la risoluzione d’un uomo, che visse tanti anni trà noi
ricusando tetto ed alloggio, che mai disse di qual Paese si
fosse, che tanto parve fermo nel sui sistema di vita, e che
nella sua vecchiaja si ricordò d’aver Patria, e volle andar a
morire ove nacque. Venezia non ebbe mai un povero più discreto,
tranquillo, umano; non nuocero ad alcuno le sue stravaganze, se
prescindasi da qualche mantello macchiato dalla sua divozione
ne’tempi passati. Gli si diceva matto, perchè viveva a suo modo:
si contentava del poco ch’esigeva la sua sussistenza;
considerava che appartenesse agli altri poveri quello che al
momento non occorreva per lui, e così nella sua miseria medesima
non ebbe mai nè bisogni estremi, nè desiderj; non contese perchè
non parlava, ed era sovente, senza chieder nulla, soccorso.
Sabbato 17. Gennaro 1789.
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Brief/Leserbrief
Signor Gazzettiere
Stimatissimo. Nella Villa di Falzè di
Campagna nel nostro Territorio, entro lo spazio di
cinque ore avvennero ad una Famiglia soprannomata
Morelato quattro sinistri accidenti, che poi lietamente
sortirono della fine. Un giorno dopo che cotesti Villani
aveano pranzato: Ecco d’improvviso veggono sull’aja
sdrajato dimenarsi come un randello il loro Porco.
Crucciosi v’accorrono, e si dan fretta di medicarlo.
Tutto è dar in nonnulla. La bestia mostra di soccombere.
I Contadini, come è lor costume, per mezz’ora fanno
d’intorno a lui un istancabile piagnisteo. Poscia
partono dolenti. Quando sono per entrare in Cucina, uno
di loro s’avvede, che il Porco rialzato sano, e salvo
camminava per l’aja. Ripigliano allora la contentezza.
Ma che? mentre stupidi ammirano il fatto, veggon
d’appresso corcarsi supini i Polli d’India. Invitati
pertanto dal novello strano infortunio, si beccano il
cervello per rinvenire la cagione della già temuta
perdita. Le donne piangenti sospettando di qualche
fattucchieria cominciano a far sopra quelli mille croci.
Tutto in darno; poichè di morir apertamente fanno
mostra. Lo stupore, e l’affanno li fecero più di prima
dare in istrepitose grida. Ma non sì tampoco ristanno
ivi a piagnere, che cotesti, come se niente lor fosse
accaduto, si rianno. Quanto per lo innanzi dolor
provarono, altrettanto fù per essi il gaudio, il quale
venne interrotto dal sentire con incestante lamentevole
suono mugghiar entro la Stalla un bue. Corron do botto i sciagurati Villani: apprestano
sovvenimento: ma ei fà cenno di morire. Allora si fù che
con forti schiamazzi sollevarono il vicinato; e che
addimandarono del Piovano, acciò li benedicesse, e
cacciasse lungi da’lor confini il diavolo, che credeano,
ei volesse far di loro, come del Zimbello. Non sì tosto
i vicini alla lor Casa arrivano, che il Bue sorge da
terra; e comincia mangiare, e rugumare come prima. Tutti
stupiscono in udir tali eventi: come anche il Piovano,
che fatto consapevole d’ogni cosa ritornò a casa,
vedendo che di lui mostravano di non ne abbisognare i
Contadini. Qui non cessano le vicende. Partono li
vicini. Quelli della Famiglia vanno a zappar nel vicin
Campo. Quando ecco il Figlio del Padre di Famiglia
trambascia sì, che pare ei senta dolori di morte. E
mentre si ange, e si dimena, perde la favella: e come
morto in terra si distende. Se grandi furono i spasimi
di quegli sfortunati per i passati casi, voi vi potete
immaginare quali a tale spettacolo saranno state di col
loro le strida. Basta; il Cielo dopo un’
ora li volle consolare, e ridonò loro la consolazione manifestando nel già creduto morto Figlio chiari segni di vita. Pertanto si vide lo stesso ripigliar le perdute forze, e camminare.
Affez. Servitore. L’Abbate N.
Addì 8. Gennaro 1789. Treviso.
Metatextualität
Mi increbbe assai il non
avervi potuto soddisfare per molto tempo di alcuna
relazione, che risguardar potesse questa nostra
Città. Incolpatene la sorte, di cui per molte
traversie divenni infelice bersaglio. Ora vi farò
palese un fatto, che potè destare l’ammirazione
de’più intendenti.
ora li volle consolare, e ridonò loro la consolazione manifestando nel già creduto morto Figlio chiari segni di vita. Pertanto si vide lo stesso ripigliar le perdute forze, e camminare.
Metatextualität
E quì
terminò il fatto. Scusate se troppo mi dilungai nel
riferirvi simili avvenimenti. Continuatemi il vostro
compatimento, che a’vostri cenni sarò sempre.
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Brief/Leserbrief
Verona. Li 10. Gennaro
1789. Le novità, che quì corrono, sono
triste. Il vivere è a caro prezzo, perchè pochi
commestibili vengono in Piazza; e c’è scarsezza di
farine, e particolarmente di gialla, perchè li molini
non possono macinare. Sono morti dal freddo alcuni
poveri. Jeri ed oggi cadde una copiosissima neve. È
pericoloso il camminare per queste nostre strade.
Domenica scorsa alle ore cinque circa quattro Birri di
Città a cagione del giuoco vennero trà loro a contesa
nell’Osteria detta dei Mazzanti; poscia son andati ad un
Caffè sotto il Volto Barbero, e colà si tirarono di
pistola, ma senza colpirsi: ed usciti illesi della
Bottega son andati in Piazza dei Signori, e colà hanno
dato mano ai tromboni; e dopo più scariche uno è restato
subito morto, un altro morì il Martedì notte; il terzo,
ch’era rimasto in vita, e non ferito, nel voler uscire
dalla porta di San Zen fu preso da’Birri, e condotto in
prigione; il quarto, ch’era ferito, fuggì da questa
Città ma quando fu verso il confine Veronese dalla parte
d’Ala di Roveredo, ha dovuto fermarsi, mettersi a letto.
Gli si formò contusione della ferita non medicata, trà
il collo, e la spalla, e morì pur esso.
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Brief/Leserbrief
Verona. Li 10. Gennaro
1789.
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Brief/Leserbrief
Signor Gazzettiere.
Da una Città del Mondo.
Li 12. del 1789. Permettetemi un’espressione, che appartiene al settimo Comandamento del Decalogo. Quì passa per proverbio, che se ogni Ladro dovesse subire la pena di morte colle budella d’un onorato galant’uomo nessuno morrebbe di morte violenta. Diffatti in questa Città e Provincia siamo ridotti all’eccesso, e non sappiamo più di chi fidarsi: e li pochi veri onorati affirmeranno la mia proposizione. Quà non passa giorno, che tanto in Città quanto in campagna non sentasi qualche latrocinio o grave, o per lo meno lieve: ma sempre di qualche somma. Non basta la semdre lodata ed indefessa vigilanza di chi saggiamente governaci, e l’attenzione continua de’Ministri: imperocchè se li ministri sono molti, duecento volte di più sono i ladri. Intanto che si vigila da una parte si ruba dall’altra; e quel ch’è peggio, molte volte s’ingannano i ministri stessi cogli abiti, che portano. Li credono Mercanti, o persone civili, e sono in realtà veri ladri. Anco nelle Case Nobili sonosi introdotti costoro ad esercitare il loro mestiere, e alle volte colgono l’ora della Conversazion notturna per essere più sicuri del loro bordo. Li Mercanti son costretti a fidarsi di pochi avventori, perchè tratto tratto si veggono mancare or l’una, or l’altra pezza di roba. In somma un Inquisitor sopra Furti solamente, quì avrebbe un continuo impiego. Quando per altro si potesse un pò restringere l’ordine Criminale in tale proposito, e che per mezzo di Denunzie Segrete si potessero rilevare i rei, son certo, che molti, che passeggiano in buona figura sarebbero i primi castigati. Si schiarirebbe in allora, che non solamente sono questi tali i veri Protettori, e ricettatori di Ladri, ma che gli prestano perfino gli abiti, onde potere sotto buona figura esercitare impunemente il loro mestiere. Costoro tengono Magazzino di robe rubate, e mantengono del necessario tutti quelli, che dolosamente vivono a spese della Società. E se mi fosse lecito il nominarli ve ne additerei per lo meno cinquanta, oltre quelli che non saranno palesi. Se gli oziosi, e malviventi trovansi annidati in gran numero nella Città, non vi sono nientemeno in proporzione in tutti i Paesi di questa Provincia, e molto più in quei lontani, e meno timorosi dei riflessi della Giustizia ove, oltre li domestici continui furti odesi perfino, degli eccessi, degni di qualunque castigo, dal quale alcuni non hanno per altro potuto sottrarsi. Sarebbe necessaria una leva generale colla scorta dei soli Parrochi. Ed oh ! quanto in allora troverebbersi sollevati i poveri sudditi, che si guadagnano il pane a sudor di sangue. Vostro affet. Amico.
Da una Città del Mondo.
Li 12. del 1789. Permettetemi un’espressione, che appartiene al settimo Comandamento del Decalogo. Quì passa per proverbio, che se ogni Ladro dovesse subire la pena di morte colle budella d’un onorato galant’uomo nessuno morrebbe di morte violenta. Diffatti in questa Città e Provincia siamo ridotti all’eccesso, e non sappiamo più di chi fidarsi: e li pochi veri onorati affirmeranno la mia proposizione. Quà non passa giorno, che tanto in Città quanto in campagna non sentasi qualche latrocinio o grave, o per lo meno lieve: ma sempre di qualche somma. Non basta la semdre lodata ed indefessa vigilanza di chi saggiamente governaci, e l’attenzione continua de’Ministri: imperocchè se li ministri sono molti, duecento volte di più sono i ladri. Intanto che si vigila da una parte si ruba dall’altra; e quel ch’è peggio, molte volte s’ingannano i ministri stessi cogli abiti, che portano. Li credono Mercanti, o persone civili, e sono in realtà veri ladri. Anco nelle Case Nobili sonosi introdotti costoro ad esercitare il loro mestiere, e alle volte colgono l’ora della Conversazion notturna per essere più sicuri del loro bordo. Li Mercanti son costretti a fidarsi di pochi avventori, perchè tratto tratto si veggono mancare or l’una, or l’altra pezza di roba. In somma un Inquisitor sopra Furti solamente, quì avrebbe un continuo impiego. Quando per altro si potesse un pò restringere l’ordine Criminale in tale proposito, e che per mezzo di Denunzie Segrete si potessero rilevare i rei, son certo, che molti, che passeggiano in buona figura sarebbero i primi castigati. Si schiarirebbe in allora, che non solamente sono questi tali i veri Protettori, e ricettatori di Ladri, ma che gli prestano perfino gli abiti, onde potere sotto buona figura esercitare impunemente il loro mestiere. Costoro tengono Magazzino di robe rubate, e mantengono del necessario tutti quelli, che dolosamente vivono a spese della Società. E se mi fosse lecito il nominarli ve ne additerei per lo meno cinquanta, oltre quelli che non saranno palesi. Se gli oziosi, e malviventi trovansi annidati in gran numero nella Città, non vi sono nientemeno in proporzione in tutti i Paesi di questa Provincia, e molto più in quei lontani, e meno timorosi dei riflessi della Giustizia ove, oltre li domestici continui furti odesi perfino, degli eccessi, degni di qualunque castigo, dal quale alcuni non hanno per altro potuto sottrarsi. Sarebbe necessaria una leva generale colla scorta dei soli Parrochi. Ed oh ! quanto in allora troverebbersi sollevati i poveri sudditi, che si guadagnano il pane a sudor di sangue. Vostro affet. Amico.
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Brief/Leserbrief
Signor Gazzettiere.
N. N.
Padova. 13. Gennaro 1789.
Pajonmi degni d’esser letti per la loro eleganza, e chiarezza i pochi Versi Latini, che unitamente alla lettera, con cui mi furono accompagnati, trasmetto a Vossignoria. Sono usciti dalla penna d’un mio Amico Maestro di belle Lettere, in cui ho sempre ammirata la nitidezza, e la felicità. Mi rallegro con lei dei Versi, che ha indirizzati al Sig. Foppa, e sono in tutta la stima. Suo affet. Servitore.N. N.
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Brief/Leserbrief
Nobil Signore. Eccole pochi
Distici sull’argomento, che m’indicò. Aveva già intesa
la disgrazia dello sventurato Uffiziale Trivigiano, come
del pari erami nota la venustà, e leggiadria di suo
Fratello. Io però non conosco nè l’uno, nè l’altro,
ancorchè dimorassi qualche anno a Treviso. Può ben ella
ricordarmeli quanto le piace, altro non saprei
rispondere con verità, senonchè la loro
Famiglia parvemi del rango delle Civili. Questo già poco
importa. Il non conoscerlo non fa, ch’io non senta
compassione del primo, e se anche noto mi fosse il
secondo, ch’ella chiama fortunatissimo, non saprei
certamente invidiarlo. Noi altri Ecclesiastici riputiamo
una vera miseria quella, che Vossignorie del secolo
dicono felicità. Ammirerei quest’ultimo, quando fosse
capace di sacrificare il supposto suo genio alla miseria
dell’infelice Fratello. Non mi lusingo di tanto per
altro, e son certo, che il mio suggerimento, se
intendesse il latino, lo farebbe ridere, e niente più.
Intanto ho il piacere di averla servita anche per questa
volta, e con tutto il rispetto mi dò l’onor di segnarmi.
Devot. Obblig. Servitore
N. N.
N. N.
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Zitat/Motto
Qua posuit (preclara situ)
peregrinus Osiris (1) Menia, piscosis
undique cincta vadis, Etbereas gemini Fratres vener sub
auras, Queis tamen baud cadem mens, animusque fuit.
Alter enim ancipitis tentare pericula Martis Audet, est
anime prodigus ipse sue. Alter castra petit Veneris,
nitidusque juventa Pulchra cupidinei militisarma gerit.
Ille sed esctemplo pugna congressus iniqua Excidit
bostili preda cruenta manu: Et gemit eratos innexus
colla catenis, Hellespontiaci qua tumet unda maris. Hic
celeres promens pharetra meliore sagittas Usque
Puellarum sauciat arte sinus. Et misere plorant onerate
pectora nodis, Quod neget optatam ferre superbus opem.
Fortunate Puer, Fratri succurre, Parentis Avertesque
simul tristia fata Jenis. Si qua tibi est pulchras inter
pulcherrima, que sit Armipotenti Asie digna Puella Viro,
Illus ducito captivam: mihi crede, retorto Fraterna
abrumept vincula Virgo pede.
Libri Nuovi.
Dalli Torchj del Signor Ramanzini in Verona, è uscita alla fine dell’anno prossimo scorso la ristampa del Libretto di forma duodecima, di pagine 98. non comprese le 30 della Dedica, e della Prefazione, in buona carta, ed in bel carattere, intitolato Discorsi sulla vita sobria di Luigi Cornaro. La Lettera dedicatoria diretta al Signor Alberto Albertini dal Signor Agostino Vivorio, scritta con purità di stile, senza estendersi in ampollosi Elogj del Mecenate, ma ponendo soltanto il sodo suo merito in bella vista, con precisione, e giustezza, dà allo stesso tempo un’idea della medesima atta ad invogliarne alla lettura, facendone ingegnosamente conoscere lo scopo, ed il pregio. La prefazione poi è uno di que’rari pezzi, che al contrario delle comuni le quali affaticando i leggitori lor fanno perdere la volontà di proseguire, trattiene eruditamente l’applicazione, ed apparecchia alla materia con un’evidenza la più chiara, e persuasiva. È richiamata in essa la gloriosa memoria di quegli illustri Patrizj Veneti, ch’egualmente distinti si sono in questa dominante Repubblica colla saviezza de’consigli, e col valore dell’opere, che in quella delle Lettere colla dottrina, e coll’ingegno; è dato un nobile eccitamento a’loro elogj; è validamente difesa la letteratura italiana contro la cieca prevenzione per la straniera; è fatto conoscere a luminosi caratteri il celebre autor del Trattato colle testimonianze onorevoli del nostro immortale Apostolo Zeno, che nelle sue annotazioni alla Biblioteca di Monsignor Fontaninì parla della sua nobilissima origine, della sua splendidezza, e della lunga sua vita. Le opere del Cornaro tradotte furono nelle Lingue Inglese, Francese, e Latine, prova chiarissima dell’alto lor merito. Basterà questa cognizione a chi lo ignora per proccurarsi un erudito trattenimento nell’accennato Trattato di cui valersi ponno utilmente. Gli splendidi Luculli, e i molli Apici. Vendesi al prezzo di soldi 30. da questo Librajo Bertella a S. Giuliano. I capi d’Opera del Teatro antico e moderno, italiano e straniero, Tomo Primo contenente un discorso sul Teatro formale e materiale, corredato di otto stampe in rame rappresentanti l’idea d’un nuovo Teatro.Metatextualität
Allorchè diedesi in luce il Manifesto di questa
tipografica impresa l’abbiamo di buona voglia inserito in
uno di questi Fogli, affine di contribuire per quanto valer
può il nostro mezzo al vantaggio della medesima.
idea dell’Opera, il Manifesto riprodotto, la Prefazione, e l’Indice de’Capitoli; e senza l’altre in cui son impresse le tavole in rame, e le loro spiegazioni. I Capitoli, abbracciati dal Discorso2che forma la materia di questo Tomo Primo son i seguenti. Del Teatro in generale. Giudizj opposti riguardo al Teatro. Idea di conciliarli. Origine del Teatro. Suo oggetto. Sua divisione. Poesia. Bella natura. Dramma. Regole comuni ad ogni Dramma. Della Tragedia. Regole della Tragedia. Storia della Tragedia. Della Commedia. Regole per la Commedia. Storia della Commedia. Della Pastorale. Dell’Opera in Musica. Dell’Argomento dell’Opera. Della Musica. Influenza della Musica. Essenza della Musica. Della Sinfonia. Del recitativo. Delle Arie. De’Cori. Delle burtlette in Musica. Degli Attori. De’Balli. Della decorazione. Del Teatro Materiale. Descrizione del Teatro antico. Del moderno. Loro confronto. Idea d’un nuovo Teatro. Cause de’difetti del Teatro, e mezzi per ristabilirlo. Per quelli, che letto non hanno il Manifesto è necessario almeno il ripetere che la scelta de’Capi d’Opera „non riguarderà solamente gli autori e le opere d’un medesimo Autore, ma talor le parti d’una sol opera, col prendersi ex. gr. due o tre scene sublimi d’un Dramma dell’Inglese Schakespeare, o dello Spagnuolo Lope de Vega, e col lasciar le loro assurdità, e le loro inezie agli amatori dell’Opera omnia. I pezzi originalmente scritti in Italiano, e in Francese resteranno nell’originale lor Lingua, e saranno tradotti nell’una, o nell’altra gli altri pezzi antichi e moderni dettati in Lingue diverse. La raccolta si conterrà in un proporzionato numero di tomi, ognun de’quali verrà alla sua consegna pagato in ragione del numero de’Fogli, al prezzo di soldi 4 Veneti per ogni Foglio di 16 Pagine, prezzo a cui sarà pur limitato ogni rame, e la legatura d’ogni Volume. Si ricevono le Associazioni dallo Stampatore Antonio Curti qu. Giacomo, a San Niccolò, e da’Libraj Storti e Foglierini in Merceria”.
Metatextualität
Un nostro Affezionatissimo di
Verona dopo aver parlato in una sua Lettera scrittaci, del
Distico di Tibullo, e delle cinque sue traduzioni da noi
stampate dice:
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Zitat/Motto
„Non sono per altro riuscito
di fare un Distico Italiano d’un Distico Latino, ma
molto meno d’assai col trasportar due Versi Latini in un
solo Endecassillabo. Sia questo buono o cattivo, sarò
sempre contento d’aver soddisfatto alle voglie dello
spasimante ec.”
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Zitat/Motto
Illam quidquid agit, quoquò
vestigia movit Componit furtim, subsequiturque decor.
Versione.
Con grazia, e venustà s’adopra, e move. Aggiunge poi. „Dell’Opera di Verona era meglio tacerne che il giudicarne sì male da un vostro Assocciato.” Chi sà mai s’egli sia scontento per la partita della qualità, o de’difetti? In due Lettere scritte da Verona ad una Signora di questa Città, c’era molto da accrescere alla lista spiacevole, e da alterare il Bilancio.Ebene 3
Fremdportrait
Quel vecchio detto Nane
Matto, che anni sono era tanto prodigo d’aspersioni
d’acqua santa, e d’oglio raccolto a mano dalle Lampade
sacre, con danno di molti tabarri; che dormiva in
istrada, e veniva vestito due volte all’anno da certi
suo benefattori; che succhiava da un pezzolino di
sudicia pipa degna d’un pescator buranello il fumo di
limosinato tabacco: che a pochi chiedeva la carità solo
in estremo bisogno, e ne faceva agli altri; che non
parlava mai, ed era solito ad ire ogni notte a ora tarda
nella cucina dell’Osteria della Luna: notissimo per il
suo silenzio, per le sue stravaganze, per la
tranquillità filosofica della sua vita, per una certa
testa da medaglia, per la folta rossiccia barba, che
dava un’aria di maggior gravità alla sua pensante
fisonomia, quello da qualche mese non si vede più in
questa Città.
Metatextualität
Risparmiate le risa insultatrici
su questo ingenuo racconto, o sfaccendati ciarloni, che
biasimate tutto. Nane, ad onta della sua miseria, fece del
bene a’suoi simili, ed ha un diritto alle pubbliche lodi.
Voi indegni del suo paragone, non aprite bocca, che per fare
del male.
