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        <title>Il ricco virtuoso</title>
        <author>Giovanni Ferri di S. Costante</author>
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        <edition>Moralische Wochenschriften</edition>
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        <respStmt>
          <name> Alexandra Kolb</name>
          <resp>Editor</resp>
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        <respStmt>
          <name> Jürgen Holzer</name>
          <resp>Editor</resp>
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      <publicationStmt>
        <publisher>Institut für Romanistik, Universität Graz</publisher>
        <date when="2016-12-19">19.12.2016</date>
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        <bibl>Ferri di S. Costante, Giovanni: Lo Spettatore italiano, preceduto da un Saggio Critico sopra i
Filosofi Morali e i Dipintori de’Costumi e de’Caratteri. Milano: Società Tipografica de’Classici
Italiani 1822, 327-331 </bibl>
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          <title level="j">Lo Spettatore italiano</title>
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          <date>1822</date>
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            <term xml:lang="de">Menschenbild</term>
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            <term xml:lang="it">Beneficenza</term>
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                rend="UM">Gli Dei ti diedero abbondanti ricchezze, e t’insegna-<lb/>rono a bene usarle. <milestone
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<p>Ha egli, come gli altri diletti dalla <persName
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                xml:id="PN.3">Fortuna</persName>, e parchi e giardini e grotte e cascate e statue <pb
                n="328"/> e dipinture; ma sa eziandio meglio degli altri goderne; non già che sì fatte delizie sieno inverso di sè più vaghe e ragguardevoli, ma perchè più vale il loro padrone. Nè’ suoi quadri ei vede tali bellezze, quali il dipintore non infuse in esse giammai. Se il marmo delle sue statue sembra avvivarsi sotto ai suoi occhi, questo procede dalla pura gioia del suo animo, la quale porge agli eccellenti lavori grazie novelle, e fa scoprire nell’opere della natura tante meraviglie che sono invisbili al guardo del vulgo. Imperocchè quelle lusinghiere apparenze onde son pieni gli obbietti dell’immaginativa e dei sensi, quasi tutte prendon forma dalla bontà del nostro cuore: il che viene a dire che la virtù rende più dolci gli umani diletti, siccome quella che è per sua essenza il principalissimo di tutti.</p>
<p><persName
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                xml:id="PN.4">Alberto</persName> perciocchè è possessore di grandi ricchezze, stima di esser maggiormente tenuto a far beneficio ad altrui. Laonde quando fa edificare un fastoso palagio, nol fa con intendimento superbo, ma mette in atto la virtù della beneficenza; e tutto lieto enumera gl’infelici da sè nutricati coll’occuparli, e seco stesso si rallegra di poter per quelli cangiare in pane le pietre. Ei conosce che avendo avuto in sorte tanta copia di beni, gli uomini attendono giustamente di averne alcuna parte; e che sopravanzando gli altri in grandezza, deve sopravanzarli anche in virtù. Le sue ricchezze vanno per segrete vie a consolar gl’infelici, nascondendo egli ai poveri la mano che li solleva; ella apre occultamente le prigioni, spezza i ceppi <pb
                n="329"/> degl’innocenti, e rasciuga le lagrime degli sventurati: ma chiunque ha obblighi ad <persName
                corresp="SPI" key="Alberto" subtype="F"
                xml:id="PN.5">Alberto</persName>, non è costretto di arrossire, perchè questi è un benefattore che si cela. Ei avvisa seco stesso che le grandezze quando per sè non valgono a render l’uomo migliore, sì il peggiorano, che, a malgrado di tutte le distinzioni, il cielo constituisce dei felici in ogni condizione di vita; e che invano i ricchi o tristi o disutili si alluogano come altrettanti Dii in magnifici templi, ove altrui si dimostrino malefici a un tempo e ridicoli, siccome le scimie e i coccodrilli del superstizioso <placeName
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                xml:id="PL.1">Egitto</placeName>. L’uomo gusta la felicità secondo che egli è al ben fare inclinato; e la discreta natura guiderdona il maggiore dei debiti col maggiore dei diletti. <milestone
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<p>Un uomo assai facoltoso è gravato di mille obblighi, de’quali va esente colui che è combattuto da continui bisogni. La probità è nei poveri una grande virtù: ma nei ricchi è ella sì fatta?</p>
<p>Il ricco, giusta le disposizioni della Provvidenza divina, non è ricco per altro che per recare utilità al povero: eppure spesse volte il povero si è tale solamente per colpa del ricco.</p>
<p>Quando si muore un ricco il quale non ha dovizia che d’oro e d’argento, l’umana comunità non perde nulla.</p>
<p>Il saggio non dispregia le ricchezze, ma sì le teme. <milestone
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<p>Ognuno che è mezzanamente agiato, dovrebbe <pb
                n="330"/> chiamarsi contento della sua mediocrità, in pensando all’uso che gli uomini copiosi de’beni di fortuna fanno delle loro ricchezze.</p>
<p>Ogni ricco si persuade di leggieri che l’ingegno si comperi a modo di un drappo. E come si ritirerebbe egli di venire in questa falsa credenza? Dachè un uomo si leva a straordinaria condizione di ricchezza, osservate come tutti si affaticano di trovare in lui tutti que’beni dell’intelletto ch’egli non ha mai posseduti.</p>
<p>Ognuno si lagna dell’orgoglio e della insolenza dei ricchi. Or chi mai consentirebbe ad un uomo scarso de’beni di fortuna, che fosse incivile, fantastico e superbo? Chi si recherebbe a ventura di prevenire i suoi desiderii e palpare i suoi vizi? Chi assumerebbe l’officio di chiamare i suoi famigliari, aprire le sue porte, menar a spasso il suo cane, tenerlo lieto e farlo ridere? Quindi si debbe arguire che l’orgoglio e l’insolenza de’ricchi non hanno radice in altro che nella viltà ed avarizia altrui.</p>
<p>Ove alcuno voglia vendicarsi de’ricchi insolenti, basterà che faccia loro quel trattamento che suol farsi a quelli i quali nulla posseggono fuorchè molte virtù.</p>
<p>Ci ha pochi uomini ricchi i quali spesso non si vergognino di non esser altro che ricchi, o di non esser tenuti da molto per altro che per questo rispetto. Se costoro, per ingannare se stessi ed altrui, montano in superbia, ciò, senza renderli meno spregevoli, gli fa odiosi più che mai. Coloro che in un subito arricchirono, <pb
                n="331"/> non possono essere degni delle loro ricchezze che pel modo onde le usano. La sola beneficenza fa loro acquistare sopra il restante degli uomini un tal grado di maggioranza, che non può da nessuno essere loro contrastato giammai. <milestone
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rassomiglia in verun modo gli altri ricchi: poichè, sottoponendo le ricchezze alle sue virtù,
concede liberalmente alla natura, al grado e ai doveri suoi tutto ciò che da lui dimandano; ed
all’incontro tutto nega al vizio, al capriccio ed alla follia. Non per questo egli schifa i piaceri
e i sollazzi: atteso ch’ei non fa mica professione di un’austera virtù, nè è di coloro cui la vista
di un ballo rechi spavento, o che avvisi essere le carte da giuoco un ritrovato di Satanasso. Ma di
tai cose ei solamente si vale per ricreare l’animo stanco; ben conoscendo e preoccupando i momenti
nei quali esse gli recherebbero noia. Pensa intervenir dei piaceri, così come dei gran libri, i
quali, ridotti a compendio, sempre crescono in pregio. Ha egli, come gli altri diletti dalla
Fortuna, e parchi e giardini e grotte e cascate e statue <pb
                          n="328"/>e dipinture; ma sa eziandio
meglio degli altri goderne; non già che sì fatte delizie sieno inverso di sè più vaghe e
ragguardevoli, ma perchè più vale il loro padrone. Nè’ suoi quadri ei vede tali bellezze, quali il
dipintore non infuse in esse giammai. Se il marmo delle sue statue sembra avvivarsi sotto ai suoi
occhi, questo procede dalla pura gioia del suo animo, la quale porge agli eccellenti lavori grazie
novelle, e fa scoprire nell’opere della natura tante meraviglie che sono invisbili al guardo del
vulgo. Imperocchè quelle lusinghiere apparenze onde son pieni gli obbietti dell’immaginativa e dei
sensi, quasi tutte prendon forma dalla bontà del nostro cuore: il che viene a dire che la virtù
rende più dolci gli umani diletti, siccome quella che è per sua essenza il principalissimo di tutti.
Alberto perciocchè è possessore di grandi ricchezze, stima di esser maggiormente tenuto a far
beneficio ad altrui. Laonde quando fa edificare un fastoso palagio, nol fa con intendimento superbo,
ma mette in atto la virtù della beneficenza; e tutto lieto enumera gl’infelici da sè nutricati
coll’occuparli, e seco stesso si rallegra di poter per quelli cangiare in pane le pietre. Ei conosce
che avendo avuto in sorte tanta copia di beni, gli uomini attendono giustamente di averne alcuna
parte; e che sopravanzando gli altri in grandezza, deve sopravanzarli anche in virtù. Le sue
ricchezze vanno per segrete vie a consolar gl’infelici, nascondendo egli ai poveri la mano che li
solleva; ella apre occultamente le prigioni, spezza i ceppi <pb n="329"/>degl’innocenti, e rasciuga
le lagrime degli sventurati: ma chiunque ha obblighi ad Alberto, non è costretto di arrossire,
perchè questi è un benefattore che si cela. Ei avvisa seco stesso che le grandezze quando per sè non
valgono a render l’uomo migliore, sì il peggiorano, che, a malgrado di tutte le distinzioni, il
cielo constituisce dei felici in ogni condizione di vita; e che invano i ricchi o tristi o disutili
si alluogano come altrettanti Dii in magnifici templi, ove altrui si dimostrino malefici a un tempo
e ridicoli, siccome le scimie e i coccodrilli del superstizioso Egitto. L’uomo gusta la felicità
secondo che egli è al ben fare inclinato; e la discreta natura guiderdona il maggiore dei debiti col
maggiore dei diletti. </seg>
                    </seg>

                  </seg> Un uomo assai facoltoso è gravato di mille obblighi, de’quali va esente colui che è
combattuto da continui bisogni. La probità è nei poveri una grande virtù: ma nei ricchi è ella sì
fatta? Il ricco, giusta le disposizioni della Provvidenza divina, non è ricco per altro che per
recare utilità al povero: eppure spesse volte il povero si è tale solamente per colpa del ricco.
Quando si muore un ricco il quale non ha dovizia che d’oro e d’argento, l’umana comunità non perde
nulla. Il saggio non dispregia le ricchezze, ma sì le teme. <seg
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                  </seg> Ognuno che è mezzanamente agiato, dovrebbe <pb
                    n="330"/>chiamarsi contento della sua
mediocrità, in pensando all’uso che gli uomini copiosi de’beni di fortuna fanno delle loro
ricchezze. Ogni ricco si persuade di leggieri che l’ingegno si comperi a modo di un drappo. E come
si ritirerebbe egli di venire in questa falsa credenza? Dachè un uomo si leva a straordinaria
condizione di ricchezza, osservate come tutti si affaticano di trovare in lui tutti que’beni
dell’intelletto ch’egli non ha mai posseduti. Ognuno si lagna dell’orgoglio e della insolenza dei
ricchi. Or chi mai consentirebbe ad un uomo scarso de’beni di fortuna, che fosse incivile,
fantastico e superbo? Chi si recherebbe a ventura di prevenire i suoi desiderii e palpare i suoi
vizi? Chi assumerebbe l’officio di chiamare i suoi famigliari, aprire le sue porte, menar a spasso
il suo cane, tenerlo lieto e farlo ridere? Quindi si debbe arguire che l’orgoglio e l’insolenza
de’ricchi non hanno radice in altro che nella viltà ed avarizia altrui. Ove alcuno voglia vendicarsi
de’ricchi insolenti, basterà che faccia loro quel trattamento che suol farsi a quelli i quali nulla
posseggono fuorchè molte virtù. Ci ha pochi uomini ricchi i quali spesso non si vergognino di non
esser altro che ricchi, o di non esser tenuti da molto per altro che per questo rispetto. Se
costoro, per ingannare se stessi ed altrui, montano in superbia, ciò, senza renderli meno
spregevoli, gli fa odiosi più che mai. Coloro che in un subito arricchirono, <pb n="331"/>non
possono essere degni delle loro ricchezze che pel modo onde le usano. La sola beneficenza fa loro
acquistare sopra il restante degli uomini un tal grado di maggioranza, che non può da nessuno essere
loro contrastato giammai. </seg>
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