Lo Spettatore italiano: Il matrimonio per forza
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Il matrimonio per forza
Zitat/Motto
Hostis est uxor, invita quae ad virum nuptum datur. Plaut.~k
Nemica è la moglie del marito cui tolse contro a sua voglia.
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Allgemeine Erzählung
Passava io per Torino, e dall’uno de’miei condiscepoli antichi, stato
poi sempre mio spezialissimo amico, fui invitato ad andarne con esso lui in campagna e dimorarvi
alcun dì. Sapeva io molto bene ch’egli era naturalmente lieto e sollazzevole assai, ma allora
parevami un uom rabbuffato, afflitto e doloroso tanto, che io il dimandai della cagione perchè sì
del suo esser di prima mutato fosse. Ahimè! sospirando diss’egli, da che io mi congiunsi in
matrimonio colla più amabile donna, non ho mai goduto nè ben nè pace. Saranno oramai due anni che io
della Teodora sopra ogni estimazione innamorai. Veramente la bellezza e la virtù sua di più alto
grado la facevano degna, che quello non era che io le potei dare; ma la condizion sua era molto meno
agiata che la mia. Di consenso del padre la vagheggiava e corteggiava allora un giovane mercatante;
e sì inoltrata era la pratica, che già era stabilito il giorno a solennizzare le sponsalizie. Le
quali cose aveva io tutte sentite; e nondimeno, sospinto dalla violenza del mio
focosissimo amore, fui ardito di chieder Teodora per mia moglie al suo padre. Era costui avarissimo;
e perciocchè il mio avanzava molto lo stato del giovane mercatante già da lui ricevuto per genero,
egli si lasciò trarre più alla propria utilità che al bene della figliuola. E per conseguente furono
di subito turbate e rotte le nozze della misera Teodora, la quale, non avendo avuto cuore di
disubbidire al padre, fu dipartita dal suo carissimo amante, e data a chi ella non potrà amar mai.
Sperava io che un poco di tempo e il mio grande affetto (perciocchè pochi o nessuno fu mai sì tenero
amante) avrebbero totalmente sgombrato Amedeo dal cuor della mia donna, e posto me in quel seggio;
ma se non m’avesse amore tolto il debito conoscimento, avrei leggiermente compreso che dal cuor di
una savia donna non può mai essere scacciata una virtuosa affezione. Giovane e vivace donzella
quando d’alcuno si accende, e non sa la cagione perchè quello più che un altro abbia eletto, tiene
appresso allora ad una sconsigliata vaghezza, dalla quale si può ben difendere, e, secondo che viene
discernimento acquistando, può anche cangiar poi desiderio e proposito. Ma quando una discreta ed
accorta donna pone il suo cuore in alcun degno uomo, il suo amore non può in veruna guisa
estinguersi; perchè quanto ella più i pregi di lui considera, tanto più trova argomento di doverlo
amare; e per mia sciagura in questi termini sto io. Il cuor di Teodora è meritamente in balía di
Amedeo, che forse è il più gentile e più amoroso che null’altro uomo del mondo. È un
anno che io l’ho presa, e quanto alcun altro amante e sposo potea fare, le ho io mostrato tenerezza
e cura; ma ohimè! indarno. La donna mia è disposta a compiacermi d’ogni cosa, e in quello ch’ella
s’avvegga poter essere mio contentamento, non ne lascia a far tratto. Ma questi modi che ella tiene,
sfogano più dal suo senno e dalla virtù sua che da amore. Ben sofferisce ella la dimestichezza, la
quale in due che con saldissimo nodo sono avvinti, è ad usar sì soave; ma non se ne ricrea nè
diletta. Se per avventura io della sua tiepidezza mi rammarico, ella rallegra il sembiante, e
s’ingegna di parer contenta; se non che io m’accorgo che fino in su gli occhi le viene il pianto, e
ben discerno la strabocchevole afflizion che l’accora. Quanto più io le do esperienza della mia
tenerezza, tanto più diviene ella tribolata. La sento generosamente compiangersi di non poter dare
il suo cuore a colui che possiede la sua mano, e che non è forse della sua stima indegnissimo.
Amico, chi può, senza riputarsi miserabile, sostenere cosî fatta vita, come la mia, è senza
delicatezza e senza sentimento. Che tormento è il mio, quando, stringendomela al seno, penso che in
quel punto vola con tutta l’anima sua verso un altro uomo. Quante fiate ella fra il sonno con le
belle braccia avvinghiami il collo, e poi l’odo chiamar Amedeo con sì dolce e pietosa voce che io mi
sento distruggere! Il nostro figliuoletto di poco natoci non pur non tempera la nostra
infelicità, ma è una nuova fonte di gravezza e di doglia ad amendue. Pur ieri la intesi che
lagrimando sopra il caro figlio, diceva: Figliuol mio diletto, al povero Amedeo toccava essere il
padre tuo. E quale stato, o amico, è più orribile del mio? Ho io fabbricato la miseria
d’un’amorevolissima donna, ed ho strappata dalle braccia d’un eccellente giovane l’amica del cuor
suo. Sono infelice anch’io, ma merito di esserlo, e mi dorrei a gran torto. L’uomo così poco
generoso che domanda ad una donna il sagrifizio del suo affetto; l’uomo così crudele che abusa
dell’autorità d’un padre per soddisfare alle proprie voglie, senza avere alcun riguardo alla sua
vittima, non isperi trovare felicità nè consolazione: anzi ben gli sta, per sua sorte, il pianto, o
il disonore.
