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        <title>I celibi</title>
        <author>Giovanni Ferri di S. Costante</author>
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      <editionStmt>
        <edition>Moralische Wochenschriften</edition>
        <respStmt>
          <name>Alexandra Fuchs</name>
          <resp>Editor</resp>
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        <respStmt>
          <name> Alexandra Kolb</name>
          <resp>Editor</resp>
        </respStmt>
        <respStmt>
          <name> Jürgen Holzer</name>
          <resp>Editor</resp>
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      <publicationStmt>
        <publisher>Institut für Romanistik, Universität Graz</publisher>
        <date when="2016-11-29">29.11.2016</date>
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          <idno type="PID">o:mws-117-902</idno>
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      <sourceDesc>
        <bibl>Ferri di S. Costante, Giovanni: Lo Spettatore italiano, preceduto da un Saggio Critico sopra i
Filosofi Morali e i Dipintori de’Costumi e de’Caratteri. Milano: Società Tipografica de’Classici
Italiani 1822, 102-107 </bibl>
        <bibl type="Einzelausgabe" xml:id="SPI">
          <title level="j">Lo Spettatore italiano</title>
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          <date>1822</date>
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        <name type="place">Graz, Austria</name>
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              rend="smallcaps">I celibi</hi></head>
<p rend="MO"><milestone unit="ZM"
              xml:id="FR.2"/> La moglie e i figli accrescono negli uomini l’umanità</p>
<p rend="QU"><persName
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              xml:id="FR.5"/> Il padre di famiglia può compararsi ad un albero vigoroso che per gran numero di radici si attacchi al terreno, ed il celibe ad una pianta parassita che fa isterilire il campo ove ella nacque. Lo sposo</p>
<p
                rend="MO"><milestone unit="E4" xml:id="FR.6"/> <milestone unit="ZM"
              xml:id="FR.7"/> Del presente si gode, e meglio aspetta</p>
<p rend="QU"><hi
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<p
                rend="SO">nell’avvenire; ei vive colle generazioni future, unisce la propria esistenza alla loro, la prolunga al par del tempo e si rende immortale. Il celibe non vede che se stesso nell’universo; il termine di sua esistenza è l’orizzonte che ne circonscrive la vista: ristrette sono le sue idee, concentrati i suoi affetti, e separato dal resto degli uomini si perde finalmente nel nulla.</p>
<p>Se l’ammogliato pianta un albero, non ne raccoglierà forse il frutto; ma non lascia però di piantarlo, perchè frutterà certo ai suoi figli. Questo pensiero lo conforta e lo diletta, ed ha forza di fargli durare qualunque fatica. Se l’uomo del celibato pianta o edifica, lo fa per godere ei medesimo. Sottopone sempre al proprio vantaggio attuale il vantaggio che gli altri ritrarne potranno; e se il bene di coloro che <pb
                n="103"/> verranno dopo lui avesse nulla a menomare i suoi agi, lo riguarderebbe come un infortunio. <milestone
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<p><milestone unit="E3"
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                xml:id="PN.2">Solipso</persName>, deve essere interamente dedicato al suo proprio bene, ed io non voglio stringermi con vincoli che lo farebbero da un altro dipendere. <persName
                corresp="SPI" key="Solipso" subtype="F"
                xml:id="PN.3">Solipso</persName> è rimasto celibe; ma ha egli mai saputo che cosa sia felicità? Egli ha logora la gioventù sua tra facili e rei piaceri, i quali mai non gli discesero al cuore, ma che anzi lo lasciarono pieno di pentimenti. Costui così sollecito della sua libertà, s’è visto spesso servire al capriccio di una vilissima femmina. Se talvolta è accaduto che siasi acceso per qualche oggetto capace d’ispirare un amor virtuoso, non è andato guari che egli è stato sbandito come un vil seduttore. Eccolo oggimai giunto alla vecchiezza: in quale orrenda solitudine si trova egli ridotto! I suoi amici, o, per dir meglio, i compagni de’suoi disordini sono stati il più da lui veduti discendere nel sepolcro; e se alcuni camparono dalle loro turpitudini, si trovano dolenti, al pari di lui, rimorsi e abbandonati. Oppresso dalle infermità che pur sono l’usura de’preteriti vituperii, non ha chi lo assista, chi lo consoli. Laddove potrebbe trovarsi intorno una provvida ed amorevole consorte, la quale al bene e al male con esso lui sempre usata, il sovvenisse e ricreasse; laddove potrebbe racconsolarsi all’aspetto de’figli, nei quali vedrebbe rivivere se stesso: egli in iscambio si giace derelitto in preda alla rapacità de’suoi famigli, i quali gli vendono a carissimo prezzo una cura che non è dall’umanità ispirata: si giace in mezzo ad <pb
                n="104"/> avidi congiunti che sospirano il momento di sua morte. Va intanto avvicinandosi a questo momento terribile, e non v’è nulla che ne gli addolcisca l’amarezza. Quanto rincrescimento prova egli di non aver servata la maggiore e miglior legge di natura! Con quanto piacere non sentirebbe egli risuonarsi all’orecchio i soavi nomi di sposo e di padre! Con quanta dolcezza non gusterebbe egli il bene di amare e di essere amato! Oh intempestivo pentimento! Oh soverchio rammarico! Egli ha voluto vivere per sè solo, ha amato unicamente se stesso, e morirà senza che nessuno il compianga, senza che nessuno se ne affligga. <milestone
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<p><milestone unit="E3"
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                xml:id="FR.11"/> Vi è egli da meravigliarsi che vi sieno tanti nemici del matrimonio, dice <persName
                corresp="SPI" key="Sefilo" subtype="F"
                xml:id="PN.4">Sefilo</persName>, quando la corruzione de’costumi, le devastazioni del lusso, la cattiva educazione delle donne si congiurano insieme contro la felicità dell’union coniugale? Vaglia la verità: <persName
                corresp="SPI" key="Sefilo" subtype="F"
                xml:id="PN.5">Sefilo</persName>, puoi tu, possono coloro che ti somigliano, assegnar alcuna ragione delle così fatte? Dirami, non ti sei tu lasciato sempre vincere alla vaghezza de’piaceri? Non hai sempre schivato ogni laccio che avesse niente potuto la tua incostanza frenare? Non hai tu forse trovato in questa general corruzione, di cui meni tanto romore, la facilità di appagare le infami tue passioni? Non hai tu considerate le donne come una possession comune, o come una mercanzia facile ad aquistarsi ogni volta che te ne venisse talento? Che vai tu poi mettendo in campo i progressi del lusso, tu che la fortuna ha ricolmato de’suoi favori? Corri meno tu stesso dietro i piaceri <pb
                n="105"/> corrompitori di questo lusso; pon modo alquanto a’molti fittizi bisogni, ed avrai ricchezze a sovrabbondanza per secondare il voto della natura. Se temi d’impoverirti col metter figliuoli al mondo, specchiati nel povero, il quale però mena moglie perchè non conosce falsi bisogni, e non estima perdita quello che niega a sè, per darlo ai figliuoli. Voi ricchi solo ricusate di togliere ai vostri agi il troppo e il vano per ubbidire a natura! <milestone
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<p><milestone unit="E3"
                xml:id="FR.12"/> <milestone unit="EX" xml:id="FR.13"/> Il matrimonio, dice <persName corresp="SPI"
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                xml:id="PN.6">Matardo</persName>, è un vincolo troppo grave, il quale non è fatto per la gioventù. La primavera e l’estate della vita debbono essere dedicate ai piaceri, alle utili occupazioni, all’amore della gloria; ma quando la vecchiezza ci fa sentire che si avvicina, quando ci richiama dalle fatiche al riposo, allora fia tempo di scegliere una consorte e di consacrare la vita alle cure d’una famiglia. — Tu dunque, o <persName
                corresp="SPI" key="Matardo" subtype="F"
                xml:id="PN.7">Matardo</persName>, consideri il matrimonio come un porto da ricoverarti: quando il secolo ti rifiuterà, quando sarai a te stesso sazievole, quando altri non ti farà compagnia che la tua noia, allora pretendi associare alla tua sorte una fanciulla dilicata ed avvenente, fatta per amare e per esser amata. Ma come puoi tu sperare ch’ella s’affezioni ad un amante appassito, ad uno sposo sessagenario, che alte spiacevolezza degli anni avanzati accoppierà forse i disagi di una vita logorata nella scostumatezza? E da chi vorresti tu sì bella e piacevol giovane impetrare? non mai dalla sua elezione, ma dall’ambizione de’suoi parenti che a te ne volesser fare una vittima. Ma ben tosto ti farà <pb
                n="106"/> conoscere, che non avendo partecipato al fior degli anni tuoi, non intende di sopportare la tua fastidiosa e sconcia vecchiaia; che essa non vuole esser ridotta a fare il mestiere d’infermiera nell’età di godere i piaceri della vita. S’ella dandosi alla malinconia sospira e piange, non anderà guari che troverà chi le asciughi il pianto e la consoli. Quante amarezze non dovranno mai nascere da così malaugurata unione! Inutilmente, <persName
                corresp="SPI" key="Matardo" subtype="F"
                xml:id="PN.8">Matardo</persName>, richiamerai la tua trista indipendenza, quando, straziato dalla orribile gelosia, avrai la vergogna d’esser il tiranno o il carceriere della tua sposa; ma non eviterai per questo il tuo disonore, e in vece di trovare a chi della tua miseria incresca, ti sentirai dire che troppo bene l’hai meritata.</p>
<p>Forse avrai, <persName
                corresp="SPI" key="Matardo" subtype="F"
                xml:id="PN.9">Matardo</persName>, la rarissima fortuna d’incontrare una donna in cui la forza del dovere faccia le veci dell’amore; forse ti toccherà una di quelle eroine che fanno alla virtù il sagrifizio di se stesse. Ma qual piacere potrai trarre da unione sì fatta? come potrai, ove sentimento ancora ti avanzi, vedere una donna amabile, la quale, quanto più può, s’adopera ad apprestarti un bene che ella non potrà teco godere? Ella si farà forza per sorridere in tua presenza, per chiamarsi la calma e la serenità sul volto; ma nasconderà intanto le sue lacrime, ma arderà intanto il suo cuore d’un amore che non è per te, e che indarno procura di vincere. Se sono coronati i tuoi voti, ed hai la sorte di esser padre, tu non avrai spazio a far il dover tuo, e ti troverai aver compiuto il cammin della vita prima che <pb
                n="107"/> abbi allevati i figliuoli, che ti converrà accomandare a un tutore. Chiuderai gli occhi innanzi d’aver veduto gli oggetti della tua maggior dilezione, diretti per la via della sapienza, e prima di averne fatto il collocamento e la fortuna. Quanti rimorsi, qual amarezza non proverai tu in quel punto, di non avere stretto più per tempo i nodi dell’imeneo! <milestone
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                  <seg synch="#FR.2" type="ZM"> La moglie e i
figli accrescono negli uomini l’umanità</seg>
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                    type="E2"> Niun altro vincolo più che il matrimonio stringe gli uomini alla
società, e fa loro conoscere che sia amor di patria. <seg
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                        type="FP"> Il padre di famiglia può compararsi ad un albero vigoroso che per gran
numero di radici si attacchi al terreno, ed il celibe ad una pianta parassita che fa isterilire il
campo ove ella nacque. Lo sposo <seg type="MO">
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                          <seg synch="#FR.7" type="ZM"> Del presente si gode, e meglio aspetta</seg>
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                        </seg>

                      </seg> nell’avvenire; ei vive colle generazioni future, unisce la propria esistenza alla loro,
la prolunga al par del tempo e si rende immortale. Il celibe non vede che se stesso nell’universo;
il termine di sua esistenza è l’orizzonte che ne circonscrive la vista: ristrette sono le sue idee,
concentrati i suoi affetti, e separato dal resto degli uomini si perde finalmente nel nulla. Se
l’ammogliato pianta un albero, non ne raccoglierà forse il frutto; ma non lascia però di piantarlo,
perchè frutterà certo ai suoi figli. Questo pensiero lo conforta e lo diletta, ed ha forza di fargli
durare qualunque fatica. Se l’uomo del celibato pianta o edifica, lo fa per godere ei medesimo.
Sottopone sempre al proprio vantaggio attuale il vantaggio che gli altri ritrarne potranno; e se il
bene di coloro che <pb n="103"/>verranno dopo lui avesse nulla a menomare i suoi agi, lo
riguarderebbe come un infortunio. </seg>
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                    <seg synch="#FR.9"
                        type="EX"> L’uomo, dicea Solipso, deve essere interamente dedicato al suo proprio
bene, ed io non voglio stringermi con vincoli che lo farebbero da un altro dipendere. Solipso è
rimasto celibe; ma ha egli mai saputo che cosa sia felicità? Egli ha logora la gioventù sua tra
facili e rei piaceri, i quali mai non gli discesero al cuore, ma che anzi lo lasciarono pieno di
pentimenti. Costui così sollecito della sua libertà, s’è visto spesso servire al capriccio di una
vilissima femmina. Se talvolta è accaduto che siasi acceso per qualche oggetto capace d’ispirare un
amor virtuoso, non è andato guari che egli è stato sbandito come un vil seduttore. Eccolo oggimai
giunto alla vecchiezza: in quale orrenda solitudine si trova egli ridotto! I suoi amici, o, per dir
meglio, i compagni de’suoi disordini sono stati il più da lui veduti discendere nel sepolcro; e se
alcuni camparono dalle loro turpitudini, si trovano dolenti, al pari di lui, rimorsi e abbandonati.
Oppresso dalle infermità che pur sono l’usura de’preteriti vituperii, non ha chi lo assista, chi lo
consoli. Laddove potrebbe trovarsi intorno una provvida ed amorevole consorte, la quale al bene e al
male con esso lui sempre usata, il sovvenisse e ricreasse; laddove potrebbe racconsolarsi
all’aspetto de’figli, nei quali vedrebbe rivivere se stesso: egli in iscambio si giace derelitto in
preda alla rapacità de’suoi famigli, i quali gli vendono a carissimo prezzo una cura che non è
dall’umanità ispirata: si giace in mezzo ad <pb n="104"/>avidi congiunti che sospirano il momento di
sua morte. Va intanto avvicinandosi a questo momento terribile, e non v’è nulla che ne gli
addolcisca l’amarezza. Quanto rincrescimento prova egli di non aver servata la maggiore e miglior
legge di natura! Con quanto piacere non sentirebbe egli risuonarsi all’orecchio i soavi nomi di
sposo e di padre! Con quanta dolcezza non gusterebbe egli il bene di amare e di essere amato! Oh
intempestivo pentimento! Oh soverchio rammarico! Egli ha voluto vivere per sè solo, ha amato
unicamente se stesso, e morirà senza che nessuno il compianga, senza che nessuno se ne affligga.
</seg>
                  </seg>
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                        type="EX"> Vi è egli da meravigliarsi che vi sieno tanti nemici del matrimonio,
dice Sefilo, quando la corruzione de’costumi, le devastazioni del lusso, la cattiva educazione delle
donne si congiurano insieme contro la felicità dell’union coniugale? Vaglia la verità: Sefilo, puoi
tu, possono coloro che ti somigliano, assegnar alcuna ragione delle così fatte? Dirami, non ti sei
tu lasciato sempre vincere alla vaghezza de’piaceri? Non hai sempre schivato ogni laccio che avesse
niente potuto la tua incostanza frenare? Non hai tu forse trovato in questa general corruzione, di
cui meni tanto romore, la facilità di appagare le infami tue passioni? Non hai tu considerate le
donne come una possession comune, o come una mercanzia facile ad aquistarsi ogni volta che te ne
venisse talento? Che vai tu poi mettendo in campo i progressi del lusso, tu che la fortuna ha
ricolmato de’suoi favori? Corri meno tu stesso dietro i piaceri <pb n="105"/>corrompitori di questo
lusso; pon modo alquanto a’molti fittizi bisogni, ed avrai ricchezze a sovrabbondanza per secondare
il voto della natura. Se temi d’impoverirti col metter figliuoli al mondo, specchiati nel povero, il
quale però mena moglie perchè non conosce falsi bisogni, e non estima perdita quello che niega a sè,
per darlo ai figliuoli. Voi ricchi solo ricusate di togliere ai vostri agi il troppo e il vano per
ubbidire a natura! </seg>
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è fatto per la gioventù. La primavera e l’estate della vita debbono essere dedicate ai piaceri, alle
utili occupazioni, all’amore della gloria; ma quando la vecchiezza ci fa sentire che si avvicina,
quando ci richiama dalle fatiche al riposo, allora fia tempo di scegliere una consorte e di
consacrare la vita alle cure d’una famiglia. — Tu dunque, o Matardo, consideri il matrimonio come un
porto da ricoverarti: quando il secolo ti rifiuterà, quando sarai a te stesso sazievole, quando
altri non ti farà compagnia che la tua noia, allora pretendi associare alla tua sorte una fanciulla
dilicata ed avvenente, fatta per amare e per esser amata. Ma come puoi tu sperare ch’ella
s’affezioni ad un amante appassito, ad uno sposo sessagenario, che alte spiacevolezza degli anni
avanzati accoppierà forse i disagi di una vita logorata nella scostumatezza? E da chi vorresti tu sì
bella e piacevol giovane impetrare? non mai dalla sua elezione, ma dall’ambizione de’suoi parenti
che a te ne volesser fare una vittima. Ma ben tosto ti farà <pb
                        n="106"/>conoscere, che non avendo
partecipato al fior degli anni tuoi, non intende di sopportare la tua fastidiosa e sconcia
vecchiaia; che essa non vuole esser ridotta a fare il mestiere d’infermiera nell’età di godere i
piaceri della vita. S’ella dandosi alla malinconia sospira e piange, non anderà guari che troverà
chi le asciughi il pianto e la consoli. Quante amarezze non dovranno mai nascere da così malaugurata
unione! Inutilmente, Matardo, richiamerai la tua trista indipendenza, quando, straziato dalla
orribile gelosia, avrai la vergogna d’esser il tiranno o il carceriere della tua sposa; ma non
eviterai per questo il tuo disonore, e in vece di trovare a chi della tua miseria incresca, ti
sentirai dire che troppo bene l’hai meritata. Forse avrai, Matardo, la rarissima fortuna
d’incontrare una donna in cui la forza del dovere faccia le veci dell’amore; forse ti toccherà una
di quelle eroine che fanno alla virtù il sagrifizio di se stesse. Ma qual piacere potrai trarre da
unione sì fatta? come potrai, ove sentimento ancora ti avanzi, vedere una donna amabile, la quale,
quanto più può, s’adopera ad apprestarti un bene che ella non potrà teco godere? Ella si farà forza
per sorridere in tua presenza, per chiamarsi la calma e la serenità sul volto; ma nasconderà intanto
le sue lacrime, ma arderà intanto il suo cuore d’un amore che non è per te, e che indarno procura di
vincere. Se sono coronati i tuoi voti, ed hai la sorte di esser padre, tu non avrai spazio a far il
dover tuo, e ti troverai aver compiuto il cammin della vita prima che <pb n="107"/>abbi allevati i
figliuoli, che ti converrà accomandare a un tutore. Chiuderai gli occhi innanzi d’aver veduto gli
oggetti della tua maggior dilezione, diretti per la via della sapienza, e prima di averne fatto il
collocamento e la fortuna. Quanti rimorsi, qual amarezza non proverai tu in quel punto, di non avere
stretto più per tempo i nodi dell’imeneo! </seg>
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