Lo Spettatore italiano: L’amore svelato
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Ebene 1
L’amore svelato
Ben è degno di disprezzo o di compassione colui che non concepisce nel petto favilla d’amore,
quando bella donna, che senza alcuno artificio segue le dolcissime leggi della natura, gli scopre le
sue amorose affezioni! Ben è degno d’odio e di gastigo chi d’uno amore, il quale per se stesso si
manifesta, e del quale egli nulla sente, dislealmente si vale!
Zitat/Motto
Humanae
solers imitator, Psitace, linguae,
Psitace, dux volucrum, dominae facunda voluptas. Stat. Sylv.Tu, pappagal, sei prence degli uccelli
Psitace, dux volucrum, dominae facunda voluptas. Stat. Sylv.
Tu, pappagal, sei prence degli uccelli
Per la tua lingua, che l’umana
imita,
E con la donna mia scherzi e favelli.
Ebene 2
Ebene 3
Allgemeine Erzählung
Ahimè! diceva fra i sospiri Lucilia, questo amore cui ho dato ricetto
nell’anima, questo misero amore è fuori d’ogni speranza. Ma come poteva io resistere a quella rara
unione delle doti del cuore, dei pregi dello intelletto e delle grazie della persona? Eppure avrei
dovuto contrastare; perchè presuntuoso sarebbe lo sperar che un uomo ricco, come Belindo, volesse
scegliere a sposa una orfanella povera come sono io. È il vero che alla gentilezza ed alla opulenza
della sua famiglia un tempo si pareggiò bene la mia, e che altronde Belindo è dotato di un’anima
troppo elevata per ricever legge dai pregiudizi del volgo. Ma l’esser lui nobile e generoso a me che
vale, se il cuor suo non corrisponde agli affetti del mio? Ahi! sesso infelice! non ci è lecito far
conoscere quei teneri affetti che troppo pur ci sogliono vincere; siamo condannate ad amare senza
speranza, ed ai nostri affanni è negato eziandio il misero conforto della compassione. In questa guisa lamentavasi seco stessa l’innamorata Lucilia, ed involontarie lagrime intanto le
sgorgavano dagli occhi. Altro sollievo non trovava alle sue pene che la compagnia d’uno di quegli
uccelli dalla natura privilegiati del dono d’imitare l’umana favella. S’aveva adunque costei con
ogni diligenza allevato uno stornello: e conciofossechè a lei troppo spesso venisse chiamato Belindo
con un sospiro, in poco tempo apparò l’augello a ridirlo, e altresì pietosamente. È umano costume
udire volentieri e con diletto pronunziare il nome della cosa amata, e la lingua che più sovente cel
ripete, fa risuonare alle nostre orecchie una soave armonia. Quindi può facilmente immaginarsi come
doveva a Lucilia esser caro quell’uccelletto che il diletto nome da mattina a sera le proferiva. Di
sua mano ella gli dava beccare, e più ore del dì con esso lui trastullavasi. E mentre che Lucilia
era un giorno co’suoi amorosi pensieri a questo semplicetto sollazzo intesa, le fu detto che la sua
zia e Belindo l’attendevano in sala: onde di subito divenuta vermiglia, e cominciatole forte a
battere il cuore, v’andò; e fu tanto il suo smarrimento, che non le ricordò di dare l’usato bacio al
suo caro uccelletto e di richiuderlo nella sua gabbia. Tutto il tempo che d’una cosa o d’altra si
stettero a ragionare, Belindo volgeva il discorso alla zia, ma frattanto fissava gli occhi
attentissimamente nella amorosetta nipote, dicendo cose tanto più da piacer alla giovane, quanto
meno sembravano a lei dirizzate. La consolatrice degli affannati cuori, dico la speranza, fece
subitamente considerare a Lucilia le gentili cure di Belindo, e ad essa pareva nei
sembianti di lui discernere non so che desiderio, e trovare ne’suoi modi certa dolcezza che ella
reputò come indizio di coperto amore. Avvenne che, essendo ella in questa lusinghevole
immaginazione, la cameriera sua vie più che di passo scese in sala, gridando che per la finestra
erasi lo stornello involato. Non chiede Lucilia licenza, non fa scuse, ma sorge e risale
frettolosamente al suo appartamento, per cercar di richiamare il fuggitivo che tanto l’è caro.
Belindo le tenne appresso, come per darle aiuto in questa caccia. Intanto lo stornello che erasi
posato sopra un tetto là vicino, come ebbe udita la voce della sua padrona, volò ratto a lei, e
postosele sul pugno si lasciò di buona voglia nella sua gabbia rimettere. Allora Belindo porge la
mano alla bella giovane per ricondurla nella sala, ed appena ebbe messo il piede sulla porta, ode
dal fondo dell’appartamento una voce che distintamente grida: O Belindo, Belindo! Meravigliossi
egli, e si volse indietro, mentre Lucilia fece atto per trarre a sè la destra mano, ingegnandosi con
la sinistra, per non far parere la sua confusione, di nascondere le ciglia. E donde viene questa
voce? disse Belindo. Ma i suoi dubbi furono incontanente dileguati, quando lo stornel reiterò:
Belindo, caro Belindo! Per la qual cosa egli si volse disiosamente alla sbigottita e tremante
Lucilia, e la mano di lei al cuore strettamente appressandosi: Bella Lucilia, cominciò teneramente a
dire, potrei io per grazia sapere se questo uccelletto dimora con voi sola? Deh! rispose
Lucilia, perchè volete schernire la debolezza di una donzella inesperta? Sallo il cielo, soggiunse
tosto Belindo, da lungo tempo io aveva tutto il mio cuore in voi posto, e non ho mai sperato d’esser
teneramente corrisposto sino ad ora che io mi conosco essere il più fortunato di tutti gli uomini. O
caro augello, seguitò poi Belindo, a te io debbo la felicità mia. Caro augello, ripetè allora
Lucilia, e lo colmò di carezze e di baci. Fecero poco appresso le nozze, nè divenuti sposi cessarono
mai d’essere amanti.
