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        <title>Necessità di ammaestrare le fanciulle</title>
        <author>Giovanni Ferri di S. Costante</author>
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        <edition>Moralische Wochenschriften</edition>
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          <name>Alexandra Fuchs</name>
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          <name> Alexandra Kolb</name>
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          <name> Jürgen Holzer</name>
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        <publisher>Institut für Romanistik, Universität Graz</publisher>
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        <bibl>Ferri di S. Costante, Giovanni: Lo Spettatore italiano, preceduto da un Saggio Critico sopra i
Filosofi Morali e i Dipintori de’Costumi e de’Caratteri. Milano: Società Tipografica de’Classici
Italiani 1822, 76-85 </bibl>
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          <title level="j">Lo Spettatore italiano</title>
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          <date>1822</date>
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Formazione</term>
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              rend="smallcaps">Necessità di ammaestrare le fanciulle</hi></head>
<p rend="MO"><milestone unit="ZM"
                xml:id="FR.2"/><hi
              rend="italic"> Si malgré la mauvaise education des filles, plusieurs<lb/>gardent un jugement à l’epreuve, que sera-ce quand<lb/>ce jugement aura été nourri par des instructions<lb/>convenables?</hi></p>
<p
                rend="QU"><persName corresp="SPI" key="Rousseau, Jean-Jacques" rend="smallcaps" subtype="H"
              xml:id="PN.1">J. J. Rousseau</persName>.</p>
<p
                rend="UM">Se con tutta la malvagia educazione delle fanciulle,<lb/>le più di esse hanno un diritto discernimento, che<lb/>fia quando un così fatto discernimento sarà da<lb/>convenevole educazione nutricato? <milestone
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<p rend="SO"><milestone unit="E2" xml:id="FR.3"/> <milestone unit="E3"
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                unit="FP" xml:id="FR.7"/> E<hi rend="smallcaps">gli</hi> ha parecchi anni che io fui a <placeName
                corresp="SPI" key="#GID.2" ref="geonameID:3181928"
                xml:id="PL.1">Bologna</placeName>, e quivi dimorando spesse volte mi recai all’Accademia dell’Istituto ad udire la famosa <persName
                corresp="SPI" key="Bassi, Laura Maria Caterina" subtype="H"
                xml:id="PN.2">Laura Bassi</persName>, che Fisica vi leggeva. Meravigliato della chiarezza e della leggiadria con che dimostrava le cose, m’invaghii di più presso conoscere questa sapiente donna; e da uno che dell’Istituto era, mi feci menare a lei. Così poscia ebbi agio di sovente visitarla, e quasi sempre io la ritrovava nel mezzo della sua famiglia, intesa all’educazione de’figliuoli. Notai, che senza essere da altri invitata, mai non entrava in ragionamenti di scienze; e quando il faceva, ella sì modestamente ragionava, che di rado mi pare ciò incontrare eziandio negli uomini dotti. <milestone
                rend="closer" unit="FP"/> <milestone rend="closer"
                unit="E4"/></p>
<p>Si dolsero certi in presenza di lei un giorno, che non fossero le femmine per maniera cresciute da poter i talenti dell’ingegno esercitare. Di questo, cominciò allora quella savia donna, <pb
                n="77"/> più che d’ogni altra cosa mi grava. Certo a noi porgere una educazione intieramente letteraria e scientifica di necessità non è. E se io fui nelle scienze ammaestrata, nè son tenuta al padre mio, stato sapiente e di gran fama, al quale in me, pur tenera fanciulla, certe disposizioni parve discuoprire che fussero, secondo che egli reputava, da coltivare. Ma per le donne, di questo m’incresce assai, che in una vergognosa ignoranza tenute sono. Quasi in tutte le nazioni è stata sempre negletta l’educazione loro; e, non altrimenti che se elle fossero d’altra specie, sono lasciate a governare a se stesse, e non ci si pensa che si fa di loro la metà del mondo. Il ballo, la musica e l’ago sono tutte le scienze che alle fanciulle si mostrano, le quali avranno una volta ad essere mogli e madri, e regolare una famiglia. Ecco perfezioni, ecco ingegno che all’un sesso è richiesto, in cui dimora la benavventuranza dell’altro. Disporre a virtù il cuor loro, ammaestrarle degli obblighi ai quali in futuro avranno da soddisfare, empiere loro lo spirito delle dottrine acconce a far loro sfuggire malinconia, a schermirle dalla noia, dalla quale nello spazio della vita sogliono esse più che gli uomini essere afflitte, non è chi procacci; ma l’educazione loro sembra solamente che sia ordinata a infondere in esse, ancora dimoranti fra le braccia della loro balia, il gusto dell’appariscenza e delle ciance. La loro vanità è nutricata bene, ed alle morbidezze ed al secolo ed alle fallaci opinioni è di esse conceduta tutta signoria, talchè egli par che si tema non razionali esseri di quelle si facciano.</p>
<p><pb
                n="78"/> Or quali sono le scuse che dello sconcio errore si adducono, anzi dell’abbominevole tirannia, la quale danna le femmine ad una tenebrosa ignoranza, e poco men che non dissi ad una perpetua fanciullezza? Primieramente si allega come le femmine, se erudizione avessero, sarebbero ai loro mariti meno sottoposte, e debiliterebbero il legame del matrimonio. Al che io farò la risposta di uno de’maggiori uomini de’tempi moderni. <milestone
                unit="E4" xml:id="FR.8"/> <milestone unit="ZM"
                xml:id="FR.9"/> “S’egli è che il piacere del matrimonio e la saldezza, dice <persName corresp="SPI"
                key="von Rotterdam Erasmus, Desiderius" subtype="H"
                xml:id="PN.3">Erasmo</persName>, più dalla benivolenza degli animi che dall’amor carnale proceda, coloro i quali congiunge carità d’ingegno, deono di più forte nodo essere stretti. E la moglie che conosce buono il marito ad esserle altresî maestro, hallo in più reverenza. Nè io veggo perchè i mariti, se addottrinate mogli avessero, temere debbano di averle men che costumate; salvo se taluni non vi fossero che dalle lor mogli volessero quello che alle gentili donne e dabbene non conviene addomandare. Anzi, per mio avviso, nulla cosa è più malagevole a trattare che l’idiotaggine. È di vero il colto animo e negli studi usato questo privilegio ha, che egli le diritte ragioni comprende e le oneste; e discerne quello che sia da fuggire, e che sia similmente da seguitare. Ora chi t’è maestro, agevolmente ti persuade.”<hi
                  rend="superscript"><note n="1">Eras. Epist. 2, cent. 8.</note></hi> <milestone rend="closer"
                unit="ZM"/> <milestone rend="closer"
                unit="E4"/></p>
<p>No certo, donna di mente aperta e di ordinato giudizio non dee mai far paura ad un uomo di buon sentimento. E come gli potrebbe <pb
                n="79"/> dispiacere che la sua donna quello in sè avesse che solo al valentuomo ne può fare una piacevole e dolce compagna? Ciò che mena il più degli uomini fuori della lor casa a passar tempo, è l’ignoranza, la poca levatura e il frascheggiare delle loro femmine. Qual dura cosa non è ad un padre di famiglia della sua magione amico, il dovere tutti i suoi pensieri dentro del suo petto raccogliere, per difetto d’intendimento nella sua moglie, e l’esser costretto a dipartire da sè i figliuoli suoi fanciullissimi, perciocchè nella prima educazione mal li saprebbe la madre dirizzare? Per opposto, che consolazione è pari a quella che può un’amorosa donna e saggia porgere al suo marito? Gli ravviva ella tutte le potenze dello spirito, lo sprona e soccorre alle laudevoli imprese, e lo conforta a perseverare infino al compimento. A lui ella comunica tutte le più nobili qualità del suo carattere; ella rettifica le passioni di lui, e menalo alla virtù; ella in somma, mentre che il rende felice, il migliora; e questa è la corona e la palma del coniugale amore.</p>
<p>L’istruzione, soggiungono i detrattori delle femmine, sarebbe ai costumi di quelle dannosa, poichè più artificiali rendendole, più le farebbe incattivire. Ma se veruna cosa può le femmine guastare, non è certamente l’addottrinamento, il quale occupando il loro intelletto, le informa de’lor doveri, risveglia in esse una più nobile idea della lor dignità, e guardale da que’falli ne’quali le sospinge ignoranza, noia ed ozio. Qui la seconda volta piacemi di produrre il chiarissimo <persName
                corresp="SPI" key="von Rotterdam Erasmus Desiderius" subtype="H"
                xml:id="PN.4">Erasmo</persName>, il quale dice così: <milestone unit="E4" xml:id="FR.10"/> <milestone
                unit="ZM" xml:id="FR.11"/> “Un <pb
                n="80"/> dubbio è mosso, se alla castità ed all’onor delle donne faccia utilità la letteratura. Conciossiachè due cose singolarmente in periglio mettano la castità delle donzelle, e sono l’ozio e i lascivi trastulli, dall’uno e dagli altri l’amor dello studio le guarda. Nè casta è veruna più saldamente di quella che tale è per senno. Io non biasimo punto il consiglio di coloro i quali alla pudicizia delle figliuole per li lavorii manuali provveggono. Ma non però che alcuna cosa tanto il petto ingombri delle fanciulle, quanto lo studio. Di che, oltre ai predetti frutti di essere lo spirito dal pestilenzioso ozio tenuto lunge, ottimi ammaestramenti si ritraggono, per li quali sia la mente apparecchiata ed accesa a virtù. Semplicità e ignoranza sono state cagione a molte di perdere la pudicizia, prima che questo inestimabile tesoro conoscessero da quali cose potesse danno ricevere.”<hi
                  rend="superscript"><note n="2">Erams. Ibid.</note></hi> <milestone rend="closer"
                unit="ZM"/> <milestone rend="closer"
                unit="E4"/></p>
<p>Nella mente, in niuna cosa occupata, conviene, a malgrado di lei, che entrino le impressioni del cuore. Natural proprietà delle femmine è la tenerezza che col sangue lor circola; quasi a dire un chiuso fuoco il quale, ad ardere in aperto, d’altro non ha mestieri che dell’esca a cui si apprenda. Possono elle adunque solamente, con tenere intesi i pensieri ad alcuno studio, sfuggire gli sviamenti del cuore. L’uomo, il quale troppo essendo circoscritto, non basta a soddisfare a se stesso, uopo ha di ricorrere a ciò che è fuori di sè, onde sia egli occupato. Per <pb
                n="81"/> la qual cosa a schivare se stesso egli s’ingegna di porre l’animo o in lavorare o in darsi buon tempo: ma con tutto questo spesse volte surge la noia, e il cuore gli assedia. Or della noia molto deono più aver paura le femmine, perciocchè ad esse in neghittosa mollezza viver conviene, o a quelle cose intendere di che allo spirito niente appartenga. Qual meraviglia allora che elle ricorrano alle passioni che le ricreino? Solo questo è il refugio che ha lor conceduto la crudel pietà degli uomini.</p>
<p>Niuno, senza dubbio, negherà, le femmine nella felicità avere il medesimo titolo che gli uomini. Ora che è felicità, se non se tutte le nostre potenze liberamente usare? Ma condannate sono le femmine a non adoperare e lasciar languire le morali potenze che esse, similmente agli uomini, dalla natura hanno avute; e mentre che sono fatte partecipi delle più aspre fatiche degli uomini, la dottrina, che fa sorgere il conoscimento loro ed a perfezione aggiungere, e che purissimi diletti e sommi lor porge, è ad esse vietata. Non ad altro par che abbia rispetto l’educazione che elle hanno, se non se a farle divenire persone che la vanezza, il capriccio e l’irrazionalità della puerizia insino all’estremo ritengano della vita. Potrebbesi affermare che gli uomini paventino non quella maggioranza che sulle femmine usurpansi, sia lor tolta, se per avventura si conducessero a fare in quelle manifestare le potenze che elle hanno diritto di esercitare, non pure dentro il piccolo circuito della privata casa, ma nella conversazione eziandio della universal società. <pb
                n="82"/> Com’è ciò, che elle deggiano esser deposte dal grado delle ragionevoli creature? Or non è così fatta ingiustizia un rimaso del selvaggio stato dell’uomo, nel quale egli trattava la sua consorte a guisa di giumento?</p>
<p>La ragione che le più volte si rende del voler l’addottrinamento niegare alle donne, è questa, perciocchè ne ricevono spirito di vanità, la quale pedanti le fa e da non poter esser sofferte. Primieramente io dirò che la dottrina, se generalmente divenisse comunal cosa delle donne, in luogo di essere, come al presente è, singolar dote di una e di altra, più non le farebbe andare di questo privilegio altiere: o l’orgoglio almeno di sapere non sarebbe tra esse più comunale che sia tra gli uomini. Nè io niego aver erudizione nelle donne suscitata la vanità, ed esse recate a tenersi degne di più che non erano: e di questo potersene leggermente addurre di molti esempi. Ma io affermo che quante si oppone essere state per li libri corrotte, sarebbero per altro modo venute eziandio senza quelli a corruzione. L’animo delle donne che per aver troppo letto, sentono del pedante e del ridicolo, si dee credere che naturalmente fosse così mal disposto, che, senza pure aver letta cosa del mondo, del tutto sarebbero state prive di senno. E non sono sazievoli e noiose per aver soverchiamente studiato, ma perchè d’intelletto hanno disagio; laonde non avrebbe l’idiotaggine avanzato punto il lor valore, perciocchè non quello che hanno, ma che non hanno le fa dispiacere. In somma niuno argomento che annodi si può contro la <pb
                n="83"/> cultura generale dello spirito delle donne ordinare, che che ne dicano gl’ingannati.</p>
<p>De’buoni effetti che dall’addottrinamento seguirebbero delle femmine, l’uno saria quello che la gelosia, onde è fra esse divisione e discordia, sarebbe scemata. Oggi quello di che si paoneggiano le donne, è la bellezza sola; e gli uomini pare che per null’altra qualità le abbiano in pregio. Da indi muove la rivalità che le inimica fra loro. Ora se più conto si tenesse della coltura del loro spirito, con questa elle meritamente acquisterebbero l’altrui estimazione, e provveduto sarebbe che moltissime non avessero a sospirare i vantaggi della bellezza. Tanto pretendono gli uomini al ben dell’ingegno, quanto a quello della bellezza le donne: ma siffatta pretensione non genera troppa gelosia, per la ragione che delle interne qualità è più malagevole a poter giudicare che delle apparenti. Alle donne si rimprovera che all’alto merito e vero poco si lasciano muovere. Ma come potrebbe ciò essere, se l’educazion che ricevono, non le acconcia a poter quello conoscere? Null’altro ad esse s’inculca, se non che piacer bisogna, e poi vengono riprese d’aver solamente l’animo a quel che piace.</p>
<p>Alcun compenso ai difetti dell’educazione delle femmine potrebbe per avventura mettere la conversazione degli uomini: ma essi hanno per regola di civile usanza, che con quelle non si ragioni se non di ciance. Sicchè conversando con esse, non mai dal parlar della moda, del giuoco, delle brighe e delle beffe che sono in costume, e da certo gergo di galanteria, si <pb
                n="84"/> dilungano. Dal sermone che con esse usano, siccome dalla cura che mostrano di averne, manifesta cosa è che essi le tengono per fanciulli, o per idoli.</p>
<p>Poco è paruto che le donne fossero contro giustizia di dottrina private, e di poter la ragione e l’ingegno coltivare; chè si è ancora voluto a quelle il diritto levare che avevano alla virtù. Chi guarda sottilmente, non è un impedir che siano virtuose, il torre loro i modi di pervenire alla virtù? E questo fanno coloro i quali involano alle donne la dolcezza della pubblica opinione, e presumono la meno nominata essere la più virtuosa. Qual torto può essere lor fatto maggiore, che volendo da esse virtù, aver per male che ne aspirino all’onore? Le virtù degli uomini che sarebbero, laddove privati fossero della pubblica opinione, la quale, appresso il proprio giudizio e riconoscimento di sè, è del bene operare la più soave retribuzione? Coloro i quali per grandi imprese e per altezza d’ingegno notabili divengono e famosi, non pur non sono condannati a vivere oscuri, ma grandissime testimonianze della pubblica stima e monumenti ricevono: come sono statue, soprascrizioni e mausolei che loro eternano il nome. Ed alle donne che mogli sono e madri; alle donne che la sensibilità destando degli uomini, gl’innamorano dei doveri dell’umanità e la lor consolazione assicurano; alle donne che son come essi cittadine, e di molti sagrificii fanno similmente alla patria; alle donne adunque altra parte non toccherà, se non se obblivione ed eterno silenzio? Non potrà il <pb
                n="85"/> nome lor suonare oltre i termini delle piccole dimore in che vivono? Nè alla gratitudine eziandio ed all’amore fia lecito sopra la sepoltura intagliarlo, là ove hanno pace le lor ossa? <milestone
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Meravigliato della chiarezza e della leggiadria con che dimostrava le cose, m’invaghii di più presso
conoscere questa sapiente donna; e da uno che dell’Istituto era, mi feci menare a lei. Così poscia
ebbi agio di sovente visitarla, e quasi sempre io la ritrovava nel mezzo della sua famiglia, intesa
all’educazione de’figliuoli. Notai, che senza essere da altri invitata, mai non entrava in
ragionamenti di scienze; e quando il faceva, ella sì modestamente ragionava, che di rado mi pare ciò
incontrare eziandio negli uomini dotti. </seg>

                      </seg> Si dolsero certi in presenza di lei un giorno, che non fossero le femmine per maniera
cresciute da poter i talenti dell’ingegno esercitare. Di questo, cominciò allora quella savia donna,
<pb
                        n="77"/>più che d’ogni altra cosa mi grava. Certo a noi porgere una educazione intieramente
letteraria e scientifica di necessità non è. E se io fui nelle scienze ammaestrata, nè son tenuta al
padre mio, stato sapiente e di gran fama, al quale in me, pur tenera fanciulla, certe disposizioni
parve discuoprire che fussero, secondo che egli reputava, da coltivare. Ma per le donne, di questo
m’incresce assai, che in una vergognosa ignoranza tenute sono. Quasi in tutte le nazioni è stata
sempre negletta l’educazione loro; e, non altrimenti che se elle fossero d’altra specie, sono
lasciate a governare a se stesse, e non ci si pensa che si fa di loro la metà del mondo. Il ballo,
la musica e l’ago sono tutte le scienze che alle fanciulle si mostrano, le quali avranno una volta
ad essere mogli e madri, e regolare una famiglia. Ecco perfezioni, ecco ingegno che all’un sesso è
richiesto, in cui dimora la benavventuranza dell’altro. Disporre a virtù il cuor loro, ammaestrarle
degli obblighi ai quali in futuro avranno da soddisfare, empiere loro lo spirito delle dottrine
acconce a far loro sfuggire malinconia, a schermirle dalla noia, dalla quale nello spazio della vita
sogliono esse più che gli uomini essere afflitte, non è chi procacci; ma l’educazione loro sembra
solamente che sia ordinata a infondere in esse, ancora dimoranti fra le braccia della loro balia, il
gusto dell’appariscenza e delle ciance. La loro vanità è nutricata bene, ed alle morbidezze ed al
secolo ed alle fallaci opinioni è di esse conceduta tutta signoria, talchè egli par che si tema non
razionali esseri di quelle si facciano. <pb
                        n="78"/>Or quali sono le scuse che dello sconcio errore
si adducono, anzi dell’abbominevole tirannia, la quale danna le femmine ad una tenebrosa ignoranza,
e poco men che non dissi ad una perpetua fanciullezza? Primieramente si allega come le femmine, se
erudizione avessero, sarebbero ai loro mariti meno sottoposte, e debiliterebbero il legame del
matrimonio. Al che io farò la risposta di uno de’maggiori uomini de’tempi moderni. <seg
                        synch="#FR.8" type="E4">
                        <seg synch="#FR.9"
                            type="ZM"> “S’egli è che il piacere del matrimonio e la saldezza, dice Erasmo,
più dalla benivolenza degli animi che dall’amor carnale proceda, coloro i quali congiunge carità
d’ingegno, deono di più forte nodo essere stretti. E la moglie che conosce buono il marito ad
esserle altresî maestro, hallo in più reverenza. Nè io veggo perchè i mariti, se addottrinate mogli
avessero, temere debbano di averle men che costumate; salvo se taluni non vi fossero che dalle lor
mogli volessero quello che alle gentili donne e dabbene non conviene addomandare. Anzi, per mio
avviso, nulla cosa è più malagevole a trattare che l’idiotaggine. È di vero il colto animo e negli
studi usato questo privilegio ha, che egli le diritte ragioni comprende e le oneste; e discerne
quello che sia da fuggire, e che sia similmente da seguitare. Ora chi t’è maestro, agevolmente ti
persuade.”<note n="1">Eras. Epist. 2, cent. 8.</note>
                        </seg>

                      </seg> No certo, donna di mente aperta e di ordinato giudizio non dee mai far paura ad un uomo di
buon sentimento. E come gli potrebbe <pb
                        n="79"/>dispiacere che la sua donna quello in sè avesse che
solo al valentuomo ne può fare una piacevole e dolce compagna? Ciò che mena il più degli uomini
fuori della lor casa a passar tempo, è l’ignoranza, la poca levatura e il frascheggiare delle loro
femmine. Qual dura cosa non è ad un padre di famiglia della sua magione amico, il dovere tutti i
suoi pensieri dentro del suo petto raccogliere, per difetto d’intendimento nella sua moglie, e
l’esser costretto a dipartire da sè i figliuoli suoi fanciullissimi, perciocchè nella prima
educazione mal li saprebbe la madre dirizzare? Per opposto, che consolazione è pari a quella che può
un’amorosa donna e saggia porgere al suo marito? Gli ravviva ella tutte le potenze dello spirito, lo
sprona e soccorre alle laudevoli imprese, e lo conforta a perseverare infino al compimento. A lui
ella comunica tutte le più nobili qualità del suo carattere; ella rettifica le passioni di lui, e
menalo alla virtù; ella in somma, mentre che il rende felice, il migliora; e questa è la corona e la
palma del coniugale amore. L’istruzione, soggiungono i detrattori delle femmine, sarebbe ai costumi
di quelle dannosa, poichè più artificiali rendendole, più le farebbe incattivire. Ma se veruna cosa
può le femmine guastare, non è certamente l’addottrinamento, il quale occupando il loro intelletto,
le informa de’lor doveri, risveglia in esse una più nobile idea della lor dignità, e guardale da
que’falli ne’quali le sospinge ignoranza, noia ed ozio. Qui la seconda volta piacemi di produrre il
chiarissimo Erasmo, il quale dice così: <seg
                        synch="#FR.10" type="E4">
                        <seg synch="#FR.11" type="ZM"> “Un <pb
                            n="80"/>dubbio è mosso, se alla castità ed all’onor delle
donne faccia utilità la letteratura. Conciossiachè due cose singolarmente in periglio mettano la
castità delle donzelle, e sono l’ozio e i lascivi trastulli, dall’uno e dagli altri l’amor dello
studio le guarda. Nè casta è veruna più saldamente di quella che tale è per senno. Io non biasimo
punto il consiglio di coloro i quali alla pudicizia delle figliuole per li lavorii manuali
provveggono. Ma non però che alcuna cosa tanto il petto ingombri delle fanciulle, quanto lo studio.
Di che, oltre ai predetti frutti di essere lo spirito dal pestilenzioso ozio tenuto lunge, ottimi
ammaestramenti si ritraggono, per li quali sia la mente apparecchiata ed accesa a virtù. Semplicità
e ignoranza sono state cagione a molte di perdere la pudicizia, prima che questo inestimabile tesoro
conoscessero da quali cose potesse danno ricevere.”<note n="2">Erams. Ibid.</note>
                        </seg>

                      </seg> Nella mente, in niuna cosa occupata, conviene, a malgrado di lei, che entrino le impressioni
del cuore. Natural proprietà delle femmine è la tenerezza che col sangue lor circola; quasi a dire
un chiuso fuoco il quale, ad ardere in aperto, d’altro non ha mestieri che dell’esca a cui si
apprenda. Possono elle adunque solamente, con tenere intesi i pensieri ad alcuno studio, sfuggire
gli sviamenti del cuore. L’uomo, il quale troppo essendo circoscritto, non basta a soddisfare a se
stesso, uopo ha di ricorrere a ciò che è fuori di sè, onde sia egli occupato. Per <pb
                        n="81"/>la
qual cosa a schivare se stesso egli s’ingegna di porre l’animo o in lavorare o in darsi buon tempo:
ma con tutto questo spesse volte surge la noia, e il cuore gli assedia. Or della noia molto deono
più aver paura le femmine, perciocchè ad esse in neghittosa mollezza viver conviene, o a quelle cose
intendere di che allo spirito niente appartenga. Qual meraviglia allora che elle ricorrano alle
passioni che le ricreino? Solo questo è il refugio che ha lor conceduto la crudel pietà degli
uomini. Niuno, senza dubbio, negherà, le femmine nella felicità avere il medesimo titolo che gli
uomini. Ora che è felicità, se non se tutte le nostre potenze liberamente usare? Ma condannate sono
le femmine a non adoperare e lasciar languire le morali potenze che esse, similmente agli uomini,
dalla natura hanno avute; e mentre che sono fatte partecipi delle più aspre fatiche degli uomini, la
dottrina, che fa sorgere il conoscimento loro ed a perfezione aggiungere, e che purissimi diletti e
sommi lor porge, è ad esse vietata. Non ad altro par che abbia rispetto l’educazione che elle hanno,
se non se a farle divenire persone che la vanezza, il capriccio e l’irrazionalità della puerizia
insino all’estremo ritengano della vita. Potrebbesi affermare che gli uomini paventino non quella
maggioranza che sulle femmine usurpansi, sia lor tolta, se per avventura si conducessero a fare in
quelle manifestare le potenze che elle hanno diritto di esercitare, non pure dentro il piccolo
circuito della privata casa, ma nella conversazione eziandio della universal società. <pb
                        n="82"/>Com’è ciò, che elle deggiano esser deposte dal grado delle ragionevoli creature? Or non è così
fatta ingiustizia un rimaso del selvaggio stato dell’uomo, nel quale egli trattava la sua consorte a
guisa di giumento? La ragione che le più volte si rende del voler l’addottrinamento niegare alle
donne, è questa, perciocchè ne ricevono spirito di vanità, la quale pedanti le fa e da non poter
esser sofferte. Primieramente io dirò che la dottrina, se generalmente divenisse comunal cosa delle
donne, in luogo di essere, come al presente è, singolar dote di una e di altra, più non le farebbe
andare di questo privilegio altiere: o l’orgoglio almeno di sapere non sarebbe tra esse più comunale
che sia tra gli uomini. Nè io niego aver erudizione nelle donne suscitata la vanità, ed esse recate
a tenersi degne di più che non erano: e di questo potersene leggermente addurre di molti esempi. Ma
io affermo che quante si oppone essere state per li libri corrotte, sarebbero per altro modo venute
eziandio senza quelli a corruzione. L’animo delle donne che per aver troppo letto, sentono del
pedante e del ridicolo, si dee credere che naturalmente fosse così mal disposto, che, senza pure
aver letta cosa del mondo, del tutto sarebbero state prive di senno. E non sono sazievoli e noiose
per aver soverchiamente studiato, ma perchè d’intelletto hanno disagio; laonde non avrebbe
l’idiotaggine avanzato punto il lor valore, perciocchè non quello che hanno, ma che non hanno le fa
dispiacere. In somma niuno argomento che annodi si può contro la <pb
                        n="83"/>cultura generale dello
spirito delle donne ordinare, che che ne dicano gl’ingannati. De’buoni effetti che
dall’addottrinamento seguirebbero delle femmine, l’uno saria quello che la gelosia, onde è fra esse
divisione e discordia, sarebbe scemata. Oggi quello di che si paoneggiano le donne, è la bellezza
sola; e gli uomini pare che per null’altra qualità le abbiano in pregio. Da indi muove la rivalità
che le inimica fra loro. Ora se più conto si tenesse della coltura del loro spirito, con questa elle
meritamente acquisterebbero l’altrui estimazione, e provveduto sarebbe che moltissime non avessero a
sospirare i vantaggi della bellezza. Tanto pretendono gli uomini al ben dell’ingegno, quanto a
quello della bellezza le donne: ma siffatta pretensione non genera troppa gelosia, per la ragione
che delle interne qualità è più malagevole a poter giudicare che delle apparenti. Alle donne si
rimprovera che all’alto merito e vero poco si lasciano muovere. Ma come potrebbe ciò essere, se
l’educazion che ricevono, non le acconcia a poter quello conoscere? Null’altro ad esse s’inculca, se
non che piacer bisogna, e poi vengono riprese d’aver solamente l’animo a quel che piace. Alcun
compenso ai difetti dell’educazione delle femmine potrebbe per avventura mettere la conversazione
degli uomini: ma essi hanno per regola di civile usanza, che con quelle non si ragioni se non di
ciance. Sicchè conversando con esse, non mai dal parlar della moda, del giuoco, delle brighe e delle
beffe che sono in costume, e da certo gergo di galanteria, si <pb
                        n="84"/>dilungano. Dal sermone che
con esse usano, siccome dalla cura che mostrano di averne, manifesta cosa è che essi le tengono per
fanciulli, o per idoli. Poco è paruto che le donne fossero contro giustizia di dottrina private, e
di poter la ragione e l’ingegno coltivare; chè si è ancora voluto a quelle il diritto levare che
avevano alla virtù. Chi guarda sottilmente, non è un impedir che siano virtuose, il torre loro i
modi di pervenire alla virtù? E questo fanno coloro i quali involano alle donne la dolcezza della
pubblica opinione, e presumono la meno nominata essere la più virtuosa. Qual torto può essere lor
fatto maggiore, che volendo da esse virtù, aver per male che ne aspirino all’onore? Le virtù degli
uomini che sarebbero, laddove privati fossero della pubblica opinione, la quale, appresso il proprio
giudizio e riconoscimento di sè, è del bene operare la più soave retribuzione? Coloro i quali per
grandi imprese e per altezza d’ingegno notabili divengono e famosi, non pur non sono condannati a
vivere oscuri, ma grandissime testimonianze della pubblica stima e monumenti ricevono: come sono
statue, soprascrizioni e mausolei che loro eternano il nome. Ed alle donne che mogli sono e madri;
alle donne che la sensibilità destando degli uomini, gl’innamorano dei doveri dell’umanità e la lor
consolazione assicurano; alle donne che son come essi cittadine, e di molti sagrificii fanno
similmente alla patria; alle donne adunque altra parte non toccherà, se non se obblivione ed eterno
silenzio? Non potrà il <pb n="85"/>nome lor suonare oltre i termini delle piccole dimore in che
vivono? Nè alla gratitudine eziandio ed all’amore fia lecito sopra la sepoltura intagliarlo, là ove
hanno pace le lor ossa? </seg>
                  </seg>
                </seg>
              </seg>
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</TEI>
