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      <titleStmt>
        <title>La pernice ferita</title>
        <author>Giovanni Ferri di S. Costante</author>
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      <editionStmt>
        <edition>Moralische Wochenschriften</edition>
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          <name>Alexandra Fuchs</name>
          <resp>Editor</resp>
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        <respStmt>
          <name> Alexandra Kolb</name>
          <resp>Editor</resp>
        </respStmt>
        <respStmt>
          <name> Andrea Kaser</name>
          <resp>Editor</resp>
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      </editionStmt>
      <publicationStmt>
        <publisher>Institut für Romanistik, Universität Graz</publisher>
        <date when="2016-12-01">01.12.2016</date>
        <p>
          <idno type="PID">o:mws-117-1063</idno>
        </p>
      </publicationStmt>
      <sourceDesc>
        <bibl>Ferri di S. Costante, Giovanni: Lo Spettatore italiano, preceduto da un Saggio Critico sopra i
Filosofi Morali e i Dipintori de’Costumi e de’Caratteri. Milano: Società Tipografica de’Classici
Italiani 1822, 341-343 </bibl>
        <bibl type="Einzelausgabe" xml:id="SPI">
          <title level="j">Lo Spettatore italiano</title>
          <biblScope type="vol">3</biblScope>
          <biblScope type="issue">79</biblScope>
          <date>1822</date>
          <placeName key="#GID.1">Italien</placeName>
        </bibl>
      </sourceDesc>
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          </ab>
        </interpretation>
      </editorialDecl>
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        <name type="place">Graz, Austria</name>
      </creation>
      <langUsage>
        <language ident="it">Italian</language>
      </langUsage>
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            <term xml:lang="de">Menschenbild</term>
            <term xml:lang="it">Immagine dell'Umanità</term>
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            <term xml:lang="es">Imagen de los Hombres</term>
            <term xml:lang="fr">Image de l’humanité</term>
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              rend="smallcaps">La pernice ferita</hi></head>
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              rend="italic"> Beneficiorum Dei animalia etiam partem habent </hi></p>
<p rend="QU">(<persName
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<p
                rend="UM">De’beneficii di <persName corresp="SPI" key="Gott" subtype="F"
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                xml:id="PN.3">Eugenio</persName>, a diporto per la campagna col fido mio compagno, cioè col mio buon <persName
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                xml:id="PN.4">Melampo</persName>, quando da una siepe di lungo il calle udii un romore non troppo grande, e vidi <persName
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                xml:id="PN.5">Melampo</persName> avventarsi a quella siepe, per lo cui mezzo un sentieruolo varcava. Gli andai dietro, non per istigarlo già a nulla perseguire, ma per veder quello che sentito vi avesse: ed era una pernice ferita. Posa, posa, <persName
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                xml:id="PN.6">Melampo</persName>, io gridai; bada che sacra cosa è l’infelicità: guardati di toccarla. <persName
                corresp="SPI" key="Melampo" subtype="F"
                xml:id="PN.7">Melampo</persName> ristette, e dimenando la coda pareva mi volesse dire: O signor mio, egli era il più bel destro del mondo! Così avviene, diceva io meco pensando, che la gente s’avvisa d’aver un bel destro, quando senza paura le vien fatto di potere opprimere altrui.</p>
<p>Poi rimettendomi nella strada, mi venne un pensier cosiffatto nell’animo. La fortuna degli abbandonati dal cielo è peggior che quella di chi è dal ciel gastigato. Trassi questi pensamenti alla ferita pernice, e dissi: O infelice uccelletto, rimarrai tu abbandonato? No; anzi <pb
                n="342"/> io sarò a te quello che nelle tribulazioni l’uomo vorrebbe che fosse a lui il cielo; che tanto è a dire, quanto un guardiano ed un salvatore. Non ti lascierò io per certo nelle mani delle dispietate persone, nè ti lascierò a te altresì.</p>
<p>Corsi dietro alla pernice velocemente, come quegli cui pareva tener del nume nel torre sotto la mia protezione uno sventurato essere, il quale da me si fuggiva non per altro, che per non potere il ver discernere dal non vero male. Forse che voi farete le risa: ma tanto vi vo’dire, che io non sono stato mai così di me maggiore, come allora fui. La deità che circa sè vibra la morte, sgomenta i petti: ma oh quanto è da riverir quella che intorno da sè fa piover la vita! Aggradisca ai cacciatori il barbaro diletto di contraffare la prima; che io mi terrò beato quando mi fia conceduto di potere della seconda aver somiglianza.</p>
<p>Ebbi una volta l’impiagata pernice, a cui un colpo di archibugio avea rotta l’una dell’ale; perchè io dissi: Pognamo che di questo tuo sostegno non ti possa io restituire; ti fien dati tanti aiuti e tanti conforti, che nell’avvenire non ti ricorderai della tua perdita se non come di un sogno. Il cielo non può, senza pervertere l’ordine mondiale, impedir certi danni nè ristorarli; ma se egli provvedeci per modo che noi li possiamo sopportare, è da sapergliene sommamente grado.</p>
<p>Di questa sollecitudine che io d’un uccello prendea, molti amici miei mi schernivano, e mi credevano uno insensato. Le forti affinità sentite sono per l’universo mondo; ma le lontane <pb
                n="343"/> corrispondenze sol gli alti cuori toccano, e sol quelli per avventura efficacemente i quali alla sensibilità accoppiano l’immaginazione. Ora nella compassion che de’nostri pari abbiamo, non si mischia molto più amor di noi stessi che in quella la qual degli animali ci stringe? E non mostriamo noi nel primo caso di prender cura d’altrui per lo segreto desiderio di mettere compassion di noi ne’nostri simili, se mai incontra che la sciagura di chi or ci commove, incolga a noi?</p>
<p>Alla mia <persName
                corresp="SPI" key="Emilia" subtype="F"
                xml:id="PN.8">Emilia</persName> recai la pernice; ed ella le fasciò l’ala ferita; e mentre che con la sua dolce cura faceva al povero augello la sua calamità dimenticare, io mi sentiva più e più crescere nel cuore il sentimento dell’umanità. <milestone
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                        type="AE"> N’andava io, raccontavami Eugenio, a diporto per la campagna col fido
mio compagno, cioè col mio buon Melampo, quando da una siepe di lungo il calle udii un romore non
troppo grande, e vidi Melampo avventarsi a quella siepe, per lo cui mezzo un sentieruolo varcava.
Gli andai dietro, non per istigarlo già a nulla perseguire, ma per veder quello che sentito vi
avesse: ed era una pernice ferita. Posa, posa, Melampo, io gridai; bada che sacra cosa è
l’infelicità: guardati di toccarla. Melampo ristette, e dimenando la coda pareva mi volesse dire: O
signor mio, egli era il più bel destro del mondo! Così avviene, diceva io meco pensando, che la
gente s’avvisa d’aver un bel destro, quando senza paura le vien fatto di potere opprimere altrui.
Poi rimettendomi nella strada, mi venne un pensier cosiffatto nell’animo. La fortuna degli
abbandonati dal cielo è peggior che quella di chi è dal ciel gastigato. Trassi questi pensamenti
alla ferita pernice, e dissi: O infelice uccelletto, rimarrai tu abbandonato? No; anzi <pb
                        n="342"/>io sarò a te quello che nelle tribulazioni l’uomo vorrebbe che fosse a lui il cielo; che tanto è a
dire, quanto un guardiano ed un salvatore. Non ti lascierò io per certo nelle mani delle dispietate
persone, nè ti lascierò a te altresì. Corsi dietro alla pernice velocemente, come quegli cui pareva
tener del nume nel torre sotto la mia protezione uno sventurato essere, il quale da me si fuggiva
non per altro, che per non potere il ver discernere dal non vero male. Forse che voi farete le risa:
ma tanto vi vo’dire, che io non sono stato mai così di me maggiore, come allora fui. La deità che
circa sè vibra la morte, sgomenta i petti: ma oh quanto è da riverir quella che intorno da sè fa
piover la vita! Aggradisca ai cacciatori il barbaro diletto di contraffare la prima; che io mi terrò
beato quando mi fia conceduto di potere della seconda aver somiglianza. Ebbi una volta l’impiagata
pernice, a cui un colpo di archibugio avea rotta l’una dell’ale; perchè io dissi: Pognamo che di
questo tuo sostegno non ti possa io restituire; ti fien dati tanti aiuti e tanti conforti, che
nell’avvenire non ti ricorderai della tua perdita se non come di un sogno. Il cielo non può, senza
pervertere l’ordine mondiale, impedir certi danni nè ristorarli; ma se egli provvedeci per modo che
noi li possiamo sopportare, è da sapergliene sommamente grado. Di questa sollecitudine che io d’un
uccello prendea, molti amici miei mi schernivano, e mi credevano uno insensato. Le forti affinità
sentite sono per l’universo mondo; ma le lontane <pb n="343"/>corrispondenze sol gli alti cuori
toccano, e sol quelli per avventura efficacemente i quali alla sensibilità accoppiano
l’immaginazione. Ora nella compassion che de’nostri pari abbiamo, non si mischia molto più amor di
noi stessi che in quella la qual degli animali ci stringe? E non mostriamo noi nel primo caso di
prender cura d’altrui per lo segreto desiderio di mettere compassion di noi ne’nostri simili, se mai
incontra che la sciagura di chi or ci commove, incolga a noi? Alla mia Emilia recai la pernice; ed
ella le fasciò l’ala ferita; e mentre che con la sua dolce cura faceva al povero augello la sua
calamità dimenticare, io mi sentiva più e più crescere nel cuore il sentimento dell’umanità. </seg>
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