Lo Spettatore italiano: Il daino salvato
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Ebene 1
Il daino salvato
Zitat/Motto
Nec se
vicino dubitat committere tecto,
Quae fugit infestos territa cerva canes
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . Ante pedes supplex, similisque roganti
Constitit; et praedam non tetigere canes. Mart.~kNè d’affidarsi al vicin tetto ha tema
Quae fugit infestos territa cerva canes
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . Ante pedes supplex, similisque roganti
Constitit; et praedam non tetigere canes. Mart.~k
Nè d’affidarsi al vicin tetto ha tema
L’impaurita cerva, che gl’infesti
Cani
fuggío; ma in supplichevol atto,
E simile a chi prega, innanzi a’piedi
Ristette; nè toccâr
la preda i cani.
Ebene 2
Ebene 3
Allgemeine Erzählung
Per alquanto posarmi, narrava Eugenio, andai un dì sotto una pergola
da Emilia posta in quel tempo, quando, avvegnachè ancora sposi non fossimo, eravamo di ferventissimo
amore congiunti. Avvenne che subitamente un grandissimo rumore udir mi parve: perchè rotto il mio
dolce pensiero di amore, mi diedi a guatar che fosse; ed era lo stormo di una grandissima caccia,
che più e più alla mia volta appressavasi. Ond’io, noiandomi al trovarmi presente a questo crudel
giuoco, mi levai incontanente per fuggir via: ma non prima ebbi posto il piè fuori della pergola,
che un daino vi saltò dentro, e senza guardia punto di me prendere, subito si rivolse arditamente ai
nemici che lo stringevano rabbiosi. Era per ventura nella pergola il marroncello di Emilia: ed io,
presolo con ambe le mani, stizzosamente diedi di quello al primo cane che voleva venir
dentro, e quasi morto mel feci ai piedi cadere: il somigliante avvenne al secondo; e se non fosse
che le mie minaccie sgomentarono e respinsero indietro gli altri, tutto lo stormo avrebbe avuto
l’istessa sorte. Il rumor della caccia erasi insin dalla magione sentito: perchè Emilia, in mezzo
a’suoi leali famigli, venne a gran fretta alla pergola; e la sua venuta fece sì, che i cacciatori
allettarono i cani, i quali malvolentieri abbandonarono la preda. La cacciata bestiuola, in dubbio
ancora della sua vita, e mezzo disperata in vista, cavava co’piedi la terra, come a provare l’ultimo
argomento per lo suo scampo. Pur con la lingua fuor della bocca sporta, gocciando grandissime
lagrime dagli occhi, e per le ampliate e gonfie nari versando il sangue, mansuetamente senza
resistere si lasciò prendere; ed io, messole un fazzoletto intorno al collo, in forma di trionfo la
menai alla stalla, ove i famigliari le prepararono un letticciuolo, la rasciugarono tutta quanta, ed
acqua e fieno le posero dinanzi. Guardava con molta affezione Emilia quel povero animale che per
buona sua ventura era stato alla crudeltà de’cacciatori sottratto; essa facevagli vezzi e lusinghe,
ed egli sembrava mostrar gratitudine del ricevuto beneficio. Potrei io, dissemi Emilia, chiedervelo
in dono? Per questo l’avrei più caro, che egli da voi tien la vita. Di buon grado, io le risposi:
salvo che di profferirvelo non ho titolo; perciocchè egli già è vostro, per una ragione la quale
ne’semplici tempi dell’antichità avrebbe fatto questo bell’animale divenir sacra cosa.
Egli nel vostro pergolato, come nel tempio dell’innocenza, riparò e fu salvo. Io sicuramente più che
secondar l’avventura non feci. Ora poteva io non fornire il mio officio? poteva io, per la morte di
questa creatura innocente, vedere la vostra pergola insanguinata?
