Lo Spettatore italiano: La caccia
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La caccia
Zitat/Motto
A peine me
pouvois je persuader, avant que je l’eusse
vu, qu’il se fut trouvé des ames si farouches, que
pour le seul plaisir du meurtre elles le voulussent
commettrePrima che non avessero ciò veduto gli occhi miei,
vu, qu’il se fut trouvé des ames si farouches, que
pour le seul plaisir du meurtre elles le voulussent
commettre
(Montaigne~k).
Prima che non avessero ciò veduto gli occhi miei,
m’era forte a dover credere
come sì feroci animi
v’avesse che per semplice diletto commettano uccisioni.
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Più volte ho io veduta la semplicetta e timida lepre, dai fieri cani
acceffata, tingere del suo sangue il prato, che la cortese natura pare averle ad abitare conceduto.
Più volte veduti mi vennero uccelletti di bellissime piume vestiti, che dal micidial piombo caddero
trafitti, gloriandosi il cacciatore della sua spietata destrezza. O insensato! Ove è dunque
l’umanità, e quella compassione che sopra tutti gli animali ti fa eccellente? Forse la sovrana legge
che su questi animali forza ed imperio ti ha attribuito, ti ha ogni spirito di pietà negato? Se
pruno o tribolo in alcuna parte del corpo tanto o quanto ti stringe, come ti duoli tu? Non ti senti
morire se l’uno delle membra t’è mozzo? Immagina dunque il dolore che tu fai a’miseri animali, di sì
tenere fibre, di sì delicati nervi materiati, e non voler efferatamente del loro strazio e della lor
morte prender più gioco. Queste, o delle cosiffatte erano le invettive per le quali il mio amico
Eugenio, tutto quanto acceso, vituperava il piacere della caccia. Vero è che la
benivoglienza ch’egli porta alla vita di tutti gli animali, oltre il confine della verità lo
sospinse. Chè natura non ne impose certo la dieta pittagorica, già per alquanti antichi e moderni
filosofi con somme lodi tolta insino al cielo. L’uomo, come quegli che non si ristrinse mai a dover
vivere d’erba, di coccole e di frutta, si è sempre faticato a modo degli altri animali di pascersi
di carne. E chi volesse per tutta la natura cercare, dice Buffon, questo appetito non pur nell’uomo
e ne’quadrupedi troverebbe, ma eziandio negli uccelli, ne’pesci, negli insetti e ne’vermi, a’quali,
meglio che agli altri, par la carne essere stata ordinata per proprio e spezial pasto. Per la qual
cosa non è da negare all’uomo il diritto di poter gli animali al suo bisogno svenare; ma egli ne
uccide più alla sua intemperanza che al suo bisogno. Perciocchè, non altrimenti che se ad esterminar
dal mondo gli esseri a sè sottoposti fosse generato, sgombrerebbe al tutto la natura, se essa non
fosse inconsumabile, e se, per una fecondità uguale allo scempio che egli ne fa, non si sapesse ella
rinnovellar da se stessa e ristorare. La caccia per questo furore di distruzione è divenuta un
semplice trastullo. Ma in questo aspetto guardata è ella legittima? Può nel giudizio de’moralisti
esser giustificata? Non so: il determinar questa questione sia cura altrui. Ben è vero che Eugenio
ed io, rimosso ogni riguardo, ci facciamo beffe di coloro che nobilissimo esercizio chiamano la
caccia, ed affermano quella aver sempre occupati gli ozi degli eroi, e dovere non che
succedere, ma precedere ancora alle fatiche della guerra. Questo nobile esercizio è la necessaria e
forse sola briga delle selvatiche e barbare genti; e quando imprese e conquisti ebbero esse fatti,
avvegnachè fossero diventati eroi i loro conducitori, non si spogliarono le prime vaghezze, e la
caccia in tempo di pace per loro studio rimase. E più ancora questo esercizio (il quale alle fatiche
belliche o dee precedere o succedere) si è riservato ai nobili, come cosa ad essi soli necessaria;
talchè tutti gli Stati hanno inteso a levarla con rigide leggi al popolo, ciò che non gli ha per
altro mai conteso di mostrar nelle battaglie grande ardire e virtù smisurata. Certo nelle contrade
dove abbondano e fanno danno le bestie feroci, si può convertire in diletto il disfacimento di
quelle, ed indurvi per affrettarlo immaginazioni di ardire e di coraggio. Ma nelle nostre parti non
ha il suo pregio la caccia; perchè badando a perseguitare solamente non oflfendevoli e paurosi
animali, ella in crudeltà bassa e vile traligna. Le più dannose bestie che abbiano le nostre
regioni, sono, dopo il lupo, i cinghiali e le volpi, de’quali a ragione si può andare a caccia. Ma
il proponimento de’cacciatori si sa che non è di estinguere queste male razze: conciossiachè quando
elle son poche e non bastano a sollazzarli, essi si travaglino di aumentarle; nè de’mali che elle
commettono per li campi, si rammaricano.
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Allgemeine Erzählung
Quantunque io al presente abbomini la caccia, disse Eugenio, in su ‘l
principio della mia giovinezza fu ella mio sommo diletto: del quale, più per altrui
esempio che per altro, era io invaghito, non avendo prima gli effetti che questo esercizio adopera,
considerati. Ma tempo venne che me ne feci avveduto, per modo che io rinunziai alla caccia, non
potendo più ella darmi piacere. Un dì ch’io lunghesso il mare col mio archibugio passeggiava in una
parte ove molto le rondini marine si riparavano, le quali ivi non pure bellissimo sollazzo, ma sane
e dilettevoli vivande porgono a’cacciatori, mi venne questo pensier fatto: sicuramente l’uomo ha
diritto di ucciderle, e cibarsene; nè la legge della natura, perchè elle per crudeltà non sian
morte, si offende. Pareva intanto che le rondini mi si accostassero al colpo; e molte di qua e di là
ne aveva io fatte cadere, quando un fanciullo ebbi veduto che in su la riva frugava tra i sassi ivi
per forza di tempesta sopravvenuti; onde io il dimandai, che cercasse per indi. Risposemi: Le
nidiate delle rondini. Oh le nidiate delle rondini! Tanta pietà mi vinse, che io dissi dentro da me:
“Poveri uccelletti, voi adunque intorno a me v’aggiravate alla difensione della vostra famigliuola!
e non prezzando il piombo micidiale, martiri del materno affetto siete divenute.” Confuso e dolente
mi tornai indietro, nè per innanzi ho al mio archibugio posta più mano.
