Zitiervorschlag: Giovanni Ferri di S. Costante (Hrsg.): "Crudeltà verso gli animali", in: Lo Spettatore italiano, Vol.3\66 (1822), S. 291-295, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.838 [aufgerufen am: ].
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Crudeltà verso gli animali
Zitat/Motto► . . . . . . . . . Primaque a caede ferarum
Incaluisse puto maculatum sanguine ferrum.
Ovid., Met., lib. 15.
Fu per la strage delle belve in prima
Che si scaldò tinto di sangue il ferro. ◀Zitat/Motto
Ebene 2► Non si disdice punto alla dignità di filosofo quelle leggi meditare che tra l’uomo e gl’inferiori animali vi sono; ed anzi non si può un più lodevole uso fare delle facoltà intellettuali, che quando tutto si mette l’ingegno a prevenire che di vantaggio nell’universo non si diffonda il dolore, e quando la causa si perora di quella generazione di viventi a cui la natura, con tutto che desse la sensibilità, il modo negò di compiangersi dei loro patimenti. Primo debito della compassione egli è senza fallo il sovvenire ai bisogni ed alleviar la miseria della nostra propria specie. Ma le mute creature che ad un ordine inferiore appartengono, deggiono elle perciò di nostre tenere cure esser prive? Detto si è per alcun savio, esser l’uomo il sacerdote della natura, dotato di ragione e di favella, affinchè lode ei tributi al sommo Facitore, che la vasta famiglia creò degli inferiori e muti animali. L’uomo è stato similmente chiamato il signore della natura; ma meglio a lui si converrebbe il titolo di custode di quella. Perciocchè si vuole egli nel vero considerare [292] siccome tale ordinato dall’Esser Supremo, la cui benefica mano su tutte le sue opere si estende, e senza il cui cenno non cade fronda sul suolo.
Ma quante volte accade che questo sacerdote, questo signore e custode della natura vitupera il suo officio e abusa di sua possanza! Oh! come la sua crudeltà è di tormento, allora eziandio che la sua pietà esser dovria di conforto! Quante fiate quell’impero che a solo proteggere le inferiori creature gli fu accordato, egli a nuocer loro lo volge, ad opprimerle con reiterati patimenti, o a spegnere in un sol colpo quella vitale scintilla, dono immediato della Divinità, cui umana possanza render non puote! D’assai più facil sarebbe che utile il riferire esempi di siffatta barbarie; conciossiachè tutta la natura alzi sua voce, e dell’aere, della terra e dell’acqua gli abitanti l’uomo accusino qual sanguinolento tiranno, per le innumerevoli ed inutili crudeltà a lor danno usate. Il gallo animoso è mutilato, ed armato ad un tempo così a straziare ed uccidere il suo magnanimo avversario, come a diletto arrecare e ruina per avventura ai barbari spettatori. Il maestoso toro è per tutte le guise tormentato che può malizia inventare a punirlo dell’esser troppo mansueto, e del non voler sopra i suoi duri carnefici avventarsi. Alcune specie di pesci prendonsi nel seno di rimoti mari, e a penosa vita si dannano per insino a che esser possono su’molli deschi apprestati. Il generoso destriero dappoi che ha per lungo tempo con agio e con sicurezza portato il suo signore, ultimamente rotto dagli [293] anni e dalle infermità per lui servire contratte, è da lui ridotto a terminare fra duri travagli i suoi dì, ed a morirsi a vil carretta attaccato, sotto alla quale per lo soverchio peso succumbe. Per fermo dovria la legge a cotal ingratitudine e barbarie por freno. Avvi dei paesi ove lunghesso le pubbliche vie pongonsi macchine per pesare le carra, e ciò affine che il troppo grave peso non le danneggi. Così maggior pietà stringe gli uomini delle strade, che dell’utile animale che le trascorre, senza del quale lunghi sarebbono, noiosi e incomodi i viaggi.
Taluno di giustificar pretende la nostra crudeltà inverso gli animali con celebrare l’immensa distanza che evvi dagli uomini ad essi, e con risguardarli siccome semplici automati. Accordo che essi sono privi della ragione, e che il morale sentimento dei mali che l’uomo soffre, più glieli rende gravi a comportare. Ma posto ancora che il sentimento del dolore sia negli animali solamente fisico, non c’impone egli l’umanità che ad essi lo risparmiamo? Avremo noi perciò il diritto di moltiplicarne i disagi per appagare i gusti e i capricci nostri? Per altro niuno argomento ci ha a provare che sia negli animali solamente fisico il sentimento del dolore. Perciocchè se essi dotati non sono di ragione, hanno qualche altra cosa che ne fa le veci, di maniera che l’uom quasi arrossisca del privilegio pel quale agli altri animali soprasta. E nel vero le bestie sono, non men che l’uomo, sensibili alle ingiurie che dalle altre bestie ricevono, e mostrano ad ogni incontro il loro risentimento. Se della barbarie dell’uomo non [294] pigliano vendetta, non è per questo che non ne sentano l’ingiustizia. Ma il benevolo Creatore ha nella lor natura inspirato una cotal tema, o, dir la vogliano, obbedienza, ed una illimitata idea della maggioranza dell’uomo, o della sua tirannia. Checchè dir si voglia, certo è che la condizione degli animali, e massime di quelli al domestico imperio dell’uomo sottoposti (e questi il più delle volte appalesano le più amabili qualità) non è già tale da renderne desiderabile la vita. Più felice è la loro sorte nello stato di natura in cui pacificamente i boschi abitano e le campagne. Ma nello stato di servitù, in cui soggetti sono all’imperiosa legge dell’uomo, nulla ne può la miseria e i patimenti agguagliare.
Altri dirà che fra gli animali avvene di molti selvaggi di lor natura e crudeli, che sempre sono in guerra tra loro, e il riposo disturbano, la proprietà e i diletti pur anco gli uni degli altri; che di strage si vivono e di rapina, e che perciò dirittamente pretender non possono la protezione della Provvidenza, nè dei trattamenti lagnarsi degli uomini. Coloro che sì fattamente ragionano, non si avveggono che degli uomini con maggior fondamento dir si potrebbe il simigliante. E di fatti, non vivono essi a spese gli uni degli altri? Non sono eglino in una continua guerra fra loro? Molti di essi non sono forse di lor natura selvaggi e crudeli? Non turbano essi la pace, non usurpano le proprietà de’loro simili? Finalmente non adoperano essi ogni ora i più odiosi argomenti per ingannare, per nuocere, per opprimere? È questo un fatto [295] generale, di cui ad ogni istante siamo noi medesimi testimoni. La tradizione e l’istoria ci comprovano che le nazioni tutte, incominciando dal colto Europeo fino al Selvaggio delle Terre Australi, ci offrono un tale spettacolo. Eppure chi vorria da questo inferire che gli uomini non deggiano mai aspettare compassione, ma viver sempre nel dolore, e senza speranza morire?
In luogo adunque di barbaramente trattare gli animali, ingegniamoci di correggerne le imperfezioni; perciocchè la giornaliera esperienza c’insegna essere eglino come noi capaci di venire a perfezione. Se alcuno ha inclinazioni crudeli, inspiriamo in essi il terrore; ma non si dimentichi che gli animali uccidono solo per loro propria difesa, o per obbedire all’imperiosa legge della fame, mentre che gli esseri ragionevoli, gl’individui della umana specie uccidono per solo trastullo. ◀Ebene 2 ◀Ebene 1
