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      <titleStmt>
        <title>L’ospitalità villereccia</title>
        <author>Giovanni Ferri di S. Costante</author>
      </titleStmt>
      <editionStmt>
        <edition>Moralische Wochenschriften</edition>
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          <name>Alexandra Fuchs</name>
          <resp>Editor</resp>
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        <respStmt>
          <name> Alexandra Kolb</name>
          <resp>Editor</resp>
        </respStmt>
        <respStmt>
          <name> Andrea Kaser</name>
          <resp>Editor</resp>
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      </editionStmt>
      <publicationStmt>
        <publisher>Institut für Romanistik, Universität Graz</publisher>
        <date when="2016-11-30">30.11.2016</date>
        <p>
          <idno type="PID">o:mws-117-1044</idno>
        </p>
      </publicationStmt>
      <sourceDesc>
        <bibl>Ferri di S. Costante, Giovanni: Lo Spettatore italiano, preceduto da un Saggio Critico sopra i
Filosofi Morali e i Dipintori de’Costumi e de’Caratteri. Milano: Società Tipografica de’Classici
Italiani 1822, 262-264 </bibl>
        <bibl type="Einzelausgabe" xml:id="SPI">
          <title level="j">Lo Spettatore italiano</title>
          <biblScope type="vol">3</biblScope>
          <biblScope type="issue">60</biblScope>
          <date>1822</date>
          <placeName key="#GID.1">Italien</placeName>
        </bibl>
      </sourceDesc>
    </fileDesc>
    <encodingDesc>
      <editorialDecl>
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        <name type="place">Graz, Austria</name>
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        <language ident="it">Italian</language>
      </langUsage>
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            <term xml:lang="de">Wohltätigkeit</term>
            <term xml:lang="it">Beneficenza</term>
            <term xml:lang="en">Charity</term>
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            <term xml:lang="de">Sitten und Bräuche</term>
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            <term xml:lang="en">Manners and Customs</term>
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              rend="smallcaps">L’ospitalità villereccia</hi></head>
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                rend="italic"> In bono hospite atque amico quaestus est quod sumit</hi>.</p>
<p><persName corresp="SPI"
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<p
                rend="UM">In buon ospite ed amico guadagnasi quel ch’egli prende. <milestone rend="closer"
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                rend="smallcaps">entre</hi> io n’andava in villa, sì subito e sì malvagio tempo mi soprapprese, che a cercare intorno d’alcun rifugio costretto fui; ed essendomisi non molto di lungi una magion dimostrata, a quella volta dirizzai il cavallo. Dal cammino di quella s’innalzava densa colonna di fumo, ravvolgendosi verso il cielo, e faceva altrui argomento quivi dover essere comoda e buona stanza. Dato delle calcagna al cavallo, trapassai un cancello, e pervenni alla porta della casa, dove, per non parere uno ardito e presuntuoso, picchiai pian piano il più che potei. Ma tanta era la cortesia che quivi albergava, che il mio volervi entrare non potè ardir parere, nè presunzione. Perocchè come io fui dentro, tutti mi fecero lieto viso, più che se detto avessero ad una voce: Voi siate il ben venuto. Parecchi di loro che insieme sedevano a fare alcun loro lavorío, lasciatolo stare, mi si levarono incontro: e chi mi prese il cappello carico d’acqua e l’appiccò al cavigliuolo; ed appresso, chi la frusta, chi li guanti e chi ‘l tabarro: e l’antica donna della piccola casa fecemi in una bella sedia a bracciuoli innanzi al foco <pb
                n="263"/> sedere, nel quale s’ardeva un gran fascio di legne. Nè minor cura che di me fosse avuta, si ebbe del mio fedel <persName
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                xml:id="PN.2">Toaspo</persName>, che mi suol ne’viaggi far compagnia, il quale per lo più garzone di quella famiglia fu alla stalla menato, e bene adagiato così, come il suo signore.</p>
<p>Disse la vecchiarella: Questo signore ne pare ancor digiuno. Li figliuoli risposero: Sì bene, il signore non dee ancora aver mangiato. E se io avessi voluto affermar che no, niente avrebbe montato. Perchè tantosto fu una piccola tavola messa, con una tovagliuola per me solo: e prima venne un paio d’uova, e poi burro e cacio, e tutt’altro che a ricca e splendida colezione in villa si richiede, con bell’ordine ed abbondevolmente. In questo essendosi li due figli tornati all’opera loro, e la madre con la minor figliuola all’arcolaio, rimase a curar la mia tavola la maggiore, chiamata <persName
                corresp="SPI" key="Nella" subtype="F"
                xml:id="PN.3">Nella</persName>, alla quale fu imposto che calasse nel celliere e scegliesse vino, e le ricordasse di recarne un fiasco del vecchio per lo messere, il quale non doveva mai più averne beuto migliore. <milestone
                unit="E4" xml:id="FR.6"/> <milestone unit="FP" xml:id="FR.7"/> Tornò la <persName corresp="SPI"
                key="Nella" subtype="F"
                xml:id="PN.4">Nella</persName>, e quivi ebbi spazio di consideratamente riguardarla. Era la sua festevole bellezza quale di chi appena sedici volte doveva aver la primavera veduta: aveva il corpo così ben fatto e di tanta leggiadria ornato, che in quello pareva la natura avesse voluto mostrare quantunque ella può; i suoi occhi cerulei brillavano del più tenero lume, e le sue labbra di corallo erano animate dal dolce sorriso dell’innocenza. E se di color bruno sottilissima ombra sulle carni le aveva indotta il raggio del sole, ciò non altro era che <pb
                n="264"/> un farla conoscere per una bellezza forese. Poichè posta si fu al suo filatoio, la lana faceva parer l’adornezza della mano e delle dita, dalle quali assottigliata era e adeguata; e gli atti che a dedurre ed avvolgere il filo si convengono fare, discuoprivano le sue ritondette e morbide braccia. Cosiffatta era l’amorosetta e tenera Nella. O voi rigidi stoici, vantate invano la vostra pretesa indifferenza. È forse concesso all’uomo, che veggendosi innanzi agli occhi bellezza ed innocenza insieme aggiunte, non ne deggia esser mosso? Non è <persName
                corresp="SPI" key="Gott" subtype="F"
                xml:id="PN.5">Dio</persName> stesso di tale affezione in noi promotore? E se tanto vi prendono e v’innebriano gl’imperfetti lavori dell’arte, come potete a vile tenne le compiute ed eccellenti opere della natura?</p>
<p>La <persName
                corresp="SPI" key="Nella" subtype="F"
                xml:id="PN.6">Nella</persName> intralasciando ad ora ad ora il suo filare, si levava a mescermi vino. Io era forestiere; e però di certe piccole amorevolezze m’erano fatte, le quali si gustano, ma non si possono diffinire; e se peravventura da bella donna vengono, non isfuggono mai dall’animo. Mi congratulai alla madre, che sì bella figliuola avesse; e poscia guatata la <persName
                corresp="SPI" key="Nella" subtype="F"
                xml:id="PN.7">Nella</persName>, vidi che il mio complimento le aveva dipinte d’un bel vermiglio le guance; e per questa vergogna e per questa confusione ella era eziandio più piacevole divenuta. <milestone
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<p>Quella gioia, quell’innocenza e quella bellezza m’era si dolce a riguardare, che io non me ne sarei sentito mai sazio. Ma essendosi dileguato il temporale, conveniva rientrare in cammino. Perchè i guanti, la frusta, il cappello, ogni cosa mi fu l’una appresso dell’altra renduta, ma <pb
                n="265"/> malvolentieri. Cominciai a pregare la madre di volere certi denari prendere in guiderdone: ed ella non solamente per niun partito il consentì, ma grazie dell’averla io visitata mi riferiva. Onde io la ripregai pure che le dovesse piacere che io lasciassi alla sua figliuola, per ricordanza di me, un donuzzo di due stampe (le quali io poco prima aveva nella città comperate per adornare la mia stanza campestre): delle quali l’una conteneva le nozze de’contadini, e l’altra la concordia famigliare. Al rossore nuovamente nel viso della <persName
                corresp="SPI" key="Nella" subtype="F"
                xml:id="PN.8">Nella</persName> apparito, al subito fuoco che tutta la sua bellezza avvivò, apertamente conobbi, quelle stampe doverle avere fatta una sua prossima felicità immaginare. Guardate qui, diceva io alla <persName
                corresp="SPI" key="Nella" subtype="F"
                xml:id="PN.9">Nella</persName>, insegnandole la novella sposa. La <persName corresp="SPI" key="Nella"
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                xml:id="PN.10">Nella</persName> tutta tacita e vergognosa sogghignava. — O creatura gentile, diss’io fra me, gira il tuo filatoio, il disiato giorno aspettando: e vattene la tua semplicetta via, la qual mena altrui per la virtù. Così la pace e la consolazione avvolgano alla ruota della ventura lo stame della tua vita! <milestone
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                        type="AE"> Mentre io n’andava in villa, sì subito e sì malvagio tempo mi
soprapprese, che a cercare intorno d’alcun rifugio costretto fui; ed essendomisi non molto di lungi
una magion dimostrata, a quella volta dirizzai il cavallo. Dal cammino di quella s’innalzava densa
colonna di fumo, ravvolgendosi verso il cielo, e faceva altrui argomento quivi dover essere comoda e
buona stanza. Dato delle calcagna al cavallo, trapassai un cancello, e pervenni alla porta della
casa, dove, per non parere uno ardito e presuntuoso, picchiai pian piano il più che potei. Ma tanta
era la cortesia che quivi albergava, che il mio volervi entrare non potè ardir parere, nè
presunzione. Perocchè come io fui dentro, tutti mi fecero lieto viso, più che se detto avessero ad
una voce: Voi siate il ben venuto. Parecchi di loro che insieme sedevano a fare alcun loro lavorío,
lasciatolo stare, mi si levarono incontro: e chi mi prese il cappello carico d’acqua e l’appiccò al
cavigliuolo; ed appresso, chi la frusta, chi li guanti e chi ‘l tabarro: e l’antica donna della
piccola casa fecemi in una bella sedia a bracciuoli innanzi al foco <pb
                        n="263"/>sedere, nel quale
s’ardeva un gran fascio di legne. Nè minor cura che di me fosse avuta, si ebbe del mio fedel Toaspo,
che mi suol ne’viaggi far compagnia, il quale per lo più garzone di quella famiglia fu alla stalla
menato, e bene adagiato così, come il suo signore. Disse la vecchiarella: Questo signore ne pare
ancor digiuno. Li figliuoli risposero: Sì bene, il signore non dee ancora aver mangiato. E se io
avessi voluto affermar che no, niente avrebbe montato. Perchè tantosto fu una piccola tavola messa,
con una tovagliuola per me solo: e prima venne un paio d’uova, e poi burro e cacio, e tutt’altro che
a ricca e splendida colezione in villa si richiede, con bell’ordine ed abbondevolmente. In questo
essendosi li due figli tornati all’opera loro, e la madre con la minor figliuola all’arcolaio,
rimase a curar la mia tavola la maggiore, chiamata Nella, alla quale fu imposto che calasse nel
celliere e scegliesse vino, e le ricordasse di recarne un fiasco del vecchio per lo messere, il
quale non doveva mai più averne beuto migliore. <seg
                        synch="#FR.6" type="E4">
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                            type="FP"> Tornò la Nella, e quivi ebbi spazio di consideratamente riguardarla.
Era la sua festevole bellezza quale di chi appena sedici volte doveva aver la primavera veduta:
aveva il corpo così ben fatto e di tanta leggiadria ornato, che in quello pareva la natura avesse
voluto mostrare quantunque ella può; i suoi occhi cerulei brillavano del più tenero lume, e le sue
labbra di corallo erano animate dal dolce sorriso dell’innocenza. E se di color bruno sottilissima
ombra sulle carni le aveva indotta il raggio del sole, ciò non altro era che <pb n="264"/>un farla
conoscere per una bellezza forese. Poichè posta si fu al suo filatoio, la lana faceva parer
l’adornezza della mano e delle dita, dalle quali assottigliata era e adeguata; e gli atti che a
dedurre ed avvolgere il filo si convengono fare, discuoprivano le sue ritondette e morbide braccia.
Cosiffatta era l’amorosetta e tenera Nella. O voi rigidi stoici, vantate invano la vostra pretesa
indifferenza. È forse concesso all’uomo, che veggendosi innanzi agli occhi bellezza ed innocenza
insieme aggiunte, non ne deggia esser mosso? Non è Dio stesso di tale affezione in noi promotore? E
se tanto vi prendono e v’innebriano gl’imperfetti lavori dell’arte, come potete a vile tenne le
compiute ed eccellenti opere della natura? La Nella intralasciando ad ora ad ora il suo filare, si
levava a mescermi vino. Io era forestiere; e però di certe piccole amorevolezze m’erano fatte, le
quali si gustano, ma non si possono diffinire; e se peravventura da bella donna vengono, non
isfuggono mai dall’animo. Mi congratulai alla madre, che sì bella figliuola avesse; e poscia guatata
la Nella, vidi che il mio complimento le aveva dipinte d’un bel vermiglio le guance; e per questa
vergogna e per questa confusione ella era eziandio più piacevole divenuta. </seg>

                      </seg> Quella gioia, quell’innocenza e quella bellezza m’era si dolce a riguardare, che io non me ne
sarei sentito mai sazio. Ma essendosi dileguato il temporale, conveniva rientrare in cammino. Perchè
i guanti, la frusta, il cappello, ogni cosa mi fu l’una appresso dell’altra renduta, ma <pb n="265"/>malvolentieri. Cominciai a pregare la madre di volere certi denari prendere in guiderdone: ed ella
non solamente per niun partito il consentì, ma grazie dell’averla io visitata mi riferiva. Onde io
la ripregai pure che le dovesse piacere che io lasciassi alla sua figliuola, per ricordanza di me,
un donuzzo di due stampe (le quali io poco prima aveva nella città comperate per adornare la mia
stanza campestre): delle quali l’una conteneva le nozze de’contadini, e l’altra la concordia
famigliare. Al rossore nuovamente nel viso della Nella apparito, al subito fuoco che tutta la sua
bellezza avvivò, apertamente conobbi, quelle stampe doverle avere fatta una sua prossima felicità
immaginare. Guardate qui, diceva io alla Nella, insegnandole la novella sposa. La Nella tutta tacita
e vergognosa sogghignava. — O creatura gentile, diss’io fra me, gira il tuo filatoio, il disiato
giorno aspettando: e vattene la tua semplicetta via, la qual mena altrui per la virtù. Così la pace
e la consolazione avvolgano alla ruota della ventura lo stame della tua vita! </seg>
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