Lo Spettatore italiano: Il fine d’autunno
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Il fine d’autunno
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Il punto più ragguardevole dell’anno per chi ama le cose della natura,
mi diceva Eugenio, è il cader dell’autunno. Egli in questo suo dipartirsi ha sempre qualche nuovo
argomento a farci parer più cari i doni della natura stessa, ed a render noi più sensibili: talchè
pare senta per quella ciò che sentiamo noi per un amico quando da lui ci spicchiamo, e non gli
abbiam fatto appieno vedere nè sperimentare quanto caro egli e pregiato a noi fosse, nè si sa se
avremo a rivederlo, tutto che al suo ritorno sia statuito il termine. Poichè, in mezzo a tanti
avvenimenti della vita, chi può mai antivedere se fra lo spazio della lontananza s’avanzi morte, e
dai più cari ne divella? Oh! di quanta tristezza son io compreso, quando al declinar dell’autunno
rimando la vista in quei luoghi che al tempo festevole e dovizioso della natura sì spesso a sè mi
tiravano, ed or son deserti! Dove fur bei giardini e bei suoli di fiori e di frutte coperti, or sono
vedove frasche e disfiorate pianure. Ai pergolati ingombri già dai pampini e dall’indorate uve non
restano che nudi sermenti. Ove n’andò il canto degli augelli che sì soave da quella selvetta
udivasi, la quale or tace altamente? Voi ancora, o già fronzuti ed ombrosi alberi,
sotto i quali era io usato ripararmi in su ‘l caldo, in breve non sarete che spogliati tronchi ed
oscuri. Ve’quella vietta per la quale, senza averla a cercare, io spesso mi metteva, come avendo
perduta ogni cosa verde e fiorita che dai lati avea, mi fa penare a ritrovarla. Questo gran
mutamento, che dopo non lunga assenza mi si offerisce agli sguardi, vuol dimostrarmi il ratto andar
del tempo, e il fugace e successivo corso delle cose del mondo che non m’era ancor noto. Ahi dolenti
pensieri! a’quali mi trasportano la mente quelle secche foglie ch’io veggio cuoprire il terreno,
quasi che mi vogliano far vedere la condizione de’mortali che non sono meno delle foglie onde son i
boschi rivestiti; e fra me dico:
Perciocchè quando fien caduti, non altrimenti che queste foglie levate dal ramo e sotto
ai nostri piè calpeste, essi saranno senza dimora da una sopravvegnente generazion ristorati, la
quale sarà similmente da un’altra nuova scacciata. E come che l’umano orgoglio tenga gran conto del
nostro essere, natura non contrassegna affatto il nostro mancare, ma se ne va l’usata sua via, per
modo che un sol momento basta a spegnere ogni nostra memoria. L’estremità dell’autunno, continuava
Eugenio, è il tempo della considerazione, per li mesti sentimenti che destaci; ma per me più che per
altrui è la stagione del desiderio e del pianto, come quella che miseramente rapì la
mia Enrica, la sola che di tutti i miei figli mi rimaneva. La madre, che morì quand’ella nacque,
lasciolla come in legato all’amor mio: ma una lenta malattia consume la vita di lei, che già faceva
mostra delle più pellegrine virtù! Gran cosa è per me vedere morire i fiori che la mia Enrichetta
soleva andare con certo amoroso istinto uno da altro scegliendo. Quanto mi commuove il fioco garrir
del fanello ch’ella mi voleva far ascoltare come l’elegia dell’anno! Questa veduta della natura che
si muore, mi torna alla mente la figlia mia, che con i suoi vezzi innamorava allor maggiormente
quando il fiero morbo ne avea già scolorati i fiori. Lo squallor della terra incomincia, ma per
racconsolarci essa ci ha fatta gran copia di frutta: così la mia Enrichetta, prima di andar
sotterra, mi ha per conforto lasciata grandissima ricordanza della sua tenerezza e della virtù sua.
Da così fatti sensi mi si deriva nel cuore sì dolce e sì soave malinconia, che io con qualunque
diletto del mondo non iscambierei.
Zitat/Motto
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Zitat/Motto
Essi avran poco andare ad esser morti.
