Lo Spettatore italiano: Il giudice
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Ebene 1
Il giudice
Zitat/Motto
Tu es judex;
ne quid accusandus sis vide
(Teren.).
Tu sei giudice: bada che in nulla accusar ti possano.
Ebene 2
L’incarico del giudice era presso i Romani reputato il più orrevole. E
nel vero può egli esservi altra condizione che più agli altri ci soprapponga, siccome fa questa, che
moltissima scienza suppone ed ogni virtù? Il giudice si è il cittadino più utile, perciocchè è
l’uomo d’ogni dì; e tutti gl’istanti della sua vita sono alla sicurezza consecrati ed alla pubblica
tranquillità. Il perchè ad una professione che di tanto momento è alla società, non debbon esser
chiamati se non se coloro che dato hanno di sè lunghe prove. Nientedimeno v’era un paese dove
ciascun suddito acconcio tenevasi a questa professione e dove il diritto di render giustizia si
comperava a guisa di podere e si tramandava per retaggio. Così un gabelliere che impinguato si fosse
col succhiato sangue del popolo, locava il frutto delle sue ingiustizie a porre il figliuolo in
istato di commetterne altre, e giudice il faceva della vita e dell’onore de’suoi concittadini. Prima
qualità del giudice è il sapere; e questo gli bisogna innanzi al giudicare, imperciocchè non è il
tempo di apprendere quello in cui si deve decidere. Se meno di una meditata prevaricazione odiosa è un’involontaria ingiustizia, è ella forse perciò men terribile per chi n’è
la vittima? Il giudice ingiusto non è sempre tale; conciossiachè qualche volta egli sia sbigottito
dalle grida della coscienza, o almanco dalla paura; laddove l’ignorante è più spesso ingiusto, come
colui che non sente rimorsi; e se talvolta il caso alcuna giusta decisione gli suggerisce, non è per
questo men criminale la sua temerità.
Non meno del sapere fa mestieri al giudice l’integrità; senza di cui non segue quel che
conosce, altera con cavillose interpretazioni la semplicità delle leggi, e in problemi trasmuta le
più evidenti questioni. Non è incorrotto un giudice ove non sia disinteressato; ove chieder si
faccia per grazia ciò che egli deve per obbligo; ove procrastinando venga la giustizia che render
può di presente. Anco un giudice incorrotto non comporta di essere con preghi sollecitato: ella è
una offesa il pregare per ottenere cosa ingiusta: e fia meno ingiurioso il pregare per conseguire
cosa che ti si deve per diritto? E similmente non soffre il giudice che appresso la
vincita d’alcuna lite se gli riferiscano grazie. Ha egli sulla bilancia della giustizia esattamente
pesato le ragioni: adunque il ringraziare apporteria sospezione di alcuna condiscendenza.
La tentazione più delicata e per conseguente più pericolosa ad un giudice nasce da una
intempestiva generosità, per cui egli brama di far servigio ad amici da non poter esser fatti
contenti, se non se a spese della equità.
Nè basta a un giudice il sapere e l’integrità; è necessario ancora che sia caldo di zelo di
giustizia, che non soffra l’aspetto dell’iniquità senza esserne tosto commosso, che niente trascuri
perchè il buon dritto e l’innocenza signoreggi. A lui si richiede che l’ambizione disprezzi e il favore, che non tema eziandio la perdita del proprio impiego; perciocchè quando non
possa in esso far del bene, sembrar non gli deve un male il lasciarlo. Che se nell’esercizio del suo
ministero male avventuratamente cade in errore, tenti a suo potere ogni via per ristorare
l’involontaria ingiustizia, e sacrifichi per anche se stesso a riscattare la vittima del suo fallo.
Imperciocchè non è cosa che tanto avveleni la vita di un onest’uomo, quanto il rimordimento d’aver
operato il male, anche allora ch’egli avvisava di operare il bene. Lo zelo del giudice dee sempre
avere per guida l’umanità; e laddove umano non sia, non puote esser giusto.
Ebene 3
Exemplum
Qual titolo ha mai Tiberione per sedere a scranna fra gli arbitri
delle leggi? Sin dall’infanzia ha egli abborrito lo studio; e codesto abborrimento in lui s’accrebbe
ognor più da che fu costretto a gittare i suoi sguardi sui trattati di diritto, sugli statuti e su i
decreti. Tu l’hai visto alcuna volta sdraiato in un canto della sua carrozza con in mano un libro,
e, secondo che a te parve, profondamente su quello occupato: e tu avvisasti allora ch’ei meditasse
sulle difese di coloro, l’onore e la vita dei quali erano per sottomettersi al suo giudizio. Ma
disingánnati; quel libro, in ch’ei leggeva con tanta attenzione, era uno scandaloso romanzo.
Ebene 3
Exemplum
A ben giudicare basta il buon senso, dice Adrasto. E che luogo ci
fanno perciò tanti volumi di leggi? Ma chi ti accerta, o Adrasto, di aver avuto dalla natura questo
buon senso che tanto è raro? E quand’anche tu lo avessi, può egli ammaestrarti in ciò che dipende
dalle instituzioni degli uomini? Mancante dei fondamenti del diritto, tu giudichi alla ventura;
esiti sulle cose che non capono dubbiezza, e temerario altre ne definisci che abbisognerebbono di schiarimenti. Per tal guisa sarebbono i dadi giudici così buoni come sei tu. Ma noi,
ripete Adrasto, abbiamo pure libri viventi, voglio dire avvocati che travagliano per noi e pongono
ogni cura nell’istruirci. Or non ripensi tu che eglino pongono cura pur anco nell’ingannarti? Mentre
che ad essi arme non mancano per assalire la tua equità, a te mancano per ischermirla.
Ebene 3
Exemplum
Gaurio esser potrebbe un buon giudice, siccome quegli che, oltre
all’avere fin dalla giovinezza allo studio inteso delle leggi, fornito è di assai buon senso; ma
tanta è l’aria di goffaggine e di leggerezza che affetta, da perdonarla appena ad un militare, in
tanto che diresti arrossar esso di sua professione. Parla continuo di mode, di cene, di feste
notturne; recita le sue amorose venture, e non si ritiene dal mostrarsi agli spettacoli e al
passeggio con cortigiane. Per credere che egli sia un giudice, forza è vederlo assiso al banco della
ragione.
Ebene 3
Exemplum
Damante non riceve suggestioni; anzi è malagevole aver colloquio con
esso: ma egli ha una prediletta che s’incarica di raccomandargli le vostre bisogne, vendendo a
prezzo le sue raccomandazioni. Or chi penserà che Damante possa essere un giudice integro? Comecchè
non si lasci Tessiano per doni corrompere, tiene egli nondimeno presso di sè alcuni famigli da lui
mal pagati, e con assai meschini stipendi. Ad essi si rivolgono i sollecitatori; e dove ne
conseguano la mediazione, si tengon sicuri della vittoria. E come potria Tessiano star saldo
all’assedio onde lo stringono persone che quasi per nulla a lui servono? Così egli procaccia che ad
essi non manchi il destro di ritrarre qualche profitto.
Ebene 3
Exemplum
Eutinore d’uno in altr’anno ritarda la relazione di una causa: nè le
preghiere dei parenti e degli amici suoi, nè gli offici delle persone meritevoli di estimazione
valgono tanto appo lui che lo inducano ad occuparsene. Ma non sì tosto si reca a visitarlo
un’avvenente giovane, che di subito promette di prendersi cura della sua bisogna e di accelerarne la
decisione. Ma imperciocchè malagevole ed intricata è la causa, le raccomanda di venirgli reiterando
le sue visite, ad istruirlo per minuto delle particolarità; e poscia egli non lascia d’intrattenere
la bella sollecitatrice, narrando le tante fatiche che per essa sostiene,
coll’intenzione di procurarle una sentenza favorevole; e termina ben presto con addimandargliene la
ricompensa. In cotal guisa vuol far comperare col prezzo del disonore quella giustizia che tenuto è
di render per debito: prevaricazione più che ogni altra colpevole e vergognosa.
Ebene 3
Exemplum
Arcale è sì bene incapace di lasciarsi abbagliare al vile
allettamento del lucro e dell’interesse; ma non può con tutto questo resistere al desiderio di
ricambiare un amico al quale professa degli obblighi. Nobili sentimenti, egli dice, sono quelli
dell’amicizia e della gratitudine. Nobilissimi senza fallo, quando eglino si accordin colla virtù;
ma vili e riprovabili molto, quando da virtù si dipartano. Un giudice non puote traporsi a giudicar
le cause di coloro i quali gli appartengono per sangue. Or non v’hanno egli nella società altri
vincoli più forti del parentado? Questo è, o Arcale, il caso tuo; e imperciò la coscienza, se non la
legge, ti vieta di intrometterti.
Ebene 3
Exemplum
Il vecchio Sevione estima suo debito l’essere insensibile e senza
pietà; cosicchè il lasciarsi intenerire al rammarico, al dolore e alla disperazione di un accusato
da lui riguarderebbesi come un delitto. Allorquando si tratta d’imporre una pena capitale, non freme
già su questa trista necessità; ma con ardore l’occasione ne afferra, essendo questo un atto di
autorità di cui è geloso. Indurato da molto tempo alle lagrime ed alle preghiere, anzichè salvasse
un colpevole, invierebbe venti innocenti al patibolo. Egli si duole dell’esser passati quei tempi
nei quali si compiaceva di sottomettere alla grande e alla piccola tortura un accusato, presente il
chirurgo ordinato a proporzionare il dolore alle forze dell’infelice paziente. A udirlo favellare,
da quando si fu abolita la costumanza di far sostenere anche talvolta agli innocenti quei supplizi
che più erano della morte lunghi e dolorosi, i disordini e i delitti moltiplicarono, e
al mondo più non v’ebbe virtù. Infra tutti i ministri della giustizia, i più disumanati sono Sevione
e Bronte il carnefice; ma Bronte non è mica il più assetato di sangue.
