Lo Spettatore italiano: I negozianti
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I negozianti
Zitat/Motto
Raro fides
integra manet, ubi magnitudo quaestuum spectatur
Rade volte incorrotta si rimane la fede, ove che gran
(Tacit.).
Rade volte incorrotta si rimane la fede, ove che gran
dezza di guadagno sia
proposta.
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Fondamento del civile ordine, e vincolo che di necessità gli uomini
coniunge, è riputato il commerzio. Egli avvicina regioni le quali per lontani pelaghi, per monti
inospiti, per solitudini paurose paiono essere state per sempre rimosse; e chiama a comunione
de’beni tutte le genti, e quasi che una famiglia ne forma. Senza il commerzio tante nazioni diverse,
non altramente che gli animali di diversa specie, fra loro non si collegherebbono, e senza quello
ogni popolo saria come prigione dentro il poco circuito del suo territorio. Dunque il commerzio
opera che l’universo divenga un possedimento di tutti i popoli. Non ci ha nazion civile che non
l’abbia sempre tenuto in gran pregio, e non l’abbia riguardato come causa principale di tutta la
grandezza e potenza dello Stato.
Certi moderni popoli, ritenendo quella barbarie che crede la nobiltà star tutta nel mestier
delle armi, sono nel cieco errore di reputare vil cosa il commerzio. S’è veduto un governo che
toglieva a chiunque facesse traffico la sua nobiltà, come se spacciar drappi ed altre mercatanzie
fosse più vile che il vendere il legname o il grano delle proprie selve e de’proprii terreni: e non
era ivi novità il vedere un gentiluomo trattare sdegnosamente un negoziante.
Questo sciocco inganno ha recato infinito pregiudizio alla prosperità del commerzio: le case
de’più doviziosi mercatanti ne sono divenute totalmente povere, quando erano già fiorenti.
L’orgoglio e il desio di preminenza, o, come il vogliamo, il bisogno di considerazione, ha fatto
comperare titoli di nobiltà, e ha fatto abbandonare una industria onorata. Tutte le città meglio
poste e opportune a trafficare hanno sempre veduto le prime loro case acquistare nobiltà e perdere
fortuna. Questa ambizione è la peste de’negozianti, e tristamente influisce sulla loro indole. Il
desiderio di subito arricchire per dimettere la professione, infiammando la cupidità, assottiglia
gli ingegni alla frode e rompe la buona fede. Così per giungere a stato onorevole, poco onorevoli
modi sono adoperati.
La profession del commercio apre la via a mostrar virtù alte e rare; perchè spesso porge
occasione di adoperar la commutativa giustizia, di dar prove di disinteresse e di spirito pubblico
con disdire a qualunque mercato illecito, e con mettersi ad imprese le quali al bene della patria
rispondono. Non solamente un ampio commerzio non reprime, ma dilata e solleva i sentimenti. Firenze,
Genova, Vinegia, Olanda, Inghilterra hanno nel numero de’più illustri e più utili cittadini le
persone divenute ricche per lo commerzio: anzi, a similitudine dei Romani e dei Greci, che con le
statue onoravano i loro eroi, essi le hanno poste ai negozianti. E chi diria quelle non esser
meritate? Questi uomini ingegnosi hanno fatto bene alla patria ed al mondo, e non hanno fatto
piangere l’umanità.
Sono alcune virtù così necessarie ai negozianti che senza quelle non possono mai prosperare;
e queste sono probità, temperanza, regola e assiduo attendimento. Non ci ha stato che più che il
loro si deggia dalle vane dilettazioni, dalla vaghezza del lusso e dalle disordinate passioni
rimuovere. Ma con tutto questo oggi tratto tratto si vede mercatanti fuggire la semplicità e il
risparmio, e godere del lusso, e riputarlo una via di acquistare credito e stima. Essi vogliono
pigliarsi tutti quei piaceri i quali sono per gli onesti mercatanti pigliati solamente dopo che fortuna prestò loro il suo favore. Il che essi tengono per guiderdone di loro fatiche. Ma
costoro che hanno a vile le virtù del loro stato, a breve andare, dall’impedimento e dagl’intrighi
delle loro cose, sono condotti ad usare astuzia e mala fede, e poco appresso l’inganno e
l’ingiustizia, le quali alla fine vergognosi fallimenti producono. Fra gl’inconvenienti proprii
dell’età nostra il più sciaurato è questo di vedere tutto dì banchi falliti o per torta condotta, o
per avidità di subito arricchire, o per mala fede di fingere perdite ove non sono. Leggi severe e
saggi provvedimenti che cessino cosiffatto disordine, son di mestieri, anche per avanzare in bene il
commerzio istesso. Dei popoli moderni il più prospero per via di commerzio è stato quello che,
trafficando, adopera convenevoli mezzi a mantenere la buona fede e la giustizia; onde è che i Batavi
saranno sempre il modello dei mercatanti, perchè essi non fanno dall’amor delle ricchezze all’amor
della patria distinzione alcuna, conoscendole per necessarie alla vita di quella. Il desiderio di
avere, purchè dall’amor della patria sia governato, non può mai eccedere in quella ingiustizia la
quale dall’amor del lusso e dalla vanità è ingenerata.
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Exemplum
In Grecia i maggiori di sangue e di fortuna esercitavano il commerzio,
il quale ad andare fra gli stranieri lor porgeva occasione. Solone stesso, quegli che dalla stirpe
di Codro discendea, provvedea ai suoi viaggi di quel che al commerzio avea guadagnato; e Platone
visse in Egitto col traffico dell’olio che v’avea portato. Roma, fin che si brigò di
spezzare gli scettri e spargere il sangue delle genti, pospose il commerzio; ma sì tosto come si fu
disbrigata, ella l’occupò; e il popolo sovrano diventò popolo mercatante.
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Exemplum
Per un vano titolo di che godea, si credea Fiorante più riputato e più
utile che Timandro, uomo di probità, di sommo intendimento e d’industria.
Ecco quel nobile sì utile allo Stato, e degno di quell’incenso del quale nella sua parrocchia
era onorato.
e qual altro cittadino è da tanto?
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Fremdportrait
A buon conto, qual merito aveva Fioranto, qual bene aveva fatto allo
Stato? Egli di sessanta anni aveva colpito a volo mille e cento pernici, e accaneggiati e giunti
quattrocento lepri, ed aveva fatto porre alla gogna, rimpetto alla sua residenza, dieci villani per
essere stati presi a tirare i lacciuoli. Egli sapeva molto bene il tempo del dormire e del levarsi
del Re, e si teneva da molto quando, a guisa di famigliare, serviva nell’anticamera di un ministro.
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Fremdportrait
Timandro poi in un poverissimo paese ha suscitato moltissima
industria, la quale lo ha messo in agio ed in buona fortuna. Egli per via di lavorii,
di manifatture e di trasmutamento di mercatanzie, sostenta innumerabili famiglie; e la sua
riputazione non è di vani titoli, ma di sperimentata probità. Dal suo gabinetto egli ordini a
Surate, al Cairo, ed è certo obbedito. In somma Timandro ha la sua patria arricchita, e fatto bene
al mondo:
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Exemplum
Geranto, con un mezzano guadagno che dal commerzio aveva tratto,
comperossi un titolo nobile ed acquistassi un poderetto. Il moderno scudiere si fece a credere
d’essere signore d’un feudo, e chiamò castello la sua casipola, dove sopra tutte le imposte e sopra
tutti i camini fece dipingere l’arma sua. Egli cavò di computisteria il suo figlio, e
il mandò in Corte, ove con largo spendere ammirar si facesse; e maritò la sua figlia ad un
gentiluomo poverissimo, ma della stirpe d’un connestabile. Qual fu la sorte dello sconsigliato
Geranto? In capo a dieci anni già era ridotto ad andare a finire i tristi suoi giorni nella sua
nobile casuccia, dove ebbe a morire di fame, di freddo e di noia. Ma che dico io? egli si morì
nobile, ed i figli suoi furono gentiluomini.
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Exemplum
Fra sì nobili cittadini saria da contare il buon Almone, il quale
sentendosi vicino alla vecchiaia, desideroso di riposare il rimanente della vita sua fra gli studi
della saviezza, pose nelle mani del figlio il governo delle sue cose, dicendo: « Figlio mio, ecco io
commetto a voi un commerzio non piccolo, ma piccoli fondi. Le mie fatiche, delle quali
sì ben m’è avvenuto, mi hanno fatto soltanto un uomo sommamente comodo, perchè nell’andare alla
fortuna ho avuto a’fianchi sempre la giustizia, la quale ha moderati così, come onorati i miei
avanzamenti. Tutte le nazioni hanno preso cura de’vantaggi miei, sicchè s’io non sono il più ricco,
sono peravventura il meglio stimato mercatante. Però fate che non vi si scordi, figlio mio, che in
tutte le cose la buona fortuna ha da essere il guiderdone dei benefizi fatti agli uomini. Chiunque
ama l’ordine, la giustizia e i suoi simili, conosce quale industria si confaccia all’uomo virtuoso,
e qual mercè ne può sperare. Aspirate a conseguir ricchezze non grandi, ma incontaminate e pure.
Onorate i vostri guadagni con farne buon uso, soccorrendo i vecchi, gl’infermi, gli orfani;
impiegando i poverelli che possono, aiutando al bisogno la patria: così avrete la gloria di esser
detto il benefattore de’vostri cittadini. »
