Lo Spettatore italiano: Il principe schiavo
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Il principe schiavo
Zitat/Motto
Dedit
hoc Providentia hominibus munus, ut honesta magis juvarent
Hanno gli uomini per la Providenza avuto questo be
(Quintil.).
Hanno gli uomini per la Providenza avuto questo be
nefizio, che le oneste cose
fossero eziandio le più utili.
Ebene 2
Ebene 3
Allgemeine Erzählung
Nell’età che ancora in noi rimane l’entusiasmo de’sentimenti
magnanimi, scadde a Clemente per retaggio una possessione a S. Domingo. Nutricato e cresciuto nella
giustizia e nella umanità, l’animo non gli potè sofferire di godere senza rimorso delle ricchezze le
quali erano state con le lagrime e col sangue degli sventurati Mori acquistate. Onde che egli prese
per partito di volere andare a governar ei medesimo la sua terra, non acciò solamente che i suoi
ministri non tiranneggiassero sopra gli schiavi, ma questi dovessero ancora quel tanto di bene
gustare che s’aspetta agli uomini i quali la lor vita reggono con la fatica. Giunto appena alla
possessione volle conoscere i suoi schiavi: de’quali uno, che aveva nome Zambù, parvegli più che
alcun altro da considerar bene, come colui che le rigidezze della sua cattività sosteneva con
meravigliosa costanza. Riseppe dal suo ministro che questo Moro, con tutto che giovine,
e di forza inestimabile fosse, pur molto meno degli altri valea, per la indomita disposizione
dell’indole sua. Intese poi da uno schiavo che un poco francese parlava, come questo Zambù nella sua
patria era stato suo signore, e di parecchi suoi compagni ch’erano quivi, aggiungendo: Noi fummo
presi combattendo per lui contro un principe che fece di noi mercato vendendoci ai Bianchi. Ma come
che al presente tutti siamo fatti eguali dalla schiavitù, dopo usciti di vita, quando n’andremo
oltre la gran montagna, Zambù da capo sarà nostro signore. Clemente venir fece Zambù alla sua
presenza; e lo schiavo fissar potè lo sguardo sul suo signore non altrimenti che fatto avrebbe sopra
chi niente avesse avuto a far seco: anzi chi avesse men che attentamente guardato, giudicato avria
Zambù di quella stordita insensibilità che spesse volte, a giustificar la crudeltà loro, fingono gli
Europei. Prese Clemente per la mano Zambù; e quegli credendo che con quell’atto si desse principio a
qualche sua punizione, si rivolse di schiena a ricevere le battiture, le quali egli immaginava che
il suo signore s’apparecchiasse di dargli. Ma, Io, disse Clemente, intendo divenire amico di Zambù —
E quegli non rispose. Perchè Clemente lasciata andai la mano di Zambù che discese nel primo suo
atteggiamento, cominciò fra sè a dire: Come può egli essere che questo Moro abbia avuta signoria
nell’Affrica? E se avuta pur l’avesse, che farebbe egli adesso? Certo null’altro che quello che io gli vedo fare. De’principi spodestati ho io veduti assai, ma quei d’Europa sono
esseri artificiali, come i lor vassalli. Solo il tacere concede la nimica fortuna per trono ai
principi ruinati. Dubito, disse Clemente a Zambù, non alcuna volta v’abbia il mio ministro
maltrattato: ma per innanzi non lo sarete; perciocchè la mia gente mi piace che tutta stia bene.
Questa fu la prima volta che Zambù guardò nel viso a Clemente. Potete voi spiegarvi nel mio
linguaggio, proseguì il padrone, o volete che io faccia qui venire alcuno de’vostri amici che
m’interpreti quello che voi vorreste dirmi? Io parlo il tuo linguaggio, rispose in suo gergo Zambù;
ma nulla ho io da dirti. — Voi dunque non mi volete per amico? — No, rispose Zambù. — Nè eziandio se
io il meritassi? — Tu sei un Bianco. Intese Clemente questa rampogna per quel senso che si
conveniva, e soggiunse: Ma non son tutti i Bianchi fatti come avete provato i loro ministri. Che
deggio fare acciocchè voi mi tegniate un uom dabbene? — Trattar bene e caritevolmente gli uomini. —
E questo è ciò che io vo’fare, e specialmente a voi, o Zambù. — Vogli esser benigno al popolo di
Zambù, e fa di Zambù il piacer tuo. Fu intenerito Clemente alla grandezza dell’animo del Moro che
mostrò essergli gravi le fatiche e i guai de’compagni molto più che i suoi. Non passarono molti dì,
che Clemente mandò per Zambù e sì gli disse: Da questo punto voi non siete più mio. — Dunque m’hai
tu venduto ad altri Bianchi? — No, voi siete franco, e potete di voi fare a vostro
piacere. — Niente di quivi piace a Zambù. E tutto nella vista turbato, non altrimenti che se
disperato fosse, volse gli occhi al mare, dicendo: Ecco là. Disse allora Clemente: Nella vostra
contrada non poss’io riporvi; ma posso rendervi questa migliore: e potete voi stesso migliorarla
così per voi, come per li vostri uomini. Rispose tutto rallegrato Zambù: Di’, e sii buono. — Dico
che voi non vorreste, come i ministri fanno, che i compagni vostri lavorassero per forza di frusta.
— Ah! per forza di frusta! no, per certo. — Adunque voi comanderete, ed essi lavoreranno di buona
voglia per Zambù. A questo il Moro stette alquanto di tempo sopra sè; e qualche lagrima lasciando
correre giù per le guancie: Zambù non può, disse egli, per alcun partito abbandonare il popol suo;
con quello vuole egli essere bene o male avventurato. — E questi è stato principe in Affrica?
pensava fra sè Clemente: or qual principe sarebbe di tanto e cosiffatto amore stato nell’Europa? Fu
francato Zambù, e possessor fatto di una parte di terreno, ed ebbe il comando de’suoi antichi
sudditi. I Mori di Clemente, mossi dal buon trattamento e dall’immagine della libertà, molto più di
fatica durarono, che non avrebbero fatto, se schiavi fossero stati, ed altrettanti, sotto verga di
tirannia o di violenza. Per tal guisa vide Clemente di dì in dì moltiplicare i suoi Mori per
matrimoni, e vivere consolatamente, in tanto che le piantagioni renderongli più
fertilmente ogni anno; ed egli delle sue fiorenti ricchezze si godè con buona pace di sua coscienza.
