Lo Spettatore italiano: La tempesta
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Ebene 1
La tempesta
Zitat/Motto
Qui
succurrere perituro potest, cum non succurrit,
occiditChi puote ad uomo a perir vicino porgere aita, se av
occidit
(Senec.).
Chi puote ad uomo a perir vicino porgere aita, se av
viene che non la porga, lo
uccide.
Ebene 2
Suole comunalmente dirsi che i nostri mali scemano quando vi abbiamo
compagni; il qual detto, come che a molti paia incontrastabile verità, ho io per mia esperienza
sempre trovato esser falso. L’aspetto de’miei simili meco posti in una tribolazione, non pur di
nessun conforto e di nessun alleggiamento, ma di maggior dolore m’è sempre stato cagione. Posso io
bene con coraggio sopportare la mia sciagura; ma se altri sono meco, se io sono testimone del patir
loro, fallami costanza, e l’animo mi si frange.
È detta pure altra sentenza più odiosa e più disonorevole all’uman genere, che soave
cosa sia contemplar il pericolo del suo simile, come sarebbe guatar dal lido infelici nocchieri
combattere co’venti e con l’onde a rischio sempre di profondare in abisso.
No, non è fatto il cuor dell’uomo per dilettarsi di veder il periglio del suo simile: e non
pur questo spietato sentimento non è della sua natura; ma abbandonasi egli talvolta in su la sorte
altrui per modo che non gli ricorda del rischio suo. Oh come le madri e le mogli di quei poveri
pescatori, mentre che tremavan per la salute dei loro figli e dei loro mariti, avevan di sè
spogliata ogni cura! Come sfidavano esse il furor del vento, i torrenti della pioggia, il fuoco del
fulmine! Io stesso e gli altri riguardatori, con tutto che a noi il meno toccasse di quella dolorosa
veduta, fummo insensibili ad ogni pericolo in tutto il tempo che si dubitò dello scampo di
que’miseri che lottavano con la tempesta. L’uomo sensibile è più infelice per l’altrui
che per la sua infelicità; e mostri esser deggiono coloro a’quali il doloroso stato de’loro eguali,
non altrimenti che la testa di Medusa, caugia il cuore in macigno.
Ebene 3
Exemplum
Non ha molti anni, mi fu mestieri da Genova passare a Livorno, e nel
tragitto corsi pericolo di naufragio. Tre giorni e tre notti io fui lo scherno degli elementi; e
trenta altri che meco erano, di nulla menomar poterono la mia sventura; anzi sofferiva io per tutti
i miei compagni, e nella loro accrescevasi la pena mia. Ultimamente ricoverammo al desiato porto;
dove per certo io sentii la mia gioia soprammodo aumentata, perchè divisa co’miei compagni della
sventura; e conchiusi che le gioie nostre e le pene si accrescono parimenti quando molti ne sono a
parte.
Ebene 3
Exemplum
Avvenne poco tempo è ch’io fui spettatore d’una tempesta, ed allor fu
che ed io e coloro che meco erano, tutti venimmo in chiaro della falsità di questa opinione. Essendo
io in Pegli, che è un villaggio non guari a Genova lontano, mi venne ad animo di andare una mattina
a vedere la partenza de’marinari per la pesca. Il vento traeva a seconda; ed innanzi che meriggio
fosse, le barche, onde le vele parevano penne in campo azzurro, indietro indietro tanto si
dilungarono che all’ultimo uscirono dalla nostra veduta. Ed ecco il cielo subitamente si chiuse
d’oscuri nuvoli, e levatosi un mormorar sordo e cupo, apparvero manifesti segni di vicina e crudele
procella. Mossi dal desio e dalla speranza di veder tornare le barche, i padri, le mogli e i
figliuoli de’pescatori trassero al lido. Ma, oh Dio! il vento era contrario e il mare deserto. Dal
parlare ch’io feci ai vecchi e dalla sollecitudine loro, cominciai ad impaurirmi per la disavventura
de’marinai del villaggio. Onde io non curando il furor del vento, montai in luogo rilevato, sperando
coll’aiuto d’un cannocchiale discuoprir da lungi le barche e portar buone novelle ai miseri
abitanti; ma la tenebrosa notte che possedeva il mare, furava ai miei occhi ogni cosa. Incontanente
fui circondato da femmine, delle quali altre mostravano spavento, ed altre si sforzavano
di parer forti ed ardite, rammentando che in tale e tal giorno era stata più terribile la procella,
nè accaduta era disgrazia alcuna. Ma infuriava sempre più la tempesta; e l’orrendo rumore
de’frequenti tuoni si confondeva col mugghio dei venti; diluvi di balenate fiamme mischiavansi con
una pioggia, la quale, a guisa di fiumana, sì strabocchevolmente cadeva, che un mare pareva
riversarsi sopra la terra. Che se avessi potuto dipartir l’animo mio dal periglio de’miseri
pescatori e dalla angosciosa ansietà de’loro sciagurati congiunti, avrei per avventura con diletto
considerato questo orror bellissimo de’guerreggianti elementi. Ma per la cura che di loro mi
stringeva, non m’era conceduto altro sentire, se non se terrore e pietà. Quanto io compiango, diceva
fra me stesso, questi sventurati, che occupandosi al mestiere da cui depende la loro sustentazione e
quella delle proprie famiglie, messi si sono a sì smisurato periglio! Quanta pietà mi fanno quelli
che pendono dalla sorte loro; queste spose tremanti per la vita dei loro sposi; queste madri, le
quali tutte le fiate che alcun maroso odesi ferire e frangersi sopra gli scogli, paventano non sia
loro sommerso il figlio, unico sostegno e conforto della loro vecchiezza! Continuò colla stessa
furia certo spazio di tempo ad imperversar la tempesta: ma finalmente incominciò a ritardarsi il
soffiar de’venti, e ad allentare l’impeto e la ruina della pioggia, e si veniva dileguando un poco
l’alta caligine che il mare oscurava. Le voci che ad un tempo levaronsi, dierono il
felice annunzio che molte barche avvicinavansi. Oh! come incontanente negli aspetti de’miseri,
lunghesso il lido adunati, apparivano manifesti segni di speranza e di paura, secondo che si
vedevano le barche levate in su la schiena di cavalloni altissimi, o che disparivano con essi e
sembravano giù nel profondo nabissarsi! Chi già si dava a credere di discernere alcuno de’suoi, e
chi disperava di mai più rivederlo. Alfine i pescatori, non senza correre nuovi rischi, presero
terra, e la scena di tanti affanni fu chiusa. Fu allora, ed allora solamente, che io e con me gli
spettatori tutti provammo piacevoli affetti. Noi partecipammo il contento e la gioia con quei
miseri, come avevamo partecipate le loro pene e la loro sciagura.
