Cita bibliográfica: Cesare Frasponi (Ed.): "Lezione CLVIII", en: Il Filosofo alla Moda, Vol.3\158 (1728), pp. 193-198, editado en: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Los "Spectators" en el contexto internacional. Edición digital, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.5013 [consultado el: ].


Nivel 1►

Lezione clviii.

A Letterati sopra il mistero delle Prosperità e dell’Avversità nella vita presente.

Cita/Lema► Visu carentem magna pars veri latet.

Senec. Oedip. 295. ◀Cita/Lema

Nivel 2► Vi è tutto il fondamento di credere, che una parte del piacere de’ spiriti Beati in Cielo, consisterà in contemplare la estesa della sapienza Divina nel governo del mondo; e nel riflettere sopra la meravigliosa condotta della sua Provvidenza dalla Creazione sino alla fine de’ Secoli. Per quello riguarda la curiosità, che regna nelle nostre anime; e l’ammirazione, che è una delle più dolci nostre Passioni, non vi è esercizio, che più di questo si accordi colla natura dell’Uomo. Quale infinita catena d’oggetti non avranno la contemplazione, e la riflessione, da scorrere in una scena si vasta, e si varia, che allora si offrirà a [194] nostri occhi, frà que spiriti superiori, che si uniranno con noi ad ammirare maraviglie si eccessive.

Da un altra parte non è inverosimile, che la Pena di quelli, i quali saranno privati d’un tanto Bene, consista, in buona parte, nel sentire i loro appetiti raffinati in estremo, senza che vi sia niente capace di soddisfargli. Forse una vana ricerca di cognizioni accrescerà la loro miseria; e si vedranno immersi in un ammasso confuso di errori, di tenebre, di distrazioni, e di incertezze, in tutte le cose, a riserba del loro infelicissimo stato.

Lo stato, in cui siamo, qui a basso, tiene, per cosi dire il mezzo frà il Cielo, e la terra, ed è cagione, che la verità, e la Falsità si ritrovino frammischiate nell’anima; le di cui facoltà sono in oltre, si limitate e le cognizioni si imperfette, che gli è impossibile non venga ributtata la nostra Curiosità. L’affare degli Uomini, in questa vita, è più tosto di oprare, che di conoscere; non si è perciò compartito loro, che un certo grado di cognizione, a misura del loro bisogno.

Da questo nasce che i Filosofi, e tutti quelli che discorrono, hanno, da lungo tempo, incontrata difficoltà si grandi nel rendere conto della ineguale distribuzione del bene, e del male nel mondo. Cosi da questo, vengono tutte [195] quelle patetiche lamentazioni, sopra le dolorose sfortune, che accadano ai virtuosi e saggi; e sopra la meravigliosa prosperità, che sovente accompagna gl’insensati, e Rei di maniera che, la Ragione è qualche volta imbarazzata nel decidere sopra si misteriosa distribuzione.

Platone mostra ribrezzo per alcune Favole de’ Poeti, che parea facessero i Dei autori dell’ingiustizia; e stabilisce, come fondamentale principio. “Che quanto accade all’Uomo da bene, sia Povertà, sia infermità, sia ogn’altra cosa, che si mette nel rango de’ mali, non puole se non contribuire al suo Bene, ed in questa e nell’altra vita.” È cosa facile il vedere che questa massima è sostenuta da maggiori appoggi. Nivel 3► Exemplum► Seneca ne ha lasciato un espresso Discorso, in cui cerca di far vedere giusta la dottrina de’ Stoici, che l’avversità non è in se stessa un male, e riferisce una bella sentenza di Demetrio, il quale dicea: Che non vi era creatura più infelice dell’Uomo, che non avesse mai provate afflizioni. Vuole, che la prosperità si rassomigli alla indulgenza d’una tenera madre, la qual è sovente la rovina de’ suoi cari Figliuoli, la dove paragona l’avversità all’amore d’un saggio Padre, che gli esercita nelle fatiche, ne patimenti e ne’ castighi, acciò acquistino nuove for-[196]ze, ed un valore a tutte prove. S’innalza indi, a quel nobile sentimento si celebre trà gli Antichi, e pronuncia. “Che non vi è spettacolo sulla Terra più degno delle occhiate d’un Creatore attento alle sue opre, di quello d’un Uomo superiore alle pene, che soffre. Aggiogne, che dee essere un grande piacere di Giove il rimirare, egli stesso, dall’altezza del suo Trono, Catone immobile, e fermo, trà le rovine della sua Patria. ◀Exemplum ◀Nivel 3

Questo pensiero non sarà, che più giusto, quando, si consideri, che la vita umana è uno stato di prova; e che l’Avversità, vi è il Posto d’onore, che sovente non si destina, se non agli Animi sublimi, e di tempra migliore.

Vorrei, sovra tutto, si riflettesse bene, che noi non siamo qui in una situazione comoda, per giudicare i pensieri della Provvidenza. Non conosciamo se non poche cose, in maniera pure assai imperfetta; o per servirmi della bella espressione di S. Paolo, Veggiamo, oggi, come per mezzo d’uno specchio in enigma, cioè all’oscuro. Non si dè ommettere, che la Provvidenza ha la mira, nella sua economia, a tutto il tempo messo insieme, con tutto quello accade, die maniera che non si ponno scuoprire le meravigliose connessioni trà [197] gli avvenimenti assai, frà di loro, lontani; la perdita di molte anella in questa catena fa, che i nostri raggionamenti non hanno nè ordine, nè sodezza. Così quelle Parti, nel mondo morale, che non hanno una beltà assoluta, ne ponno averne una relativa con altre parti, visibili ci sono occulte, ma non si sottraggono all’occhio di chi vede tutto assieme il passato, il presente, e l’avvenire. Gli avvenimenti, cioè, che pare intacchino oggi la sua bontà, possono servire nella consumazione de’ Secoli, a rilevare lo splendore della stessa Bontà, e della sua infinita sapienza. Tanto basta per tenere in freno la nostra superbia. Non si debbono applicare le nostre ordinarie misure a cose, delle quali non sappiamo nè il principio, nè il fine, nè ciò che le precede, nè ciò che le siegue.

Metatextualidad► Disannojerò i miei Leggitori di questa idea astratta, col racconto d’una Ebraica Tradizione, circa Mosè; pare una specie di Parabola, ma puole illuminare ciò, che ho detto fin’ora. ◀Metatextualidad Nivel 3► Exemplum► “Il grande Profetta, chiamato da una Celeste voce alle sommità di un monte, vi ebbe una conferenza, col supremo Essere, che gli permise il fargli diverse inchieste, sopra la di lui condotta dell’universo. In quel Dialogo, ebbe l’ordine Mosè di rimirare al basso nella Pianura. Vi era, al [198] piè della montagna, una sorgente di acqua viva dove un soldato a Cavallo discese per berne. Appena questi sen’ era partito, vi comparve un’Giovane, vi ritrovò una borsa piena d’oro, per inavvertenza, al soldato caduta; la pigliò, e sen’ andò. Un vecchio, oppresso dalla fatica del viaggio, e dal peso degli anni vi capitò indi anch’egli; e dopo avere estinta la sete, che l’abbruggiava, si assise vicino alla Fontana, per riposarsi. Il soldato che avea perduta la borsa, vi ritorna per ricercarla; la dimanda al vecchio questi protesta di non averla veduta; e chiama Dio in testimonio della sua innocenza. Il soldato non volle credergli, e l’uccise. Mosè innorridito dal fatto cadde, colla faccia in terra,

La Voce divina allora, così gli parlò. Nivel 4► Cita/Lema► Non rimanere sorpreso, Mosè, da tale avvenimento, nè ricercare, perche il Giudice di tutto l’universo l’abbi permesso. Sappi, che quel vecchio avea assassinato in quel luogo il Padre del Giovane, e tanto ti basti.” ◀Cita/Lema ◀Nivel 4 ◀Exemplum ◀Nivel 3 ◀Nivel 2 ◀Nivel 1