Référence bibliographique: Cesare Frasponi (Éd.): "Lezione CXXXV", dans: Il Filosofo alla Moda, Vol.3\135 (1728), pp. 59-63, édité dans: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Éd.): Les "Spectators" dans le contexte international. Édition numérique, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.4992 [consulté le: ].


Niveau 1►

Lezione cxxxv.

Agli Autori de cattivi Libri.

Citation/Devise► Quod nec Jovis ira, nec ignes.
Nec poterit ferrum, nec edax abolere vetustas.

Ovid. met. L. XV. 871. ◀Citation/Devise

Niveau 2► Aristotile dice, che il mondo è una coppia delle ide, che sono nella mente Divina; e le idee, che sono nella mente dell’Uomo, sono una coppia del mondo: potremmo aggiugnere, che le parole sono la coppia delle idee, che si ritrovano nella mente dell’Uomo; e la scrittura, o la stampa la coppia delle parole.

Si come l’Essere supremo ha impresse, e per così dire, scolpite le sue idee nelle Creature; così gli Uomini esprimono le loro idee ne’ Libri che, colla bell’arte, gia da qualche secolo, inventata, ponno durare quanto il sole la Luna, e non perire, che nell’universale naufraggio della Natura.

Non vi e altro mezzo per fissare i pensieri, che insorgono e svaniscono [60] nella mente dell’Uomo, e di trasmettergli fino alla fine de’ Secoli.

Non vi è altro mezzo di perpetuare le nostre idee. I Libri sono Legati, che un Grand’Ingegno lascia al Genere umano; e che passano da una generazione all’altra, fino alle Posterità più lontane.

Tutte le Arti; che servono a perpetuare le nostre idee, non durano, che poco tempo; Le statue ponno conservarsi per milliaja d’anni. Le Fabbriche, non sussistono si a lungo, e molto meno i Colori. Michel Angiolo, il Fontana e Raffaelo, saranno col tempo, ciò che, di presente sono Fidia, Vetruvio, ed Apelle, Nomi de’ bravi statuarj, Architetti, e Pittori, le opere de’ quali più non si veggono se non appunto ne’ Libri. Le differenti arti sono espresse sopra materie, che periscono, ne ponno conservare le ricevute idee.

Ciò, che dà un considerabile vantaggio agli scrittori, egli è il poter moltiplicare i loro originali, cavandone quel numero, che loro piace di essemplari; e questi tanto vagliono, quanto gli stessi originali. Questo e quello, che lusinga un autore Eccellente, con una specie d’immortalità; ma lo priva, allo stesso tempo, del beneficio, di cui gode l’artista; questi aduna più danaro, e quegli piu fama. Che non si pagherebbe un Virgilio, un Omero, un [61] Cicerone, o un Aristotile, se le loro opere fossero confinate in un solo luogo, o nelle mani d’un solo Particolare, come una statua, un’Edificio, o un quadro?

Gia che dunque i Libri ponno communicarsi, in tale maniera, da un Secolo all’altro: quale premura non dovrebbe avere un Autore di non scrivere niente, che possa infettare la mente degli Uomini col naturale veleno del vizio, o dell’errore? Quelli, che impiegano i loro talenti, a seminare, e staggionare le opere, con vivacità perniziose, debbono considerarsi come la Peste della Società, e come nemici del Genere umano. Si può dire de’ loro Libri ciò che si dice delle Persone, che muojono di qualche infermità contaggiosa, che non lasciano dopo di loro, se non della Puzza e dell’Infezione. Pare non sieno stati posti nel mondo, che per corrompere la natura Umana, e prolongarla nello stato delle Bestie.

Vi sono autori di sentimento, che gli scrittori d’una morale rilasciata stieno in Purgatorio, per tutto il tempo, in cui le loro opere hanno qualche confluenza sopra la Posterità. Il Purgatorio non è altro, che la purificazione de’ nostri peccati, nè questi ponno essere purgati, in tempo, che attualmente corrompono il Genere umano. Un autore, che ha scritto in favore del [62] vizio, pecca dopo la sua morte, e dee essere punito, in tutto il tempo, che pecca.

Niveau 3► Exemplum► Mi sovviene d’avere udito parlare d’un Atteo, il quale vedendosi oppresso da una pericolosa malattia, fè venire il Parroco per confessarsi de’ suoi peccati, e dolersi particolarmente d’avere scritto un Libro, la di cui maligna influenza, non potea, che estendersi dopo la sua morte. Il Parroco, a cui non mancava nè erudizione, nè buon senno, parendogli mosso da un vivo, e serio pentimento, gli disse, che il di lui Caso non era così disperato, come si figurava; L’ammalato insistea di nuovo sopra le ree conseguenze del suo Libro, il quale tendea a rovinare ogni sorta di Religione, e di virtù, e perciò non vi era salute per uno, i di cui scritti continuerebbono, ad infettare il mondo, quando non vi sarà più egli stesso. Il Parroco, che concepì, non vi fosse altro mezzo per consolarlo, accordò, che il suo dolore era ben fondato, e giusto; che avea fatto un grave male nel pubblicare un tale Libro; ma che dovea confortarsi, sulla considerazione, che non vi era da temere facesse verun male, mentre sostenea una pessima causa, con assai deboli argomenti; che il suo Libro produrebbe si poco male in avvenire, come avea fatto per lo passato; non essendovi sta-[63]ti se non i suoi più stretti amici, che si fossero pigliati la pena di leggerlo; e che nissuno avrebbe pensato a ricercarlo dopo la sua morte. Il Penitente, che non avea rinunciato alla tenerezza, propria degli autori, verso le loro opere, rimase si alterato da tali motivi di consolazione, che, senza rispondergli una sola parola, disse agli astanti, con quell’aria grintosa si naturale agl’Infermi. “Dove avete ritrovato quest’animale? Credevate fosse proprio a consolare un Uomo, che si ritrova nel mio stato?” Il Parroco ben s’avvide d’avere, con troppa facilità, creduto alla di lui penitenza, gli fè una breve esortazione, persuaso, che, se il male s’avvanzava, sì avrebbe richiamato di nuovo, e si ritirò. L’autore si rimise ed, appena guarito, scrisse due o trè spegazzi nel medesimo gusto; e per minor male della di lui anima, con si poco esito, come il primo.◀Exemplum ◀Niveau 3 ◀Niveau 2 ◀Niveau 1