Il Caffè: XVIII

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Carta/Carta ao editor

Amico Demetrio. Dite agli Scrittori del Caffè, ch’io sono un giovane, che sto per incamminarmi nella carriera di fare il Medico, e che da molto tempo aspetto che scrivano qualche articolo sulla professione, ch’io voglio intraprendere; essa ha molta influenza certamente sulla vita degli Uomini, e merita che di essa si parli. Vi prego, amico Demetrio, fate sì che ne parlino una volta; ed avrei molto piacere se ne parlassero in guisa di farmi un piano del sistema, che essi credon buono, per riuscirvi felicemente. Addio.
V’è un sistema buono per farsi un buon Medico, e v’è un sistema buono per farsi volgarmente stimare un buon Medico; rare volte questi due sistemi possono eseguirsi dalla stessa persona. Un giovane deve scegliere fra queste due strade: Se avete nell’animo un generoso amore della verità, e tale da ricompensarvi coi progressi, che andrete facendo, della contenzione che vi farà d’uopo usare per instruirvi; se preferite la stima degli Uomini illuminati all’applauso volgare, ed alle ricchezze che gli vanno compagne; se avete in somma di mira o la gloria, o una dilettevole occupazione per voi nello studio della Medicina, allora appigliatevi al sistema di formarvi un buon Medico. Ma se all’incontro voi ricercate il pane, e propostovi tal fine volete interporre i più brevi, comodi, e più sicuri mezzi per ottenerlo, scegliete il sistema di farvi volgarmente stimare un buon Medico. Io do un’occhiata generale all’Europa, e dico, che se prendiamo tutt’i Medici Europei in complesso, ella sarebbe cosa molto problematica il decidere se siano più gli Uomini ammazzati, o risanati dall’arte loro. Se prendiamo dunque la Medicina non per quello, che mi si dice che dovrebb’essere, ma per quello ch’ella è in effetto, ella è un’arte che non si può riporre fralle benefiche senza usare di molta indulgenza. Facil cosa è il comprendere ch’io in questo senso intendo colla parola Medicina non la scienza per se, ma la somma delle azioni, che i Medici in complesso esercitano su i corpi umani. Se l’amor della scienza stessa vi porta alla Medicina, riflettete al bel principio che la medicina altro non è, che la fisica applicata al corpo umano, cioè a quella macchina, la quale anche al dì d’oggi è molto imperfettamente conosciuta, e non lo sarà forse mai in tutta la sua estensione. Le parti nobili del corpo umano non potiamo noi vederle mai nell’esercizio loro, ma bensì inerti, e già mutate da quel fenomeno insigne, che chiamasi morte, per cui dallo stato di materia organizzata passa la spoglia umana a quello di semplice materia: Nè coll’ajuto de’ nostri sensi benchè assistiti da’ più perfetti stromenti ottici possiamo noi ragionevolmente lusingarci di seguitare l’organizzazione fino ai minimi elementi, da’ quali forse deriva il principio fisico del moto della circolazione, della traspirazione, del nodrimento, e di tant’altre riparazioni, e perdite, e modificazioni diverse di materia, che rendono mirabile egualmente, che oscura l’indole di un corpo organizzato. Che se sí denso è il velo, che ci nasconde i principj, per i quali vive, movesi, genera e si nutre un corpo posto in quello stato sul quale ci è lecito fare maggiore numero di sperienze, poiché stato comune alla maggior parte degli Uomini; quanto più dovete voi credere, che siano oscuri i principj che guastano l’ordine della economia animale, e fanno passar l’uomo dallo stato di sanità a quello di malattia! Quello ch’io chiamo stato di sanitá, non è quello stato di perfetta sanitá, che non potrebbe trovarsi che in un corpo immortale; poichè se tutte le perdite nostre venissero risarcite per l’opera di visceri perfettamente sani sarebbero le nostre perdite perfettamente risarcite: quindi non conosceremmo nè la vecchiaja, nè la morte naturale; chiamo dunque stato di sanità quello in cui nessun dolore, nessuna lassitudine, nessun fenomeno apparente ci avverte d’alcun disordine avvenuto nel sistema della organizzazione nostra. V’é molto maggior differenza fra malattia e malattia di quella che non vi sia fra un corpo sano e un corpo sano. Dirò di più: forse non si sono vedute da Ipocrate a questa parte due malattie perfettamente eguali. Pare che le leggi universali, colle quali e diretta la Fisica, sieno costanti, e inviolabili; ma pare altresì che i fenomeni particolari, ossia le combinazioni de’ principj invariabili, sieno variabili all’infinito; e come forse da Ipocrate a questa parte non sono comparse sulla terra due figure d’Uomini perfettamente simili; come forse da Ipocrate a questa parte non sono comparse sulla terra due foglie d’albero perfettamente simili; così per analogia facilmente può credersi, che due malattie perfettamente simili non si sieno ancora date da che gli Uomini hanno trovata l’arte di trasmettere alle generazioni venture i loro pensieri colla stabile testimonianza della Scrittura. Cosa molto più facile e sempre il comprendere, come una macchina ben costrutta eserciti le sue azioni, di quello che non lo sia il prevedere e definire tutte le cagioni straniere e intrinseche, per le quali può essere interrotta ne’ suoi movimenti. Da queste brevi riflessioni ne deduco una conseguenza; ed è, che sempre sarà molto incerta e ne’ suoi principj, e nella applicazione di essi principj la Medicina; e che un Filosofo che ne faccia la professione, adoperata che abbia la più scrupolosa diligenza ne’ casi particolari, avrà costantemente compagno un cauto dubbio, ed un pirronismo ragionevole, che lo porterà sempre ad ommettere, anzi che ad eccedere operando.1A questo termine proponetevi dal bei principio di giungere, e sappiate che quello che è stato detto forse troppo generalmente delle scienze tutte, cioè che le estremità loro si toccano, e che al principio, e al termine egualmente trovasi l’ignoranza, ciò particolarmente e proprio della Medicina, in cui quando siete mediocre vi credete a parte de’ secreti di natura, ma a misura che fate progressi, e che esaminate con maggiore analisi le vostre nozioni, scema il numero de’ secreti svelati, e vi accostate all’ignoranza dotta, che resta al termine della carriera. Cosa ridicola in verità si e il leggere alcuni Autori di Medicina, e specialmente di Bottanica, anche accreditati; non v’è erba che non risani da qualche malore, non v’è malattia che non abbia più erbe prontissime a sradicarla; pare, leggendoli, che non vi sia ormai più maniera di morire, se non per gl’ignoranti. All’occasione poi vediamo l’effetto di tante pompose promesse. La Medicina è dunque un’arte di sua natura molto circoscritta, e che merita il nome di conghietturale che le vien dato; ma s’ella non fa agli Uomini tutto quel bene che se ne promette il volgo, e che ne vanno proclamando i Ciarlatani addottorati, pure in mano d’un illuminato e onesto uomo, ossia, in una parola sola, in mano d’un Filosofo, ella è un’arte che non solamente serve a provare sin dove giunga l’industriosa ricerca dell’ingegno umano, ma serve ancora a recare solidi beneficj all’umanità o prevenendo le malattie o risanandole. Ma per giungere a ciò fare, primieramente io ricercherò da un giovane la preparazione alle scienze, cioè una costante abituazione del suo intelletto di far l’analisi delle proprie idee, di definire esattamente ogni vocabolo, di tessere in somma quasi in catena ben costrutta i proprj ragionamenti, cosicché il desiderio della verità sia in esso sempre più robusto della inerzia, alla quale forse più che ad altre cagioni dobbiamo attribuire la parte maggiore de’ falsi ragionamenti degli Uomini. Se quest disposizione dell’animo, che i Scolastici chiamano Logica, è il primo fondamento delle umane cognizioni, se questa è la sola scorta che può farci fare progressi nelle scienze tutte, a più ragione dev’ella essere indispensabile laddove si tratti d’una scienza di conghietture, dove l’ommissione d’un dato solo o d’una osservazione ci porta a conseguenze talvolta perfettamente opposte. Una mente chiara, ragionatrice, vogliosa di fare agli Uomini quel bene che può loro farsi colla Medicina, conviene che sia in istato di ben comprendere i libri scritti in Latino, ed in Francese. Ogni discreto Lettore comprenderà benissimo, ch’io col vocabolo Latino non intendo la lingua de’ Curiali o de’ Scolastici, lingua che non intenderebbe nè Cicerone, nè Livio, nè Tacito, se dovessero essere condannati a leggere le tante belle cose che con essa lingua intermedia fra la Latina e l’Italiana sono state scritte per la felicità se non delle Nazioni, almeno di alcuni pochi, che mettevano a profitto la pubblica bontà. Conviene che un giovane, che vuol farsi Medico davvero, intenda dunque la buona lingua Latina, quale la scrissero molti eccellenti Medici, e così dicasi della lingua Francese. Io non vi farò qui una lunga declamazione da Pedante, per provarvi che per guarir le malattie, e per ragionare in Medicina sia necessaria la statica l’Idrostatica, la Geometria, l’Algebra, e tutte le altre parti della Matematica; molta impostura v’è certamente in sì fatti discorsi, i quali li ripetono alcuni Medici, e persino alcuni Curiali, quasi che le loro occupa-zioni esiggessero l’Enciclopedia; dirò bene, che le cognizioni della Fisica universale sono necessarie, poichè, come ho già accennato la Medicina è l’applicazione della Fisica al Corpo Umano. Convien dunque che abbiate una idea di quello che gli Uomini hanno osservato sulla natura del calore, e del freddo, sulla dilatazione, e condensazione de’ corpi, sull’intestino loro moto, sulle leggi della gravità, sulla vegetazione, sulla generazione, e simili oggetti risguardanti la Fisica. Nemmeno io esigerò da voi, che siate un perfetto Bottanico, cosicché conosciate il numero, la famiglia, e le proprietà d’ogni filo d’erba. Nemmeno esigerò io da voi, che siate un Chimico, e che conosciate per nome, e per figura tutti i sali alcali, tutti gli acidi, e tutt’i caratteri mezzo Arabi, e mezzo Gottici, co’ quali si rendono venerande assaissime inezie. A me basta che affatto non siate digiuno di queste materie, e che sappiate all’occasione quai sieno gli Autori migliori da consultarsi, per conoscere se accade qualche cosa fondatamente. La Notomia sì, che dovete saperla; ma dovete sapere la Notomia ragionata, e comparata, non già la sterile nomenclatura delle ossa, dei muscoli, dei tendini, e delle altre parti che formano il corpo dell’Uomo. Sieno otto, o sieno quattro i muscoli dell’occhio, sieno sette, o sieno cinque i muscoli del basso ventre, questo poco importa saperlo al Medico; son questi, oggetti che interessano la Chirurgia, o il disegno. Ma sapere come, o per qual mirabile meccanismo il cibo nel ventricolo cangi natura; come frammisto al fiele prenda il colore dal Chilo; come la parte più sottile filtrandosi per alcuni minutissimi canaletti giunga nella Cisterna del Pequet a distillarsi in un latte puro, come questo frammisto al sangue ripari le perdite di esso sangue, da cui si fanno continue secrezioni; come queste secrezioni sieno sì diformi fra di loro, sebbene tutte emanate dallo stesso principio; ma il conoscere come circoli il sangue, qual sia il primo mobile che lo spinge; come non rigurgiti, nè prenda mai un moto contrario; come per esso si riparino le perdite de’ muscoli, delle vene, delle arterie e persino delle ossa; come dallo stato d’un fluido passi una particella di esso sangue a quello d’un perfettissimo solido; queste sono le mire che convengono a un Medico. Poiché siate a questo segno disposto, e per la felice disposizione della mente, e per le cognizioni delle lingue, e per la notizia delle cose fisiche, e per un ragionato sistema di Notomia, allora consacratevi alla Medicina, scegliete gli ottimi Autori, ed ivi esaminando i loro sistemi, e meditando sulle diverse sorti di malattie da essi esposte, su i fenomeni che le accompagnano, su i rimedj che giovano, e sulle opinioni loro delle cagioni, instruitevi, e approfittate dei lumi, e della pratica di molti secoli. Ridicola pretensione in vero si è quella di coloro, i quali cercano di cuoprire la ignoranza loro nella teoria della Medicina, vantando la pratica in favor loro. Vastissima è pur troppo la serie dei disordini, ai quali è soggetta la macchina del corpo umano, e in paragone di essa la vita di un Uomo è un lampo passaggero S’egli è vero che da Ipocrate a questa parte forse non si sono vedute due malattie esattamente simili, come potrà mai sperare un Uomo solo, che dopo alcuni pochi anni di proprie osservazioni, le malattie, che gli si presentino sieno, continue repetizioni d’altre malattie da lui vedute, il che vorrebbe dire la voce Pratica! Ipocrate era il decimonono Medico di sua famiglia, e aggiungeva la propria pratica a quella di diciotto generazioni, che gliela avevano trasmessa, e forse anco diciotto generazioni sarebbero state non bastanti a compilare gli Afforismi, se ad esse non si fossero aggiunte le innumerevoli Tavolette appese al tempio d’Esculapio, contenenti l’esatta descrizione di una vastissima serie di malattie. Allora fu che, dopo la sperienza di molti secoli, e dopo una sterminata serie di casi raccolti venne dato il distinguere quelle poche leggi universali, che son comuni a molte malattie, e che infiniti diversi fenomeni somministrarono il filo per riascendere ad alcuni principj. Le osservazioni, le sperienze, e più forse i casi fortuiti, e gli errori medesimi di molti secoli, che vennero dopo, accrebbero il materiale della scienza; da tutto quest’ammasso ereditato dalle generazioni passate un buon Medico cerca di dedurne la sua pratica, la quale diventa la pratica di più secoli, la pratica di molti Uomini condensata in un Uomo solo; e questa è la vera pratica rispettata dai saggi, da cui può sperarsi giovamento. Come per diventare un pittor valente non bastano le osservazioni su i disegni, sulle statue, sulle pitture, e su i bassi rilievi, ma vi vuole il nudo medesimo; così nella Medicina conviene che il Medico contragga una sorte d’abitudine cogli Ammalati, la quale presentando a’ suoi sensi i sintomi diversi delle malattie con maggiore efficacia di quello che non lo possono fare le descrizioni, o gl’intagli, lo renda più sicuro di se medesimo. Non vi consiglio però di prendervi questa per principale occupazione. La principale deve essere su i libri, e chi predica il contrario cerca di farvi un buon Infermiere tutt’al più, non mai un buon Medico; ma secondariamente unite alla speculazione tranquilla del vostro studio anche l’uso di esercitarla sugli ammalati. Ma del polso che diremo noi? Oseremo noi in questo foglietto svelare gli arcani dell’arte, ed esporci alla vendetta dei Pseudo-Medici, per dar materia di pensare ad alcuni pochi? La dimostrazione sarebb’ella capace di far fronte ad una opinione venerata per secoli, e sostenuta dalle continue declamazioni di quanti vogliono parer Medici, senza essersi presa la briga di diventarlo! Io voglio osarlo, e vuo’ scrivere una proposizione scandalosa, empia, nefanda, abominevole; ed eccola: La cognizione del polso val poco a illuminare un Medico. Io vi comincio a dire, che Ipocrate, e tutta la sua Scuola non ha mai fatto gran caso del polso; che l’osservazione sulla pulsazione dell’arteria si è cominciata a fare dai Chinesi, poscia gli Arabi la posero in credito, e questo credito andó forse per arte d’alcuni a tal segno crescendo, che finalmente alla pulsazione dell’arteria si vennero ad attribuire tali proprietà da renderla la verga divinatoria della Medicina.2 Non pretendo io già di dire, che la pulsazione dell’arteria non sia un fenomeno da osservarsi in ogni ammalato, come s’osserva il calor delle carni, il colore del volto, come s’osservano gli occhi,. la lingua, la flessibilità delle viscere, la libertà della respirazione, le secrezioni del sangue, e simili; dirò di più, che la pulsazione dell’arteria essendoci una guida per conoscere presso poco lo stato della circolazione del sangue, ella è un sintomo da osservarsi anche con particolare attenzione. Ma il pretendere colla pulsazione dell’arteria di distinguere una ad una le infinite malattie, il pretendere colla pulsazione dell’arteria di conoscere i progressi, e le diverse vicende de’ mali del corpo umano, questo è un pretendere cosa di cui compare l’assurdità per poco che vi si rifletta. Primieramente il moto del sangue con somma facilità si altera nel corpo umano coll’urto semplice d’una passione anche non forte; secondariamente riflettete, che tutte le variazioni possibili ad accadere nella pulsazione dell’arteria si riducono a quattro elementi, e sono diversità di tempo, diversità di luogo, diversità di forza, diversità d’ondulazione. Quattro elementi non possono produrre più che ventiquattro combinazioni, come avrete veduto alla pagina 8 di questo foglio periodico, dunque il polso non potrebbe indicare tutt’al più che ventiquattro stati diversi del corpo umano, non mai la serie quasi infinita de’ stati, pe’ quali realmente può passare. Ma direte, questi stati sono suscettibili di molte differenze di più, o meno; va benissimo; ed io vi pregherò a dirmi, se col semplice tatto (senza un esatto orologio alla mano, che vi segni i minuti secondi, e i terzi, se fosse possibile) si possano definire le minime differenze? Vi domando, se credete possibile, che un Polsista possa paragonare matematicamente la celerità, o equi-distanza del polso della sera con quello della mattina? Vi domando se, dopo il toccamento di tanti polsi, quanti ne esaminano i Polsisti, sia sperabile questo esatto confronto? Gran bella scoperta ch’è stata quella del polso! Chi vuol farsi credere medico, sebbene non sappia render ragione della sua professione, sebbene sia un perfetto ignorante, s’appoggia alla perizia del polso, riclama un dono di natura intrinseco a lui di conoscere tutte le malattie dal polso; e il volgo gli perdona la sua ignoranza, si fida de’ suoi toccamenti, lo crede capace di risanare, e lo paga abbondantemente. Se poi due, o tre Polsisti si conducono separatamente a visitare un ammalato, senza che si siano potuti fra di loro concertare, uno dirà che non v’è febbre, l’altro che v’è febbre; uno dirà che entra, l’altro che va in declinazione; del che rari sono gli Uomini, che non ne abbiano avuto più d’un esempio sotto gli occhi in vita loro; esempio il quale solo basterebbe a convincere. Se meno si sostenesse l’opinione del polso, sarebbero costretti coloro che vogliono fare il medico ad instruirsi, e minore sarebbe il numero delle infelici vittime dell’ignoranza. Io per altro trovo cosa degna di riflessione il vedere come in molte Città della nostra Italia si sottopponga ai più imparziali e rigidi sperimenti un Uomo, che cerchi d’essere Maestro di Cappella di qualche Cattedrale, e si facciano rigorosi esami, e disappassionati giudizj per eleggere il più armonico fra i concorrenti; e nessuna Città, ch’io sappia, adoperi la metà di altrettante cautele avanti di permettere a un Uomo di operare sulla vita dei Cittadini. Io credo veramente che una distonazione sia un minor male nella Repubblica, di quello che non lo sia un omicidio.

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Ritorniamo al proposito nostro.
Se volete dunque essere buon Medico, io v’ho in breve indicata la strada, che a me pare la buona per diventar tale. Due avvertimenti mi rimangono ancora, e ve li dirò tosto; appartengono essi alla buona morale. Primieramente siate in guardia sopra voi medesimo, acciocché i frequenti spettacoli della Notomia, e l’abituazione di veder soffrire gli Uomini, non incallischino in voi quel dolce e benefico principio di sensibilità, che produce la compassione, ossia il patimento de’ mali altrui. La maggior parte delle virtù umane viene da questa sorgente, ed ogni animo ben fatto deve procurare di mantenersela intatta, e delicata più che sia possibile. In secondo luogo sovvengavi, che gli Ammalati sono Uomini più deboli per lo più degli altri, i quali affidano alla vostra dottrina e all’onestà vostra la loro vita, e le loro debolezze; sovvengavi che, se passando d’una visita all’altra voi vi faceste giuoco della debolezza altrui, e se faceste servire a rallegrare gli sfacendati i racconti di quanto vedete, o udite nelle famiglie, che in voi confidano, sovvengavi dico, che voi sareste agli occhi vostri medesimi, non che a quelli d’ogni onorata persona, un vero infame uomo, un uomo indegno della stima d’ogni animo bennato, un mostro in somma da far ribrezzo a qualunque è capace di virtù. La secretezza, e la discrezione sono due virtù particolarmente necessarie a un Medico onorato.3Eccovi in somma additata la strada per diventare buon Medico. Quando lo sarete, aspettatevi che il volgo del pretesi Medici vi fugga, aspettatevi che disemini di voi che avete della Teorica, ma non valete in Pratica; aspettatevi di ottener poco lucro, e molte persecuzioni; e cercatevi una di queste tre cose, che sono le sole colle quali potrete passare la vostra vita al coperto della cabala; o un nome procuratovi colle opere stampate, o un Sovrano che con tutta la sua forza vi protegga, ovvero l’oscurità d’una vita ritirata, che vi celi ai morsi dell’invidia. Se poi vi bastasse l’essere volgarmente creduto buon Medico, fate il vostro giro alle Scuole pubbliche, fatevi addottorare, mettetevi a correr le strade in seguito a qualche buon Polsista, rompete molte scarpe, imparate a scrivere una ventina di ricette, imparate a mente una quarantina di parole Greche, una trentina di Afforismi d’Ipocrate, celebrate le virtù del polso, arricchite la lingua colla creazione di nuove frasi, e parole nuove, ricevete le pensioni che vi verranno assegnate, e sopra tutto pregate il Cielo che i lumi della sana Filosofia non continuino a fare i progressi che tutto dì vanno facendo in Europa.4

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Conchiudo il mio ragionamento con tre ottave tolte da un Poema inedito d’un Autore, che pensava presso poco come penso io.

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Citação/Lema

Oh genti, oh genti, oh voi, che avete in cura De’ Cittadini conservar la vita, Aprite gli occhi, oh quanti mai ne fura Degli impostori Medici l’aita! Di quanti va nella magione oscura L’alma sdegnosamente dipartita, Perchè affrettata vien l’ora fatale Da un Medico, che è Medico stivale! Poniti a letto, fossi anche un Atleta, Fossi anche un Toro, fossi un Elefante; Dopo una settimana di dieta, Tranguggia docilmente un buon purgante; Indi la vena s’apra, e l’inquieta Cantaride t’infonda un vessicante Alle coscie, alle gambe due cauteri Popolatori delli Cimiteri. Indi lásciati dare le copette, Le sanguisughe, e vari serviziali, E nuovo sangue, e poi nuove ricette, E intorno al letto Medici, e Speziali; E dimmi poscia ch’io non vaglio un ette Se con tanti rimedj non t’ammali. Fidati pur se vuoi; ma in questa forma Passa la bella Donna, e par che dorma.
P.

1Medicamentorum autem usum ex magna parte Asclepiades non sine caussa sustulit; & cum omnia fere medicamenta stomachum laedant, malique succi sint, ad ipsius victus rationem potius omnem curam suam transtutit. Celsus, üb. V, cap. i.2

2La Medicina pulsoria è talmente radicata presso a’ Chinesi, che giungono talvolta a predire dal polso un malore, che il Medico stesso cerca a far nascere poi, acciocchè la predizione non rimanga senza effetto; e veggasi su di ciò Memoir. de la Chine del P. Le Comte alla Lettera ottava. Galeno, De Crisib., al lib. 3, cap. undecimo, assicura che Ipocrate non avea fatto mai gran caso del polso, sia che non lo conoscesse, sia che non lo credesse (il che è più verisimile) un mezzo sicuro per conoscere le malattie. Eroffilo poi, per testimonianza di Plinio, lib. 29, cap. I. e lib. undecimo cap. 38, portò la pazzia pulsoria a segno d’asserire, che era necessaria cosa a un Medico l’esser Musico, e Geometra per conoscere perfettamente il polso.

3Nel celebre giuramento, che Ipocrate esigeva dagl’iniziati nella Medicina, stanno rinchiusi tutti i più providi precetti dell’onestà da praticarsi da un Medico.

4In hac artium sola evenit, ut unicuique se Medicum profitenti credatur Plin, lib. 29, cap. I.