Citation: Gasparo Gozzi (Ed.): "N. CIII", in: La Gazzetta Veneta, Vol.1\103 (1761-01-27), edited in: Ertler, Klaus-Dieter / Fabris, Angela / Fuchs, Alexandra (Ed.): The "Spectators" in the international context. Digital Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.3735 [last accessed: ].


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N.o CIII.

Mercoledì addi 28. Gennaro 1761.

Che contiene

Quello, ch’è da vendere, da comperare, da darsi a fitto, le cose ricercate, le perdute, le trovate, in Venezia, o fuori di Venezia, il prezzo delle merci, il valore de’cambj, ed altre notizie, parte dilettevoli, e parte utili al Pubblico.

Level 2► Metatextuality► La Favola delle tre Melarance Commedia a soggetto, rappresentata la prima volta Domenica di Sera nel Teatro di S. Samuelle. Io avea fatto proposito di non parlare di Commedie fatte all’improvviso, e durerei nel parer mio, se questa non fosse d’un genere particolare, e della condizione di quelle, che anticamente si chiamavano allegoriche. ◀Metatextuality L’argomento d’essa è tratto dallo Cunto delli Cunte, capriccioso, e raro Libro scritto in Lingua Napoletana, che contiene tutte le Fiabe, narrate dalle Vecchierelle a’fanciulli. La Favola in essa Commedia trattata è sopra tutte l’altre notissima. Chi compose la Commedia non si sa, ma viene attribuita a diversi Autori. Siasi chiunque si voglia il tessitor d’essa, egli ha avuta l’intenzione di coprire sotto il velo allegorico certi doppii sentimenti, e significati, che hanno una spiegazione diversa dalle cose, che vi sono espresse. Avrei troppo che fare s’io volessi sviluppare ogni minima parte da quel velame, che la ricopre; ma solo alcune poche cose dirò, acciocchè queste poche aprano la via all’udienza di poterne esaminare più altre da sè medesima, quando sarà assicurata, che da capo a fondo quelle novelluzze, e bagattelle rinchiudono non picciola dottrina. Que’Re di Coppe, que’Maghi, quegli scompigli, quelle malinconie, quelle allegrezze dinotano le vicende del giuoco, e l’incantesimo or buono, ora contrario della fortuna in esso. Andando a passo a passo per questo cammino vi si troveranno molte interpretazioni. Metatextuality► Io mi arresterò solo a spiegare con brevità due cose. ◀Metatextuality La prima è quella dello spirito, che soffia dietro col Mantice a Truffaldino, e a Tartaglia, i quali vanno all’impresa delle tre Melarance, e fa che questi Attori nell’intervallo d’un Atto corrano millecinquecento miglia. A prima vista par cosa da scherzo; ma vi si troverà sotto sostanza, quando si penserà a quel tempo ch’è limitato nelle Tragedie, e Commedie, e tuttavia si veggono talora Personaggi passare da un Paese ad un altro lontanissimi in un momento, senza ragione veruna; onde pare, che l’Autore voglia significare, che in sì breve tempo non possono trovarsi da questo a quel luogo, senza un mantice infernale, che ne gli abbia dietro soffiati.

Il Secondo passo allegorico è il Castello della Maga Creonta, che tiene custodite le tre Melarance. Questa è l’ignoranza grossa de’primi Popoli, che teneva incarcerati, e rinchiusi i tre generi di componimenti da Teatro, Tragedia, Commedia di carattere, e Commedia piacevole improvvisa. Il diletto, e l’ingegno, sono figurati ne’due personaggi, che trafugano le tre Melarance. Le due Donzelle uscite dalle due tagliate da Truffaldino, e morte di sete dinanzi a lui, significano la Tragedia, e la Commedia di Carattere, le quali in que’Teatri, dove recita un buon Truffaldino non possono avere nutrimento, nè vita. La terza Giovane uscita dalla Melarancia tagliata dal Tartaglia e da lui tenuta in vita con l’acqua datale in una delle scarpe di ferro, denota la Commedia improvvisa, sostenuta in vita dal socco de’recitanti piacevoli, il qual socco sa ognuno, ch’era la scarpa degli antichi rappresentatori di Commedie. Molte altre allegorie si contengono nel Portone di ferro che vuol essere unto, nel Cane che vuol pane, nella corda, nella fornaja, nelle mutazioni della fanciulla in Colomba, e della Colomba in fanciulla; ma non è tempo, nè luogo quì da descrivere ogni cosa minutamente. Solo non tacerò che i due peritissimi Attori, i quali rappresentarono il Tartaglia, e il Truffaldino, e che quivi ebbero le parti principali, mantennero all’improviso una continua vivacità, e grazia in tutte le Scene, assecondando l’allegorico sentimento, ch’è l’anima di tal qualità di rappresentazioni. Chi tenesse, come fece l’Autore di questa Commedia, bene in mente il detto di quell’antico Filosofo: Ne quid nimis, che noi diciamo: Ogni soverchio rompe il coperchio, potrebbe aggiungere alla Scena anche questo allegorico spettacolo, che a noi manca, e che fu sino ad un certo segno la delizia del Teatro d’Atene, e talora una delle più grate rappresentazioni di quello di Francia.

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Lettera

D’Ippolita a Sofronia

Letter/Letter to the editor► Mia Signora. Molte volte voi avete scritto in biasimo delle Donne. Io me ne sono lagnata, e non senza ragione, perchè son Donna. Voi volete, che questo sesso diventi una compagnia di Statue, ed esse vogliono essere Creature vive. Basterebbe per acquietarvi lo spirito, che non foste sospettosa. Per vedere Uomini, e Donne a trattare liberamente, voi giudicate quello, che non si dee giudicare, e di ciò nascono i vostri rimproveri. Ma io vorrei, che pensaste, che le Donne non sono senza capo, e che tutto quello, che fanno lo fanno per finissima prudenza. Pensate un poco allo stato nostro di cinquanta anni fa, che voi l’avete certamente veduto, e io lo so per quanto mi viene riferito dal Suocero mio, essendo io venuta al Mondo venticinque anni dopo. Appresso riflettete a quello, che avete letto nel Foglio passato, che disse Platone, cioè che gli Uomini debbono essere allevati per modo che l’educazione gli riduca atti all’ubbidienza delle Leggi. Poste queste due cognizioni, notate, che quando noi eravamo tenute in soggezione, gli Uomini s’erano dati alla bravura, s’udivano quistioni, ammazzamenti, casi grandi d’ogni qualità. Il sesso nostro, veduti questi inconvenienti, si diede a poco a poco a mettervi rimedio, per amore del bene comune, e della quiete universale. Sa il Cielo quanta fatica costò alle Madri nostre, il levarsi a poco a poco dalla catena; in cui erano tenute, quanti pensieri, quanti aggiramenti di cervello! Infinite Sofronie, ne dicevano male, come voi oggidì. Tutti i Vecchi borbottavano dì, e notte. I Vecchi Servi calunniavano, certe Baliacce sdentate riferivano: tanto che le poverette nostre Donne dovettero sudare, e trafelare a far questo bene universale. La pazienza, congiunta alla bontà, e mescolata ad una certa nobile, e prudente accortezza ebbero più forza della nemica furia, e siamo finalmente, per grazia dell’opera, e della costanza loro giunte ad un tempo, in cui possiamo educare gli Uomini a modo nostro, sicchè sono diventati umili, docili, pacifici, sofferenti, amici l’uno dell’altro, non sospettosi, non arrabbiati, tanto che si può di loro valersene ad ogni cosa, che sono pronti a tutto, atti a tutto. Non vi starò ora a dire la Scuola, che hanno da noi, per ridurgli a tale bontà, e attività. Ma naturalmente potete comprendere da voi medesima, che le molte ore della mattina da loro passate sedendo appresso alla Pettiniera, le altre ore assegnate al nostro servigio, que’passi loro per natura lunghi, e gagliardi, costretti ad accorciarsi, e ridursi a passini piccioli, e deboli, per istarci a fianco quando camminiamo per la via continuamente; quel mandargli, or quà, or colà con gli ordini nostri, e tante altre cose, non sono altro, che nostre avvertenze per addomesticargli, e mantenergli pieghevoli ad ogni disciplina. Ecco che questo bene è fatto. E se voi penserete qual sia quel principio, che ci move, non solo non ci biasimerete più con vostre Lettere; ma ci darete animo a proseguire coraggiosamente; e voi medesima, se pure siete a tempo di farlo, entrerete nella nostra oppinione, e adoprerete almeno la penna a stimolarci, piuttosto che ne’rimproveri. Qualunque però voi siate, o vogliate essere, sappiate, ch’io sono vostra buona Serva. ◀Letter/Letter to the editor ◀Level 3

Level 3► General account► Un giovane Servidore da me conosciuto, di buon animo, e povero quanto possa essere uomo, cercando ogni onesta via d’avere danari, tentò più volte s’egli poteva arricchire per via del Lotto. Io l’ho più volte udito a narrare sogni, spesso mi mostrò numeri datigli da Donne, e da uomini; mi disse ragioni, e fece conti sicuri, che doveano uscire; poi non sò per qual ragione non uscirono, ed egli ne vivea ingrognato per una Settimana, finchè gliene venivano dati di nuovi per l’altra estrazione, che allora tornava a sperare, e diveniva contento, pascendosi a mente di quello, che dovea essere. Finalmente ebbe tanta ventura, che il giorno de’ventiquattro del mese presente vinse quarantacinque ducati. Gli riscosse; ma non parve che se n’avvedesse, gli ricevette come una Statua, non se ne rallegrò, rimase pensoso, e poco parlava con alcuno. Incominciò a non dormire la notte, a far conti sulle dita il giorno, a non rispondere s’uno gli favellava, a fare ogni cosa alla riversa, e in somma parea, che fosse vicino ad impazzare. Quando l’altra notte levatosi dal letto, n’andò all’uscio del Padrone, e picchiò. Il Padrone mezzo sbigottito chiede: chi è là? Son io, risponde il Servo. E che diavol vuoi tu a quest’ora? ripiglia il Padrone. Io vi prego, disse l’altro per carità, o che voi vi prendiate questi danari subito, o che voi mi diciate quello, ch’io ne debba fare, perch’io son vicino a dar la volta al cervello. Io non ho mai avuti tanti pensieri nel tempo, in cui non avea un quattrino. Il Padrone quietamente gli suggerì, che andasse a letto, e procurasse di dormire per quella notte, che la mattina, gli avrebbe data la norma di quello, che avesse a fare de’suoi tesori, che non ne dubitasse. Ma non potendo egli chiudere occhi, nè tanto indugiare, che si levasse il Padrone, uscito per tempissimo di casa, incominciò a darne a quanti poveri riscontrò per la via, convitò non sò quali amici all’Osteria, mangiò, giuocò, e bevette assai contento, e ritornò a Casa in sul far della sera senza un quattrino, dove rimproverato dell’essersi senza licenza allontanato da casa, pregò il Padrone, che gli perdonasse; e gli disse, che avea ciò fatto per liberarsi da uno de’più gravi pensieri del mondo, e da una malinconia, che l’avrebbe guidato alla Sepoltura. ◀General account ◀Level 3

Domenica nella Città di Trevigi fu fatta una magnifica mascherata di cento Uomini a Cavallo vestiti alla Turchesca, con un accompagnamento di Schiavi Mori e di Donne Turche. Fu questo un gratissimo spettacolo a chi si trovò presente, e il divertimento riuscì sontuoso, e solenne.

Avviso

Si fa noto al Publico, come Sabbato passato si aprì in Calle Longa di S. Moisè da Sebastian Nallon di Zuanne un nuovo Negozio d’Intagli fini, e politi rimessi, di legno oltramarino, ed oltramontano. Vedonsi per saggio di sua somma maestria in tal arte Burò, Tavolini, Casse d’Orologi con somma industria, e finitezza travagliati. Se perciò vi sarà Persona, che di lui in simili Capi servir si volesse, con piacere intraprenderà qualunque fattura per far conta a Cittadini e Forastieri la di lui abilità in tal proposito.

Cose perdute.

Nel giorno di 26. corrente fu perduta una Scatola da due coperti di Smalto fiorata, con cerniera di argento. Chi l’avesse trovata la porti al Rev. Sig. Sagrestano di San Basso, che li saranno dati tre Zecchini di bona mano.

E (sic.) stata perduta una Cagna da Bologna bastarda, picciola, bianca, con il pelo lungo, con due tacche rosse una sopra l’orecchia manca, l’altra sopra la schiena: chi l’avesse trovata la porti dal Sig. Giovanni Chiaruzzi, sta di Casa sulla Fondamenta di Kà Balbi alli due Ponti, che gli sarà data una conveniente cortesia.

Case da Fittare.

Casa d’affittar al Ponte di Kà Barozzi, in Contrada di S. Moisè con Portico dipinto, e lumiere di Cristallo, una camera grandissima, o sia cameron a Stucchi; altre due camere con li Muri forniti, Credenza con suoi Armari, Tavole, ed un casson per Letto, altra camera fornita di Cuori con Camino, altro picciolo camerin fornito egualmente. Nel Portico, oltre le Porte, vi sono ancora le Antiporte per l’Inverno, finestre all’Inglese, due delli Camini fodrati di Piastrelle, Caneva, Magazen da Legne, altro da Fassi, sotto Scala da Carbon, Pozzo, Entrata, e Riva, un camerin sopra pochi gradini di legno, e Terrazza. Una camera trà la cucina, e credenza divisa a Tavole riquadrate. Una resta per libero passaggio, altra per camera sufficiente da Letto, ed un picciolo Camerin.

Chi v’applicasse parli col Sig. Giacomo Zannini venditor di Carte da gioco a San Giminiano sotto le Proccuratie Vecchie.

Libri da vendere.

Questi Libri si trovano appresso il Sig. Giambatista Pasquali.

Quaestiones Medicae Parisinae. Jubingae 1759. 4.

Oede sur la Morte de main Maitre, a la Haye 1756. 4.

Dictionnaire portatis des Cas de Conscience, a Lyon 1759. 8. Vol. 2.

Historique de la Medicine, a Lige 1755. 8. Vol. 2.

Traitè sur la Nature, & sur la culture de la Vigne par M. du Hanal. a Paris 1759. 12. Vol. 2. avec fig.

Per l’Estrazione 24. Gennaro 1760. M. V. in Venezia.

Introito.

Di Venezia- L. 167580 : 11

Di Terra Ferma- L. 69346 : 8 :

Di Capo d’Istria, e Rovigno- L. 1799 : 4 :

L. 238726 : 3 sono Duc. 38504 g. 5

Numeri Estratti 33. 1. 11. 5. 12.

Vincite.

Ambi con l’Augumento D. 20745

Terni simili D. 37620

Estratti D. 440

D. 58805

Qualità, e quantità de’Terni.

N. 3 - di D.1000

- 8 - di D. 500

- 1 - di D. 250

- 10 - di D. 200

- 7 - di D. 150

- 58 - di D. 100

- 53 - di D. 50

- 26 - di D. 25

N.

La ventura Estrazione sarà li 28. Febraro 1760. M.V. ◀Level 2

Vendesi la presente Gazzetta a 5. soldi, e si ricevono le Notizie.

A San Marco. Nella Bottega da Caffè di Florian.

In Merceria. Nella Bottega di Paolo Colombani Librajo.

Giù del Ponte di S. Polo appresso la Calle dei Savoneri. Nella Bottega di Gasparo Ronconella Librajo.

In Venezia. Per Pietro Marcuzzi Stampatore.

Con Privilegio. ◀Level 1