Cita bibliográfica: Luca Magnanima (Ed.): "Saggio XVII.", en: Osservatore Toscano, Vol.1\17 (1783), pp. 185-192, editado en: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Los "Spectators" en el contexto internacional. Edición digital, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.3710 [consultado el: ].


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Saggio XVII.

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Del pensare della Europa presente.

Io mi andava rivolgendo col pensiero su i secoli passati, per osservare se nulla aveano che si potesse paragonare al presente, ed ho veduto che il pensare non fu mai nè così grande, nè così rigido, come in questo nostro. Ho compreso che gli uomini de’tempi andati non aveano idee così precise, nè così nette, come noi abbiamo, di tutti gli oggetti che si posson conoscere, e per conseguente eran più facili a credere che a consce-[186]re da se stessi, e pensare. Ora l’Europa quasi tutta uniforme ne’governi, pensa nello stesso modo per ogni dove, e non ha altra mira nelle sue operazioni che l’ingrandimento, e perciò la ricchezza. Non si pasce nè di finzioni, nè di congetture. Dalle scienze ha bandito affatto le supposizioni, e nulla ammette, neppure per quel che riguarda la facoltà dello spirito, se non è appoggiato a qualche osservazione, o ad alcun fatto. Quindi è che le idee astratte sì degli antichi, che de’moderni filosofi sono già disperse; perchè senza l’ultima ragione de’fatti. Di quì è parimente che si riguardano con una sorte di sdegno certi volumi pesanti su di materie, in cui è certo che ora poco si sa, e meno è da sperarsi che si saprà in avvenire. Se dalle cose metafisiche si passi a quelle scienze che si dicono naturali, è ormai tempo perduto a ragionare e proporre, senza osservazioni, senza sperienze, in una parola senza fatti. Se ma si fa, si riguarda allora l’arte più fina e più stesa di ragionare, come una facoltà miseramente impiegata a dimostrare che le ombre possono aver corpo. In ultimo l’eloquenza stessa, rivolta a tutt’altro che a muovere il cuore, non ha più concetto. Diventa un suono rapido di voci, che imbarazza, e trattiene il pensatore, nè altro frutto gli dà, se si ostina a voler leggere, che quello di aver perduto assai male il suo tempo. E la ragione è pur questa. L’uomo, se vuolsi far piangere, ha bisogno di essere [187] scosso, agitato, e quando egli vuol ricercare, e paragonare le idee, o quel che è lo stesso, quando vuol pensare, ha tutta la necessità di legger cose pensate, e di esser tranquillo. Or essendo cambiati i governi, e gl’interessi degli uomini, nè essendo più quelli degli antichi tempi, ne viene che l’eloquenza moderna, esser dee di un genere affatto diverso, cioè chiara, precisa, e diretta a fare che si pensi.

Se dalle scienze naturali passiamo alle politiche, vedremo che anche queste in mano de’regnanti, e degli uomini di stato, ad altro non tendono che ad una ricchezza reale. Si pensa unicamente alla forza dello stato, la quale si ripone nel denaro, nel numero degli uomini, e nelle armi. Tutte le operazioni de’moderni politici consistono in questo. Meditando su di ciò stabilmente, si è venuto a scoprire che l’unica sorgente, sempre grande e sempre viva, delle ricchezze, non è già la conquista, ma la cultura della terra. La terra dunque ha ricevuto molti onori, e molti incoraggimenti. I filosofi che anno dimostrato i primi le grandi verità, sono stati invitati ad esercitarsi sopra di un sì preziosi argomento, e fare le dovute sperienze. Quindi si son fondate non poche adunanze di dotti, le quali altro non si son proposte che di migliorare, e dilatare l’agricoltura; ed anno veramente scoperte non poche utili verità o nuove affatto, o non ben chiarite dagli antichi maestri. Oltre di questo, molti oggetti anno [188] preso a considerare, non conosciuti dall’antichità. Fra gl’infetti tale, per esempio, è il verme da seta. Si è pertanto raccomandata la coltivazione, e non può negarsi che non abbia fatto in tutta l’Europa mirabili avanzamenti. Diremo anche di più per onore del genere umano. In ogni parte molti Nobili si son fatti sapienti, ed anno atteso a questa scienza per accrescere i loro beni; parlo di que’Nobili, in altri tempi chiamati baroni, i quali credevano di lor degna soltanto la spada ed un campo, la schiavitù de’popoli, e l’oppressione generale. I Principi per conseguente anno accresciute le loro forze, sì per veder cresciute quelle de’sudditi, sì per aver migliorati ancora i beni della corona. Ma perchè si è pensato che il commercio porta maggiori ricchezze, tutte le città d’Europa d’altro non risuonano che d’arti, e di materie prime, avvisandosi ciascheduna che la bilancia debba pendere a suo vantaggio. Si è pensato a tutto quel che può favorirlo in piccolo ed in grande, con uomini e denaro, e nulla si lascia d’intentato finora perchè renda sempre un util maggiore. Ognuno pensa per se stesso; e se in certi casi il commerciò è utile a noi, e rovinoso per altri nostri fratelli, noi siam lieti di quel che abbiam guadagnato sopra di essi. E perchè non è possibile che la bilancia non penda ora in danno di uno, ed ora in rovina di un altro, le ricchezze della terra, ed i lavori dell’arte, si veggono sempre fluttuanti [189] sulla superficie del nostro globo, e preda poi del più accorto. È vero che il commercio è necessario; ma noi ne abbiam fatto quel che fecero dell’arte bellica i Romani, un’arte, uno studio senza esempio, un trasporto di merci che ogni anno vuole un sacrificio di uomini, di navi, e un disordine di società; poichè quelli che anno la buona ventura di scampare da’mali delle lunghe navigazioni, fanno ritorno senza esser più nè cittadini, nè padri, nè figli di alcuno, tanto ritornano dissipati, e dimentichi affatto della patria, de’padri, de’parenti. Questa è una verità dolente, della quale potremmo recare in mezzo non pochi esempi. Ecco dunque in una parola gli studi presso che generali, ecco le passioni dominanti della presente Europa. Ricchezze reali che sono il nerbo, e la grandezza dello stato. Se si aggiunge poi che per esse solo si fanno lunghe e terribili guerre, si vedrà che fuori di questo, non pare che vi possano essere altri studi.

Non son mancati uomini di gran senno che in mezzo ad un sistema trionfante come questo, anno rammentata e proposta la Virtù, vale a dire la moderazione in tutto, sì venerata, e praticata nelle antiche Repubbliche, ne an dimostrata l’efficacia per la durata degli stati anco non liberi, e mille altre cose anno raccomandato verissime. Nondimeno, benchè la Virtù non si disprezzi alla giornata, bisogna pensare che son questi altri tempi, ed altri principj di governo. Non è possibile [190] che s’impediscano gli effetti delle ricchezze quando per loro sole si combatte, e que’principj ne facilitano la conquista. O bisognerebbe torle affatto, o lasciarle affatto al corso che fanno. Molti generali di Roma per rimettere in piede la disciplina militare, fecero dar fuoco a tutte le spoglie de’soldati; tanto è vero che producono naturalmente effetti contrari a quella che presso loro si chiamava Virtù. Ma la Virtù presa nel senso di frugalità, di moderazione era un effetto del governo, il quale non potea mantenersi senza di essa. Ora mutati governi, cambiati gl’interessi, le idee, non è più una conseguenza della natura di essi, e perciò una sì fatta moderazione non può essere assoluta, nè generale. Ora ella è piuttosto effetto della considerazione sulla natura umana che vuole il poco, e dell’amore per la vita, che di una istituzione singolare. E perchè quelli che pensano alla propria natura per mantenerla sono sempre pochi, ne viene che la Virtù nel senso che abbiam detto, non sia così comune come un tempo. E come poter pensare a esser moderati quando si anno in mano tante ricchezze? I Romani furon pieni di Virtù, finchè vissero nella povertà; furon quel che siamo al presente quando fecero la conquista delle nazioni, cioè quando il lusso cominciò i suoi effetti dolorosi.

Da quel che abbiamo detto fin quì risulta che il principio della moderazione è più conforme alle istituzioni popolari, quello delle ricchez-[191]ze più conveniente alla natura umana che più non conosce i diletti della vita semplice e pia, dello stato il più giusto per il più dolce che è quello della maggior eguaglianza possibile. È vero però che abbiamo delle piaghe profonde, che forse non si salderanno mai più, lasciateci dal sistema feudale; ed abbiamo altri incomodi che non vi erano, e son questi alcune malattie novelle, la natura umana indebolita, la miseria più generale, e la Virtù negletta o avvilita. A tutto questo se si aggiunga il disprezzo o la non curanza pe’talenti maggiori, si comprenderà che il sistema delle ricchezze non è forse il più sicuro. Pure è quello che sembra ormai non doversi più cambiare. Si conchiuda sempre più che il vero carattere della presente età in Europa è la stima e la sete delle ricchezze; che queste sole apron la strada a’primi onori, e che molti uomini distinti in sapere se ne stimerebbero degni, se non fossero poveri. Si teme dunque la povertà, e non già il talento, quando dovrebbe avvenire il contrario; ma stimandosi più le ricchezze della Virtù, ne viene che si debba più temere la povertà che il talento. Terminiamo con dire che gli uomini per la maggior parte in vece di esser contenti di quel che diè loro la Providenza, cercano di spogliarsi scambievolmente anche nella pace. Dal che segue che molti e molti, anzi migliaia di uomini debbano restar sempre desolati, e la vittima de’più accorti, e de’più destri. Può accadere che si cominci a [192] pensare al più semplice in tutto, e che si abbracci come principio. Allora potrebbe aspettarsi un gran cambiamento nelle cose morali. Ma finchè questo non succede, il lusso, che è un effetto immediato delle ricchezze, sarà vittorioso per tutto, ed a’suoi piedi si vedrà il maggior numero sevo e derelitto, e pochi tranquilli, e sordi alle strida della miseria generale. ◀Nivel 2 ◀Nivel 1