Cita bibliográfica: Luca Magnanima (Ed.): "Saggio XIII.", en: Osservatore Toscano, Vol.1\13 (1783), pp. 150-158, editado en: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Los "Spectators" en el contexto internacional. Edición digital, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.3706 [consultado el: ].


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Saggio XIII.

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Sopra la Maremma senese.

I gran principj, le verità primitive, secondissime d’altre verità più o meno importanti, ho sempre stimato che siano poche. Nè credo che il mio pensiero sia stato un inganno; poichè la ragione, e l’esperienza si son trovate concordi a farmi così pensare. Mi è perciò doluto di vedere assai volte qualche verità, che sappiamo, essere oppressa, e direi forse meglio come sotterrata da un gran numero di altri piccoli veri o che tutti sanno, o che nulla importa il sapere. Così è avvenuto, per cagion d’esempio, a questa qui-[151]stione. Per risanare una contrada inferma, come sarebbe la Maremma di Siena, i rimedi debbon esser fisici, o morali? Due de’nostri Filosofi si divisero tempo fa nell’opinione, e senza timor l’un dell’altro vennero al più fiero contrasto. Il primo fece un libro che egli volle intitolare Della fisica Riduzione della Maremma senese. In esso dimostra esser due le cause spopolatrici di quella, l’esalazione de’paduli, e delli stagni, le acque da beversi cattive; ed assicura che il pensare che i rimedi economici possano sanarla, è prevenzione, ed ignoranza. Si debbon dunque cercare nella scienza regolatrice delle acque.

Viene in campo il secondo con altro libro che ha per titolo: Esame di un libro sopra la Maremma senese. Egli stabilisce che due sono le cause generali della infezione della maremma. Le prime sono ingenite, e per così dire innate. Le altre sono avventizie, o siano dipendenti da colpa dell’uomo. Riduce le ingenite a tre classi, a’venti australi, ad una spiaggia bassa, arenosa, e soggetta a’rigurgiti del mare con miscuglio d’acque dolci, a’gran laghi, e paduli sì della nostra che delle maremme confinanti. Novera molte e molte cause avventizie, le quali dobbiam credere che sian vere, perchè vedute dall’Autore cogli occhi propri; e se son vere bisogna pur dire che sieno generatrici della maggior infezione. Infatti sepolture, per esempio, scoperte, o mal chiuse, case rovinate, e piene di fracidumi, strade con acque sta-[152]gnanti, bestie morte, immondezze per tutto, son cause immediate di mille mali. Ed il veder poi gl’infermi abbandonati alla natura del male, allo stento morir per le strade, restare insepolti, e sol coperti di sassi, questo è quello che un tempo avrebbe appestata anche l’aria di Fiesole. Paragona in ultimo le cause ingenite colle avventizie, ed essendo queste in gran numero, e tutte desolatrici, pensa che si debba aver l’occhio alle seconde, senza negare alle prime malignità da curarsi.

Offeso da questa disamina il primo Autore stampa in risposta un grosso Volume in quarto per sostenere il suo principio di rimediare all’infezione dell’aria che nasce dalla acque corrotte. Si scaglia contra l’oppositore, e mostra che le cause che egli chiama ingenite non son tali, ma entrano nelle classe delle accidentali, e perciò come generatrici d’infezione comprese da lui ne’ rimedi proposti. Dice, per esempio, che non ci son venti in stessi pestiferi, ma che si fanno tali passando per contrade infette. Non fa conto di quel che anno assicurato gravi Autori essere i venti australi di lor natura mal sani, nè l’esperienza de’secoli gli basta. Nega che sia bassa la spiaggia della Maremma, e perciò non soggetta a’rigurgiti del mare. Concede qualche miscuglio d’acqua dolce colla salata. Assicura poi non esser cause ingenite gli stagni ed i paduli, ed al più si arrende ad accordare che le Maremme confinanti potrebbero cagionare qualche male alla nostra; ma che se non si può togliere [153] la generale infezione, può togliersi in parte, e questo dee pur bastare. Nega in ultimo le tante cause avventizie, che son micidiali, e non sa perdonare all’oppositore che ne abbia prescritti i rimedi in un buon numero di leggi savissime, che posson chiamarsi di pulizia. Anzi accerta che nulla anno di nuovo, e dimostra che per la maggior parte erano già state pensate, come se egli pure non avesse scritto le cose già sapute.

Dopo di aver riportato in sostanza i lor principj, e lasciate tutte l’erudizioni premesse, che compongono più della metà di questi libri, si potrebbe riprodurre l’accennata quistione, la quale, per quanto si vede, non è punto decisa. Noi dunque, sebbene non ci vantiamo di esser pittori, come diceva di se stesso il Correggio, in luogo di riprodurla, diremo il parer nostro. Lo diremo tanto più liberamente quanto è più importante l’argomento.

Niuno de’due filosofi ha voluto cedere all’altro. Il primo ha voluto sostenere esser più le cause fisiche, l’altro più le morali quelle che sono la morte di coloro che soggiornano in Maremma. Rispondiamo dunque che questo nome d’infezione è la causa desolatrice; che questa può venire da acque stagnanti, e da tutte le immondezze possibili. Questa infezione, nata si dall’une che dall’altre, può egualmente produrre le febbri, le ostruzioni, gli affanni, la morte. Dunque i rimedi si debbono ripetere insieme dalla Natura, e dalle leggi dell’ordine, e della pulizia. Infatti vi sarà egli al-[154]cuno che neghi essere i laghi, i paduli, i terreni umidi, che massime nella state tramandano pestilenza, cause possenti per infettar l’aria? E vi sarà altri che non conceda esser anche in gran numero le cause d’infezione diverse dalle prime che disertano la terra? Volgasi lo sguardo alle contrade di tutto il globo ne’tempo andati, se ne veggano non poche ora dell’America stessa, e si vedrà che le acque an fatto de’gran mali, an ridotto a foresta, a paduli, a valli anche que’terreni che erano un tempo giardini, e l’arte e la perizia umana gli ha ridotti nello stato primiero. Non son cose nuove, son cose che tutti fanno; e come si dice aria cattiva, si pensa tosto a qualche ristagno di acque imputridite. Dunque ancora un Villano direbbe: si rifacciano le sponde a quel fiume, si secchi quel padule, si sementi, si facciano colmate, si trovino scaturigini d’acque chiare, si tagli quella macchia, e tutto è compito. Dall’altra parte che non può l’immondezza delle stalle, degli animali in quelle, delle case misere, mal tenute e non difese da’venti, dalle arie nebbiose, ed umide, dalle piogge, in una parola dalla intemperie delle stagioni? Che non può la miseria del vestire sordido, e strappato, e sempre lo stesso, che offende altrui ancora da lungi? Qual infezione non genera nell’aria stessa che si respiri anco la più pura? Che diremo ora de’cibi mal sani, del cattivo pane, delle carni infette, del pesce fetente, delle acque inverminate? Gli effetti son tutti mor-[155]bosi. E non è forse vero che la mancanza dell’erbe, delle radici, de’frutti, l’uso costante delle carni salate, d’acque non fresche, di biscotto tarlato, di vesti mal proprie, un’aria stagnante, non sian tutte cause della strage degli equipaggi? Il celebre capitan Cook parea che d’altro non temesse che dell’aria della sua nave stessa. Oltre di che chi non fa qual forza non abbia in una contrada inferma la popolazione, non abbiano gli alberi frondosi, le messi, i fiori, e tutte l’erbe di migliorare un aere infetto? Certo che ci vuol tempo; ma che non può, Dio buono! la diligenza, la pertinacia a farsi contro alle cause desolatrici, o siano della Natura, o degli uomini? Ma sotto la Casa de’Medici, si dirà, con tutte le diligenze poco si ottenne. Dunque non furon usate tutte, nè le migliori. Dunque mancò la costanza in volerlo da vero. Se il male pertanto è sì manifesto, l’indicazioni sicure, i rimedi infallibili, ogni uomo che abbia fior di senno, e cognizioni opportune, potrà presedere al bonificamento delle contrade ove si vive poco, e male. Nulla ci è di mistero. Dunque perchè avvilire un contraddittore per la sola felice libertà di contradire in materia così grave, e così illustre? Non son forse cause terribili, cause spopolatrici quelle che nascono dalla trascuraggine, e dalla miseria umana? Perchè morderlo ad ogni riga in un’opera sì pesante, perchè tacciarlo d’ignoranza, perchè fidarsi tanto nell’assicurarlo de’suoi errori, e mostrali? Ma son eglino veramente? Noi [156] pensiamo in generale che non sia così. Veggiamolo di volo un istante.

Ridusse il Filosofo oppositore, come si è detto, le cause ingenite a tre principali, e spiegando quest’aggiunto disse e per così dire innate; dipoi parlando di esse così scrisse ancora. Nivel 3► Cita/Lema► Se per altro è quasi impossibile, o almeno difficilissimo superare queste cagioni ingenite, perchè nate dalle inesorabili leggi della Natura, esse però non agiscono che nella minor parte dell’anno; esse non affliggono tutti i luoghi della maremma; esse non offendono tutti i suoi abitanti. ◀Cita/Lema ◀Nivel 3 Dunque intese, pare a noi, con quella voce d’ingenite, cause più difficili ad allontanarsi, più ostinate, perchè non punto dipendenti dalla pronta volontà dell’uomo. Non l’intese dunque in un senso assoluto. Oltre di che lo va deridendo perchè attribuisca ad alcune cause politiche la maggior decadenza della maremma. Ma dicaci egli, i privilegi, le privative sì riguardo alle arti, che all’agricoltura, son elleno cagioni d’ingrandimento, o di rovina? La cosa parla da se. Son esse le più feroci nemiche della libertà, son quelle che affrontano ed abbattono il più bel diritto dell’uomo, quello dell’eguaglianza. In Maremma crebbero sotto gli ultimi Sovrani. Dovean dunque far del bene, o del male? Ma queste cause, e simili, sebbene più remote di alcune altre in un paese infetto, non per questo non slagellano l’agricoltura, ed affrettano la decadenza. Le grandi, o per dir meglio le orribili sono propriamente le [157] morali noverate, ed a cui si son trovati i rimedi in altrettante leggi descritte. Sicchè queste cause politiche ed i rimedi stessi non sono prevenzione, nè ignoranza.

Non vogliamo in ultimo entrare in istoria, nè in cose di erudizione, le quali sono generalmente poste in derisione da’geometri. Nondimeno si dirà che tutto giova nel mondo. Un tratto d’erudizione può giovare ancora a risanare un tratto di terra. E perchè no? Non può aprir la via a qualche utile speculazione? E se è così, non si dee ad essa principalmente alcun rimedio? Dunque a che deridere con certi modi che Longino chiamerebbe freddure chi la cerca in soccorso, ed in argumenti che dipendono anche dalla storia? E l’Autore che sì la deride, non l’ha ricercata egli pure ne’Classici, non ne ha ripieno il secondo suo libro? Non ha dovuto soffrire la polvere de’vecchi archivi, e fare stima fino de’più minuti conteggi delle dogane? Dunque è bene strano che si derida e si disprezzi quel che è poi la maggior parte dell’opera nostra.

Ci duole, dopo tutto questo, che l’Esame dell’Esame sia un libro di 446 pagine, senza legami nè unità, perchè scritto in tante note, la prima delle quali si contiene in cinque di esse pagine per criticare il solo frontespizio. L’Autore ha dovuto ripeter se stesso pressoché di continuo, per inculcare che il vizio fondamentale della Maremma sono le acque corrotte. Quello poi che ci disgusta è questo che non trova una verità anche [158] piccola nel libro dell’oppositore. Sarebbe egli possibile, volendo ancora, di scrivere un’opera, e far tanti errori quante sono le idee? Non pare. Nondimeno se è stato possibile, la stessa possibilità potrebbe militare per la sua risposa. Egli replicherà che ha dimostrato, e noi diremo che ha fatto lo stesso l’Autore dell’Esame, e forse con maggior precisione.

Concludiamo che le grandi verità son poche, e che si dicono in poco. Di più che quando si tratta di render sana una terra infetta, bisogna scrivendo esser brevi, semplici, e chiari; che le cause fisiche e le morali si son riunite a far maligna l’aria di molte parti della maremma senese; che si va rimediando alle une, ed all’altre; che il vederle, e il fissarle potea farsi all’uso de’Geometri. Terminiamo con augurare al migliore de’Principi lunghi anni, e salute, perchè egli possa vedere un giorno nel più bel posto della Maremma questa memoria.

Nivel 3► Cita/Lema► . . . . sterilis diu palus, aptaque remis

Vicinas urbes alit, et grave sentit aratrum. ◀Cita/Lema ◀Nivel 3 ◀Nivel 2 ◀Nivel 1