La Gazzetta Veneta: N. 43

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Livello 1

N.° 43.

Mercoledì addì 2. Luglio 1760.

Che contiene Quello, ch’è da vendere, da comperare, da darsi a fitto, le cose ricercate, le perdute, le trovate, in Venezia, o fuori di Venezia, il prezzo delle merci, il valore de’cambj, ed altre notizie, parte dilettevoli, e parte utili al Pubblico.

Livello 2

Dicesi che la verità è nel vino; ma io trovo, che l’è anche nella stizza. Chi vuol saper qualche cosa vagliasi de’bicchieri. Il sugo, che da questi si versa nel seno ha una facoltà di movere, e di destare la verità, che dormiva, o si stava rimpiattata, cacciala alla canna del polmone, di là alla Lingua, e ne sbuca. Lo stesso fa la stizza. Sarà uno, che avrà taciuto un segreto parecchi dì, mesi, o anni, entragli in cuore il pizzicore della bile; n’esce il segreto. Io mi sono chiarito di ciò Sabbato dopo pranzo in una certa calle, della quale non dirò il nome; perch’io ho avuto troppo briga fino a quì per averne nominato alcuna ne’Fogli passati.

Livello 3

Esempio

Stavasi quivi una femminetta tutta attenta, e occupata a ripulire la sue casa, e le masserizie per occasione d’una certa Sagra; e avea fatto netto ogni cosa, come uno Specchio. Quando eccoti una sua vicina, e Comare, che viene, e chiedergli in prestanza un secchione, che la volea andare per acqua. Comare, risponde, la diligente femminetta, io ho durata tanta fatica fino a quì a rinnettare, e lisciare i vasi, e le masserizie mie, ch’io non ve ne potrei dare. Ecci quel secchione colà solo lasciato da parte, ma quello è per uso mio, e gli altri per ora non voglio, che sieno bagnati. La Comare punta della negativa, volta le spalle borbottando, e si lascia uscir di bocca queste parole: vedi superbia di costei, dappoichè con l’ajuto degli amici l’è uscita de’cenci. La non si ricorda più, quando co’capelli arruffati, e cenciosa, la ne veniva all’uscio mio, a tempestarmi gli orecchi tutto il dì, perch’io le prestassi fino all’aria, che respira. Noi siamo oggidì scambiate, per grazia del Cielo, e degli amici. L’altra, che non era nè sorda, nè mutola, udendo queste parole, esce con le mani a’fianchi sull’uscio, e comincia a smenticarsi l’amore del prossimo. Che amici? O non amici? diceva, ella. Io ho ben udito sì, quello che tu detto hai, che non ho impeciati gli orecchi. Ma nettati i piedi tu prima di parlare delle femmine dabbene. Che s’io avessi voglia di mormorazioni, potrei dire sì, e sì; ma io non son donna da mordere altrui. Sfogati pure, dicea la Comare, ch’io ti lascio dire a tua posta, avendo testimonio de’fatti miei la Contrada. Ma tu . . . . e mano alle forbici. In breve (dicendo sempre caritativamente, che le non voleano mormorare nè l’una, nè l’altra) si scopersero in pubblico fino a’pensieri; avendo intorno, come s’usa una calca di circostanti, che stavano quivi a ridere, e ad ascoltare, e crescevano sempre. Questa moltitudine giovò, perchè la furia delle parole essendo quasi votata, le cominciarono tuttadue a sentirsi un certo pizzicore nelle braccia, e nelle mani, che poco mancava all’avventarsi l’una contro all’altra, e pigliarsi a’capelli. Ma la buona intenzione de’circostanti, che si contentavano delle villanie, e il sopraggiungere de’mariti, i quali venivano dal lavoro, furono cagione, che la furia infreddò, e n’andarono l’una di quà, e l’altra di là alle case loro. Dove pervenute, incominciò ciascheduna a narrare al compagno suo quello, che avvenuto era, e ad animarlo alla vendetta. Egli è il vero, che i due Uomini dabbene mostravano poca voglia di azzuffarsi per ciò; ma il gran numero de’circostanti, e le ciance fatte quivi pubblicamente gli riscaldarono; onde riposti gli strumenti della professione, incominciarono tutti inveleniti a dire, che la cosa non potea finire a quel modo; e con villanie dall’un lato, e dall’altro s’animavano alla zuffa. Ma i circostanti vedendo, che la collora era passata dalle Donne a gli Uomini, e temendo che avvenisse peggio, furono intorno di quà, e di la chi a questo, e chi a quello, tanto che gli persuasero ad andare insieme ad annegare la stizza all’Oste; e così elessero entrambi di fare pel meglio. La pace fra’sorsi parve loro sì bella cosa, che assaggiandola, non si poterono spiccar di là per tutta la notte; e rinnovando le attestazioni di perfetta amicizia, e suggellandole a una a una col bicchiere, tanto fecero, che quanto aveano guadagnato col lavoro di tutta la settimana fu speso in rappacificarsi, e in iscambio di morti, ritornarono a casa ebbri, e senza un quattrino; che spiacque più forse alle due Donne, che se avessero fatto duello; perchè il giorno della Sagra fu magro, e le fece pentire delle passate ciance, e dolersi dell’avere stuzzicati i Mariti alla vendetta.

Metatestualità

Egli mi pare d’essere, come dire, un Ortolano, il quale levatosi su la mattina per tempo va a vedere l’Orto suo, per ispiccarne le frutte mature da darle al Pubblico. Alle volte le trova abbattute, o dal vento, o dalla gragnuola. Ora brama la pioggia, e ora il buon tempo, acciocchè sieno condotte a maturità; e alcun’altra volta ha buona speranza, poi si dispera di non cogliere nulla; e viene anche il tempo, che coglie qualche cosa. C’è nulla di nuovo? dico io, oggi? nulla. Domando ad un altro. C’è questo poco risponde. Ora trovo che l’Orticello ha fruttificato novità, e mi rallegro; ora non c’è frutto da mettervi mano; e arrabbio. Tali sono i miei pensieri dappoichè scrivo questi Fogli; onde per lo più vò fantasticando con la speranza, che nasca qualche cosa, e sto sopra pensiero, come se la fosse la più gran faccenda, e della maggiore importanza del Mondo. Jeri che appunto ritrovai l’Orticello difettivo d’ogni frutto, posi gli orecchi sul capezzale, e m’addormentai con tal fantasia nel capo. Feci questo

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Sogno

Sogno

Io fui traportato non so da chi, nè come in una Città bella, grande, e popolosa, nella quale oltre alle vie, dove si fabbricavano le cose bisognevoli alla vita, v’erano alcune altre vie, che aveano tutte da un capo sopra una pietra intagliato il nome loro. Dall’un lato, v’erano in fila certi pilastri, dell’altezza tutti d’un Uomo; e dall’altro colonne un poco più bassette de’pilastri, ma aveano miglior grazia di fattura de’pilastri, e per capitello, di sopra portavano una spezie di cuffia, sicchè l’avresti prese per femmine a vederle da lontano; ma in effetto l’erano tutte di sasso. Maravigliandomi di tal novità, pregai uno degli abitatori, che mi spiegasse, che volesse significare una via senza case di quà nè di là, ma solamente ornata con due filari di pilastri, e colonne. Figliuol mio, rispos’egli, io credo che tu sappia in prima, che da due cose viene la Società degli Uomini disturbata. Ci sono alcune colpe, le quali danneggiano l’interesse o la vita e a queste le ottime e sante leggi, hanno fatto buon provvedimento; le quali vengono mantenute salde, ed intere da’santissimi, e incorrotti giudici col premiare chi fa bene, e col dar gastigo a’malfattori. Ci sono poi altri difettuzzi, i quali venendo stimati leggieri, non hanno legge veruna particolare, che gli raffreni; ma perchè tuttavia danno qualche fastidio agli abitanti della nostra Città, s’è pensato un nuovo modo, e per quanto io ne sappia, non usato altrove di correggere coloro, che gli hanno. Nè essendovi miglior mezzo del farne vergognare, chi per temperamento, o costume vi cade, s’è pensato di sferzare i colpevoli con le burle, e con gli scherzi, acciocchè si guardino molto bene dell’incorrere negli errori. Parecchie vie dunque ci sono, quali tu le vedi, tutte a questo modo fornite di pilastri, e colonne; i primi dedicati alla guarigione degli Uomini, e le seconde delle femmine. Vanno intorno la notte alcuni pratichi esploratori, con certi cannocchiali di sì acuta forza, che passano le muraglie, e veduto quello, che si fa, o dice nelle case, senza però punto nominare i rei, scrivono motteggiando quello, che hanno veduto, e appiccano uno scartabello sopra un pilastro, o una colonna, secondo che il fatto è d’Uomo o di Donna. La mattina per tempo, quasi tutti i Cittadini, concorrono a leggere, e per lo più chi è in colpa, e la trova scritta arrossisce; gli altri s’avveggono, e benchè per modestia non ne parlino, pure ne ridono occultamente, e l’incolpato per temenza di quel malizioso risolino, guardasi molto bene di cader in errore la seconda volta. Se tu vuoi essere meglio informato, vien meco. Seguitai dunque il buon Uomo, il quale mi condusse ad una via, che sulla pietra avea intagliata questa scritta: Via dell’Amore. Tanto i pilastri quanto le colonne erano tutte incrostate di polizze. Chi leggea di quà chi di là. Molti ne vedeva ridere, diversi arrossire. Fra gli altri biglietti uno sopra una colonna dicea: Ella si credeva d’essere vittoriosa, e molti buoni, e cortesi Uomini derise, e scacciò da sè, prestando orecchio ad una farfalla. Questa ha fatto l’usanza sua, è volata altrove. Da forse un centinajo di femmine leggea lo scritto, e non ne vidi ridere una sola; ma tutte andarsene via col capo basso. Dall’altro lato sopra un pilastro si leggeva: Non mandate Sonetti; ma danari. Nessuno de’leggitori potea comprendere la sostanza di quello scritto; quando si vide venire uno tralunato, che parlava da se e se, e talora canterellava così fra denti, il quale levati gli occhi alla polizza, e leggendo, gli si fecero le gote, come lo scarlatto, onde tutti s’avvidero, ch’egli era Poeta, e che la scritta parlava di lui. Passai di là a diverse altre strade: Via delle usanze. Via de’Letterati. Via de’Padri. Via de’Figliuoli. Via degli Oziosi. Via de’Censori. Via degl’Ipocondriaci. Via degli Spensierati, e tante altre vie, ch’io non saprei fare il novero, e molto meno delle polizze, e de’Leggitori di quelle.
Finalmente mi risvegliai, e benchè conosca, ch’è vaneggiamento, e sogno; mi pare, che l’usanza sarebbe giovevole, e di non picciolo rimedio a que’difetti, che non meritano rigido gastigo, e punizioni d’altro, che di burle, e di scherzi. È stata fatta in campagna un’osservazione intorno ad un Orso, il quale fu veduto sempre a succiarsi la branca sinistra, e non la destra, di che l’osservatore, prese occasione di censurare l’emblema de’presenti fogli, ove si vede l’Orsacchino, che si succia la destra, e non la sinistra. Notano i Fisici, che natura ha provveduto questo Animale di certe specie di poppelline in tutte le zampe, le quali riempiendosi d’un sugo latiginoso, gli danno di che sostenersi nella vernata quando le nevi, ed il ghiaccio tengono coperta, e rinchiusa la terra. Vicendevolmente or l’una, ed ora l’altra gli porgono alimento, come l’una e l’altra delle poppe della Madre, o balia nudriscono il bambino; e siccome alle volte in alcuna delle Donne avviene, che l’una poppa sia asciutta, e l’altra somministri il latte, forse non altrimenti accade in esso Animale, in cui talora alcune delle poppelline non gli somministrano umore. Io n’ho veduti il verno succiarsi or l’una, or l’altra delle branche indifferentemente, e alcuno solamente la destra, alcun altro la sinistra, e così de’piedi. Nel suggerire tale emblema, io non dissi nè destra, nè sinistra, lasciando ciò al capriccio dell’intagliatore, come si può vedere nel Foglio secondo. E perchè sia la cosa più confermata, ecco quel che nè dice il Geoffroy Tomo III. p. 928.

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Citazione/Motto

Hyeme autem turgescentem et lacteo succo plenam reperies partem pedibus subditam, quae cum plurimis constet glandulis tamquam papillis, hyeme suos pedes sugere solet:. E prima c. 921. Ursum perhibent, vel quadraginta per dies, pedem dexterum delambendo vivere posse.
E ciò per testimonianza di Plinio, e d’Eliano, onde tanto della destra quanto della sinistra branca si può ciò affermare, e anche o dell’uno, o dell’altro de’piedi, massime in un emblema. Avviso A Santa Maria Mater Domini in calle della Malvagia vicino il Marangon, si lava a novo ogni forte di merli fini, così pure si lava Blonde, e garze, velli fiorati, ed altre biancherie fine. Si lava calze di Seta all’uso di Francia, si tinge, e si fa Bautte; così pure si tinge mantelline, e cappuccetti, assicurando, che la tintura non porterà alcun pregiudizio a Tabarri; si lava galloni, e merli d’Argento, e Persiane a novo. Dice alle volte alcuno: Egli non m’è accaduto mai cosa veruna da pericolare. Sta in cervello, se non vuoi incontrare il malanno, e si danno buoni consigli: e tuttavia alle volte t’avvengono cose dalle quali non pare che l’uomo possa guardarsi,

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Esempio

come poche sere fa succedette quasi ad un Operajo che andando pe’fatti suoi, fu ad un dito per rovinarsi, senza sapere la cagione. Passava costui per la Merceria, ritornando dal suo lavoro a passo a passo per andarsene a casa, verso la mezza notte. Quando fu presso alla calle degli Stagneri, s’abbattè a due compagni, che ne venivano insieme, l’uno de’quali affacciatosi a lui, senza ch’egli nè meno guardato l’avesse, alzategli le mani agli occhi, grida. olà, che fai tu? che fai tu? dice. E ripete queste parole, con un tuono, che parea lo volesse inghiottire. Il buon uomo, che sapea di non fare cosa veruna, va per li fatti suoi, e non risponde. L’altro rifà il giuoco, con la stessa furia, e questi mutolo, e va. L’arrabbiato prendelo per un braccio, e dicendo le stesse parole, gli da una scossa sì gagliarda, che parve una trottola sferzata dalla stringa tanto andò intorno. L’Operajo si riscalda, e gli risponde bruscamente, l’altro non bada alla risposta, e gli dà un’altra scossa; ma non sendogli riuscito di farlo aggirare la seconda volta, come la prima, arse di sdegno; e afferrandolo ad un braccio gli diè d’urto, e lo confinò alla Bottega del Cardinale, replicando sempre la stessa domanda, e alzandogli le mani alla faccia, con sì poca creanza, che gli scorticò una parte del naso con l’ugna; tanto che il pover’uomo sentì un acuto dolore; e non arse meno di collera di quello, che gli dolesse. Di che finalmente risolutosi, che la pazienza, e lo sfuggire le brighe fosse atto da poltrone, levata alta una mano, con la quale era usato a tirare la pialla, e la sega, con certi calli di porfido, fa piombare uno schiaffo così ben misurato sulle guance dell’insolente avversario, che lo fè andare quà e là, come un tordo impaniato fino alla scala della Chiesa di San Salvatore, dove finalmente cadde in terra stordito, che parea ebbro. Alcuni che s’erano raunati all’imboccatura della calle degli Stagneri, per vedere la fine della faccenda, udito il romore della ceffata, che suonò, come un timpano, sparirono in un attimo. Il compagno di colui, ch’era caduto, quasi volesse difendere, e vendicare l’amico della gotata, pose mano alla scarsella, e trasse, o fece le viste di trar fuori l’arme; onde l’Operajo veduto l’atto e non avendo seco nè i suoi ferri, nè altro, e forse affidandosi nelle salde nocca delle dita sue, pose mano ad un certo passetto da misurare, di quelli, che s’aprono, e serrano, e hanno la lunghezza di due piedi, e mezzo; e facendo con esso mostra d’avere un coltello, cominciò a fare con le parole da Orlando. Se non che l’armato, o fosse la carità, o altro, che ne lo movesse, si pose in atto di soccorrere il compagno stramazzato in terra, che non si movea, e chiamavalo, perchè si levasse. Intanto sopravvennero persone; onde l’Operajo, il quale non faceva valenterie per altro, che per difendersi, veduto il nemico occupato intorno allo stordito, e atterrato dalla ceffata, e udendo le genti, che domandavano, ch’è stato? parendogli d’aver vinta la guerra, e non volendo altro arrischiarsi, ripose l’arme sua da misurare, e cheto cheto fra uomo, e uomo, n’andò alla volta di casa sua, ringraziando il cielo d’aver salvata la vita: e guardandosi sempre dietro di quà e di là, che gli parea d’essere inseguito da’due Compagni, finchè aperse l’uscio, e fu dentro.
Persone, ch’esibiscono la loro capacità. Una Persona, s’esibisce d’insegnare la Lingua Francese alle Dame, col metodo più beve per non impazientarle. Chi desiderasse averlo, altro non deve fare, che lasciar il suo Nome, ed alloggio, in Bottega di Paolo Colombani, e tosto verrà a farsi vedere. Libri nuovi in Venezia. Varii capricci in Lettere: Di Filalete fra Planomaci. In Venezia 1760. per Marcellino Piotto. In effetto la sostanza di questo Libretto non inganna punto; e contiene varii capricci, come promette. Molte cose sono scritte in Prosa, varie in Versi, e questi ora nobili, ora faceti. L’Autore è un giovane, il quale ha voluto dare sfogo a certe sue fantasie intorno a’costumi degli uomini. Odo a dire, ch’egli viene in più luoghi censurato. Io l’ho letto da capo a fine, e non trovo in che fondino la censura. È pieno di vivacità, che mai non gli manca; breve, e sugoso, tutto il contrario de’giovani, che innamoratisi delle parole, fanno dicerie eterne, e per lo più non avendo che dire non finiscono mai, sperando, che a forza di scrivere venga loro qualche pensiero. Il suo Linguaggio lo attinge da’fonti migliori, e non gli mancano espressioni in ogni stile; ne’Versi faceti è piacevole, negli altri è forte, nelle Prose vario, secondo che l’opportunità glielo richiede. Io non potrei altro dire, se non che animarlo a proseguire. Non c’è miglior indizio d’acquistar concetto, che la censura nel principio delle fatiche. È una colpa universale (e non sò, o non voglio dire donde nasca) che si procura di tirare la gioventù per le calcagna a terra quando cominciano a volare. Io fo lo Strologo e l’indovinerò. Mediti questo giovane, e non si stanchi, che riuscirà un valente Scrittore. La Tancia Commedia di Michielagnolo Buonarotti. Questa è ristampata ora di nuovo sull’esemplare di quella di Firenze con le Annotazioni di Anton Maria Salvini, poste in fondo d’ogni pagina, e corrispondenti di facciata in facciata al Testo; laddove in quella Edizione erano tutte alla fine del Libro. È questa Commedia la principale fra tutte le Italiane dette Rusticali; e un ritratto somigliantissimo de’costumi de’Villanelli, e delle Donne di Contado. In tal genere di Poesia rappresentativa, il Buonarotti oltrepassò tutti gli altri Scrittori. In 8. 1760. L. 2 : 10. In Venezia per Paolo Colombani. Delizie dello Spirito, e del Cuore, ovvero riflessioni diverse sopra le Passioni del Signor Marchese d’Argens, aggiuntovi dieci Lettere Critiche dello stesso Autore sopra i caratteri particolari di diverse Nazioni, traduzione dal Francese, ch’ora per la prima volta vede la luce. In 8. 1760. L. 1:10. In Venezia per Paolo Colombani. Case da Fittare. Due camere, e una cucina in Soler, in Contrada di Sant’Appostoli, paga all’Anno d’affitto Duc. 28. Chi vi applicasse parli col l’Agente della N. D. Eleonora Paruta Franceschi, sta in Casa sua a Santa Maria Formosa. In Contrada di S. Giuliano al Ponte della Guerra, vi sono due bellisssime Camere da fornire, con un Portichetto, Magazzino, e Riva in casa. Si desidera detto Appartamento, lasciarlo ad un Uomo solo, per esservi anco in casa servitù sufficiente. Chi applicasse parli al Ventoletta, appresso detto Ponte. Legni arrivati. 26. Giugno. Trabacolo, Patron Zuanne Brazzan, venuto da Zara, con 4. cai Oglio. 90. Pezze Formaggio Salato. Detto. Gallion nominato Madonna del Rosario, e S. Michiel Arcangelo, Capitan Francesco Favro, manca da Santa Maora 15. giorni, con 195. Mozza Sal. 2. cassette corali. 62. Miera, e mezzo Valonia. 9. car. Oglio. 3. cai Moscato. 1. car. e 1. Barila Olive

Vendesi la presente Gazzetta a 5. soldi, e si ricevono le Notizie.

A San Marco. Nella Bottega da Caffè di Florian. In Merceria. Nella Bottega di Paolo Colombani Librajo. Giù del Ponte di S. Polo appresso la Calle dei Savoneri. Nella Bottega di Gasparo Ronconella Librajo. In Venezia. Per Pietro Marcuzzi Stampatore. Con Privilegio.