Cita bibliográfica: Gasparo Gozzi (Ed.): "Numero XXXVII", en: Gli Osservatori veneti, Vol.1\37 (1761-07-21), pp. 585-589, editado en: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Los "Spectators" en el contexto internacional. Edición digital, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.3598 [consultado el: ].


Nivel 1►

No XXXVII.

A dì 21 luglio 1762.

Nivel 2► Nivel 3► Autorretrato► Io non ho speranza che la memoria del nome mio duri lungo tempo nel mondo, e credo che un uomo per vivere fra gli altri suoi somiglianti anche dopo la morte, abbia a fare cose grandi, massicce e di somma importanza. Quello che può avvenire del fatto mio, si è che di tempo in tempo caggiano le scritture mie in mano d’alcuno, il quale non sapendo che altro farsi, quasi per via di diporto ne legga qualche facciata, e vada fantasticando fra sè chi fosse quell’uomo il quale in vita sua venisse tocco da tanti capricci, e fantasie così diverse, che gli bastasse il cuore di proseguire parecchi anni a scrivere, si può dire, in aria e standosi in su l’ale, svolazzando ora ad un argomento e ora ad un altro. Dicerie, cicalate, sogni, novelle; dialoghi di questo mondo, infernali, di deità, di bestie, e migliaia di scritti da far impazzare chicchessia solo a pensarvi. “Costui fu uno strano umore,” dirà chi legge; e quello che mi ricrea l’animo fin da oggi, si è che chiunque leggerà, giudicherà ch’io fossi il più contento uomo che vivesse mai, e s’egli vorrà immaginare qual fosse il corpo mio e l’aspetto mio, gli parrà ch’io sia stato grasso, rossigno, gagliardo di membra, sempre ridente e della miglior voglia del mondo. Nel che tuttavia egli non s’ingannerà forse quanto altri crede, non dico già quanto alla grassezza o alla gagliardia delle membra; ma quanto è all’animo, io non sono però quell’uomo malinconico che altri giudica nel vedermi in faccia, e s’io non rido sgangheratamente, ho un certo risolino cheto ed interno che mi stuzzica per lo più le viscere, e mi mantiene d’una buona voglia, che se non è veduta da altrui, la sento io, ed è a sufficienza per mantenermi in vita. Egli è il vero ch’io non rido d’ogni cosa, ma solamente di certe particolarità delle quali un altro non riderebbe mai; nel che io non affermerei però se m’ingannassi o no; o se io faccia bene o male: ◀Autorretrato ◀Nivel 3 ma chi è quegli che sappia se fa bene o male in tutto quello che fa, o s’egli erri o no in tutte le faccende della sua vita? Noi siamo [586] qui al buio; quello ch’è bello a vedersi, si è che ognuno crede di avere di quelli occhi che veggono più passi sotterra, dei quali si racconta, non so se nelle storie o nelle favole; e non ci è al mondo chi non giurasse di veder più là di tutti gli altri. Di che si può dar giudizio facilmente, udendo tutto il dì che vengono censurati i fatti altrui, e biasimare or questo or quello, ch’egli si sia diportato male, e che abbia eletto il peggio, e ch’egli è un goffo che non vede più oltre di una spanna; tanto ch’egli si conosce che ognuno non darebbe l’acutezza sua per quella d’un altro, e stimasi di vedere più avanti di quanto prossimo ha sulla terra. Io benedirò a questo proposito in vita mia un uomo dabbene, il quale è stato la cagione di queste mie poche riflessioni a’passati giorni. In effetto io non so chi egli sia nè di qual paese. Per caso udii il suo ragionamento in una bottega; e parendomi argomento da cui il pubblico possa trarre qualche utilità, Metatextualidad► ho risoluto di stenderlo nel presente foglio, con quell’ordine medesimo con cui venne da me udito. ◀Metatextualidad Stavasi dunque sedendo e tacendo il valentuomo, ch’io dico, in una bottega, ed avea certe guance pienotte e colorite, che il vederlo era una consolazione; di tempo in tempo andava chinando il capo, come uomo cui prenda il sonno; non che dormisse mai affatto, ma mostrava ch’egli avrebbe dormito volentieri, e tutti gl’indizi che gli uscivano d’intorno, erano di persona spensierata e dabbene. Quando entrò nella bottega un altro, il quale affisatolo così un pochetto, a guisa d’uomo che pensasse se lo riconosceva o no, finalmente con molta domestichezza gli andò da vicino, aperse le braccia e proruppe.... Ma prima ch’io vada più oltre, è il meglio che dica quali nomi avessero, per isbrigar me e chi legge dal tedio di ripetere, disse e rispose. Il primo, a quanto udii, avea nome Lorenzo, il secondo Iacopo, e il ragionamento loro fu quale io lo dirò qui sotto.

Nivel 3►

Dialogo

Iacopo e Lorenzo.

Diálogo► Iacopo. Oh! Lorenzo. Se’tu veramente Lorenzo, o m’inganno?

Lorenzo. No, Iacopo, tu non t’inganni. Vedi Lorenzo.

Iacopo. Come va questo caso? Io ti lasciai già nella patria tua, che tu vivevi in questo mondo a pigione. Ora ti faceva male un’anca, ora la testa, avevi gli occhi scerpellini, una vocina che parevi un moscione, un colore di bossolo, una pelle informata dall’ossa, e ora io ti veggo a questo modo cambiato. Sappi ch’io stetti buona pezza prima di raffigurarti. Tu mi pari divenuto un altro. E ancora non ne sono ben certo. Se’tu Lorenzo?

Lorenzo. Quante volte te l’ho a dire? È egli forse di necessità che quel medesimo Lorenzo non possa un tempo essere magro e un altro grasso, e scambiare il colore e l’aspetto delle sue membra? Come tu sai, i’fui già Lorenzo tisicuzzo e tristo, e al presente sono quello che tu vedi, ma non perciò ho scambiato il mio nome di prima.

[587] Iacopo. Io me ne rallegro teco e meco ancora, perchè io avrò ricoverato l’amico mio di buon umore, laddove io l’avea una volta malinconico e strano, e avrò seco di nuovo que’ragionamenti ch’io soleva avere intorno alle dottrine e alle lettere. Perchè, se le signorie vostre che ci stanno qui intorno, non lo sapessero, lo sappiano ora, che questi è uno de’migliori e più periti letterati dell’Italia. Che è che t’accendi così nel viso e negli occhi?

Lorenzo. Signori miei e circostanti, l’amico mio non sa quello ch’egli si dica. Non solo io non sono quell’uomo letterato ch’egli dice, ma sono ignorantissimo e fo professione d’ignoranza. Egli vi parla a questo modo, ingannato da quella pazzia, ch’io ebbi un tempo, di perdere il cervello in sui libri per voler essere da più che gli altri uomini. Ma egli non sa poi, che rientrato in me medesimo, è lungo tempo che ho venduta la libreria, dato bando a’calamai ed a’fogli; nè mi rimane al presente altra fatica, fuorchè quella di cacciar via a guisa di fastidiose mosche que’pensieri estranei, nuovi e dannosi, ch’io avea imparati studiando, e per li quali mi parea di vedere più oltre di tutti gli altri uomini, e intanto faceva male tutte le faccende mie, diceva male di tutte quelle degli altri, e dimagrava di giorno in giorno come un cane vecchio e stizzoso. Tu inarchi le ciglia; sappi che la cosa sta come ti dico. E se tu vedi la condizione del corpo mio migliorata, ciò deriva dall’avere io dato bando a quanto avea studiato e a quanto volea studiare, e dall’avere abbracciato, qual mia carissima e legittima moglie, l’ignoranza, sanità del corpo e contentezza e quiete dello spirito.

Iacopo. Tu di’ora le maggiori bestialità ch’io udissi giammai. E se non fosse ch’io credo che tu le dica per modestia, e per abbassare il tuo concetto fra questi signori che qui sono presenti, avrei teco non poca collera, che mi fai parere bugiardo. Io vi giuro, signori miei....

Lorenzo. Iacopo, non giurare. Pensa che tu affermeresti con giuramento la più solenne bugia del mondo. Io sono un ceppo, un sasso; o se altro peggio è sulla terra e più vôto di dottrina, io son quello. Non è modestia, non è cerimonia, è la verità medesima. Ho sbandite da me le lettere, e ringrazio il cielo di essermi avveduto a tempo, che secondo il corso naturale mi restano ancora parecchi anni da vivere.

Iacopo. Poichè tu l’affermi con tanto calore, io ti presterò fede. Ma essendo uomo ragionevole, so io bene che non avrai abbandonati gli studi senza qualche cagione. E però io ti prego, dimmi, che ti mosse a tralasciare quel cammino in cui eri già entrato con tanta lode e onore?

Lorenzo. Volentieri. E lo farò il più brevemente ch’io possa, acciocchè non paia ch’io voglia ancora far pompa di quelle rettoriche e di quelle filosofie che mi aveano così lungamente fatto impazzare. Tu dèi pure ricordarti come io stava male in quel tempo; ch’io non potea mangiar boccone che non mi rodesse lo stomaco e le budella: l’estate mi toglieva il fiato, il verno mi facea sì rannicchiare, che diveniva più basso una spanna, la primavera mi rimescolava tutti gli umori, l’autunno me gli chiudeva in corpo, e mi si cambiavano in doglie di capo, febbri e mille magagne, tanto ch’io non avea mai un bene. Per la qual cosa avvenne un giorno, che stanco della disgrazia mia, incominciai a pensare fra me e a dire: Ognuno m’afferma che questo mio lungo e [588] assiduo studiare mi guasta la salute: e pazienza se non ci fosse altro danno, imperciocchè io potrei ben comportare una vita breve per avere onorata fama. Tanti ci sono, i quali si accorciano la vita per perdere la roba e la riputazione, che anche io potrei far picciolo conto della mia per lasciare qualche memoria di me dopo la morte. Ma esaminiamo un tratto quali vantaggi abbia avuti l’intelletto mio dallo studio, quali verità abbia conosciute. Mettiamo mano al quaderno de’conti. Io aveva quattordici anni, e a pena era uscito di que’primi digrossamenti di studi che avviano le genti alle dottrine maggiori. E che mai poteva io saper in quel tempo? Con tutto ciò mi ricordo benissimo che faceva più conto delle opinioni mie, che di quelle di tutti gli altri, e avrei giurato che ogni altro uomo fosse cieco a comparazione di me; e se cedeva alle altrui parole, ciò avveniva piuttosto per una gran soggezione di quella età, che perch’io confessassi mai in mia coscienza d’avere il torto. Proseguii a studiare, e non passarono due anni, che ricordandomi di quelle opinioni ch’io avea sostenute con tanta pertinacia di quattordici, le mi cominciarono a parere da pazzo, e dissi fra me: Vedi che fanno gli anni e lo studio! egli è pure il vero che a lungo andare cresce il lume dell’intelletto, e si sa ogni dì più. Ora egli mi pare di conoscere la verità, anzi la conosco. E quella ostinazione ch’io avea a difendere le mie opinioni di quattordici anni, l’acquistai nel proteggere quelle di diciotto. Intanto scorreva il tempo; e il medesimo feci di vent’anni, e poi di venticinque e di trenta, scambiando sempre parere, apprezzando l’ultimo e dispregiando i primi, tanto che ogni dì mi parea di cogliere la verità, e di là poco mi parea il contrario. Ecco dunque, io diceva, sono oggimai giunto agli anni trentacinque dell’età mia, sempre scambiando opinioni e tenendomi ogni anno da più di quello ch’io fui negli anni passati. E se così fosse anche per l’avvenire? Tutto quello ch’io ho studiato fino al presente, non mi sarà giovato a nulla; e quello ch’io studierò da qui in poi, non mi gioverà ad altro, che a farmi credere di due in due anni d’essere divenuto più perito conoscitore del vero; tanto che in fine io morrò con un’opinione in corpo per vera, che, potendo ancor vivere due anni più, l’avrei conosciuta per falsa. Oh! è egli dunque vantaggio perdere la sanità per correre dietro alla bugía? Oh! egli s’impara almeno che non si sa nulla, come diceva quell’antico filosofo il quale sapeva ciò, che non sapea cosa veruna. Merita forse la sapienza in questo gran fatto, che s’abbia a stillarsi il cervello per tutto il corso della vita? Non so io forse che non so nulla anche al presente, e, quello che più è, che non saprò nulla mai? Perchè non tralascio io dunque d’affaticarmi, e non confesso sinceramente d’essere ignorante, che mi costerà minor fatica che lo studiare per imparar che son tale? Eh! sì. Vadano in pace i libri, il calamaio stia in posa, e si cessi dagli stenti. Tali a un dipresso furono i miei pensieri, e cominciai da quel giorno in poi a mettermi in capo d’abbandonare le lettere. Egli è il vero ch’ebbi per alquanti giorni a contrastare con la consuetudine; perchè, anche non volendo io, la mano correva a’libri, e più volte mi colsi improvvisamente in sul fatto, ch’io leggeva senza essermene avveduto. Ecco, esclamai allora, che cosa è vizio. Ad ogni modo io me ne debbo pure astenere. Sicchè volendo pur vincere, vendei la libreria, e da quel dì in poi, che pure [589] sono parecchi anni passati, questa opinione mi si è stabilita nel cervello; onde non avendola scambiata mai, mi confermo a credere finalmente che la sia la migliore.

Iacopo. Io non avrei creduto mai d’avere ad udir favellare Lorenzo in tal forma.

Lorenzo. Tu non avresti anche creduto mai di vedermi grasso e di buon umore. Ma se tu vuoi vedere che quanto io ti dico è verità, vedi nel viso e nel ghignare di questi signori, che mi sono presenti, un universale consentimento che applaude all’ignoranza, evidente segno ch’io ho tocco il vero; perchè s’io avessi detta cosa contraria al parere comune e a quello che le genti sentono intimamente, tu vedresti altri aspetti e molti indizi di disapprovazione. ◀Diálogo ◀Nivel 3 ◀Nivel 2 ◀Nivel 1