Gli Osservatori veneti: Numero XXX

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N° XXX.

A dì 2 giugno 1762.

Citation/Motto

. . . . Nec studium sine divite vena,
Nec rude quid prosit video ingenium. Horat.

Io non so a che giovi lo studio senza
un’abbondante vena di natura, nè
un ingegno rozzo e nudo di arte.

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A questi passati giorni io ebbi ragionamento con un uomo di molta dottrina e garbato scrittore di versi, il quale, secondo che nel suo favellare dimostrava, parea ch’egli credesse non essere in poesia bellezza veruna da potersi affidare che piacesse o non piacesse al pubblico. Quante sono le teste, diceva egli, tanti sono i pareri: chi la vuole ad un modo, chi ad un altro; e però io non oserei d’affermare che ci fosse un’arte, la quale insegnasse altrui in qual forma si potesse contenere chi scrive, per dar nell’umore universalmente. Io leggo, per esempio, un componimento a venti o a trenta persone, e fra esse le scuole diverse che avranno avute, l’educazione varia, le occupazioni differenti, i pensieri di molte qualità saranno cagione che l’intendono diversamente. Dunque che ho io a fare? Come posso comporre in forma che i versi miei, entrando per tutti gli orecchi dei circostanti, facciano un effetto medesimo? Io non potrei affermare che l’uomo dabbene non avesse così al primo ragione; ma esaminando minutamente l’arte di cui si valsero gli antichi nel guidare l’opere loro, egli si vede, secondo me, appunto che conobbero la stessa difficoltà, e ritrovarono un valido mezzo di superarla, e sì la superarono in effetto, che piacquero a’tempi loro, e sono anche oggidì rimasi vivi fra gli uomini, e modelli perpetui degli altri. Egli mi pare dunque che il primo artifizio usato da loro fosse quello di tirare a sè tutti gli animi e ridurgli ad un solo pensiero, per avergli attenti e pronti ad ascoltare tutto quello che voleano dir loro, non altrimenti che quel Terone pittore di cui feci io già una volta in altro luogo ricordanza, il quale avendo dipinto sopra un quadro un soldato che spirava ira e battaglia, e volendolo mostrare al popolo, prima di scoprirlo, pagò non so quanti trombetti, acciocchè suonassero un’aria da guerra, e a questo modo mettesse un certo che di bellicoso nell’animo di tutti, prima che vedessero la sua pittura; di che avvenne che tutti gli uomini, lasciati i primi pensieri vari e differenti, concorsero in un solo, e tratti da tale apparecchiamento, ritrovarono essere bellissima l’imitazione del soldato, e ne la commendarono altamente. Questo esempio fu a un dipresso seguíto da tutti i buoni poeti, s’egli si considera l’usanza tenuta da loro; i quali con l’artifizio condussero gl’intelletti a quel pensiero che vollero, e a soggiacere volentieri a quello ch’erano per dire appresso. Per non errare prendasi per guida in questo ragionamento Omero, al cui nome s’inchinano e si sberrettano anche oggidì tutti gli altri poeti. Quello che dirò di lui, potrà confarsi molto bene anche a Virgilio, a Dante, al Tasso, e a qualunque altro ritrovò la via di rendersi immortale. Leggendo que’libri i quali lungamente trattano dell’arte poetica, trovasi che fanno un gran ragionare intorno al mirabile, anima del poema epico; dimostrano bensì con quanto giudizio quel profondo e capacissimo cervello di Omero seppe incatenare le volontà degli Dei con le azioni degli uomini, sicchè queste sono quasi anella dipendenti dalle prime. Osservano la grandezza e la varietà nella pittura delle cose celesti; ma secondo quello che ne pare a me, l’invenzione da lui trovata d’introdurre la maraviglia delle deità nel suo poema, fu a quel medesimo fine con cui Terone fece dare nelle trombe per ridurre le menti di molti uomini ad un solo pensiero, e tutti gli umori ad un solo umore. Per la qual cosa l’introduzione di tali divinità non credo io che la giudicasse necessaria per rendere grande, nobile e mirabile il suo poema; ma sì principalmente per arrestare i vari cervelli ad una cosa sola, ed essere in istato, dopo di avergli renduti attenti con la maraviglia, di farsi volentieri ascoltare in tutto il restante. Ha la religione tanto di maestà, di grandezza e di forza comune, che, sposta con maestà e grandezza d’immagini e di stile, non può andar vuota di effetto, e chiamerà sempre gl’intelletti e gli animi a sè dei circostanti, e gli apparecchierà facili e pronti all’udire: senza questo apparecchiamento egli è impossibile, o almeno quasi impossibile, il farsi ascoltare e il gradire universalmente. Come s’ha egli così in un subito a movere negli uomini quella passione che tu vuoi imitare? come a stimolargli improvvisamente per modo che tutti sentano quello che tu sentisti dettando? Come potresti tu indurgli tutti ad udire volentieri un’azione repentinamente, e rendergli tutti ad un tratto d’un animo e d’una volontà? Questo potrai tu ben fare quando gli avrai prima scossi e quasi atterriti con la grandezza delle divinità, e tratto lo spirito loro via dall’altre occupazioni, e vôtatolo, per così dire, di ogni altro pensiero, sicchè rimanga affatto in tua balía, e tu lo signoreggi allora come a te pare. Quando avrai così fatto, puoi correre il campo per tuo, gl’intelletti dei circostanti sono tuoi, tutto quello che dirai loro, sarà ascoltato, tutte le bellezze toccheranno e saranno rilevate; tu gli hai ridotti atti ad udire, gli hai apparecchiati, sono tutti d’un parere, non temer più che non sia in poesia bellezza universale e di polso sopra tutti gli uomini, piacerà a tutti. Ma per meglio intendere questo artifizio, seguasi di passo in passo il primo libro della Iliade, e veggasi come con l’apparecchiamento della religione si traggano gli ascoltanti all’attenzione pel restante.

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Example

Incominciasi dal raccontare che un Nume fu quegli che trasse a questione e discordia Agamennone e Achille. Il sacerdote d’Apollo chiede ad Agamennone la figliuola sua, che gli viene negata. Il re dice villania al sacerdote, il quale prega Apollo; questi si sdegna, l’esaudisce, e per gastigare la negativa fa entrare la pestilenza nel campo de’Greci. Notisi con quanta magnificenza descrive la venuta d’Apollo: “Discende dalla sommità dell’Olimpo, ripieno di collera, con arco e turcasso. Le saette agitate dal rapido volare dell’adirato Iddio, gli risuonano sulle spalle, ed egli, da una nuvola ricoperto, ne viene somigliante alla notte. Siede lunge dalle navi, lancia le saette, che, fischiando spaventosamente, fendono l’aria. Prima ferisce i bestiami, poco dopo i Greci, sicchè in ogni luogo si vedeano monti di corpi morti sui roghi che continuamente ardevano.” Una colpa grave, lo sdegno d’un Nume che la punisce, l’effetto della punizione venuta dal cielo per opera d’uno Iddio, arresta incontanente gli animi, e mettiamo animi inzuppati e ripieni di quella religione. Ne viene di necessità che tutti debbano concorrere alla curiosità di sapere in qual modo la pestilenza cessasse, qual riparo potessero ritrovare gli uomini contro un gastigo venuto dal cielo. Come faranno? Chi gli salverà? Basta all’autore l’aver fatto nascere, questo desiderio in tutti concorde. È al segno che volea per farsi ascoltare universalmente. Comincia la sua narrazione. Mette sulla scena Agamennone, Achille, Calcante, i Greci. La passione della collera nata fra que’due re, è ascoltata volentieri; la descrive grado per grado, la varia quanto sa e può; ma può stancare, perchè gli animi umani nelle cose che ricreano, che danno diletto, cercano la varietà; convien dunque ch’egli di nuovo si dia a rinvigorire e ad apparecchiare qualche squarcio di religione. Scende Minerva a ritenere il braccio d’Achille già parato ad azzuffarsi con Agamennone. Può allora il poeta far ascoltare il ragionamento dell’eloquentissimo Nestore, e narrare a suo beneplacito la spedizione della fanciulla al padre. Dopo s’ha a dare qualche consolazione ad Achille e qualche speranza di vendetta. Si apparecchiano a ciò gli animi degli ascoltanti col far uscire dalle profonde grotte del mare Tetide madre di lui, che gli promette d’andarsene a Giove, e di giovargli con le sue preghiere. Intanto rimane sospesa la curiosità degli uomini, e vogliosa di sapere in qual forma dovess’essere acquietata l’ira d’Apollo: ascolteranno dunque volentieri i circostanti la narrazione dell’andata d’Ulisse con la fanciulla al sacerdote, dei sacrifizi fatti ad Apollo, e di tutte l’altre circostanze di quella invenzione; e rimarranno contenti quando udiranno che il Nume ha fatta già cessare la pestilenza.

Metatextuality

Così andando a passo a passo, ritroverà l’accorto leggitore che la mirabilità introdotta nel poema di Omero è sempre un artifizio per preparare gli animi ad ascoltare volentieri il restante.
Quello ch’io dico di Omero, si può vedere esser vero anche di Virgilio è di Dante. Quest’ultimo più facilmente di tutti gli altri può far comprendere la verità da me detta; imperciocchè la religione da lui nel suo poema introdotta, è quella che vive negli animi nostri ed ha grandissima forza in essi. Egli con la magnificenza di quella rende attenti i suoi leggitori, e gli chiama a sè per poter poscia farsi ascoltare. Dello stesso artifizio si valse il Tasso, e gli riuscì. Ma non basta che di ciò si valessero i poeti epici. Dove lascerò io una gran parte degli altri generi di poesia? Può ognuno esaminare da sè che cosa fossero le tragedie de’Greci, che le odi, che gl’inni: e si può ancora vedere oggidì, che di tutte le tragedie del signor di Voltaire, la Zaira, l’Alzira e il Maometto hanno una forza a tutte l’altre di lui superiore. Da quanto ho dunque detto fino al presente, credo di poter conchiudere che la religione sia stata sempre il più gagliardo mezzo usato da’poeti per chiamare gli animi a sè, e ridurgli in istato d’attenzione.

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Letter/Letter to the editor

Lettera ad alcuni amici Ieri fui a pranzo con esso voi, e dopo mi partii da voi quasi senza ringraziarvi. Rivolgendo pel pensiero la mia poca civiltà, m’è venuto in animo di scrivervi queste poche righe. Molta gentilezza m’avete usata, e io vi sono grandemente obbligato. Ma quali parole potranno mai ringraziarvi abbastanza della buona compagnia di quell’amico, il quale con quel suo diluvio d’urbanità ci tenne tutti così graziosamente occupati? Io non so quello che sborserei per essere del suo umore. Beato sè, che può beare altrui! Ho pensato e ripensato come può un cervello essere così continuamente in movimento. Non è possibile ch’io possa ritrovare il capo a questa matassa. Al primo vederlo avrei giudicato che fosse uomo il quale non avesse altri pensieri che massicci, e sopra tutto poche parole, e tutte gravi e di peso. La prima volta che mi avvenne di vederlo, egli mi parlò di dottrine, di studi: lo credetti figliuolo della Malinconia. Tanto più mi persuasi di ciò, perch’egli avea una certa faccia pensosa, e un colore che mostrava veglie e pensieri. Chi avrebbe detto mai ch’egli fosse tutto impastato d’amore? Che dalle labbra sue non uscissero mai altro che Lucie, Caterine, Bartolommee, e quanti nomi s’adoperano a chiamare femmine in Italia e forse in Europa? Vedeste voi come gli entra l’entusiasmo nel corpo, quando suona agli orecchi suoi un nome di donna? Io per me credo che se non fossero donne al mondo, egli sarebbe quel taciturno e quel sodo uomo, che minaccia altrui di essere quando si vede in faccia. Ma questo benedetto sesso è la sua Musa, quella che lo ispira e lo fa ragionare con tanta furia, con tanti e così repentini lanci e salti d’intelletto, e passare dall’una all’altra cosa con tal varietà e così d’improvviso, che mai non s’arresta, e non lascia mai arrestare in un pensiero chi l’ode. Sopra l’altre cose m’è piaciuta la sua buona fede di palesare altrui ch’egli è innamorato sempre, e che così è stato in vita sua, e lo sarà sin che vive, senza aver mai trovata donna veruna che s’accordi seco, e senza sperare di ritrovarla giammai; ed in cambio di querelarsi di tale sventura, è il più contento uomo che viva, e ne ride di cuore. E ne ha veramente ragione, perchè a questo modo non ha cagione d’ingelosire, d’avere dispetti e que’tanti rancori che nascono dalla corrispondenza. Quando uno è sicuro di non essere amato, che gli può succedere altro? In somma, io vi ringrazio cordialmente dell’averlomi fatto conoscere; e quando lo vedete, salutatelo di cuore per parte mia, assicurandolo di quella stima della quale assicuro voi medesimi.