Zitiervorschlag: Gasparo Gozzi (Hrsg.): "Numero XXVI", in: Gli Osservatori veneti, Vol.1\26 (1761-05-01), S. 541-545, ediert in: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Hrsg.): Die "Spectators" im internationalen Kontext. Digitale Edition, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.3587 [aufgerufen am: ].


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No XXVI.

A dì 1o maggio 1762.

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Il Velluto a’comperatori di questi fogli.

Metatextualität► È pervenuto alle mani del libraio Colombani non so donde da vendere il primo tomo del Decamerone del Boccaccio, e gli vien promesso fra non molto tempo anche il secondo. Il buon uomo è così affaccendato e pieno di pensieri a questa cagione, che non ha favella nè udito per altro. A qualunque uomo va alla sua bottega, egli spiega dinanzi questa nuova edizione (che veramente è bella, e una delle più pulite e meglio eseguite che si vedessero, quanto può essere un’edizione che non costa un occhio della testa, come tutte l’altre d’esso libro) e fa vedere ora il ritratto dell’autore, ora il frontespizio intagliato in rame, ad uno i forbiti caratteri, ad un altro la buona disposizione delle linee, e mostra di tutto cuore ch’egli vorrebbe che qui fossero con la stessa diligenza pubblicati i libri nostri. Mentre ch’egli s’intrattiene in tale occupazione, non si può farlo volgere il pensiero ad altra cosa. Io mi sono arrischiato a dirgli che siamo giunti all’ultimo foglio degli Osservatori de’primi tre mesi, e ch’io avrei ad avvisare i signori associati e gli altri comperatori di molte cose, sicchè oggimai pensasse, come già fece altre volte, a dar fuori qualche dialogo o qualche altra scritturetta d’avviso. Fu come parlare ad una muraglia, egli mi mostrava il Boccaccio. Poich’ebbi ritocco più volte, e m’avvidi che tanto era parlare a lui quanto all’insegna della bottega: “Buono,” diss’io, “converrà pure ch’io faccia l’ufficio del libraio, e se voglio che sieno avvertiti, dica loro io medesimo quel che bisogna. Poichè così è, facciasi”.

Sono adunque, o cortesi leggitori, compiuti i tre mesi primi di questi fogli, e si dà ora mano al cominciamento degli altri tre; ma una nuova necessità mi conduce a guidar l’opera ad un altro modo. La compagnia [542] degli Osservatori ha, per sua grazia, fatto me capo di questa faccenda; ma non può un uomo in tutto il corso della sua vita essere quel medesimo ch’egli è stato tre mesi, e gli possono sopraggiungere o nuove opere a farsi, o la mala salute può alterare la buona voglia ch’egli avea; o altra cosa gli può impacciare l’ingegno e il tempo. Uno di questi tre accidenti è avvenuto ora a me, per non dire che quasi tutti e tre mi sono caduti addosso. Che ho io dunque a fare? In primo luogo debbo certamente rivolgere l’animo mio a quell’indicibile cortesia con la quale furono sempre e sono accettati questi fogli, e dalla quale vengo tuttavia stimolato a proseguire, agl’infiniti obblighi miei, e alla concorrenza così facile e cortese de’signori associati e comperatori; e dall’altro lato poi mettere in bilancia i miei nuovi casi. In tali considerazioni eleggo quello che mi pare il meglio, e ciò è di dar fuori un foglio per settimana in iscambio di due, per appagar prima in quel miglior modo ch’io posso quella gentilezza che mi dà favore all’opera, ed in secondo luogo per obbedire a’miei nuovi accidenti. In tal guisa spero di poter appagare il pubblico e di non far dispiacere ad alcuno. Procederanno le fatiche mie sino a tanto che sia compiuto l’intero numero di que’fogli, a’quali mi sono obbligato il primo giorno, che debbono giungere al novero di 104; nè vi sarà altra diversità, se non che avranno termine dopo il giro dell’anno. Questa almeno è la mia intenzione oggidì, e chi sia poi che ritrovandomi un tempo meno occupato ed in miglior stato di salute, non m’affretti di più e non supplisca all’obbligo mio con prestezza maggiore. In tanto affidandomi alla benevolenza da me così lungo tempo sperimentata de’leggitori, incomincio questo nuovo ordine, che forse potrà giovare anche alla qualità delle scritture che usciranno più pensate ed esaminate. Chi sa ancora che alcuni non leggano più volentieri una volta per settimana che due? Questo non oserei già io d’affermare, ma dico solamente che potrebb’essere; e se così fosse com’io la penso, non avrei forse fatto bene anche per questo verso? Se poi non fosse, chieggo scusa al pubblico della libertà che mi prendo, e lo prego a sofferire ch’io mi procuri in parte un poco d’alleggerimento, senza punto scordarmi quelle innumerabili obbligazioni che professo d’avergli e che saranno scolpite nell’animo mio in ogni tempo. ◀Metatextualität

Ebene 3► Ebene 4► Utopie► Il costume singolare degli abitatori della Luna, descritto da Luciano, m’invita a proseguire quella storia.

Ora io vi dirò quante cose veramente nuove, e quasi da non poterle credere, vidi in tutto quel tempo che abitai nella Luna. Non hanno quivi femmine, ma ad un certo tempo si gonfiano le polpe delle gambe agli uomini, delle quali esce finalmente un fanciul morto, il quale pongono a bocca aperta al vento, e a questo modo gli fanno entrar la vita in corpo. Ma v’è anche una maraviglia maggiore. V’ha quivi un’altra razza d’uomini, che chiamansi gli Arborei, i quali nascono in tal forma. Tagliano un pezzo di carne d’uomo e piantanlo in terra. Ne nasce una pianta molto bene alta e carnosa, con rami, foglie e frutti che quando [543] sono maturi gli spiccano, e d’essi scolpiscono uomini a’quali appiccano poi, se loro mancasse, qualche membro, d’oro e d’avorio a’ricchi, e di legno a’poveri.

L’uomo invecchiato quivi non muore, ma a guisa di fummo in aria svanisce. Tutti hanno un solo alimento. Accendono fuoco di pruno e arrostiscono ranocchi che quivi sono in grandissima quantità con l’ale; e standosi quivi intorno al fuoco a sedere, mentre ch’arrostiscono, il fummo che quindi esala, a bocca aperta si beono e così pasteggiano. Questo è il mangiare. Quanto è al bere, premono in una tazza l’aria e ne cola un certo liquore che sembra rugiada. Non fanno acqua nè altro escremento; perchè come i nostri corpi non hanno fori a tale uscita. Bello è fra loro chi è calvo e non ha capelli; chi gli ha, è in odio a tutti. All’incontro nelle comete chi ha lunghi capelli è stimato bellissimo, per quanto mi narrarono alcuni forestieri che quivi erano.

Egli è ben vero che hanno la barba un pochetto sopra il ginocchio. Ne’piedi non hanno ugne, ma un dito solo tutti.

Hanno un miele di sì possente natura, che quando essi lavorano e s’affaticano, stillando latte per tutto il corpo in iscambio di sudore, vi fanno cadere sopra una goccia d’esso mele e n’hanno formaggio in abbondanza. Traggono dalle cipolle squisito olio e odorifero. Hanno viti fecondissime d’acqua, e uve con acini somiglianti alla grandine, di che, secondo il mio parere, avviene che quando soffia il vento e scuote le viti, infrangonsi quell’uve, e allora cade nel nostro mondo la gragnuola. Servonsi del ventre per tasca da mettervi dentro quello che vogliono, perchè si può aprire e chiudere, come altrui vuole. In esso non hanno nè budella, nè viscere, ma è dentro peloso e ispido, per modo che quando i figliuolini hanno freddo, vi si riparano.

I vestimenti de’ricchi sono di vetro e morbidi; quelli de’poveri di tessuto rame, essendo quelle regioni abbondantissime in rame, il quale, coll’infondervi un poco d’acqua, si rende come lana trattabile. Mi vergogno a dire quali sieno gli occhi loro, perchè parrà una solenne bugia e non vi sarà chi la creda. Pure lo dirò. Hanno occhi da poterglisi cavar fuori, quando vogliono; e chi vuole, se gli cava e gli conserva, finchè abbisogni di vedere qualcosa, che allora mettesi l’occhio e vede; e taluni ch’hanno perduti i propri, ne domandano in prestanza e veggono con gli occhi altrui. Alcuni de’più ricchi ne tengono in serbo molti. Hanno gli orecchi di foglie di platano, salvo coloro i quali nascono come gli alberi, che gli hanno di legno.

Un’altra maraviglia grandissima vidi nel palazzo del re. Un grandissimo specchio v’avea, posto sopra un pozzo non molto profondo. Chiunque scendea nel pozzo, potea udire benissimo tutto quello che sulla terra nostra vien detto; e guardando nello specchio vedea tutte le città e gli uomini, come se stati fossero quivi presenti. Io vidi certamente gli amici, i parenti miei, e tutta la mia patria; ma ch’essi poi vedessero me, non ardirei d’affermarlo. Ma chi non credesse che la cosa fosse quale io la racconto, quando sarà costassù traportato dove io fui, saprà allora ch’io dico il vero. ◀Utopie ◀Ebene 4

Annotazioni del traduttore.

Vorrei pure guidar a mano le genti all’intelligenza del midollo di tanti capricci; acciocchè non si credesse che le cose soprallegate fos-[544]sero favole e pazzie senza sugo. I fanciulli, che vi nascono morti e vengono dall’aria vivificati, consideriamo se forse non fossero i nostri medesimi, i quali non avendo in sè vita veruna di scienza, nè di cognizioni, vengono riempiuti di baie e di cose che nulla importano, e si dà all’intelletto loro una vita che si può dire veramente d’aria e di vento. Quelli poi che vi nascono come gli alberi piantati in terra, sarebbono forse quelli che hanno sempre figura di tronchi, e pare solamente ch’abbiano le membra prese in prestanza per parere vivi? Io nol so, ma quasi quasi giudicherei di non andare lontano dal vero.

Minor difficoltà è ad intendere che gli abitatori della Luna si pascano di fummo di ranocchi arrostiti. Basta riflettere che il buon uomo intende di parlare de’filosofi de’tempi suoi, i quali vuol dire o che si pascevano del fummo della boria, o professavano filosofia per ingannare gli uomini e trovar di che mangiare poco ed a stento; il che mi par più probabile, perchè poco dopo dice che non faceano mai nè acqua nè altro escremento, con sopportazione di chi legge; e beveano rugiada premuta dall’aria in una tazza, ch’è quanto dire beveano acqua da loro esaltata sopra ogni saporito liquore per superbia. Stimavansi i calvi, perchè avean non so che di più venerando, e dice che aveano le barbe poco più su che il ginocchio, perchè quanto più le barbe erano lunghe, e più parea che il filosofo saggio fosse e degno d’onore.

Dove parla delle viti d’acqua che fanno uve con gli acini di tempesta, si burla non solamente del viver loro meschino, ma in oltre de’grandissimi farfalloni che dicevano intorno alle materie fisiche, il che chiaro apparisce affermando egli che la tempesta che cade sulla terra, nasce dagli acini di quell’uve spezzate dal vento. E si ride poi dell’ingordigia loro dicendo che si vagliono d’un ventre senza budella, nè viscere, per tasca o valigia, volendo allegoricamente significare che ogni cosa diluviavano e non pensavano ad altro che al corpo.

Ridesi poscia del modo loro di vivere, perchè facendo tutti professione di temperanza e di parsimonia, quelli che poteano, vestivansi con buoni panni; e all’incontro co’rozzi coloro che non gli poteano avere migliori, il che è chiaramente accennato ne’vestiti di vetro e in quelli di rame. Ma soprattutto è da notarsi il sale e l’urbanità con cui gli beffa a dire che possono gli occhi cavarsi fuori e rimettergli a loro volontà. Si può egli schernire più atticamente persone che non veggono altro che quello che vogliono, che non tengono conto veruno delle ingiurie che vengono fatte loro, delle villanie che lor vengono dette? E va oltre ancora, dove dice che alcuni hanno perduti gli occhi propri e ne prendono in prestanza d’altrui. Non è questo forse un censurare coloro che nulla sapendo per sè, si vagliono dell’altrui dottrina e fatica per parere da qualche cosa; o quelli che nulla sanno mai giudicar da sè stessi, se non vengono da altrui imbeccati? ◀Ebene 3

In di grosso ho detto quanto mi sembra che possa bastare alla dichiarazione di questo squarcio di fantastica storia. I lettori ingegnosi rileggendolo ora con tale intenzione, vi ritroveranno, son certo, segreti ancora più piacevoli e più sottili. Quando l’intelletto è avviato pel buon verso, fa lungo cammino da sè senza avvedersene.

[545] E quanto è a me, egli mi sembra pure che sia un sommo diletto quel trarre fuori la vera intenzione dagli scrittori, come il gheriglio dalla noce. E non solo è diletto, ma con quel lungo fantasticare, mulinare e rugumare, si fanno più confronti e combinazioni di pensieri, e rimane nell’intelletto maggiore sostanza e ricchezza che a leggere spensierati e senza attenzione. Chiudo le mie annotazioni e con esse il foglio presente. Addio di cuore ad ogni uomo sino a mercoledì venturo. ◀Ebene 2 ◀Ebene 1