Gli Osservatori veneti: Numero XXIV

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No XXIV.

A dì 24 aprile 1762.

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Metatextuality

Ci sono alcuni, i quali si querelano che in tante scritture, dettate da me sino al presente, io non abbia mai scritto qualche squarcio di storia, e dolgonsi del fatto mio, ch’io gli abbia voluti sempre intrattenere con fantasie e invenzioni di mio capo, come se nel mondo non accadesse mai cosa nuova, o non fosse mai nulla avvenuto. Io dal canto mio diceva fra me: Se cotesti tali desiderano cose vere, non è egli forse il vero ch’io sogno? ch’egli mi par di vedere ombre? e di udirle a ragionare insieme intorno a vari argomenti? Se negano che ciò non sia vero, ecco ch’io ho il modo facile di provar loro il contrario. Quando io ho narrata qualche novella, qualche sogno o altra così fatta fantasia, dove hanno ritrovato mai ancora alcuno che dicesse loro: Costui è un bugiardo; quello ch’egli dice, non fu così, anzi in tal modo o in tale altro? Sicchè io posso conchiudere che quello che non trova contraddizione, è vero. All’incontro, non ho io forse udito mille volte alcuni a narrare un fatto accaduto un’ora prima, quasi sotto gli occhi del popolo, e mentre che lo racconta, ritrova chi gliene ribatte, e dice: Non fu così, anzi fu pure in tal modo, e v’ingannate: e il secondo non ha anche maggior ventura del primo, perchè ritrova il terzo il quale lo fa parere un parabolano, e questo un altro; sicchè andando la cosa di bocca in bocca, si trasfigura, diviene un’altra da quella ch’era in effetto. Chi v’appicca, secondo il suo cervello, il maraviglioso, chi accresce le circostanze o compassionevoli o da ridere, tanto che da un granello di miglio nasce una quercia, di quelle che dicono i poeti che toccano con la sommità de’verdi rami le stelle, e con la profondità delle radici penetrano negli abissi. Tucidide, Tito Livio, Tacito, e qualunque altro de’più celebrati storici, hanno ritrovato chi disse loro che piantano carote. Il capitano Gulliver, colui che fece il viaggio sotterra, e ritrovò gli alberi che parlavano, camminavano, faceano maritaggi, e gli uomini che aveano le corde sul ventre come gli strumenti da suonare; e quegli, che prima di loro divenuto di uomo asino; vide tante maraviglie, non ritrovarono mai chi s’opponesse a quanto scrissero. Per la qual cosa chi potrebbe affermare che la verità stesse piuttosto nelle storie, che nelle invenzioni? L’invenzione la fa un solo da sè, la crea nel capo suo, e fa storia di quello che pensa egli solo; non è alcuno padrone de’pensieri di lui, nessuno gli può dire: “Io ho udito o veduto altrimenti”; perchè altri non potrà esservi presente: laddove ad un fatto si trovano alle volte infiniti circostanti, de’quali chi l’intende ad un modo e chi ad un altro. Con tutto ciò non volendo io contrastare all’umore di molti i quali bramano storia, e dall’altro lato fuggendo a tutto mio potere di scrivere qualunque sorta di verità che possa essere combattuta, mi do al presente a volgarizzare un libro, il quale, quanto è al titolo, non si può punto dubitare che non contenga verità, dappoichè Vera Storia è intitolato, e quanto alla sostanza e contenenza sua, è ripieno di casi e d’accidenti di qualità, che uomo stato fino a qui, non ha mai detto che veri non fossero. Ma perchè l’autore d’esso libro visse parecchi secoli fa, io cercherò oltre alla traduzione di guernirlo qua e colà di certe poche annotazioni, che l’accostino quanto più si può a noi, acciocchè non paia che fra genti vestite alla moderna, comparisca uno con prolissa barba al mento, in zoccoli e col filosofico mantello sopra le spalle. Non aggiungo altro di mio, e mi do all’opera senza più allungare il proemio

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della Vera Storia.

Lottatori, e quanti con diligenza grandissima esercitano le membra, non solamente hanno cura di far gagliarda complessione con gli esercizi, ma qualche ricreazione a tempo stimano essere necessarissima e parte principale dell’esercizio. Quanto è a me, penso che debbano lo stesso fare coloro i quali fanno professione di lettere. Quando avranno letto molte cose massicce e di polso, si ricreino, e l’alleggerito animo arrechino più gagliardo alle fatiche. Sarà ozio degno e lodevole, se le cose lette, non solo con garbo di facezie e di sale porgeranno all’animo dolce conforto, ma avranno in sè qualche non goffa materia di speculazione, come io spero che debba parere di queste scritture a chi legge. Imperciocchè non solamente saranno i lettori allettati dalla novità dell’argomento, dalla giovialità dell’invenzione, e dal vedere varie bugie con la veste della probabilità e della verisimiglianza guernite; ma perchè ogni raccontata cosa avrà in sè un certo che di morso e puntura, che tocca or questo or quello di quegli antichi poeti, scrittori o filosofi, che pubblicarono ne’libri loro prodigi e favole non poche, e dei quali avrei detto i nomi, se non fossi certo che leggendo t’avvedrai da te quali sieno. Ctesia di Gnido, di Ctesioco figliuolo, narrò degl’Indi, della regione e de’fatti loro cose, che nè da lui furono vedute mai, nè intese per altrui relazioni. Giambolo anch’egli, trattando delle cose che nel Mar maggiore si trovano, molte ne lasciò scritte che sono fuor di ogni umana credenza, e disse bugíoni che si toccano con mano; e tuttavia cucì e pose insieme non discipito argomento. Parecchi oltre a lui, toltosi tema somigliante, i loro viaggi, aggiramenti, pellegrinaggi, corpi sformati di bestie, salvatichezze di uomini e non conosciuti costumi descrissero. Autore e maestro di così fatte buffonerie fu quell’Ulisse cantato da Omero, che in casa di Alcinoo, di venti imprigionati, di monocoli, mangiatori di crude carni, uomini quasi fiere, e finalmente di ceffi e grifi d’animali, de’compagni suoi tramutati per beveraggi incantati da femmine di mal affare, e di molte altre cose che avean del prodigio, a quel balordo popolo de’Feaci raccontò, mentendo per la strozza. Venendomi così fatti libri alle mani, io dicea: “Non fanno però sì grande errore cotesti scrittori a dire tante e così sconce bugíe, essendo tale anche l’usanza di coloro che fanno professione di filosofi.” Ma io mi maravigliai bene grandemente, che raccontando essi il falso, credessero che altri non se n’avvedesse. Per la qual cosa, amando anch’io la celebrità e la gloria, e volendo perciò a coloro che verranno dopo di noi lasciar qualche cosa, per non essere io il solo senza libertà d’inventar favole; dappoichè non ho cosa vera da dire (non essendomi niente accaduto degno di memoria), alla bugía mi rivolsi; ed ho più ragione che gli altri. Imperciocché, quantunque io non dica altra verità fuor questa ch’io dico bugíe, egli mi pare di non dover essere come gli altri accusato, confessando io da me medesimo che non dico una verità al mondo. Scrivo adunque cose non da me vedute, non accadute a me e non udite da altrui, che non sono e non potettero essere in alcun tempo; e però chi legge, non creda punto.

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Utopia

Uscito un tempo dalle colonne d’Ercole, e nell’Occidentale Oceano trasferito, navigava con prospero vento. Spinsemi a così fatto viaggio curiosità e voglia di veder cose nuove, volendo io sapere dove terminasse l’oceano, e quali gente di là da quello abitassero. Per la qual cosa provvedutomi di quanta vettovaglia e acqua pareami che abbisognasse, ebbi meco cinquanta giovani del mio stesso parere, tolsi gran quantità d’arme, e un peritissimo nocchiero accordai per grandissimo prezzo; e la nave, che grande e bella era, misi in punto di tutti quegli arredi che poteano mantenerla in così lunga e violenta navigazione. Comecchè il vento ci ferisse da poppa, non si può però dire che in un giorno e in una notte ci trasportasse con troppo gran forza, imperocchè vedeasi ancora la terra. Ma venuto il secondo dì, allo spuntar del sole, fecesi il vento gagliardo, gonfiaronsi l’onde, s’oscurò il cielo, nè si poteano ammainare le vele. Per la qual cosa dandoci al vento in balía, per non potere altro, andammo scorrendo il mare in burrasca settantanove giorni. Allo aprirsi dell’ottantesimo giorno, in sul levar del sole, vedemmo improvvisamente e non molto lontana un’isola, alta, vestita d’alberi, non da grande impeto nè strepito d’onde battuta intorno, essendo già venuta meno quella gran furia di tempesta. Approdammo, sbarcammo; e dopo d’essere stati per la gran noia del mare lungo tempo in terra distesi, ci levammo finalmente in piedi; trenta di noi furono assegnati alla custodia della nave, ed eletti venti che meco salirono allo scoprimento dell’isola. Eravamoci dilungati dal mare, andando per una selva, forse un quarto e mezzo di miglio, quando vedemmo una colonna di bronzo, sulla quale erano scolpite certe lettere greche, ma vecchie e rose dal tempo. Le parole dicevano: Fino a questo luogo pervennero Ercole e Bacco. Vedevansi nel prossimo sasso due orme di piedi, l’una grande quanto è un giugero, l’altra minore; tanto che giudicai la prima essere d’Ercole, e la seconda di Bacco. Venerammo il luogo, e andammo innanzi; nè eravamo di là molto lontani, che giungemmo ad un fiume che scorrea tutto d’un vino somigliantissimo a quello di Chio, e tanto era pieno e profondo, che in certi luoghi vi sarebbero potute andare le navi. Per la qual cosa ci cadde in animo ch’egli si dovesse prestar fede maggiore all’iscrizione della colonna, dappoichè que’segni apparivano della peregrinazione di Bacco. E volendo io esaminare dove quel fiume avesse la sua origine, me n’andai al contrario del suo corso, e non vi ritrovai fonte veruna, ma bene molte viti e grandi, piene di grappoli di uva; e vidi che dalle radici di ognuna colavano gocciole di limpidissimo vino, che raccolte formavano il fiume, nel quale molti pesci nuotavano di colore e sapor di vino. De’quali avendo noi presi alquanti e mangiatigli, ci trovammo ubbriachi, ed avendogli sventrati prima, vedemmo che pieni erano di feccia di vino; di che avendo noi acquistato sperienza, mescolammo a questi altri pesci d’acqua, e temperammo la veemenza del vino di cui essi si pascono. Trovando finalmente un guado da passare il fiume, andammo di là, e vi ritrovammo certe maravigliose viti; delle quali quel tronco ch’esce della terra, era grosso, nocchieruto e ramoso, e dalla parte di sopra erano donne intere e perfette, salvo che non aveano gambe; appunto come ci descrivono i poeti Dafne, quando presa da Apollo in albero si tramutò. Dalle cime delle dita loro spuntavano sarmenti di viti ripieni d’uve, e, in iscambio di capelli, aveano in capo viticci, foglie, grappoli; e avvicinandoci noi, le ci salutavano chi parlando il linguaggio di Lidia, chi l’indiano, e le più il greco; e se per usarci un atto d’ospitalità le ci baciavano, quegli che dalle loro labbra era stato tocco, diveniva ebbro come un tordo e gli si aggirava il cervello. Ma le non volevano che de’loro grappoli si spiccasse alcuno; e chi ne volea spiccare, si dolevano e gridavano ad alta voce: ben parea che solamente chiedessero maritaggio fra uomini e viti; ed essendo avvenuto che due de’nostri diedero loro la mano, questi non poteronsi più slegare, ma annodatisi a quelle piante, fecero anch’essi radici, le dita loro divennero sarmenti, s’intralciarono fra’viticci, e già parea che fossero vicini a produrre grappoli anch’essi. Di che noi quivi abbandonando ogni cosa, corremmo alla nave di nuovo, dove a’compagni narrammo quanto avevamo veduto, e specialmente il fatto de’nostri compagni divenuti viti sulle rive del fiume. Dipoi presi i nostri vasellami, parte gli empiemmo d’acqua e parte del vino di quel fiume, e quivi ad esso vicini passammo la notte. La mattina per tempo, soffiando un mezzano vento, sciogliemmo di là; e verso il mezzogiorno, essendo già dagli occhi nostri sparita l’isola, ecco un improvviso turbine, che aggirandoci intorno la nave, la ci levò in aria quasi tremila stadii all’insù, nè la ripose già più in mare, ma lasciolla sospesa in alto, dove un vento fresco le aperte vele percosse. In tal guisa navigando sette giorni e sette notti per l’aere, giunti all’ottavo giorno, scoprimmo in esso aere una certa grandissima terra, o quasi isola, risplendente, tonda e sfolgorante di maraviglioso splendore; dove entrammo in porto e scendemmo. Indi esaminando il paese, conoscemmo che v’erano abitatori e genti. Mentre che durava il giorno, non si scopriva di là cosa veruna; ma non sì tosto sopraggiunse la notte, che altre isole agli occhi nostri apparivano, qual maggiore e qual minore, tutte di colore di fuoco. Allo ingiù di sotto eravi un’altra terra, che città, fiumi, mari, boschi e monti in sè conteneva, e la quale conghietturammo quella essere che viene abitata da noi. Ma volendo tuttavia noi andar più avanti ancora, ci abbattemmo a coloro che quivi sono chiamati Ippogipi, e fummo da loro scoperti. Sono gl’Ippogipi uomini portati dagli avoltoi, e cotesti uccelli cavalcano a guisa di cavalli. Sono gli avoltoi di corpo grandissimo, e per lo più di tre capi. Pensa se grandi sono, che hanno dell’albero di un barcone da carico ogni ala maggiore e più grossa. Hanno cotesti Ippogipi l’uffizio di andarsene volando intorno pel paese, e se vi ritrovano forestiere veruno, dinanzi al re lo conducono: onde, avendoci presi, dinanzi a lui ci guidarono; il quale, quando ci vide, al vestito fece le conghietture sue: “Ospiti,” disse, “voi siete greci”. E rispondendogli noi che sì: “Oh! come,” ripigliò egli, “avete potuto varcare tant’aria e qui venire?” Allora gli narrammo noi quanto ci era avvenuto; ed egli dal lato suo cominciò a narrar quel ch’era avvenuto a lui, e ch’essendo già uomo, detto Endimione, era stato fuori della nostra terra in sogno rapito, quivi portato, e che nel paese regnava. Appresso andava dicendo che quella, che a noi suol parere terra, era Luna, e che stessimo di buon animo, e non dubitassimo di verun male, chè ogni cosa era pronta che ci potesse abbisognare. “E s’io,” disse, “avrò quel buon fine che bramo nella guerra che movo agli abitatori del Sole, voi viverete meco una felicissima vita.” Gli domandammo quali fossero