Cita bibliográfica: Gasparo Gozzi (Ed.): "Numero XXII", en: Gli Osservatori veneti, Vol.1\22 (1761-04-17), pp. 524-528, editado en: Ertler, Klaus-Dieter / Fuchs, Alexandra (Ed.): Los "Spectators" en el contexto internacional. Edición digital, Graz 2011- . hdl.handle.net/11471/513.20.3583 [consultado el: ].


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No XXII.

A dì 17 aprile 1762.

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Dialogo.

Alessandro Magno, Diogene e altre Ombre.

Diálogo► Alessandro. Egli è bene il vero che se io avessi potuto vivere più a lungo nel mondo, avrei accresciuta la mia fama, e sarei trascorso dall’un capo all’altro della terra con l’esercito mio, abbattendo città, [525] e soggiogando nazioni; di che avrei avuto maggior gloria che qualunque altro re della terra. Ma che s’ha a fare? Quel gran cuore ch’io ebbi nell’assalire città, nell’attaccare eserciti, egli è bene che lo porti meco anche in questo buio della seconda vita. Io non era però immortale. Quanto è alla favola dell’essere figliuolo di Giove, basta ch’io la dessi ad intendere a’soldati miei, acciocchè s’animassero nelle zuffe, e a que’goffi popoli, contro a’quali io movea l’armi, acciocchè, riputando d’avere a contrastare con la prole del sommo Giove, venissero sbigottiti e con le mani mozze dallo spavento ad azzuffarsi meco. Quello che mi duole si è, ch’essendo accostumato Alessandro ad avere un grande accompagnamento intorno e una calca di condottieri d’armi, d’amici, di servi, di schiavi, egli sia stato gittato sopra questa riva da Caronte, nudo e solo, tanto ch’io non vegga alcuno da potergli chiedere la via; e qui è un’aria così grassa e nuvolosa, che non so da qual parte debba andare.

Diogene. Alessandro.

Alessandro. Chi mi chiama?

Diogene. Colui che, standosi una volta nella botte a suo grandissimo agio, ti domandò che non gli togliessi quello che non gli potevi dare. Vedi tu ora s’io ti diceva il vero? Qui non c’è sole, e tutta la possanza tua non ce ne potrebbe far entrare un raggio.

Alessandro. Tu sei dunque Diogene? Oh quanto m’è caro il rivederti! Io ti giuro che quando mi partii da te, tanto mi piacque la sapienza tua, che dissi a coloro che meco erano, che, da Alessandro in fuori, io avrei voluto essere Diogene.

Diogene. E io non avrei voluto essere altri che quegli ch’io era, perchè sapeva che tanto era infine l’essere Diogene, quanto Alessandro. Vedi tu questi luoghi? Qui scende ogni uomo; e tanto gli è l’essere stato con un robone reale intorno, e con lo scettro in mano, quanto con un mantelletto logoro e con un bastoncello. Ad ogni modo, e tu ed io abbiamo lasciato costassù ogni cosa; tu la grandezza e sontuosità delle tue ricamate vesti, ed io il mio rappezzato mantello. Non abbiamo più cencio che ci copra; il che non pare a me strano, essendo stato al mondo più vicino alla nudità, di quello che tu fossi tu, il quale, non contento de’tuoi vestiti alla greca, ti volesti anche coprire il corpo all’usanza di que’paesi, ne’quali entravi vittorioso.

Alessandro. Diogene, io avrei però creduto che ad Alessandro, anche uscito del mondo, s’avesse a favellare con miglior garbo. Non ho lasciato costassù così poca fama dell’opere mie, che non se n’abbia a sapere qualche cosa fra queste tenebre.

Diogene. Ben sai che sì, che la tua fama dee essere giunta in questi luoghi. Tu hai con lo sterminio delle tue battaglie fatte fioccare tante anime su questa riva, ch’io ti so dire che il nome tuo risuona da ogni lato. Non v’ha cantuccio in tutte queste contrade, dove tu non sia altamente commendato dell’avere spiccati i giovanetti figliuoli dalle braccia de’padri, e lasciati quegl’infelici vecchi privi del sussidio della gioventù che dovea loro giovare; sei messo in cielo da’mariti, a’quali convenne lasciar le mogli sposate di fresco in mano de’tuoi soldati; benedetto da’tuoi soldati medesimi, che per servire alla tua albagía sono discesi qua giù nell’età loro più verde e fiorita.

[526] Alessandro. Quasi quasi a questo modo io crederei di non potere aver conversazione con ombra veruna. Dovrò io dunque stare da me solo a guisa d’un arrabbiato, e fuggito da ognuno?

Diogene. Di questo non dubitare. Ci sono rigide leggi di Radamanto, le quali vietano al tutto il fare vendetta. Anzi voglio che tu sappia che quando uno è uscito di vita, i suoi più sfidati nemici gli perdonano ogni cosa, e non si ragiona più di quanto è stato al mondo. Sicchè vieni pure sicuramente, che tu sarai il ben venuto, quando io dirò loro chi tu sei, e verrai conosciuto. Che hai tu? Perchè taci? A che pensi così attonito, e uscito quasi di te medesimo?

Alessandro. Come? Avrò io dunque bisogno per essere conosciuto dagli amici o da’nemici miei, che tu dica loro chi io sono, e che tu mi faccia loro conoscere? Sarebbe mai anche ignoto Alessandro in queste contrade?

Diogene. Se tu non ti fossi nominato da te medesimo da principio, credi tu che Diogene t’avrebbe raffigurato? Buono per mia fè! E che sì, che tu credi di avere ancora quel viso che avevi al mondo? E se tu pensi d’essere riconosciuto per monarca, io vorrei che tu considerassi in qual modo e a quali insegne si possa conoscere qual fosse la dignità d’un uomo che non ha neppure la camicia indosso. Hai tu la corona? Hai tu lo scettro? Qual differenza è ora da te ad ogni altro uomo del mondo? Se non di’che tu se’Alessandro, che tu eri il re de’Macedoni, chi l’ha a indovinare?

Alessandro. Misero me! Sono io dunque cotanto trasfigurato da quello che soleva essere? Ma s’io non ho quella prima faccia, se qui sono disceso senza le mie insegne di re, è egli però possibile che non conoscendomi alcuno per Alessandro, non s’avvegga almeno ch’io fui uomo da qualche cosa?

Diogene. Quanto è poi a questo, tu sarai riconosciuto secondo quello che comprenderanno l’ombre dal tuo ragionare. E però abbi cervello, e ragiona da uomo; perchè così al primo si giudicherà di te, secondo quello che t’uscirà della lingua. Sai tu che ti potrebbero uscire parole, che così nudo, benchè fossi Alessandro Magno, potresti essere creduto un villano, un portatore di pesi a prezzo, un ladrone, o cos’altra somigliante?

Alessandro. Diogene, tu hai perduta la vita, ma non l’usanza tua. Ora m’avveggo io che tu mi dái ad intendere una cosa impossibile, per aver campo d’esercitare la tua maldicenza, ed essere in questi luoghi quel medesimo cane che andava mordendo ogni uomo sopra la terra.

Diogene. Non la crederesti già tu cosa impossibile, se non fossi ancora gonfiato i polmoni da quel vento d’amore di te medesimo, che ti soffiò nel corpo quel tuo gran maestro delle adulazioni, Aristotile. Ma odi me: se tu non presti fede al mio ragionare, voglio che tu ti chiarisca da te medesimo. Io ho poco fa lasciato Dario a ragionamento con un pecoraio. Vien meco. Io voglio che appiattati dietro un cespuglio, stiamo ad udire quello di che favellano. Quando avrai udito, dimmi tu: questi è Dario, e quegli è il pecoraio. Ne lascio l’impaccio a te, dappoichè tu hai tanto acuto discernimento.

[527] Alessandro. Della buona voglia. Non potrebb’essere che i sentimenti del pecoraio avessero in sè la grandezza di quelli d’un re, o che quelli del re fossero vili come quelli d’un pecoraio. Andiamo.

Diogene. Non importano le parole, dov’è vicina la sperienza. A’fatti. Quanto c’è di buono, si è che l’ombre non indugiano troppo a camminare, per la loro leggerezza. Eccoci. Appiáttati dietro a questo macchione. Vedi tu? L’uno è Dario, e l’altro il pecoraio. Esaminagli prima bene; e dimmi se tu sai stabilire a veduta qual di essi sia il re, e quale il custode delle pecore.

Alessandro. A dirti il vero, io non so fare questa distinzione. Niuno d’essi ha panni intorno; nè veggo negli aspetti loro segno veruno che me ne avvisi.

Diogene. Zitto dunque, e ascolta.

Pecoraio. Non è così gran cosa il signoreggiare i popoli, credimi, quale tu di’ch’ella è. Io non saprei teco meglio esprimere la mia intenzione, che dipingendoti innanzi agli occhi un branco di pecore. Se tu immagini che le genti sieno quasi le tue pecorelle, eccole sotto ad un governo felice. Incontanente tu avrai cura di custodirle per modo che i lupi non le trafughino, che i ladroni non tendano ad esse insidie, con grandissima cautela le condurrai poco da lungi dall’ovile; tutte tutte le conoscerai, tutte le avrai care. Le guiderai per le vie più sicure, e fuori d’ogni pericolo; renderai pieghevoli alla tua voce i cani, sicchè, quasi secondi pastori, ubbidiscano a’comandamenti tuoi. Pensa, e vedrai che in questa immagine io ho spiegato in breve quello che debba essere un buon pastore di popolo.

Dario. Bene. Ma tu, a quanto mi pare, vorresti che gli uomini fossero vôti d’ogni pensiero di sè medesimi. È egli mai possibile che in tanta grandezza non pensino a prendersi ogni sollazzo? Egli è però un bel che quel vedersi a nuotare, per così dire, nell’oro, essere attorniati da una schiera di femmine, far laute cene, tracannare in tazzoni d’oro e d’argento: quando un povero guardiano di capre appena ha di che cavarsi la più menoma vogliuzza, e a stento ritrova di che vivere, ed ha sempre a pensare e a storiare per mantenere un branco di bestie.

Diogene. Hai tu udito, Alessandro? Che ti pare? gli hai tu conosciuti?

Alessandro. Ben sai che sì. Non udisti tu come quel primo, avendo a fare con un pecoraio, seppe ingegnosamente accomodarsi alla sua intelligenza, e con la comparazione delle pecore descrivergli molto bene la forma del reggere i popoli? All’incontro l’altro, il quale vivendo in una povera vita, non ha mai potuto cavarsi una voglia, ripieno ancora di tutte quelle che avea quando era su nel mondo, non ha altro pensiero, che le ricchezze ed i passatempi. Il primo è Dario, il secondo è il pecoraio.

Diogene. Dario.

Dario. Chi è di qua, che mi chiama?

Alessandro. Oh! oh! maraviglia ch’è questa! Quel primo fu il pecoraio.

Diogene. Non è già maraviglia a chi è accostumato a sì fatte usanze. Vieni, ch’io non ho ora voglia d’entrar qui in altri ragionamenti. A me basta che tu abbia fino al presente potuto comprendere che, deposti i vestiti ricchi e risplendenti, è difficile che l’uomo si faccia altrui co-[528]noscere per quello che egli era manifesto al mondo. Ma sta’sta’, ch’io odo a parlare di qua. Udiamo.

Un Poeta. O chete ombre e felici, in voi ritrovo

Quel ben che innanzi a me dov’era luce,

Metteva l’ale e mi sparía dagli occhi.

Non ha qui alcun del mio più vago aspetto,

Nè per felicità d’oro o di stato

Ha più di me chi innanzi a lui s’inchini.

Oh! eterna bilancia della Morte

Che tutti eguagli! Ed io misero e cieco

Pur tremar mi sentía le vene e i polsi

Sol quando udiva a ricordar tuo nome.

Ora, signor di questo spazio immenso,

Dove m’aggrada più, volgo i miei passi,

E solo a me ritrovo ombre simíli.

Ben era il ver che fu mia vita un nodo

Di nervi e d’ossa, onde ristretto e avvinto

In carcer giacqui; e tu che mi sciogliesti,

Estremo dì, mia libertà mi desti.

Diogene. Chi ti pare che sia costui?

Alessandro. A me pare che sia un poeta.

Diogene. E non t’inganni. E pure tu vedi, egli se ne va nudo, come tutte le altre ombre. Ma io voglio che tu sappia appunto essere questa di qua la differenza che passa fra tutte l’altre condizioni degli uomini, e quella che in sua vita attese alle scienze, alle buone arti. Quantunque tu vegga così fatte ombre andarsene senza panni indosso nè buoni nè tristi, appena tu le avrai udite a favellare, tu conoscerai benissimo qual fosse la loro professione: e se non saprai particolarmente i nomi, sì intenderai al primo aprire di bocca che faranno, qual d’essi sulla terra i nobilissimi studi della filosofia nella sua mente ricevesse, quale delle passate azioni degli uomini la memoria si riempiesse, chi d’eloquenza si fornisse, e in somma chi l’una parte o chi l’altra dei doni delle santissime Muse eleggesse, per guernirsene l’intelletto. Il che non avviene dell’altre ombre che quaggiù discendono, le quali prima d’essere note, quantunque sieno state al mondo celebrate, debbono palesare il nome, il casato, e dire tutt’i fatti loro.

Alessandro. Diogene, io mi ti confesso molto obbligato, che essendo io venuto in un paese nuovo, tu sia stato il primo ad avvisarmi delle sue costumanze. Tu mi scacciasti dinanzi a te nel mondo; ma io ti prego non ispiccarti mai, in questo, dal mio lato.

Diogene. Volentieri. Andiamo, ch’io ti faccia conoscere all’altre ombre, acciocchè tu possa avere conversazione. ◀Diálogo ◀Nivel 3 ◀Nivel 2 ◀Nivel 1