Gli Osservatori veneti: Numero XIX

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Nivel 1

No XIX.

A dì 7 aprile 1762.

Cita/Lema

Omnia umana brevia et caduca sunt, infiniti
temporis nullam partem occupantia.

Senec., Cons. ad Marc.

Tutte le terrene cose brevi sono e caduche,
e niuna parte occupano dell’eternità.

Nivel 2

Sogno del Velluto

Chi pon freno a’cervelli e dà lor legge? Io non so se fossero grilli, farfalle, malinconia o altro; ma egli mi parve una di queste passate notti che l’anima mia, slegatasi dalla fascia di queste sue poche e magre polpe, fosse volata in altri luoghi e avesse lasciato il mondo; di che io non avea punto dolore.

Nivel 3

Sueño

Imperocchè ripensando ai lunghi e gravi pensieri ch’io avea sulla terra avuti, a’polpastrelli delle dita logoratimi scrivendo, alle continue battaglie contro alla fortuna sostenute, a’miscugli delle gravissime amaritudini, dalle quali vanno i piccioli e piuttosto fantastici che effettivi beni accompagnati, egli mi parea d’essere liberato da una macine che mi stesse in sul capo; e volando qua e colà leggiero e spensierato, mi parea veramente di conoscere quella vita che non avea conosciuta giammai. Anzi rivolti gli occhi da una certa mia nuova altezza, sopra la quale mi ritrovava, e riguardando allo ingiù la terra, che una picciola aiuola parea a comparazione di quella immensità di spazio che mi stava davanti agli occhi, non potei fare a meno di non ghignare così un pochetto, vedendo quanto io mi era ingannato a credere che la fosse sì grande; e diceva fra me: “Qual parte poteva io avere in così picciolo giro? E quando anche una porzioncella ne avessi avuta, sarebbe stata mai satolla la voglia mia, che a pena mi sazio a trascorrere tutti per miei questi infiniti luoghi ne’quali mi ritrovo al presente?” Così andando d’uno in altro pensiero, anzi svolazzando, come fa chi dorme, mi venne una gran volontà di sapere quello che si dicesse del fatto mio dopo la mia partenza, e di conoscere s’io vi avea lasciati veri o non veri amici, con intenzione, s’io avessi potuto, di confortargli e dir loro, che non solo non avea perduto cosa veruna, ma avea fatto grandissimo acquisto. Per la qual cosa, rivolto il capo allo ingiù, me ne venni più ratto che folgore di nuovo sopra la terra, e cominciai a camminare intorno per li già conosciuti luoghi della città, fatto invisibile agli occhi di tutti: e quello che più mi piaceva, non punto offeso da’gombiti nè dalle spalle della frequenza degli uomini che andavano e venivano, i quali poco prima nella furia del camminare dandomi di urto, mi facevano aggirare intorno come una trottola sferzata dalla stringa. In tal guisa andando, imboccai la via delle Merci, e vidi posta fuori della bottega del mio amicissimo Giambatista Pasquali libraio una tavoletta, sopra la quale erano scritte col gesso certe poche parole, nelle quali affissando io gli occhi, vidi che dicevano: Per la morte del Velluto. “Oh, buono e cordiale uomo ch’è questo!” esclamai io allora fra me; e alzando gli occhi un poco più su, fuori per l’invetriata vidi ch’era malinconico e pensoso; onde entrato così invisibile nella sua bottega, volea pur dirgli ch’io era contento della mia condizione; ma allora per la prima volta m’avvidi che non avea voce, e m’affaticava indarno per profferire, perchè non avea più nè polmone, nè gorgozzule da fare uso dell’aria, nè lingua o palato da articolare parole. Alzai le braccia per abbracciarlo e lo cinsi con esse; ma egli non se n’avvide punto, perchè l’erano leggiere più che la nebbia; onde dettogli così fra me addio, e augurandogli comperatori di libri, me n’uscii di là; e scantonata la stessa strada a sinistra, vidi di là a pochi passi a destra una somigliante tavoletta alla bottega di Paolo Colombani, anch’egli libraio, nella cui bottega era una gran concorrenza di genti, le quali gli domandavano chi fosse quel Velluto, il cui nome egli avea quivi scritto col gesso. Rispondea l’uomo dabbene, ch’egli era colui il quale avea due anni fa pubblicata sotto altro nome la Congrega de’Pellegrini, e poscia pel corso di un anno l’Osservatore, e avea già nel presente anno dettati parecchi fogli di questo; e ch’egli era certo che, o vivo o morto, non mancherebbe di sua parola, e glieli avrebbe spediti da qualunque luogo egli fosse, per compiere l’anno. Piacquemi la buona fede che avea in me quel libraio, e giurai fra me di far sì che la sua speranza non gli riuscisse vana; ma bene mi maravigliai che di coloro i quali gli domandavano conto del fatto mio, pochi fossero quelli i quali mi riconoscessero per le scritture da me pubblicate; e feci queste poche considerazioni. “Oh vedi come s’inganna la mente degli uomini fino a tanto che la è annodata e intenebrata dal vincolo delle membra! Io vedea certuni a comperare questi fogli e credea che dalla bocca dell’uno a quella dell’altro trascorresse il mio nome, e che oggimai non fosse canto veruno della città dove noto non fosse; e qui a grandissima fatica ritrovasi uno a cui sia noto il nome del Velluto per le opere stampate da lui. Che sarà di qua a parecchi anni, dappoichè a pena si sa al presente ch’egli vivesse? Non era egli il meglio che, lasciata indietro l’inutilità dello scrivere, io mi fossi dato a qualunque altro esercizio, dal quale almeno avrei ritratto qualche miglior agio, e forse riputazione maggiore? Ora non solo io mi sarò affaticato senza pro per tutto il corso della mia vita; ma per l’obbligo preso da me, ora anche uscito del mondo, anche liberato da tutti gli altri impacci, dovrò continuare a scrivere, se io non vorrò intorno alla tomba mia udire le voci dello stampatore, il quale travagliando il mio perpetuo sonno, la mattina per tempo mi domandi il foglio. Ma così va a chi sbaglia nello eleggere gli esercizi suoi nel principio”. Mentre ch’io era in tali meditazioni occupato, udii anche taluno che diceva male de’fatti miei; e senz’aver punto informazione di quello ch’io stato fossi al mondo, presi i miei costumi fra le inique forbici della sua lingua, con molte non sane e torte interpretazioni conciava malamente la mia povera memoria, ch’egli non credea che fosse presente. Traeva egli tutte le mie passate calamità al peggio; e non era cosa a cui non facesse uno strano commento. “Oh! oh!” voleva io dire, “oh, trattansi a questo modo i defunti! E avreste mai avuto in dono dal cielo occhi i quali penetrassero nella vera cagione delle azioni altrui, aperta solamente a quegli occhi che tutto veggono? Chi è costui, diceva io, com’è scritto nel libro di Giobbe, il quale senza sapere quello che si dica, sputa sentenze? Saresti mai stato in compagnia dell’altissimo Signore de’cieli quel dì che piantava la terra sulle fondamenta sue? Vedesti le misure e i confini che metteva ad essa?” Io voleva dirgli a questo modo; ma le parole non uscivano, e rimanevasi il concetto non espresso in me a dispetto mio. Egli è però il vero che un altro uomo dabbene, già stato amico mio mentre ch’io era al mondo, mi difendeva, e dicea: “Come puoi tu dir male d’un uomo il quale fin da’primi suoi giorni avea consagrato l’ingegno suo alle lettere, che quasi mai non si dipartì da uno stanzino, mai non ispiccò la mano dal calamaio, non fece mai male ad alcuno, e s’egli non beneficò, fu perchè non potè farlo? Quante cose ha egli scritte, e tutte hanno gli stessi sentimenti? Leggi tu in esse altro che una buona morale in tutte, nella quale si conosce il desiderio del vedere migliorare le genti? E tu sai pure che dell’abbondanza del cuore parla la lingua. Come poteva egli durare per tutto il corso degli anni suoi in una perpetua finzione di ragionare rettamente, ed essere il contrario di dentro. A parlar seco, egli volentieri rideva, sofferiva la sua mala fortuna, se non di buon cuore, almeno, con buon viso: e come puoi tu da tutte queste cose trarre quelle interpretazioni che dài alle opere di lui, e rivolgere gl’infortuni suoi a danno della sua riputazione?” – “Oh caro e veramente cordiale amico,” diceva io fra mio cuore, “quanto ti sono io obbligato! Io non avrei creduto mai che dovesse durare così viva la memoria d’un povero defunto nell’anima d’un uomo che vive. Non si veggono forse a ridere i figliuoli dopo la morte de’padri, potendo più in loro la grassezza dell’eredità, che il filiale amore? Che fec’io mai per te, mentre ch’io fui al mondo, altro che star teco alle volte in compagnia, e passar qualche ora ne’dolcissimi ragionamenti delle Muse, scherzando? E tu dopo la morte mia con tanto calore mi difendi dalle maligne voci e dalle dicerie di chi punto non mi conobbe? Va’che tu sia benedetto.” Così dicendo, mi dipartii di là; e credea di vedere una profonda malinconia dipinta ne’visi di molti per la mia morte. Io m’ingannai grandemente; anzi vidi tutte le genti andare e venire avanti e indietro, cianciare, fare contratti, e tutto farsi nè più nè meno come se non mi fossi partito. Onde io diceva: “Oh pazzo ch’io fui, quando io mi credetti nel mondo qualche cosa! A cui fa danno ch’io me ne sia andato? A niuno. Tutti hanno i visi di prima. Io non era qui dunque di veruna importanza. Orsù, partiamoci di qua un’altra volta, e ritorniamo a godere quella seconda vita che ci è data, e usciamo di questa terra, nella quale io sento che in questo poco tempo ho avuto molti pensieri, come se fossi ancora nel primo corpo”. Così dicendo, volai un’altra volta allo insù, e me ne ritornai per ispaziare libero ne’luoghi di prima. Ma mentre ch’io lieto me ne andava volando, mi abbattei ad una figura che parea fatta di creta, senza un colore al mondo, la quale apriva la bocca e articolava parole; ed affacciatasi a me, mi disse: “Ove ne vai? arrestati. Non è ancora il tempo che tu possa spaziare a tua volontà in questi immensi luoghi del cielo”. – “Or qual se’tu,” rispos’io, “che vuoi ora interrompere il mio cammino?” – “Buono! chi son io?” rispose la magra e spolpata figura. “Non mi conosci tu? Io sono però stata teco parecchi anni.” E così dicendo, sdegnosamente spinte le labbra in fuori, e fatto con esse l’atto di chi succia un uovo o qualche liquore, la mi trasse in sè e imprigionò tra le membra sue; nelle quali trovandomi presso che al buio, m’avvidi ch’io dovea movere le braccia e le gambe di prima, affacciarmi a que’primi occhi, a que’primi orecchi, e finalmente affacchinarmi a condurre qua e colà quel primo Velluto; di che ebbi tanto dispetto,
che mi svegliai, e mi ritrovai tra le lenzuola in sul far dell’alba tutto sudato, e udii all’uscio lo stampatore ch’era venuto pel foglio.

Metatextualidad

Questo capriccio mi stornò dallo scrivere quanto avea promesso nel passato foglio intorno all’imitazione de’nostri poeti italiani. Oltre di che non si può tal materia trattare, senza vestirla con qualche poco di garbo, nè si può vestirla di qualche grazia, senza pensarvi prima un poco. In altro modo la cosa riuscirebbe da scuola: e la mia intenzione si è di cercare, almeno quanto posso, di dilettare. So che alcuni dicono: “Oh! che diletto dài tu col tuo scrivere? Quando ci fai ridere?” Di varie qualità sono i diletti. E gli animi forniti di gentilezza sanno ben essi in che sia posto il vero intrattenimento dell’intelletto, ai quali io fo professione di scrivere. Questi sono quelli i quali mi animano, ed a’quali è sempre rivolto il mio pensiero mentre ch’io scrivo. La costanza che hanno avuta sempre nell’accogliere le cose mie, mi fa cuore a proseguire; e da loro solamente prendo la norma delle mie scritture. Ci sono alcuni i quali vorrebbero cosette più dozzinali e popolari; alcuni altri che le desiderano più massicce e di polso. Io sto fra i primi e i secondi, vestendo con una vernice popolare certi pensieri, a’quali s’io appiccassi varie citazioni greche e latine, si vedrebbe che hanno forse più del massiccio di quello ch’altri pensa; e che alle volte io duro maggior fatica a tirare gli argomenti allo ingiù, che s’io volessi andar dietro ad essi e ad alto seguirgli. Ma chi fu mai che scrivendo desse nell’umore ad ogni uomo? Niuno. E di rado i lettori si prendono la briga d’esaminare l’artifizio con cui una scrittura è guidata. O bene o male ch’io l’usi, questo è uno de’miei maggiori pensieri, e cerco di rinnovare argomenti vecchi, non essendone rimasi di nuovi da parecchi secoli in qua: e chi dice di trattare cose nuove, inganna. Noi siamo venuti tardi, e a rappezzare l’altrui. Chi mi domandasse quello ch’io fo, rappezzo. Chi mi chiedesse: “Credi tu d’essere perciò un bell’ingegno?” risponderei: Io sono un ingegno come gli altri. Nè mi tengo da più, nè da meno di quanti altri scrivono al mondo. Quelle cose che dico io, le dicono tutti gli altri; nè vi ha altra differenza, che uno le veste di versi, un altro di storia, un altro di romanzi, chi di lettere, chi di trattati. Io fo loro come vestette di sogni, di capricci, di dialoghi, e d’altre fantasie a mio modo, facendo conto di essere un sarto; e ad ogni modo le vanno attorno anche così vestite o mascherate. E s’io potessi vivere parecchi anni, forse le vedrei andare in mano di altri sarti ancora, come ho veduto spesso delle cose mie, comecchè fino a qui non abbia detto nulla. Ma che mie? Tutti gli argomenti sono del comune.