Gli Osservatori veneti: Numero X

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Niveau 1

No X.

A dì 6 marzo 1762.

Niveau 2

Metatextualité

Dirò dunque, proseguendo il Dialogo, da me per l’ostinazione della tossa tralasciato nel passato foglio, che in quella guisa appunto che le mutabili scene in un subito altra cosa diversa dalla prima dimostrano,

Niveau 3

Allégorie

Dialogue

si levò dagli occhi del curioso poeta quell’aria che fa velo fra gli sguardi de’mortali e le cose degli Dei, e apparirono co’loro strumenti in mano le vezzose abitatrici del Parnaso, inghirlandate le tempie con le foglie dell’alloro. Di che meravigliatosi il pover uomo, e non conoscendole così al primo, cominciò a dir loro: Poeta. Da qual parte del cielo venite voi in questa piccioletta abitazione? Imperocchè certamente voi non siete donne mortali. Io non veggo in voi altro che una bellezza e grazia veramente celeste. Perchè vi degnate voi, abbandonando alberghi di sole e di stelle guerniti, di venire a questa mia povera cameretta, in cui non è altro guernimento, che certi pochi libriccini, e il cui abitatore vive in continuo travaglio ed angosce? Talía. Io avrei creduto però, o un tempo nostro amicissimo, che avendo tu più volte avuta la nostra conversazione, non ti riuscisse ora sì difficile il conoscerci, che avessi a domandarci chi noi siamo. Prima che da noi ti venga detto il nome nostro, considera fra te medesimo se tu fosti mai in nostra compagnia, e se mai parlasti a noi, o noi parlammo teco. Poeta::Poeta. Io vo rugumando col cervello e con la fantasia tutto il tempo passato, e non avendo io, che mi ricordi, avuta, dappoichè vivo, veruna ventura, certamente v’affermo che non so d’avervi vedute giammai. Oh! non mi sarebbe forse rimaso impresso profondamente nel cervello il vostro bellissimo aspetto; e la quasi incomprensibile armonia di quel canto che poco fa ho udito da voi? Talía. Fiume profondo in tortüosi giri Rompe in un loco la feconda terra, Che di verdi arboscelli orna sue rive; Quivi pensoso, e fuor di te salito Alla bellezza delle sfere eterne, Spesso vedesti scintillar quel raggio Che dagli aspetti nostri or si diffonde. Oh! come tosto in vergognoso oblio Passato ben s’immerge e si ricopre! Ma se tornar col tuo pensier potessi All’innocenza di quegli anni primi, Si sveglierebbe in te grata memoria, Nè ti saremmo, come or siamo, ignote. Poeta. Quantunque io mi ricordi benissimo di qual fiume e di qual terra tu favelli al presente, e ritorni con l’animo a tutti que’pensieri ch’io solea quivi avere, non è possibile ch’io mi ricordi d’avervi vedute giammai. Talía. A che pensavi tu in quel tempo? Poeta. Tu richiami ora alla mia memoria un tempo che fu poi la cagione di tutt’i miei danni. Andando passo passo su per le rive di quel fiume, non aveva altro in cuore che il comporre versi, e mi parea d’avere acquistata l’immortalità, quando avea composta qualche canzone. Ora veggo quello che ho acquistato. Talía. E ti ricordi tu, che, uscendo quasi fuori di te, di tempo in tempo invocavi il nome delle santissime Muse, e che allora un verso azzoppato ti riusciva corrente ed intero? Tu mi guardi, e non rispondi! Che ti pare? Poeta. Sareste voi mai le Muse? Talía. Sì. Quelle appunto. Quelle che tante volte venimmo invisibili in aiuto della tua fantasia, ed ora qui visibili ti siamo innanzi. Poeta. Uscite incontanente di questa stanza, e portatevi con voi tutto questo vostro ornamento di raggio, e cotesti strumenti lusinghevoli, i quali, empiendo l’orecchio d’una magica armonia, traportano l’animo di chi l’ode. Chiudete le gole, e andatevene a’fatti vostri. Oh! pestifera e ingannevole genía, che con le dolci apparenze di canti,e suoni traggi a guisa di pesce dietro all’amo la misera generazione de’mortali, esci fuori della stanza mia, e va’a coloro che ti prestano fede. Tu hai concio per modo me, che non ti posso più soffrire. Vengano più presto alla cameretta mia da’sotterranei luoghi le seguaci della Reina del pianto eterno, e qualunque altra pessima stirpe; ma voi andatevi a’fatti vostri, e non mi vi aggirate intorno mai più. Talía. Sciagurato! Conosci tu a cui tu favelli al presente? E sai tu che se ci toccasse la voglia di far vendetta di quelle villanie che ci hai dette, tu ti rimarresti da una perpetua oscurità circondato! Uomo da nulla, e sconosciuto a te medesimo! Ma non sono già irragionevoli gli Dei, nè così súbiti all’ira, come siete voi altri, carnacce impastate di fango; anzi quando s’ha a gastigare, andiamo lentamente, attendendo pure il pentimento da una razza di vermini, che potrebbe essere soffiata via da noi, come un fil di paglia dal vento. Che credi tu che costerebbe a noi l’invitare il braccio di Giove a scagliare le sue folgori, o la sua mano a premere i nembi? Questo sarebbe fatto in meno che non balena. Ma, come ti dissi, non siamo traportate dalla furia di quella collera che s’accende in voi ranocchi e locuste. Anzi siamo qui venute per altro. Noi abbiamo uditi quei tuoi cortesi versi, co’quali cominciasti i biasimi nostri, gli abbiamo uditi, sì; e quello che ci fece maraviglia, fu che, non potendo anche quelli fare senza l’aiuto nostro, ti valesti dell’opera nostra medesima contro di noi, adoperando quella gratitudine che usate voi mortali. Ma sia come si vuole, prima che ponghiamo la mano a’gastighi, siedi costà, e di’le tue ragioni contro di noi, e noi addurremo le nostre contro di te, e vedremo quali hanno maggior forza. Allora poi, se tu vinci, anderai dicendo di noi quello che ti piace; e se noi superiamo le tue, ci lascerai fare a nostro modo. Parla, gioia. Poeta. Che potrei io dire dinanzi a genti le quali hanno nelle mani le folgori e il diluvio a posta loro, e che possono a loro volontà ridurmi più trito che la polvere e i granelli dell’arena? Pure, poichè tanto m’è il vivere in questo modo, quanto l’essere infranto e tritato, io vi dirò che voi m’avete tradito, e che per vostra cagione io mi ritrovo dalle afflizioni circondato. Io non so quale altro uomo sopra la terra abbia coltivato il nome vostro più di me, che, lasciate indietro quasi tutte l’altre Deità del cielo, e rivoltomi a voi, appunto sulle rive di quel fiume che fu da voi nominato, v’innalzai a mio potere un picciolo tempio, in cui non solo invocava io il nome vostro, ma quanti erano quivi intorno invitava ad entrarvi, e ad invocare i nomi vostri. Empiei tutte le pareti di quello d’odorifere ghirlande, e facea risonare delle vostre lodi inni da tutti i lati, di modo che sdegnati Cerere e Bacco, si ridevano in prima del fatto mio, dipoi cominciarono a gastigarmi della mia negligenza verso di loro. Io allora, e ben vi dee ricordare, raccomandandomi con grandissimo calore a voi, n’avea per risposta dall’oracolo vostro, che voi eravate le dispensatrici delle vere ricchezze, e che negli scrigni vostri erano bene altri tesori che perle e preziose pietre, da poterle dispensare a coloro che coltivavano le Deità vostre; ond’io affidandomi alle voci de’vostri ingannevoli oracoli, e stimando tutte le ricchezze della terra un nonnulla, mi diedi del tutto a seguir voi, e lasciare ogni altra più benefica Deità e più liberale. Volete voi udire quel che n’avessi da voi per compenso? Pieno di quell’albagia che per grazia vostra entra nel corpo di chi vi segue, mi partii da quella mia prima solitudine, ed apparendo fra le genti, con le canzoni da voi dettatemi, incominciai a profferire le vostre parole. Ma che? Di qua si diceva ch’io era un uomo uscito del senno, e che, in iscambio di cervello, era il mio capo occupato dalle farfalle, e ch’era una grillaia. Costà, invitato a dire, ritrovava una compagnia d’uomini che nulla intendevano delle vostre baie, e mi facevano sfiatare per passar il tempo, tanto che io avea vergogna di me e di voi, che uscissero dalle signorie vostre cose delle quali il mondo non si cura punto, o non le intende. Infine la faccenda m’è andata per modo che in questa mia cameretta, in compagnia de’ragnateli e de’topi, mi querelo indarno del tempo passato male speso, e mi sta innanzi con bestiale aspetto l’avvenire. Queste sono le mie ragioni; e, come vedete, io l’ho anche profferite con modestia; che potea aggiungervi molte parole, meritate dalla crudeltà vostra, e dall’avermi ingannato. Talía. Lodato il cielo, che tu hai terminato. Io mi credeva d’aver a udire una diceria molto più lunga, e che tu avessi contro di noi altri più gravi e più profondi dispiaceri. Ora ascolta me. Io vorrei pure che tu mi dicessi quello che tu crederesti d’essere divenuto, se noi non avessimo presa la tua custodia. Noi abbiamo fatto per te quello che tu non vuoi credere, o non vuoi riconoscere. Se ne’tuoi freschi anni non fossimo discese a te, che avresti tu fatto, altro che assecondare l’impetuoso bollore degli anni primi, e quelli tutti perduti nell’ozio o in difetti forse peggiori, da’quali, tuo malgrado, t’abbiamo guardato? Che s’egli ti pare d’aver male impiegato quel tempo, e ti duole d’avere esercitata un’arte non grata all’universale, poni mente a que’pochi e buoni amici che t’hai pure con essa acquistati, i quali conferiscono teco i loro pensieri e le voglie con tanta umanità e affezione, ch’è un conforto, se tu te ne vuoi ricordare. Sovvengati che, aiutato dall’opera nostra, potesti più volte prendere la cetra nelle mani, e con parole ispirate da noi commendare i virtuosi ed egregi fatti d’alcuni uomini, e ampliare il santissimo nome della virtù sulla terra; o con l’amarezza dell’espressione contrastare a’difetti umani: le quali cose non avresti tu fatte mai, se non fossi stato assecondato dalla nostra volontà; e, come uno del volgo, avresti ammirata la virtù con poche voci e usuali, o perseguitato il vizio con que’grossolani vocaboli ch’escono della lingua alla minutaglia del popolo. Ma che dico io? Avresti tu poi fatto differenza alcuna fra virtù e vizio, se, lasciandoti ne’primi anni in preda a’tuoi focosi desiderii, non t’avessimo tratto a forza nella compagnia nostra a contemplare la verità delle cose? Imperocchè, o ingrato, egli pare allo udirti, che noi t’abbiamo solamente insegnata una vacua sonorità di versi, e un’armonia in aria. Credi tu d’essere penetrato da te medesimo e senza la scorta nostra a studiare nell’animo degli uomini, e a dilettarti di conoscere l’effetto di quelle passioni dalle quali vengono signoreggiati; il quale studio sopra ogni altro ti facemmo sempre piacere? Avresti mai, leggendo le storie, confrontati così spesso i caratteri degli antichi uomini a quelli de’presenti, e tratto dalle tue comparazioni qualche dottrina che sempre più ti svelasse l’umano cuore? Io non ti voglio qui rinfacciare molti altri benefizi che fatti t’abbiamo: rientra in te, e consideragli da te medesimo; e vedrai che ti dicemmo il vero, quando udisti dagli oracoli nostri che negli scrigni nostri si chiudono tesori che non vengono dall’altre Deità dispensati. Che se tu ti quereli poi di questa tua cameretta, e del non possedere quelle felicità che a te pare che gli altri posseggano, mi riuscirà facile il farti vedere l’inganno tuo, e dimostrarti che non sei tu quel solo il quale abbia cagione di querelarti. Apri gli orecchi alla nostra canzone:

Niveau 4

O fosco velo, che le umane menti Leghi quaggiù con buio eterno e grave, Dinanzi agli occhi di costui ten vola, A’guardi suoi non contrastare il vero. Veggia, non paga e negl’inganni avvolta, L’umana turba dispregiar quel bene Che a lui tal sembra, e l’universo intero Desïar sempre, e non saper che voglia.
Era appena uscita dalle labbra dolcissime di Talía questa canzone, che incominciò di sotto a crollarsi il terreno, ed apparire di sopra un denso e cruccioso nembo, tanto che parea all’infelice poeta di dover essere fra poco sprofondato negli abissi. E mentre che voleva gridare misericordia, anzi pure la domandava ad alta voce, venne da un grandissimo vento cacciato a furore fuori per la finestra, e fra la tempesta e le nuvole traportato sopra un alto monte, dove gli avvenne

Metatextualité

quello che si vedrà negli altri fogli che seguiranno.